Sui bambini dimenticati in auto

L’ultima in ordine di tempo è stata Ilaria Naldini di Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo; l’ultimo genitore (per il momento) in Italia a dimenticare la propria figlia in auto. Una dimenticanza fatale che ha causato la morte di Tamara Rossi di appena 16 mesi. Le cronache dicono che, a seguito dell’accaduto, i genitori della bambina hanno dovuto chiudere i loro profili social, essendo diventati bersaglio di incessanti contumelie. Secondo l’opinione corrente, infatti, chi si rende protagonista di un atto del genere, per quanto involontario, è un genitore degenere, che non merita nemmeno la qualifica di essere umano. Un mostro che non ha scusanti. Un aborto della natura. Un essere raccapricciante come pochi. Un pazzo, forse. Non a caso chi biasima episodi del genere tende a pensare che “questo non potrebbe mai accadere a me”.

In realtà, stando ad alcuni dati (un po’ superati, a dire il vero) riportati in un opuscolo del Ministero della Sanità, il fenomeno è tutt’altro che raro. Leggiamo ad esempio:

Negli Stati Uniti muoiono ogni anno in media 36 bambini a causa dell’ipertermia per essere stati lasciati in auto, per un totale di 468 morti negli ultimi 12 anni.

In Francia la Commissione per la sicurezza dei Consumatori ha rilevato che, tra il 2007 e il 2009, ci sono stati 24 casi di ipertermia in bambini rimasti chiusi in macchina, di cui 5 mortali.

Il 54 % dei genitori aveva lasciato intenzionalmente il bambino in auto, per svolgere qualche commissione, sottovalutando il rischio legato a tale comportamento.

Il 46% aveva dimenticato il bambino in automobile recandosi al lavoro o tornando a casa.

Secondo un’altra fonte, in Italia, sono 6 i casi verificati dal 2008 a oggi.

Sono tutti folli o immorali i protagonisti di questi numeri? E se la follia e l’immoralità non fossero una spiegazione valida, come è possibile interpretare questi casi di “morte per ipertermia” come recita la dizione tecnica?

Gli psicologi spiegano questi episodi in termini di “sovraccarico cognitivo”: viviamo in una società che ci sottopone a continui stimoli, pressioni, impegni. Spesso siamo chiamati a fare più cose contemporaneamente – guidare, parlare al telefono, inviare SMS, passare rapidamente dal luogo di lavoro alla palestra, alla scuola – a prendere più decisioni insieme, a trovare soluzioni immediate a richieste subitanee e contestuali. Tutto ciò condiziona il nostro sistema cognitivo che, avendo dei limiti, non riesce a performare al meglio (per usare un brutto calco linguistico). Troppe cose, tutte insieme. È probabile che chi ama coniare etichette definirà un giorno la nostra società la “società della contemporaneità”.

Gli psicologi parlano anche di “amnesia dissociativa”, quando la persona “al momento del fatto era completamente incapace d’intendere e di volere per il verificarsi di una transitoria amnesia dissociativa”, e di “cecità e sordità da disattenzione”, quando un determinato stimolo visivo o sonoro entra nel nostro campo percettivo senza essere elaborato dal cervello. In questo modo, non riusciamo a vedere o sentire uno stimolo che pure è lì davanti a noi. Così chi è convinto di aver trasportato il figlio a scuola, preso da mille altre sollecitazioni, può addirittura vederlo o sentirlo nel retro della macchina, senza vederlo o sentirlo davvero perché, intanto, altri stimoli reclamano la sua attenzione.

Come dice Massimo Blanco, autore di Fondamenti di Neurosociologia, la disattenzione sociale è direttamente legata al nostro stile di vita ed è probabile che, con l’intensificarsi della vita quotidiana simili episodi accadranno con sempre maggiore frequenza, pur rimanendo comunque assolutamente minoritari:

I telefoni cellulari, Internet, i social network, i servizi di messaggistica istantanea, gli iPod, la televisione ecc., influiscono sulle nostre attività cerebrali compromettendo la nostra vita sociale, dal livello interattivo più basso, come una semplice occhiata con un passante per strada, sino ad arrivare alle complesse relazioni sociali come l’accudimento genitoriale, passando per le attività potenzialmente a rischio sicurezza come la guida di un veicolo. Le cause di tutto ciò non sono psichiche ma sociali.

È importante sottolineare la dimensione sociale di eventi del genere, perché la loro eccessiva psicologizzazione corre il rischio di ingenerare una attenzione eccessiva al singolare, all’unico, all’eccezione, al folle, quando, invece, è la forma particolare che ha assunto la vita di tutti noi nell’ultimo secolo a incubare distrazioni del genere. Sicuramente, prendersela con i genitori, inveire contro di loro e chiamarli mostri non serve a nulla, se non ad aggiungere danno a tragedia.

Un’ultima notazione riguarda chi accusa i genitori sbadati di immoralità e cattiveria. Agisce in questo caso un bias mentale particolarmente potente – detto outcome bias, in inglese – per cui l’esito funesto di un evento, come la morte di un bambino, fa scattare nella mente degli osservatori l’idea che a “effetto grande” debba corrispondere una “causa grande” e quindi a una morte debba corrispondere una causa superiore a una semplice distrazione. Di qui l’imputazione di perversità, malvagità, immoralità. In ambito giudiziario, questo bias si palesa in tutta la sua evidenza nei processi per reati colposi quando le conseguenze dannose sono particolarmente gravi: più è grave la conseguenza, più si tenderà ad attribuire al responsabile colpe maggiori. Questo è esattamente quello che succede nel caso dei bambini morti in auto per una dimenticanza.

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Gli immigrati come vittime di reato

Il Naga, associazione di volontariato milanese che si occupa di promuovere e tutelare i diritti dei cittadini stranieri, ha recentemente segnalato il caso di un immigrato irregolare, il quale, aggredito da un ubriaco con una bottiglia di vetro rotta e recatosi in Questura per la denuncia, ha ricevuto il foglio di via perché senza permesso di soggiorno. Questo il commento dell’associazione come riportato da Redattore Sociale:

Se andare al pronto soccorso o al commissariato per fare una denuncia comporta automaticamente l’espulsione, ogni immigrato irregolare eviterà come la peste ospedali, posti di polizia e qualsiasi altro ufficio pubblico. Perché avrà sempre il timore di essere espulso. Ma in questo modo non vengono denunciati i reati (di cui anche chi è senza permesso di soggiorno può essere vittima) né i malati si fanno curare.

Tra maggio e dicembre 2009 ho condotto una ricerca esplorativa, poi pubblicata, su 73 immigrati abitanti nelle province di Caserta e Napoli intervistati allo scopo di esplorare il loro livello di vittimizzazione, la loro percezione della sicurezza, il loro rapporto con le forze dell’ordine e la loro propensione a denunciare. Il lavoro si situa nel più ampio contesto delle ricerche criminologiche sugli immigrati, ma con una variante fondamentale: a differenza di quanto di solito accade, il focus non era sugli immigrati come autori di reato, ma come vittime di reato. Un campo, questo, sul quale ancora oggi c’è molto da indagare.

Una delle aree esplorate è stata quella relativa alla propensione degli immigrati a denunciare i reati subiti. È emerso che la tendenza degli immigrati a sporgere denuncia è piuttosto scarsa. Ciò è dovuto a diverse ragioni. Gli immigrati irregolari preferiscono non rivolgersi alle forze dell’ordine per timore di essere denunciati a loro volta in quanto non in regola con le leggi che disciplinano l’ingresso dei migranti. Di ciò sono consapevoli anche datori di lavoro privi di scrupoli e delinquenti che, infatti, sanno di poter trovare negli immigrati irregolari delle vittime pressoché passive e rassegnate. Anche gli immigrati regolari, però, preferiscono denunciare il meno possibile. Uno dei motivi è che l’eventuale decisione di rivolgersi alla polizia potrebbe ritorcersi contro di loro. Non è infrequente il caso dell’immigrato che, sfruttato sul luogo di lavoro, preferisce non agire per paura di perdere il lavoro e/o di non trovare mai più un lavoro in quanto “spia” e, quindi, persona ritenuta inaffidabile. Senza contare, poi, che perdere un lavoro può voler dire perdere  il permesso di soggiorno e quindi diventare da regolare irregolare.

Un altro motivo è la scarsa conoscenza della legge. Un immigrato vittima di reato, pur desideroso di denunciare il torto subito, può non avere idea di come sporgere denuncia. In alcuni casi, gli intervistati hanno dichiarato di essere stati invitati a desistere dalle loro intenzioni sia da conoscenti e datori di lavoro italiani sia dalle stesse forze dell’ordine. Inoltre, una ragione importante di rinuncia è data dalla credenza che se l’autore del reato è italiano, questi conoscerà tutte le sottigliezze per avere la meglio sull’immigrato o, comunque, possiederà conoscenze che l’immigrato non è in grado di avere e che gli consentiranno di avere la meglio.

Decisiva può essere anche la conoscenza della lingua. Diversi immigrati hanno esplicitamente dichiarato di non essersi rivolti alla polizia o ai carabinieri per timore di non sapersi esprimere.

In alcuni casi, gli intervistati hanno riferito di essere stati minacciati di guai ben peggiori qualora avessero deciso di sporgere denuncia.

Infine, un forte motivo di resistenza, peraltro condiviso con gli italiani, è l’idea che andare dalla polizia non servirebbe a nulla e che il tutto si risolverebbe in una grossa perdita di tempo, se non di denaro. Da aggiungere che molti immigrati ritengono che ogni incontro con le forze dell’ordine sia una potenziale occasione di problemi e, dunque, preferiscono farne a meno.

Riguardo ai reati subiti dagli immigrati, ci troviamo di fronte a un grosso “numero oscuro” su cui sono compiuti pochi studi e che, fondamentalmente, non interessa a nessuno. È questo uno degli ambiti su cui criminologi e sociologi dovrebbero maggiormente indagare, ma temo che fino a quando continuerà a essere un argomento “di basso prestigio” le ricerche continueranno a essere poche.

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Il museo delle jinmenseki

Agli amanti della pareidolia, è obbligatorio segnalare l’esistenza a Chichibu, città giapponese a nord-ovest di Tokyo, di un museo particolare, chiamato Chinsekikan. Questo museo esibisce più di 1.700 pietre che, in maniera assolutamente casuale e senza interventi esterni, somigliano a volti umani.

In giapponese, queste pietre si chiamano jinmenseki e, all’interno del museo, se ne possono trovare alcune davvero sorprendenti che richiamano alla mente personaggi celebri come Gorbaciov, il pesciolino Nemo, Elvis Presley e Donald Trump. L’iniziativa si deve a una idea di Shozo Hayama che, per 50 anni, ha collezionato pietre del genere, riuscendo infine a tradurre questa apparente bizzarria in un museo. Secondo il sito This is Colossal, non sarebbe nemmeno l’unica bizzarria. Chi volesse frequentare il museo, infatti, farebbe meglio a informarsi in anticipo sui giorni di apertura in quanto il museo è noto anche per il fatto di chiudere inaspettatamente per ragioni personali.

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Ancora sul kirpan

In un post precedente, ricordavo come il kirpan, il coltello simbolo religioso per i sikh, sia da tempo al centro di un conflitto culturale in Italia tra autorità istituzionali, che ne negano l’uso in quanto “contrario ai nostri valori”, e comunità di immigrati che ne rivendicano orgogliosamente il significato religioso. Un recente articolo del Corriere della Sera, ci informa che un poliziotto in pensione, Roberto Rossi, di 44 anni, ha inventato un nuovo kirpan, uguale a quello considerato fuori legge, ma di un materiale diverso che non taglia o perfora. Una lama inoffensiva e morbida che si piega come burro. Il pugnale è già stato brevettato e sarà prodotto dalla società PR Distribuzione, non per essere venduto nei negozi, ma per essere dato ai sikh che ne faranno richiesta.

La notizia ci ricorda che uno dei possibili modi di risolvere un conflitto culturale è il compromesso. L’arroccarsi su posizioni irremovibili può portare a una escalation del conflitto e a un aggravamento della contesa. In ultima analisi, si tratta di una mediazione tra simboli e i simboli possono sempre essere manipolati e/o adattati.

Sul tema dei conflitti culturali, rimando ancora al classico da me tradotto Conflitto culturale e crimine, di Thorsten Sellin, recentemente pubblicato dalla casa editrice Besa.

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La sindrome del beduino

Ci si è meravigliati, in occasione della recente finale di Champions’ League (3 giugno) tra Juventus e Real Madrid, vinta dagli spagnoli, di come tante tifoserie di squadre italiane abbiano platealmente tifato per il Real Madrid contro la Juventus, nonostante il Real Madrid sia una squadra “straniera” e avesse, in un turno precedente, eliminato il Napoli, una delle squadre i cui tifosi hanno maggiormente celebrato la vittoria degli spagnoli. Per capire questo fenomeno, non basta richiamare la storica inimicizia tra le tante tifoserie italiane. Può essere utile ricordare invece la cosiddetta “sindrome del beduino”, individuata dal sociologo Paul Harrison nel 1974, una interpretazione del comportamento dei tifosi che si regge su quattro principi di base: (1) l’amico di un amico è un amico; (2) il nemico di un amico è un nemico; (3) il nemico di un nemico è un amico; (4) l’amico di un nemico è un nemico. I principi della sindrome del beduino permettono di spiegare le alleanze temporanee e finalizzate a uno scopo formate dai tifosi del calcio. Ad esempio, tifosi di squadre di club in competizione tra loro, tra cui potrebbe esserci inimicizia in altri contesti, cooperano quando sostengono la squadra che rappresenta la propria nazione. Allo stesso modo, come nel caso della partita Juventus-Real Madrid, la comune inimicizia nei confronti della Juventus, squadra che da sei anni domina il campionato italiano, permette a squadre in competizione, anche acerrima tra loro, di sentirsi accomunate dal medesimo tifo contro (“il nemico di un nemico è un amico”). Si tratta di un modello fluido e rapidamente mutevole di alleanze e fedeltà, che probabilmente, almeno considerando la frequenza e le dimensioni, non ha eguali in nessun altro campo,  nemmeno  quello della politica, dove pure i “beduini” abbondano.

Testo di riferimento: Paul Harrison, “Soccer’s Tribal Wars”, New Society, 1974.

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I Deficientes in Portogallo

Deficientes. È così che in portoghese vengono chiamati i disabili o le persone con disabilità. Attenzione, però, a non cadere vittima dei “falsi amici”, come sono detti in linguistica i termini che, in una lingua, assomigliano a quelli di altre lingue, ma con significato diverso. Deficientes non è un termine offensivo nei confronti dei disabili, almeno non più di quanto lo sia lo stesso “disabili”.

Detto questo, mi ha colpito ciò che ho visto nel corso di un breve, recente viaggio in Portogallo. Nella metro di Lisbona, per due giorni consecutivi, ho incrociato alcune persone cieche che, durante il percorso, servendosi di un bastone da passeggio e stringendo in mano una cassettina in legno ben rifinita e non improvvisata o adattata, chiedevano l’elemosina, ripetendo in continuazione una formula di aiuto monotona. Ciò che mi ha colpito è che nessuno dei questuanti indossava gli occhiali neri che, in Italia, siamo abituati ad associare alla cecità. Anzi, la diversità degli occhi era esibita, quasi ostentata. In secondo luogo, ho riscontrato la sostanziale indifferenza dei viaggiatori al passaggio di queste persone, segno, a mio avviso, della consuetudine di tali apparizioni nella metro portoghese, più che di insensibilità.

Questo incontro mi sollecita alcune domande e riflessioni. Lo status delle persone cieche in Portogallo è diverso da quello che esse hanno in Italia? Certamente, i ciechi sembrano avere una maggiore facilità di circolazione e di accesso ai mezzi di trasporto in Portogallo che da noi. Ma perché proprio i ciechi chiedono l’elemosina? Da noi, questo non succede praticamente mai. Chi chiede l’elemosina in Italia, sul treno o in metropolitana, appartiene ad alcune categorie codificate, così descritte dai viaggiatori: “zingari”, “suonatori” (le due cose possono coincidere), “tossici”, “disoccupati” (o almeno che così si definiscono). Aggiungerei vagamente “altri marginali”. Raramente mi è capitato di vedere disabili. In strada, invece, è più facile vedere persone cieche o mutilate che chiedono denaro. Qual è la spiegazione di questa differenza? E perché i ciechi in Portogallo hanno con sé una cassettina ad hoc per l’elemosina, mentre da noi i questuanti raccolgono le offerte in mano, nelle tasche o in cartoni e simili? È quasi come se il ruolo del questuante in Portogallo fosse più codificato e prevedesse una tecnica di richiesta delle offerte e degli strumenti precisi per la loro raccolta. Ma naturalmente potrei sbagliarmi. Quali sono poi le politiche sociali portoghesi nei confronti dei ciechi? Quello che ho visto è un episodio circoscritto o rimanda a un atteggiamento sociale nei confronti di questa disabilità? Insomma, un mucchio di domande infinite che attendono risposta. Ma una cosa è certa: la disabilità è un fenomeno sociale e, come tale, riceve un trattamento diverso da società a società che varrebbe la pena registrare e documentare.

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È vero che gli stranieri in Italia non vanno in carcere?

È uno dei luoghi comuni più diffusi a proposito degli stranieri e anche uno dei più politicizzati. Nella sua versione più estrema recita: gli immigrati vengono in Italia perché le pene sono più lievi e, in genere, lo Stato è più indulgente nei confronti dei criminali. L’Italia, dunque, come una sorta di bengodi del crimine dove chi è straniero può delinquere a piacimento senza temere le conseguenze delle proprie azioni.

Quanta verità c’è in questa opinione? Stando all’ultimo Rapporto Antigone (XIII) ben poca. Secondo gli ultimi dati disponibili, i stranieri detenuti sono addirittura il 34,1% del totale dei detenuti nelle carceri italiane (56.436). In gran parte sono marocchini, romeni, albanesi e tunisini: non per una particolare propensione criminale dei cittadini di queste nazioni, ma perché sono tra le comunità più presenti sul nostro territorio. La maggior parte dei reati commessi sono contro il patrimonio e la legge sulle droghe a testimonianza che, come recita lo stesso Rapporto Antigone, “la devianza degli stranieri si connota per essere strettamente connessa a fattori economici e alle ridotte possibilità di sostentamento, il che conferma il legame tra situazione di irregolarità e facilità di acceso al circuito penitenziario”. La religione più diffusa tra questi detenuti, contrariamente a un altro stereotipo, non è la musulmana (11,4%), ma la cattolica (54%). Infine, non è vero che i detenuti stranieri a rischio di radicalizzazione terroristica siano numerosissimi: quelli su cui si concentrano i timori (ma ciò non significa che siano tutti terroristi) sono 365, suddivisi in “segnalati” (124), “attenzionati” (76) e “monitorati” (165). Tra questi ultimi ci sono 44 detenuti per reati connessi al terrorismo internazionale. 

I dati del XIII Rapporto Antigone ribadiscono, dunque, una verità di segno opposto rispetto allo stereotipo corrente e già nota agli addetti ai lavori: gli stranieri sono più spesso condannati ed entrano in carcere con più frequenza degli italiani e, a parità di numero di ingressi in carcere, subiscono periodi di detenzione più lunghi. Se esiste, dunque, un doppio binario, non è quello paventato da molti secondo cui gli italiani vanno in carcere, mentre gli stranieri restano fuori. Dall’esame complessivo dei dati, appare una costante penitenziaria che può essere così sintetizzata: gli immigrati, rispetto agli italiani, hanno più probabilità di essere arrestati; gli immigrati arrestati, rispetto agli italiani, hanno più probabilità di essere condannati e detenuti; gli immigrati detenuti, rispetto agli italiani, hanno più probabilità di restare in carcere.

Per questo e altri miti sulla criminalità, rimando a due miei recenti testi: Delitti e 101 falsi miti sulla criminalità.

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Farsi il fegato marcio… per non sapere la lingua

Nella nostra società multiculturale può capitare che, per non conoscere le sottigliezze della lingua italiana, un immigrato possa anche morire. Ce lo raccontano Ivo Quaranta e Mario Ricca in un capitolo del loro libro Malati fuori luogo, dedicato a esplorare come variano e si compongono i saperi sul corpo e sulla malattia nelle diverse culture e come membri di culture diverse possano fraintendersi quando si incontrano e parlano di corpo e malattia.

I due autori narrano la storia, singolare e tragica al tempo stesso, di un immigrato malese, residente in Italia da svariati anni, e che conosce la lingua italiana, almeno nei suoi aspetti principali, al quale un giorno capita di sentirsi male: accusa dolori, si sente estremamente stanco, avverte un senso di oppressione, ha difficoltà respiratorie e altro ancora. Con questi sintomi, arriva al pronto soccorso, dove viene visitato da un medico. Il medico gli chiede dove sia localizzato il male è la risposta è “il fegato”, termine che in malese si dice hati. In malese, però, hati significa anche la sede delle emozioni, l’equivalente del nostro “cuore”. Il personale  sanitario,  intendendo  per “fegato” la ghiandola che produce la bile, esegue una ecografia addominale, che effettivamente rileva un possibile problema digestivo, prescrivendo una cura congruente e dimettendo il sofferente. Poche ore dopo, tuttavia, durante la notte, l’immigrato malese muore d’infarto a causa di una sofferenza cardiaca non diagnosticata per colpa dell’equivoco linguistico e culturale verificatosi  tra  il medico  e  il malato.  Un fraintendimento dall’esito mortale che determina, come dicono gli autori, una “sincope interculturale”.

Equivoci del genere non sono affatto rari e ci dicono che la traduzione letterale delle parole non è sufficiente per costruire ponti comunicativi fra culture: è necessario “riempire” i significati di cultura e saper mediare fra le culture, perché le parole veicolano modi di vedere il mondo e di interpretarlo, che possono essere molto dissimili tra loro. Chi di noi italiani, infatti, scambierebbe il cuore con il fegato come sede delle emozioni? Eppure, ciò che noi diamo per scontato può avere significati diversi in culture diverse. È questa la sfida che discipline affascinanti come l’antropologia medica tentano di affrontare nella nostra epoca. Una sfida destinata a diventare sempre più impegnativa e complessa nella nostra epoca di continui incroci di culture.

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Il kirpan del contendere

È di pochi giorni fa (qui e qui) la notizia del rigetto da parte dei giudici della Cassazione del ricorso di un indiano sikh, condannato nel 2015 a una ammenda di duemila euro dal Tribunale di Mantova, perché il 6 marzo del 2013 era stato fermato a Goito (MN) dalla polizia municipale, mentre usciva di casa armato di un coltello lungo circa venti centimetri. Secondo l’indiano, il coltello (kirpan) è un simbolo religioso e la decisione della Cassazione lede la libertà di religione e di culto di una intera comunità, peraltro non certo nota per la sua propensione criminale. Il condannato ha più volte ripetuto che il kirpan è da considerarsi “un simbolo di resistenza al male, proprio il contrario di quello che sostiene la sentenza”. Secondo la Cassazione, invece, “è essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina”.

Ricordiamo, con la Treccani, che la religione sikh risale al XV secolo e che i sikh «sono monoteisti e credono nella legge del karma e nella reincarnazione. L’ingresso nella comunità avviene mediante una sorta di battesimo. Ogni sikh aggiunge al proprio nome quello di Singh («leone») ed è tenuto a mantenere, oltre al turbante, cinque segni distintivi: capelli e barba non tagliati, un pettine di legno nella chioma, un braccialetto di ferro, un pugnale, pantaloni corti alle ginocchia. Un rito di fratellanza è il pasto rituale comune». Il kirpan, di conseguenza, non è un semplice pugnale, ma un vero e proprio tratto distintivo, carico di valori religiosi e sociali: esso rappresenta l’impegno per il rispetto di sé e per la propria libertà di spirito.

Il caso descritto è un esempio di “conflitto culturale”, un conflitto, cioè, tra norme di culture diverse; una fattispecie di conflitto sempre più frequente che pone seri problemi alle società multiculturali in cui viviamo. La teoria del conflitto culturale è stata di recente al centro delle discussioni intorno ai cosiddetti “reati culturalmente motivati”, definizione con cui si intendono quei comportamenti che, messi in atto da soggetti appartenenti a un gruppo culturale di minoranza, sono considerati reati dall’ordinamento giuridico del gruppo culturale di maggioranza, mentre all’interno del gruppo cui il soggetto appartiene sono accettati come comportamenti normali, o addirittura incoraggiati o imposti. Tutto ciò apre una domanda che rappresenta una delle più importanti e difficili sfide con cui l’attuale società globalizzata deve confrontarsi: comportamenti considerati devianti dal nostro sistema culturale vanno condannati o, piuttosto, per giudicarli occorre collocarli nel sistema culturale cui appartengono? In altri termini, come ci si confronta con le diversità culturali di cui sono portatori gli immigrati e gli stranieri, nel momento in cui queste diversità sono in aperto contrasto con il nostro modello culturale e con la nostra idea di legalità e di società civile?

Una risposta a queste domande viene da un libro da me tradotto, Conflitto culturale e crimine, di Thorsten Sellin, un classico in materia che l’editore Besa ha recentemente pubblicato e che consiglio a tutti gli interessati di leggere. È probabile, infatti, che i “reati culturalmente motivati” acquisteranno sempre più spazio sia nelle cronache giudiziarie sia nella vita quotidiana delle persone e la lettura dell’opera di Sellin ci permette di non trovarci impreparati di fronte a fenomeni del genere.

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Il mito degli “assassini drogati”

Chi sono gli “Assassini”? Da un punto di vista storico, gli Assassini furono una setta ismailita medievale minoritaria, una “eresia interna a un’altra eresia”, come la definisce Bernard Lewis nel fondamentale studio Gli assassini (da cui attingo liberamente molte informazioni qui presenti), una diramazione estremistica del movimento sciita, che a sua volta era una suddivisione dell’Islam sunnita, le cui idee furono condannate sia dai Sunniti che dagli Sciiti. Gli Ismailiti erano una società segreta, con tanto di giuramenti e iniziazioni, nonché una gerarchia di gradi e di conoscenze, i cui segreti erano serbati gelosamente.

Gli Assassini realizzarono una lunga serie di attentati che, secondo una ben pianificata strategia del terrore, colpirono a morte sovrani, principi, generali, governatori e teologi. Per le loro vittime, gli Assassini erano dei criminali fanatici impegnati in una letale cospirazione contro la religione e la società; per gli Ismailiti erano un corpo scelto nella guerra contro i nemici della loro religione. Colpendo oppressori e usurpatori, gli Assassini fornivano la prova estrema della loro fede e della loro lealtà, e si guadagnavano immediatamente la beatitudine eterna. Gli stessi Ismailiti, per indicare colui che commetteva l’assassinio, usavano il termine fidā’ī, che vuol dire grossomodo “devoto”.

Le vittime degli Assassini medioevali furono per lo più governanti dell’Islam e non crociati, come molti ritengono, anche se, nel 1192, i pugnali degli Assassini fecero la loro prima vittima tra i crociati: Corrado di Monferrato, re del regno latino di Gerusalemme. L’arma utilizzata fu quasi sempre il solo pugnale. Non fecero praticamente uso di armi come l’arco, la balestra o il veleno, né tentarono di fuggire né i loro compagni fecero alcun tentativo di salvarli. Al contrario, sopravvivere a una missione era considerato un disonore.

La loro attività omicida fu talmente intensa che “assassino” divenne, già in epoca medievale, un vocabolo comune per indicare l’omicida, in particolare l’omicida che uccide di sorpresa o a tradimento, spinto dal fanatismo o dall’avidità e la cui vittima è un personaggio pubblico. Nel XIII secolo, “assassino” si era già diffuso in Europa nell’accezione di sicario professionista a pagamento. II cronista fiorentino Giovanni Villani, morto nel 1348, narra di come il signore di Lucca mandò “i suoi assassini” a Pisa per uccidere un suo pericoloso avversario. Poco tempo prima, Dante, in un passo del canto XIX dell’Inferno, aveva parlato de “lo perfido assessin”.

Naturalmente, gli Assassini ismailiti non avevano inventato l’assassinio, essendo questo vecchio come il mondo, ma finirono inavvertitamente col dargli il proprio nome. La parola “Assassini” comparve per la prima volta nelle cronache dei crociati e una delle prime descrizioni della setta si trova nel racconto di un inviato mandato in Egitto e in Siria nel 1175 dall’imperatore Federico Barbarossa. Probabilmente, però, la fonte più nota è quella riportata nel Milione di Marco Polo dove leggiamo:

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Del Veglio de la Montagna e come fece il paradiso, e li assessini.

Milice è una contrada ove ’l Veglio de la Montagna solea dimorare anticamente. Or vi conterò l’afare, secondo che messer Marco intese da più uomini.

Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo piú bello giardino e ’l piú grande del mondo. Quivi avea tutti frutti (e) li piú begli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro, a bestie, a uccelli; quivi era condotti: per tale venía acqua a per tale mèle e per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li piú begli del mondo, che meglio sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E perciò ’l fece, perché Malcometto disse che chi andasse in paradiso, avrebbe di belle femine tante quanto volesse, e quivi troverebbe fiumi di latte, di vino e di mèle. E perciò ’l fece simile a quello ch’avea detto Malcometto; e li saracini di quella contrada credeano veramente che quello fosse lo paradiso.

E in questo giardino non intrava se none colui cu’ e’ volea  fare  assesin[o].  A  la  ‘ntrata  del  giardino  ave’  uno castello sí forte, che non temea niuno uomo del mondo. Lo Veglio tenea in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne facea mettere nel giardino a 4, a 10, a 20, egli gli facea dare oppio a bere, e quelli dormía bene 3 dí; e faceali portare nel giardino e là entro gli facea isvegliare.

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Quando li giovani si svegliavano e si trovavano là entro e vedeano tutte queste cose, veramente credeano essere in paradiso. E queste donzelle sempre stavano co loro in canti e in grandi solazzi; e aveano sí quello che voleano, che mai per loro volere non sarebboro partiti da quello giardino. E ’l Veglio tiene bella corte e ricca e fa credere a quegli di quella montagna che cosí sia com’è detto.

E quando elli ne vuole mandare niuno di quegli giovani ine uno luogo, li fa dare beveraggio che dormono, e fagli  recare  fuori  del  giardino  in  su  lo  suo  palagio. Quando coloro si svegliono (e) truovansi quivi, molto si meravigliano, e sono molto tristi, ché si truovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente dinanzi al Veglio, credendo che sia uno grande profeta, inginocchiandosi; e egli dimand[a] onde vegnono. Rispondono: «Del  paradiso»;  e  contagli  tutto  quello  che  vi  truovano entro e ànno grande voglia di tornarvi. E quando lo Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, fa tòrre quello che sia lo piú vigoroso, e fagli uccidire cui egli vuole. E coloro lo fanno volontieri, per ritornare al paradiso; se scampano, ritornano a loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso.

E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno uomo, egli lo prende e dice: «Va’ fà cotale cosa; e questo ti fo perché ti voglio fare tornare al paradiso». E li assesini vanno e fannolo molto volontieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio de la Montagna a cu’elli lo vuole fare; e sí vi dico che piú re li fanno trebuto per quella paura (Marco Polo, Il Milione, a cura di Valeria Bertolucci Pizzorusso, Adelphi, Milano 1975)

Questa descrizione associa la tendenza all’omicidio degli Ismaeliti all’uso di sostanze psicotrope: una associazione rafforzata nel XIX secolo dalle speculazioni dell’islamista Silvestre de Sacy che finirono con il creare una vera e propria mitologia della setta, tutta centrata sull’utilizzo di marijuana. Ecco come Bernard Lewis racconta questa pagina curiosa:

All’inizio del XIX secolo vi fu un ritorno di interesse per  gli Assassini. La Rivoluzione francese e le sue vicende avevano ridestato la curiosità per le cospirazioni e gli omicidi.  Inoltre la spedizione di Napoleone in Egitto e in Siria aveva  portato a nuovi e più stretti contatti con l’Oriente islamico, così da aprire nuove prospettive agli studiosi. Dopo la pubblicazione da parte di alcuni autori minori di opere che tentavano di soddisfare la curiosità popolare, si dedicò all’argomento Silvestre de Sacy, il più grande islamista del tempo, che, il 19 maggio 1809, lesse una memoria all’Institut de France sulla dinastia degli Assassini e sull’etimologia del loro nome.

La relazione di Silvestre de Sacy è una pietra miliare negli studi sugli Assassini: oltre alle scarse fonti orientali utilizzate dai precedenti studiosi egli fu in grado di consultare la ricca collezione di manoscritti arabi della Bibliothèque Nationale di Parigi, collezione che comprendeva molte delle più importanti cronache arabe sulle crociate, cronache sino ad allora sconosciute agli studiosi europei. In ogni modo, l’impiego e l’analisi che de Sacy fece delle fonti a sua disposizione superò di molto i risultati dei suoi predecessori. Senza dubbio la parte più rilevante della relazione fu la soluzione, una volta per tutte, della dibattutissima questione dell’origine del termine «Assassini». Dopo aver esaminato e scartato le varie ipotesi esistenti, de Sacy dimostrò come la parola derivasse dall’arabo hashīsh, e ipotizzò che le varie forme utilizzate nelle cronache sulle crociate – Assassini, Assissini, Heyssisini ecc. – fossero basate sulle forme arabe sinonimiche hashīshī e hashshāsh (da cui i plurali di uso colloquiale hashīshiyyīn e hashshāshīn). A prova di quanto affermato portò vari testi arabi nei quali la setta era chiamata hashīshī, ma non fu in grado di indicarne nessuno in cui fosse utilizzato il nome hashshāsh. Da allora la forma hashīshī  è stata riscontrata in testi rinvenuti in seguito ma, che io sappia, non si è ancora identificato un testo in cui gli Ismailiti siano chiamati hashshāsh. Per queste ragioni una parte della spiegazione di Silvestre de Sacy dovrebbe essere accantonata e si dovrebbero considerare tutte le varianti europee come derivazioni dall’arabo hashīshī e dal suo plurale hashīshiyyīn.

Questa precisazione ripropone il problema, differente da quello dell’etimologia, del significato del termine. Il significato originale di hashīsh in arabo è vegetazione erbacea, più specificatamente erba fatta seccare o foraggio. In seguito venne utilizzato per indicare la canapa indiana, cannabis sativa, i cui effetti narcotici erano noti ai musulmani già nel Medioevo. Hashshāsh è un termine più tardo, che normalmente indica il consumatore di hashish. Silvestre de Sacy non accolse l’idea, poi seguita da molti scrittori, che gli Assassini fossero chiamati in questo modo perché usuali consumatori di droga. Ciononostante spiegò il nome come dovuto all’impiego segreto di hashish da parte dei capi della setta, che se ne sarebbero serviti per dare ai loro emissari un anticipo di quelle delizie paradisiache di cui avrebbero goduto dopo la riuscita della loro missione. De Sacy collegava questa interpretazione con la storia, raccontata da Marco Polo e riscontrata anche in altre fonti sia orientali che occidentali, dei «giardini del paradiso» ove i devoti venivano portati una volta drogati.

Ma, malgrado la sua antica attestazione e la sua diffusione, questa storia è sicuramente falsa. In quei tempi l’uso e gli effetti dell’hashish erano noti e per nulla segreti; l’impiego di droga da parte dei membri della setta non è poi confermato né dagli Ismailiti né dagli autori sunniti degni di fede. Inoltre il nome hashīshī è un termine siriano e, probabilmente, una parola di uso popolare. Presumibilmente fu la storia a derivare dal nome e non il contrario. Delle varie spiegazioni che sono state avanzate, la più probabile è che si trattasse di un’espressione di disprezzo per le strane credenze e per le stravaganti usanze della setta – un termine di derisione per le loro azioni piuttosto che una descrizione delle loro pratiche. Inoltre simili storie possono anche essere servite agli osservatori occidentali per dare una spiegazione razionale a comportamenti altrimenti inspiegabili (Lewis, 1996, pp. 23-25).

Fu  Silvestre de Sacy, dunque, basandosi su ipotesi precedenti, a costruire il mito dell’Assassino mangiatore di hashish, mito che fu adoperato successivamente da proibizionisti e moralisti per dare sostanza alle loro campagne contro la droga e che assunse presto la forma “assassino a causa della droga”. Nel XX secolo, ad esempio, Harry Jacob Anslinger (1892-1975), un funzionario governativo vicino al Partito Democratico, già vicecommissario durante il Proibizionismo, in forze presso il Federal Bureau of Narcotics, che dominò la scena proibizionistica americana dal 23 settembre 1930 al 5 luglio 1962, scrisse in un articolo allarmistico del 1937 “Marijuana. Assassin of Youth”: «Nell’anno 1090, fu fondato in Persia l’ordine religioso e militare degli Assassini che hanno alle spalle una storia di crudeltà, barbarie e omicidi, e per ottime ragioni. I suoi membri erano consumatori abituali di hashish o marijuana, tanto che è dall’arabo hashshashin che deriva la parola inglese assassin» (Anslinger e Ryley Cooper, 1937). Sulla base di questo assunto, Anslinger diede origine a una vera e propria campagna terroristica basata sull’invenzione di storie truculente, spacciate per vere, riferite in innumerevoli occasioni pubbliche e disseminate nella stampa popolare, in cui inevitabilmente qualcuno, sotto l’effetto della droga, finiva con il commettere terribili omicidi o altre azioni cruente. La storia più famosa a dimostrazione degli effetti nefasti della marijuana fu quella di Victor Licata, un giovane di ventuno anni di origine messicana, che a Tampa, in Florida, il 17 ottobre 1933, uccise con una scure entrambi i genitori, i due fratelli e la sorella.

Tutte queste storie attribuivano falsamente alla marijuana un potere criminogeno e contribuirono a creare un clima di esasperato allarme nei confronti degli effetti della droga, che si è col tempo sedimentato nel senso comune finendo con il criminalizzare la sostanza e fare da spalla ad altri luoghi comuni, come quello della teoria del passaggio secondo cui “la cannabis conduce all’eroina e alla cocaina”. Questa criminalizzazione è, in parte, responsabile della difficoltà di ammettere che la marijuana possa avere effetti benefici; difficoltà che, ancora oggi, ostacola la piena accoglienza della sostanza nel novero delle sostanze terapeutiche.

La storia degli Assassini ci insegna che una falsa attribuzione etimologica può causare profondi fraintendimenti nella interpretazione degli effetti di una sostanza e che questa falsa interpretazione può durare anche per secoli, imponendosi al sistema di credenze comune come verità acclamata, a dispetto di ogni smentita.

Sul tema è in uscita un mio libro – a giugno spero – che ricostruisce la genesi di alcune false idee sulla droga e sulla tossicodipendenza. Seguiranno aggiornamenti.

Fonti:

Anslinger H.G. and Ryley Cooper C., 1937, “Marijuana, Assassin of Youth”, The American Magazine, vol. 124, n. 1.

Lewis, B., 1996, Gli assassini, Mondadori, Milano

Polo, M., 1975, Il Milione, a cura di Valeria Bertolucci Pizzorusso, Adelphi, Milano.

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