Management e Performance

In due post precedenti ho osservato come, nella Pubblica Amministrazione italiana, sia diffusa una conoscenza vaga e imprecisa dell’inglese, testimoniata dall’uso improprio di due termini centrali nella vita lavorativa del dipendente pubblico: badge e ticket.

Ritorno sull’argomento per segnalare altri due svarioni commessi abitualmente nel contesto lavorativo pubblico. Mi riferisco alla pronuncia dei termini management e performance. Il primo, che significa “amministrazione”, “direzione”, “gestione”, “capacità amministrativa”, è spesso pronunciato con l’accento sulla seconda “a” invece che sulla prima (“manàgement” invece di “mànagement”). Il secondo, che significa, fra l’altro “prestazione”, “risultato”, “esecuzione”, “rendimento”, è sistematicamente pronunciato con l’accento sulla prima “e” invece che sulla “o” (“pérformance” invece di “perfòrmance”).

Il fatto è che è difficile correggere questi due errori. Se ci provate, è molto probabile ricevere in cambio una reazione sorpresa e irritata, spesso associata a un tipico atteggiamento benaltrista. 

È vero. I problemi sono ben altri, ma questa non è una ragione sufficiente per sbagliare la pronuncia di due termini così diffusi, oggi, nel linguaggio amministrativo.

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Gli stranieri non delinquono più degli italiani

Molto interessanti i dati sulla criminalità straniera provenienti dal volume di Paolo Iafrate, docente dell’università Tor Vergata, intitolato La normativa sugli immigrati in Italia: tra formalità e operatività e che qui sintetizzo basandomi su un articolo di Redattore Sociale.

Secondo il ricercatore, innanzitutto, prima di dire che gli immigrati delinquono più degli italiani bisognerebbe porre il confronto «tra popolazioni omogenee per classi di età, tenendo anche conto che agli stranieri residenti si aggiungono i soggiornanti non ancora registrati nelle anagrafi comunali, quelli in posizione irregolare e decine di milioni di visitatori stranieri che arrivano annualmente dall’estero. Inoltre, sarebbe necessario considerare tutte le fattispecie di reato e tenere conto che riguardano solo gli stranieri per giunta in condizioni sociali più difficoltose, non equiparabili a quelle degli italiani».

Se si guarda ai dati e, in particolare, alle denunce penali registrate nell’archivio Sdi (Scenario di indagine), che la Direzione centrale di polizia criminale del Ministero dell’Interno cura insieme alle altre forze di polizia,

si nota che nel 2004 le denunce contro autore noto sono state complessivamente 709.614, di cui 480.3781 riguardanti italiani e 229.243 riguardanti cittadini stranieri. Nel 2014 le denunce sono aumentate a 980.854 complessivamente, di cui 672.876 contro italiani e 308.978 contro stranieri. L’incremento delle denunce dipende non solo dall’attività criminale commessa e dalla capacità delle forze di polizia di intercettarla, ma anche dall’eventuale aumento della popolazione di riferimento (così è stato per gli stranieri) o dalla sua diminuzione (così è stato per gli italiani). Tra il 2004 e il 2014 le denunce sono aumentate del 40,1 per cento per gli italiani (da 209.614 a 980.854) nonostante si tratti di una popolazione in diminuzione (da 56.060.218 a 55.781.17 residenti). Le denunce, invece, sono aumentate in maniera più contenuta (+34,3%) per gli stranieri, che nel frattempo sono più che raddoppiati (da 2.402.157 a 5.014.437 – spiega ancora Iafrate – senza includere nella popolazione di riferimento anche gli stranieri irregolari o di passaggio in Italia, peraltro difficilmente quantificabili). Anche chi considera la posizione degli stranieri penalmente più esposta non può fare a meno di constatarne l’andamento più soddisfacente, come si riscontra anche da un altro aspetto: sulle denunce con autore noto gli stranieri nel 2004 incidevano per il 32,3 per cento (239.243 su un totale di 709.614), mentre nel 2014 l’incidenza è stata del 31,4 per cento (e sarebbe stata di molto inferiore se la popolazione straniera non fosse raddoppiata).

Considerando, inoltre, i 35 reati per i quali disponiamo di dati

colpisce tra gli stranieri la maggiore ricorrenza dei furti (incidenza più che raddoppiata rispetto agli italiani: 20,1% contro 9,3% nel 2014). Rilevante è anche tra di essi l’incidenza delle denunce per ricettazione (5,8% contro 2,7%), mentre la ricorrenza è simile per quanto riguarda le lesioni dolose e, al contrario, gli italiani sono maggiormente implicati nelle denunce per truffe e frodi informatiche.  

Conclude Iafrate:

L’analisi dei dati Eurostat ridimensiona radicalmente il pregiudizio che gli stranieri in Europa (e in particolare in Italia) siano più criminali degli autoctoni senza per questo negare che esiste anche il problema della loro devianza, con i conseguente impegno per prevenirla e contrastarla.

Una conclusione importante per un paese che si appresta a utilizzare il tema della devianza degli stranieri come canale di orientamento del voto elettorale.

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Gli effetti deterrenti della pena di morte

È vero che la pena di morte ha un effetto deterrente nel senso che scoraggia gli individui dal commettere i reati per i quali essa è prevista? Questa domanda ha suscitato nel tempo risposte estremamente contrastanti tanto che oggi nessuno può sostenere di aver dimostrato una volta per sempre che tale effetto ci sia o no. Eppure, non è difficile imbattersi in articoli giornalistici o in opinioni di presunti esperti secondo i quali l’effetto deterrente della pena di morte sarebbe stato inconfutabilmente dimostrato o contraddetto. Un problema ineluttabile è che è praticamente impossibile organizzare una strategia metodologica priva di pecche. Lo ricorda, fra gli altri, il celebre psicologo americano Albert Bandura nel libro Disimpegno morale, recentemente (2017) pubblicato dalla Erickson di Trento. Seguiamo le sue parole:

I tassi di omicidio sono stati messi a confronto in Stati vicini con e senza la pena capitale, come l’Illinois, che a un certo punto ha imposto la pena di morte, e il Michigan, che non lo ha fatto. La validità di questo metodo dipende dal grado di corrispondenza fra gli Stati pro-esecuzione e quelli anti-esecuzione rispetto ai fattori che influenzano i tassi di omicidio. Un secondo approccio si basa su analisi di serie temporali. Le società istituiscono, aboliscono e reintroducono la pena di morte per delitti capitali. I dati delle serie temporali vengono analizzati per stabilire se l’adozione della pena di morte riduca i tassi di omicidio e se la sua abolizione sia accompagnata da un aumento di omicidi. Tuttavia, l’interpretazione dei cambiamenti di tassi di omicidio nel tempo è complicata dal fatto che al tempo stesso cambiano numerosi fattori sociali che hanno ripercussioni sugli omicidi e ciò rende difficile cogliere separatamente gli effetti indipendenti di una politica basata sulla pena di morte nella società. È inoltre necessario confrontare i cambiamenti nei tassi di omicidio durante l’adozione o l’abolizione della pena di morte con la traiettoria di cambiamento nei crimini non punibili con la morte, e tale paragone permette di controllare i cambiamenti sociali che modificano la traiettoria dei tassi di delitti nel suo insieme.

Un altro approccio cerca di stabilire se le esecuzioni rese pubbliche scoraggino gli omicidi, per lo meno nel breve termine. Tuttavia, le esecuzioni non vengono pubblicizzate in modi che forniscano promemoria vividi tali da risultare freni cognitivi per la condotta violenta. La società contemporanea vuole instillare l’idea della morte come influenza contenitiva ma nasconde le esecuzioni dalla pubblica vista. In passato, si parlava delle esecuzioni sulla stampa e gli oppositori della pena capitale tenevano veglie di protesta di fronte ai luoghi in cui sarebbero avvenute. Oggi, però, salvo che in rari casi, non si parla delle esecuzioni. Perché ciò avvenga, deve verificarsi un’uccisione di massa particolarmente incisiva e ampiamente discussa e quindi, senza la consapevolezza delle esecuzioni occasionali che avvengono in Stati distanti e con la scarsa pubblicizzazione di quelle che avvengono nelle loro giurisdizioni, molte persone potrebbero persino non sapere se lo Stato in cui vivono prevede la pena di morte e con quanto rigore essa trovi applicazione.

La verifica delle relazioni causali nel comportamento umano è complicata dalla molteplicità dei possibili fattori causali. A complicare le cose ulteriormente, molti fattori sono correlati l’uno con l’altro in qualche misura […] (pp. 337-338).

Alla luce di queste osservazioni, è necessario assumere un atteggiamento critico nei confronti di quanti, periodicamente, vorrebbero farci credere che “le ultime ricerche dimostrano senza ombra di dubbio l’effetto deterrente della pena di morte”. Da un punto di vista scientifico, tale effetto è praticamente indimostrabile.

Di questo e altri miti discuto nel mio 101 falsi miti sulla criminalità, pubblicato da Stampa Alternativa.

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Pareidolia tra le nuvole campane

Qui sopra una bella immagine pareidolica di una nuvola tra Caserta e Napoli. Che cosa ci vedete? Una tartaruga? Un essere non ben precisato che “nuota” tra le nuvole? O si tratta di un messaggio celeste?

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Parolacce, eufemismi e disfemismi

In un’epoca come la nostra in cui il turpiloquio è diventato mezzo di persuasione di massa a livello politico e quotidiano, perché percepito come indicatore di autenticità e di veridicità, quasi che chi inveisce e dice parolacce non possa per ciò stesso mentire, molti hanno dimenticato l’uso degli eufemismi, parole create per attenuare o aggirare l’asprezza e la volgarità di alcuni termini. Chi usa eufemismi, infatti, viene percepito come inutilmente affettato, manierato, forse falso e cinico. Insomma, qualcuno di cui non ci si può fidare. Sembra che tutti abbiano fatto proprio, pur non conoscendone la fonte, il detto di George Bernard Shaw: «Tutte le grandi verità cominciano come bestemmie» e, allora, forza con improperi e volgarismi, che se ne guadagna in credibilità e reputazione.

Se gli eufemismi sembrano vivere una vita grama, lo stesso non può dirsi dei disfemismi, quelle parole che piegano termini volgari e dispregiativi a un’accezione ironicamente positiva. È disfemistico, ad esempio, l’uso di “stronzo” rivolto affettuosamente al proprio partner, magari con un angolo delle labbra tirato in su, dopo una battuta cinica. O il “Che cretino!” lanciato dalla ragazza al suo “moroso” dopo che questi le ha fatto una proposta oscena. Sono esempi di disfemismo anche il ‘birbante’ con cui la mamma chiama il bambino, il ‘vecchio’ con cui il figlio chiama il padre, come ci insegna la bella voce dedicata al disfemismo del sito unaparolaalgiorno.it. Naturalmente  i disfemismi possono essere manipolati a fini retorici. Ad esempio, si può insultare con epiteti pesanti il proprio interlocutore e poi, alla reazione alterata di questi, ribattere: «Non te la prendere. Stavo scherzando. Lo sai che ti voglio bene!». Ciò che differenzia la parolaccia tout court dal disfemismo è ovviamente l’intenzione del parlante e questa può sempre venire simulata o dissimulata. Infatti, cogliere la reale intenzione della persona con cui si parla non è sempre facile. Nemmeno quando si pensa di conoscere l’altro bene.

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Sulle Sacre Scritture come libri di educazione morale

In un’epoca di “crisi di valori” come quella in cui vivremmo, non è insolito che ci si richiami a libri “sacri”, come la Bibbia, alla ricerca di principi saldi su cui far affidamento per l’educazione morale dei nostri figli. Il problema è che tutti i libri sacri offrono una quantità di precetti morali estremamente eterogenei, contestuali, contingenti e contraddittori, al punto da suggerire tutto e il contrario di tutto. Prendiamo l’educazione dei bambini. Cosa dice la Bibbia dei bambini e del modo in cui devono essere educati?

La maggioranza dei credenti ha ben presenti alcune frasi del Nuovo Testamento che sembrerebbero suggerire un’alta considerazione dei bambini. Ad esempio:

Marco 10, 13-16: «Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva».

Marco 9, 33-37: «Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

I bambini, dunque, come creature da benedire e amare. Nel Vecchio Testamento, però, si trovano dei versetti di tenore completamente diverso. Eccone alcuni:

In Proverbi 13, 24, è scritto: «Chi risparmia la sua verga odia il suo figliuolo; Ma chi l’ama gli procura correzione per tempo». Da questo proverbio biblico trae legittimazione la pratica di malmenare i figli a scopo pedagogico.

Levitico 26, 29: «Mangerete la carne dei vostri figli, mangerete la carne delle vostre figlie». Un esempio di cannibalismo filiale, non il solo.

Deuteronomio 28, 53: «Durante l’assedio e l’angoscia alla quale ti ridurrà il tuo nemico, mangerai il frutto delle tue viscere, le carni dei tuoi figli e delle tue figlie, che il Signore tuo Dio ti avrà dato».

2Re 6, 28-29: «Il re aggiunse: «Che hai?». Quella rispose: «Questa donna mi ha detto: Dammi tuo figlio; mangiamocelo oggi. Mio figlio ce lo mangeremo domani. Abbiamo cotto mio figlio e ce lo siamo mangiato».

Lamentazioni 2, 20: «Guarda, Signore, e considera; chi mai hai trattato così? Le donne divorano i loro piccoli, i bimbi che si portano in braccio! Sono trucidati nel santuario del Signore sacerdoti e profeti!».

Ezechiele 5, 10: «Perciò in mezzo a te i padri divoreranno i figli e i figli divoreranno i padri».

Sembra poi che il Dio veterotestamentario, nella sua ira, non abbia pietà nemmeno dei bambini.

1Samuele 15, 3: «Va’ dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini».

2Re 8, 12: «A ciò Azael disse: “Perché il mio signore piange?” A ciò egli disse: “Perché so bene che danno farai ai figli d’Israele. Consegnerai al fuoco i loro luoghi fortificati, e ucciderai con la spada i loro uomini scelti, e sfracellerai i loro fanciulli, e sventrerai le loro donne incinte”».

Isaia 57, 5: «Voi, che spasimate fra i terebinti, sotto ogni albero verde, che sacrificate bambini nelle valli, tra i crepacci delle rocce».

Geremia 6, 11: «Io perciò sono pieno dell’ira del Signore, non posso più contenerla. « Riversala sui bambini nella strada, e anche sull’adunanza dei giovani, perché saranno presi insieme uomini e donne, l’anziano e il decrepito».

Geremia 32, 35: «E costruirono le alture di Baal nella valle di Ben-Hinnòn per far passare per il fuoco i loro figli e le loro figlie in onore di Moloch».

La Bibbia non è il solo testo sacro “ostile” ai bambini. Se si legge La Regola di San Benedetto, ad esempio, si può trovare un piccolo capitolo intitolato “Come debbano punirsi i fanciulli di minore età” dove si legge:

«Ad ogni età e ad ogni intelligenza deve corrispondere un trattamento proporzionato. Perciò i fanciulli e i giovinetti, o quelli che non sono capaci d’intendere la portata della scomunica, tutti questi, se commettono delle colpe, siano puniti con gravi digiuni o repressi con severe battiture, perché guariscano».

Punizioni corporali, digiuni, stragi, distruzioni, cannibalismo e crudeltà. Siamo sicuri che i testi sacri siano i più indicati per educare moralmente le persone?

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Gli equivoci del bullismo

Il 22 maggio 2017, il Presidente della Giunta Regionale della Campania, Vincenzo De Luca, promulga la Legge 11 denominata “Disposizioni per la prevenzione ed il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo nella Regione Campania”. A dare una spinta decisiva a un provvedimento salutato con favore da molti, un episodio accaduto pochi mesi prima, quando un ragazzo di 13 anni di Mugnano, in provincia di Napoli, viene malmenato brutalmente da un gruppo di coetanei. L’episodio, definito prontamente di bullismo da parte di media e opinionisti, riceve particolare attenzione in quanto il padre del ragazzo posta la foto del viso tumefatto del figlio sui social, invitando pareri e commenti. Tale gesto gli vale la convocazione di De Luca all’evento della Regione Campania intitolato “Primavera del Welfare” (marzo 2017), dove il Presidente della Regione Campania, dopo aver ascoltato l’uomo, preannuncia un importante provvedimento: «Bullismo e cyberbullismo sono un grande problema e noi stiamo approvando una legge per offrire uno strumento di resistenza e di lotta ai cittadini che subiscono questi problemi».

Quasi nessuno osserva che l’episodio che, sulla scia dell’onda emotiva che lo segue, stimola l’adozione di un importante atto legislativo, in realtà, non ha niente a che fare con il bullismo. La legge  22 maggio 2017, n. 11 nasce, in effetti, da un equivoco. Per rendercene conto basta riflettere sulla definizione di bullismo fornita dallo psicologo Dan Olweus, uno dei primi a iniziare una riflessione sistematica sul concetto. Secondo Olweus, «uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni» (Olweus, D., 2007, Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti Editore, Milano, p. 12). In seguito, Smith e Sharp approfondiscono il concetto, definendolo «un tipo di azione che mira deliberatamente a fare del male o a danneggiare; spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi e perfino anni, ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime. Alla base della maggior parte dei comportamenti sopraffattori c’è un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare » (Sharp, S., Smith, P. K, 1995, Bulli e prepotenti nella scuola. Prevenzione e Tecniche educative, Erickson, Trento). Da queste definizioni, appare che il bullismo è un fenomeno caratterizzato da: 1) asimmetria di potere tra la vittima e il persecutore, con il secondo che appare in posizione di superiorità fisica e/o psicologica rispetto alla prima; 2) intenzione di far del male alla vittima; 3) persistenza nel tempo dell’azione violenta nei confronti dello stesso bersaglio. Il terzo elemento, la persistenza nel tempo, appare particolarmente importante in quanto consente di distinguere il bullismo da altre forme di aggressione e violenza. Purtroppo, come nel caso del ragazzo di Mugnano, media, commentatori, “esperti” e presidenti regionali commettono spesso l’errore di definire “bullismo” qualsiasi episodio di violenza o aggressione compiuto da un gruppo di ragazzi ai danni di altri ragazzi con la conseguenza che i confini del concetto si slabbrano, si dilatano e finiscono con il non significare più niente di preciso. Si può dire, infatti, che oggi il termine “bullismo”, come è comunemente adoperato, significhi tutto e niente, considerato l’abuso che del termine si fa a livello sociale, giornalistico e mediatico, in generale.

Del resto, questo non è l’unico equivoco che mina la comprensione del fenomeno del bullismo. È possibile, a tal proposito, elencare una serie di “tecniche di neutralizzazione” che le persone abitualmente adoperano per screditarne la portata e il significato.

La prima è una frase ripetuta spesso – troppo spesso – e che viene raramente contraddetta: “Sono ragazzi/Sono ragazzate”. La fallacia di questa espressione sta nel fatto che essa rimanda a una concezione “naturale”, “biologica” della violenza adolescenziale per la quale i ragazzi sono aggressivi in quanto tali e la violenza appare una sorte di destino ineluttabile, come se gli esseri umani dovessero necessariamente attraversare una fase violenta prima di divenire uomini maturi. La stessa convinzione sembra frustrare qualsiasi tentativo di responsabilizzare il minore, finendo con l’essere una forma di abdicazione a una educazione consapevole, perché “se i ragazzi sono ragazzi”  non c’è molto da fare. Non è un caso che molti commentatori contemporanei esigano a gran voce un abbassamento dell’età dell’imputabilità, dimenticando che, in Italia, si è imputabili, e quindi ritenuti capaci di intendere e di volere, se si è maggiorenni e non imputabili se si ha un’età inferiore ai 14 anni, mentre dai 14 ai 18 anni l’imputabilità è decisa di caso in caso. Non è vero, dunque, che i minori sono sempre ritenuti incapaci di intendere e di volere dalla legge. In determinati contesti, perfino un quattordicenne può essere perfettamente imputabile. Ma chi vorrebbe un abbassamento dell’età dell’imputabilità sta, in realtà, dichiarando la propria incompetenza e incomprensione nei confronti del fenomeno della violenza minorile, per il quale l’unico rimedio possibile appare la somministrazione di pene più severe. Al contrario, presupporre sempre la responsabilità significa favorirla sul piano sociale e stimolarla sul piano individuale, come ricorda lo scomparso Gaetano De Leo (De Leo, G. e collaboratori, 1981, L’interazione deviante, Giuffrè Editore, Milano, p. 18). Ciò significa che, presupponendo che ragazzi e ragazze sono capaci di responsabilità, si “profetizza” il loro essere responsabili con inevitabili conseguenze positive sia per i minori sia per gli adulti. Purtroppo, facili atteggiamenti indulgenti e assolutori nei confronti dei minori sono ampiamente diffusi e non è difficile sentire genitori che chiamano “creature” i loro figli tredicenni, condannandoli, quasi, a una perenne “immaturità”.  

Un altra fallacia è quella riassumibile nella frase: “Sono cose da ragazzi. Se la devono vedere tra loro”. Anche in questo caso, appare chiara l’abdicazione genitoriale nei confronti delle vicende che coinvolgono i figli e l’impotenza degli adulti a capire, o tentare di capire, un mondo che appare sfuggente, distante, inattingibile. Nello stesso momento in cui dice “Se la devono vedere tra loro”, l’adulto cede il proprio ruolo educativo, addossando al minore la responsabilità del proprio fallimento pedagogico. È incomprensibile come dei minori “se la possano vedere tra loro” in assenza di abilità dialogiche e di coping che, certo, un genitore convinto che il proprio figlio debba cavarsela da solo non può avergli fornito.  

La terza fallacia è quella sintetizzabile nell’espressione “Queste cose rafforzano il carattere”, espressione che restituisce una visione del mondo in base alla quale è la violenza subita che rende forti. Stranamente, questa prospettiva sembra non tener conto del fatto che la violenza arreca soprattutto traumi fisici e psicologici che spesso hanno conseguenze deleterie sull’evoluzione della personalità; conseguenze che possono spingersi fino all’età adulta per poi tradursi, a loro volta, anche se non automaticamente, nella perpetrazione di atti di violenza da parte della vittima diventata “grande”. Una spirale viziosa che si fonda su un malinteso mortale, ancora condiviso, però, da molti genitori. La violenza non rafforza il carattere, lo mortifica, lo deprime, e quella che sembra forza è, il più delle volte, un meccanismo di difesa, un carapace traballante per fronteggiare (male) le asperità del mondo.

Infine, attenzione a non reificare il bullo o tradurre il bullismo in una nuova patologia biologica, psicologica o psichiatrica come sta accadendo con il gioco d’azzardo. Il bullo è tale in quanto inserito all’interno di precise dinamiche psicologiche, sociali e culturali che devono, di volta in volta, essere indagate e comprese. “Bullo” può divenire una etichetta vischiosa e irremovibile che innesca una deleteria profezia che si autoadempie, come tante volte avviene quando si applicano etichette ai comportamenti sociali. Farne una “cosa” inespugnabile significa, poi, ancora una volta, rinunciare a capire e consegnarsi a facili ricette mediche che finiscono con l’avere come risultato la deresponsabilizzazione ulteriore del bullo (“tanto sono malato!”) a tutto scapito della società. Il marchio di “bullo” non è un destino sociale. Non è nemmeno una formula magica. Ma può diventare un modo per rinunciare a capire, per stigmatizzare e costruire barriere insormontabili sulla via della comprensione.

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Persuadere attraverso il turpiloquio

In tempi di campagna elettorale, molti si chiedono: perché candidati scurrili e sboccati vengono eletti? Che cosa induce un elettore a scegliere un candidato nonostante la propensione di quest’ultimo a offendere e dire parolacce? La volgarità è attraente?

Le psicologhe italiane Nicoletta Cavazza e Margherita Guidetti hanno fornito una risposta a questi quesiti in un esperimento recente (2014) descritto in un articolo intitolato “Swearing in Political Discourse. Why Vulgarity Works”. L’esperimento ha coinvolto 110 adulti italiani, compresi tra i 20 e i 68 anni, i quali sono stati invitati a valutare il post di un candidato fittizio (Mario o Maria Gambettini) pubblicato su un blog fittizio in relazione a variabili come la persuasività percepita del testo, l’impressione del candidato, la probabilità di votare per lui o lei,  il linguaggio del candidato.

I risultati hanno dimostrato che un linguaggio sboccato adoperato nel contesto di un discorso politico pubblico, anche se socialmente biasimato, è in grado di condizionare positivamente le intenzioni di voto dei destinatari del messaggio. Questo perché il linguaggio volgare, in determinate situazioni, è percepito come manifestazione di informalità, autenticità e vicinanza, tutti elementi che accreditano la percezione del candidato presso il suo elettorato.

Ciò pone evidentemente un problema. Un candidato consapevole di questi effetti può intenzionalmente e strategicamente adoperare un linguaggio volgare a scopo persuasivo, ingannando il suo elettorato e fornendo una immagine falsa di sé. Paradossalmente, la connotazione positiva che le parolacce hanno oggi in determinati contesti può spingere un manipolatore a esibirne l’uso per raggiungere i suoi scopi truffaldini.

È un settore di studi, questo, che merita senz’altro ulteriori approfondimenti, soprattutto dal punto di vista retorico, sociolinguistico e dello studio della propaganda. Ne parlo nel mio libro Turpia, che dedica un intero paragrafo al turpiloquio come strumento di persuasione.  

Fonte:

Nicoletta Cavazza, Margherita Guidetti. (2014). “Swearing in Political Discourse. Why Vulgarity Works”, Journal of Language and Social Psychology, vol. 33, n. 5, pp. 537-547.

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“In difesa dell’ateismo” di Charles Bradlaugh

È pericoloso avere a che fare con il Diavolo. Nel 1790, un disgraziato di nome André Dubuisson fu rinchiuso nella Bastiglia con l’accusa di averlo evocato. Sotto il regno di Carlo I, il soldato Thomas Browne fu incriminato dal tribunale del Middlesex per aver «perfidamente, diabolicamente e criminalmente stipulato un patto con uno spirito empio e malvagio, in base al quale il medesimo Thomas Browne, entro dieci giorni dalla morte, avrebbe consegnato l’anima al medesimo spirito empio e malvagio» allo scopo di ottenere un reddito netto di £ 2.000 l’anno. Thomas fu giudicato non colpevole. Nel 1682 tre persone furono impiccate a Exeter, e, nel 1712, altre cinque furono impiccate a Northampton per stregoneria e negozio illegale con il diavolo, il quale venne raffigurato come un individuo scuro in volto, di fibra sulfurea, con le corna di un vecchio caprone, gambe da satiro, lunga coda sgradevole e la sconsiderata disponibilità a procacciarsi qualunque individuo, presumibilmente non per denaro. Mi propongo di considerare l’argomento esclusivamente da un punto di vista biblico, essendo il Diavolo cristiano una istituzione biblica. Parlo del Diavolo cristiano perché anche altre religioni hanno i loro Diavoli, e vorrei evitare ogni confusione. Ritengo con franchezza che nessuna delle altre religioni abbia un Diavolo così diabolico come quello dei cristiani.

È questo l’incipit di Qualche parola sul diavolo, uno degli scritti di Charles Bradlaugh, contenuti nell’antologia, appena pubblicata dalla Casa Editrice Diderotiana di Torino, dal titolo In difesa dell’ateismo e altri scritti. Attivista politico inglese, ateo, liberale, fondatore della National Secular Society, editor del «National Reformer», rivista destinata a divenire un vessillo del libero pensiero,  Charles Bradlaugh (1833–1891), finora incredibilmente inedito in Italia, ebbe un ruolo di primo piano nell’ateismo e nel libero pensiero contemporanei. La sua attività di politico, agitatore, attivista, divulgatore, oratore e polemista ne fece uno degli uomini più discussi e controversi in Gran Bretagna alla fine dell’Ottocento. Eletto più volte in Parlamento fu costretto a rinunciare al mandato per il suo rifiuto a giurare sulla Bibbia, allora obbligatorio, sino a che riuscì a far approvare la legge che consente ancora oggi a tutti gli eletti dal popolo di prestare giuramento senza una bibbia in mano. Questo, che può sembrare un comportamento scontato e banale oggi, fino a circa un secolo fa non lo era e fu grazie alle battaglie di Bradlaugh che la politica divenne più laica

In questo libro, da me tradotto e curato, alcune delle più belle orazioni sui temi dell’ateismo e della critica illuminata alla religione di uno dei più grandi pensatori della laicità.

Bonus: l’originale inglese di A Few Words about the Devil, uno dei testi tradotti nell’antologia.

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I propagatori di smentite

Una sottile, vischiosa, invadente strategia retorica sta prendendo sempre più piede tra politici, amministratori, uomini e donne di spettacolo, imprenditori e altre personalità. L’ultimo esempio è quello del candidato per il centrodestra alla Regione Lombardia, Attilio Fontana. Il fatto è noto. Fontana, intervenendo a Radio Padania, afferma: «Dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società deve continuare a esistere o se deve essere cancellata». Il giorno dopo, in risposta alle inevitabili polemiche suscitate da parole tanto sconsiderate, Fontana commenta: «Ho usato un’espressione sbagliata e di questo mi dolgo».

È questa la strategia retorica. Un personaggio pubblico pronuncia parole forti, inaccettabili, assolutamente non condivisibili. Poi, quando l’opinione pubblica reagisce sdegnata alle sue parole, ne attenua la forza , affermando, come Fontana, «Ho usato un’espressione sbagliata e di questo mi dolgo», oppure «Scusate, è stato un lapsus», «Sono stato frainteso», «È stata una provocazione», «La frase è stata estrapolata dal contesto», «È solo propaganda». In questo modo, si ottiene un duplice scopo. Da un lato, si attenua, agli occhi dell’opinione pubblica, il vigore traumatico della frase in questione. Dall’altro, si fa passare un messaggio forte che comunica ai destinatari intenzionali dello stesso – il proprio elettorato, altri personaggi pubblici, referenti del proprio ambito professionale o dello spettacolo – un contenuto  che corrisponde alle reali opinioni del personaggio e che serve a sondare il terreno rispetto alle proprie posizioni, a intercettare ammiccamenti, a coagulare consenso. In questo modo, è come se il personaggio dicesse: «Vedete, questo è quello che penso davvero e che credo sia la verità, ma sono costretto ad attenuare le mie parole per non alienarmi le simpatie dell’opinione pubblica. Voi, però, sapete quello che penso». Si tratta di una ipocrisia calcolata, un “dire e non dire”, un lanciare il sasso e nascondere la mano per lanciarlo meglio. Una tattica becera molto affine al noto meccanismo del “Diffama sempre il tuo nemico. Vedrai che qualcosa resta nella memoria della gente”. Anche in questo caso, qualcosa rimane sempre nella memoria della gente. E quello che rimane non è la smentita o il passo indietro, ma il messaggio originale.

Il risultato è che sta crescendo un popolo di provocatori, diffamatori, propagatori di fake news che scagliano di tutto sul loro uditorio, tanto poi ci si può sempre “scusare”, “schermirsi”, protestare di “essere stati fraintesi”, “accusare gli altri di non aver capito”, denunciare l’immancabile, fraudolento “contesto”. Con la conseguenza che nessuno ha il coraggio di affermare qualcosa senza smentire o ritornare sui propri passi.

È una strategia persuasiva di cui pochi sembrano rendersi conto e che vedremo protagonista nel corso della prossima campagna elettorale. Stiamo attenti a questi “propagatori di smentite”. Diffidiamo delle loro ipocrite ritrattazioni.

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