Imprecare aiuta a essere più persuasivi?

swear_word_xlargePerché politici come Bossi, Salvini e Grillo hanno successo? Una risposta potrebbe essere: perché imprecano. Lo proverebbe una ricerca condotta da Cory R. Scherer e Brad J. Sagarin della Northern Illinois University, intitolata “Indecent influence: The positive effects of obscenity on persuasion”. I due ricercatori hanno mostrato a 88 studenti di psicologia un discorso videoregistrato di cinque minuti relativo alla necessità di abbassare la retta universitaria in un istituto diverso da quello frequentato dai soggetti, argomento di non alta rilevanza per gli studenti. In uno dei video, i ricercatori hanno inserito una parolaccia (damn) o all’inizio (“… abbassare la retta non è solo una grande idea, ma, damn it, anche la più sensata per tutti i soggetti implicati”) o alla fine (“Damn it, penso che abbassare la retta sia una grande idea”) del discorso. Un gruppo di controllo ha visto lo stesso video senza alcuna parolaccia. I risultati hanno rivelato che il discorso con parolacce è risultato più persuasivo di quello senza parolacce ed è stato percepito come più intenso del secondo. Le imprecazioni, inoltre, – altro risultato interessante – non hanno influito sulla credibilità dell’oratore. Questa scoperta mostra che imprecare per dare rilievo a una affermazione può incrementare la persuasività di un argomento. È per questo, forse, che i politici che imprecano sono percepiti come più persuasivi. Naturalmente, i risultati dell’esperimento, come avvertono gli stessi ricercatori, non possono essere generalizzati. Inoltre, un uso eccessivo di parolacce potrebbe avere effetti controproducenti. È probabile però che imprecazioni e oscenità contribuiscano a far percepire il politico come più autentico e vicino al popolo, mentre il linguaggio politico tradizionale viene avvertito come artificioso o ingannevole. Sarà necessario condurre ulteriori ricerche sull’argomento. Nel frattempo, guardiamoci dalla facile persuasività del turpiloquio.

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Chiamarsi Geronimo

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La storiografia più recente ci ha restituito un’immagine molto diversa del grande capo apache Geronimo (1829-1909), il più celebre di tutti i capi indiani del Nord America, che nel nostro immaginario collettivo appare come un nobile guerriero che combatte valorosamente per difendere il suo popolo e la sua terra dall’aggressione dei bianchi, il simbolo più fulgido della resistenza indiana contro la protervia degli americani. Un uomo che trascorse gli ultimi ventitré anni della sua vita prigioniero di guerra degli Stati Uniti e che conobbe l’ignominia di essere esibito, a settantaquattro anni, come preda di guerra e alla stregua di un animale addomesticato presso diverse manifestazioni, spesso manifestazioni che dovevano celebrare la “superiore civiltà” dei bianchi come la Louisiana Purchase Exposition di St. Louis nel 1904.

In realtà, sembra che Geronimo, che morì a 80 anni il 17 febbraio 1909, non fosse un grande capo: per lo più comandò piccoli gruppi di trenta persone al massimo, non conosceva le più elementari tecniche di guerra apache, sapeva essere incredibilmente spietato e cinico, mirava più alla sopravvivenza del proprio gruppo, razziando e depredando, che degli indiani nella loro complessità, aveva una decisa propensione all’alcool, spesso non manteneva le promesse che faceva e ricorreva a qualsiasi espediente, anche meschino, per raggiungere il suo scopo, adattandosi a ogni situazione pur di sopravvivere…

Della sua infanzia si sa poco, se non che apparteneva alla tribù dei chiricahua meridionali stanziati sulla Sierra Madre messicana. Da piccolo gli fu assegnato il nome di Go Khla Yeh, che significa “Colui che sbadiglia”, un nome certamente poco dignitoso per un grande capo indiano, ma sembra che, sin da subito, abbia manifestato coraggio e abilità. La sua vita cambiò radicalmente nel 1858, quando quattrocento soldati messicani massacrarono donne e bambini del suo accampamento, fra cui madre, moglie e figli. La leggenda vuole che tale episodio abbia contribuito anche a cambiare il suo nome. Ecco in che modo nel racconto di Viviano Domenici:

Come voleva il rituale funebre, bruciò la tenda in cui aveva vissuto con la famiglia e ogni altro bene personale, quindi ottenne dal consiglio della tribù l’incarico di cercare alleanze tra gli altri gruppi apache per organizzare una rappresaglia. Fu così che alcuni mesi dopo oltre duecento guerrieri di diverse tribù attaccarono due compagnie di soldati messicani combattendo per un’intera giornata. Lo scontro si concluse con parecchi morti da entrambe le parti, ma alla fine i suoi uomini lo acclamarono “capo di guerra” per il coraggio e l’abilità dimostrati. In quell’occasione il suo nome infantile, Colui che sbadiglia, fu cambiato in Geronimo, perché nel corso della battaglia i soldati messicani avevano gridato più volte il nome di San Girolamo (Hieronymus) – invocato forse nel loro inno di guerra –, che alle orecchie degli apache suonò come Geronimo.

Fu così, dunque, che per un suono forse male interpretato, Geronimo acquistò il suo nome immortale. Secondo lo storico Robert M. Utley, Geronimo è solo l’equivalente spagnolo dell’inglese Jerome. Ma non è priva di fascino l’ipotesi secondo cui il suo nome sarebbe stato… portato dal vento.

Fonti:

Domenici, V., 2015, Uomini nelle gabbie, Il Saggiatore, Milano, cap. 9.

Lucchetti, M. 2014, 1001 curiosità sulla storia che non ti hanno mai raccontato, Newton Compton, Roma.

Utley, R.M., 2014, Geronimo. La leggenda del grande capo apache, Mondadori, Milano.

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Il ritorno della bestemmia

profanityStrano destino quello della bestemmia in Italia in questo inizio di millennio. Nel 1999 il Decreto Legislativo n. 507 del 30 dicembre depenalizzava il relativo reato, previsto dall’articolo 724 del Codice Penale, trasformandolo in illecito amministrativo. Ciò in linea con la tendenza che, nel corso del tempo, ha visto molti comportamenti che per secoli sono stati riprovati come lesivi della morale e della norma divina progressivamente sfuggire al controllo della legge per ricadere in quello della coscienza e della sfera personale. Sulla stessa falsariga, anche il turpiloquio, fino a poco fa reato penale, è stato abrogato. Al tempo stesso, sembra che la bestemmia sia tornata ad acquisire rilevanza in relazione a una serie di contesti sensibili, che tradizionalmente facilitano l’espressione di parolacce e imprecazioni. Mi riferisco al mondo della scuola (oggi rivolgere parolacce a un compagno di classe può configurare una manifestazione di bullismo), al mondo del lavoro (per una parolaccia o bestemmia si può essere accusati di mobbing), al mondo delle relazioni inter-nazionali o inter-etniche (parolacce o bestemmie possono essere percepite come una forma di razzismo) e a quello dello sport.

È del 13 settembre di quest’anno la decisione del giudice sportivo della FIGC Gerardo Mastrandrea di squalificare Rolando Maran, allenatore del Chievo Verona, perché «dopo la segnatura di un gol da parte della squadra avversaria, imprecando senza rivolgersi ad alcuno dei presenti, veniva, tuttavia, chiaramente inquadrato dalle riprese televisive mentre proferiva espressione blasfema, articolata in due locuzioni, individuabili dal labiale senza margini di ragionevole dubbio». Ciò perché il Codice di Giustizia Sportiva della FIGC stabilisce, dal 19 febbraio 2010, all’art. 19, comma 3bis, lett. a che “In caso di utilizzo di espressione blasfema, in occasione o durante la gara, è inflitta: a) ai calciatori e ai tecnici, la sanzione minima della squalifica di una giornata”.

Il caso di Maran non è unico. I primi calciatori a essere sanzionati furono Domenico Di Carlo del Chievo Verona e Davide Lanzafame del Parma seguiti a ruota da tanti altri di Serie A e delle serie inferiori, tra cui Sergio Pellissier (sempre del Chievo Verona), Kakha Kaladze del Milan, Luca Siligardi del Livorno, Salvatore Campilongo, allenatore dell’Empoli.

Come si spiega questa evidente contraddizione? Perché da un lato il Codice Penale (e non solo in Italia) diviene storicamente sempre più tollerante nei confronti della bestemmia, mentre altri Codici di Giustizia creano nuove forme di reato da sanzionare? Eppure, ad esempio nel calcio, non sembra affatto che ci sia un aumento delle bestemmie da parte dei calciatori. Non è credibile, dunque, interpretare queste sanzioni come una punizione nei confronti di un malcostume dilagante. Si tratta, allora di una rinnovata tutela della sensibilità religiosa? Può darsi. A mio parere, questo fenomeno rientra nella tendenza, propria di ogni società, a interpretare fenomeni un tempo percepiti come trascurabili o indifferenti come comportamenti esecrabili e suscettibili di intervento penale in ragione dello spostamento della soglia di tolleranza morale. Mi riferisco a comportamenti quali: maestre che maltrattano bambini all’asilo o alle scuole elementari; dipendenti pubblici che timbrano l’entrata ed escono dall’ufficio o timbrano per altri; il fenomeno dei falsi invalidi; fumare in ufficio e così via. Tutti fenomeni ampiamente tollerati fino a pochi anni fa e oggi etichettati come devianti, intollerabili, “mostruosi”. Come dico nel mio libro Mancini, mongoloidi e altri mostri, ogni società, compresa la nostra, ha bisogno di creare il mostro, lo strano, il diverso per confermare la propria idea di ordine e, essendo stati riassorbiti nell’alveo della normalità una serie di comportamenti prima ritenuti irregolari come l’omosessualità, l’adulterio e la decorazione tatuata, si ha oggi un disperato bisogno di individuare i nuovi mostri su cui scagliare la nostra esecrazione. Penso che ogni sociologo e criminologo dovrebbe occuparsi di questo fenomeno i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Cambia la morale, cambia la legge, cambiano i mostri. Ma ogni società ha bisogno di produrre i suoi mostri per essersi e sentirsi ordinata.

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Trauma e religione

dating-scam-traumaEssendo un ateo dichiarato, sono stato spesso interrogato sul motivo della mia scelta. Nel nostro paese, infatti, gli atei devono giustificarsi per essere tali. Una delle reazioni più frequenti alla mia professata mancanza di religione è riassumibile in quella che definisco “teoria del trauma”. In sostanza, l’interlocutore razionalizza la mia scelta nei termini di un trauma che avrei subito (preferibilmente in tenera età) e che avrebbe “pervertito” la “naturale” inclinazione umana alla religione. I tipi di trauma sono i più vari: la perdita di un genitore, una delusione sentimentale, una sofferenza fisica o morale, una lunga malattia. In questo modo, è come se l’interlocutore credente volesse giustificare la mia “anomalia” (gli atei sono sempre un’anomalia agli occhi di chi crede) con un’altra anomalia (il trauma, appunto) che spiegherebbe il mio ateismo dichiarato. “Se non ci fosse stato il trauma”, ragiona il credente, “crederesti ancora in Dio”. Seguono poi rassicurazioni sulla costante presenza divina nella mia vita e incoraggiamenti a credere. E a nulla valgono le mie rimostranze di non aver subito alcun trauma e di aver vissuto una infanzia serena. Non ci credono. E qualcuno avanza addirittura spiegazioni di tipo freudiano: «Forse, hai subito un trauma e non lo ricordi. Dopo tutto, la mente rimuove le esperienze negative». In questo modo, che lo ammetta o no, un trauma lo avrò sempre subito. Hai voglia di protestare, obiettare, discutere. È tutto inutile.

In questa reazione è implicita una convinzione sulla quale vorrei proporre una riflessione: in sostanza, lo stesso credente che avanza la “teoria del trauma” come spiegazione dell’ateismo obietta che non credere a causa di un trauma “non vale”, nel senso che, se si perde la religione in seguito a un qualche tipo di turbamento, non si è compiuta una vera scelta. Un ateismo di tal fatta – sostiene – è mal riposto perché il trauma ottunde la mente, annebbia il giudizio, impedisce di vedere come stanno davvero le cose; e le cose stanno come dice Dio, ovvero come dice lui, il credente.

Stranamente però, a parti invertite, la “teoria del trauma” sembra essere pienamente legittima. Se, cioè, si acquista la fede in seguito a un trauma – una malattia, un lutto, una delusione di qualsiasi tipo, la morte imminente – la conversione appare del tutto fondata. In questo caso, il giudizio non è annebbiato, la mente non è offuscata. Anzi, è illuminata da Dio che si avvale del trauma per far conoscere al traumatizzato la sua verità. Nel primo caso, il trauma sminuisce le facoltà mentali; nel secondo le rischiara. Nel caso dell’ateismo, il trauma non può legittimamente giustificare l’allontanamento dalla religione (“Non vale, non vale”). Nel caso della conversione religiosa, il trauma si fa strumento della volontà divina. Stessa causa; opposte valutazioni etiche e religiose.

Ho sempre ritenuto sorprendente questa discrepanza valutativa. Ma forse non dovrei. I discorsi della religione, così densi di metafore, simboli e astrazioni, si piegano da sempre a ogni possibile torsione interpretativa e ogni argomento può essere portato a sostegno o discredito di qualsiasi posizione. Dovrei farci il callo, ma non ci riesco. Le torsioni mi fanno male. E poi vuoi vedere che, sotto sotto, un trauma l’ho subito davvero?

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Terroristi pazzi e fanatici?

364f140c00000578-3693227-bad_apple_he_never_prayed_or_attended_a_mosque_and_hit_his_wife_-a-3_1468676011129Casi come quello di Mohamed Lahouaiej Bouhlet, l’attentatore che il 14 luglio 2016 ha ucciso con il suo camion 86 persone e ferito altre 434 sul Promenade des Anglais a Nizza, hanno riproposto uno dei quesiti di più antica data sul terrorismo: se cioè i terroristi, in particolare i terroristi suicidi, siano individui “normali”, seppure fervidamente tesi al proprio obiettivo, o pazzi fanatici.

La biografia di Bouhlet parla, infatti, di un uomo divorziato, con tre figli, già indagato per violenze coniugali, dall’apparenza nervosa e instabile, che si è rivolto in passato a uno psichiatra, secondo il quale il terrorista avrebbe sofferto di disturbi psichiatrici seri, di tipo psicotico e avuto problemi con il suo corpo. Bouhlet sarebbe, dunque, un pazzo che, attraverso l’attentato, ha dato libero sfogo alle sue pulsioni folli?

La maggior parte degli studi in argomento rivela, in realtà, come riporto nel mio 101 falsi miti sulla criminalità, che «i terroristi non sono individui disfunzionali o affetti da patologie, e che il terrorismo è una forma di violenza politicamente motivata perpetrata da persone lucide e razionali che dispongono di validi (anche se non necessariamente condivisibili) motivi». Come si concilia questo dato con casi come quello di Bouhlet? Ce lo dice Marco Lombardi, docente di Sociologia presso l’Università Cattolica di Milano, il quale in un bell’articolo di Francesca Ronchin, pubblicato dal supplemento domenicale del «Corriere della Sera», La Lettura il 4 settembre 2016 (e leggibile qui), segnala una precisa anomalia nel comportamento dell’ISIS: «La forza dell’Isis è quella di richiamare una quantità di profili più ampia rispetto alle organizzazioni del passato dove, dalle Brigate rosse ad Al Qaeda, c’era una selezione che escludeva i “pazzi” in quanto incontrollabili. Isis invece non fa differenze, rivendica qualunque attentato e dà una buona motivazione a tutti, da chi insegue l’avventura a chi è arrabbiato con il mondo, a chi pensa al suicidio e cerca un motivo in più per farlo».

Saremmo, dunque, di fronte a una strategia nuova e inusitata dell’ISIS, una strategia da bricoleur, che mette insieme, in maniera raffazzonata, tutto ciò che può servire alla causa. Potrebbe essere vero. Non cadiamo, però, nel tranello di pensare che se un individuo ha attraversato una fase depressiva nella sua vita o un episodio psicotico, sia necessariamente “pazzo”. La psichiatria ci insegna che i disturbi mentali possono accadere a tutti in vari momenti della vita e solo in alcuni casi si cronicizzano e diventano una caratteristica stabile dell’individuo. Lombardi aggiunge che «Isis starebbe puntando molto sui soggetti mentalmente fragili perché sono i più facili da mobilitare», ma “fragile” non significa “pazzo”. Ricordiamo che l’esecuzione di azioni terroristiche suicide o di altro tipo richiede un forte autocontrollo, lucidità mentale e motivazione coerente, tutte caratteristiche incompatibili con profili psichiatrici di schizofrenia, psicosi e altri gravi disturbi mentali.

Facciamo attenzione, dunque, a usare le parole correttamente, altrimenti potremmo ritrovarci ad etichettare determinate azioni come “folli” solo perché l’esecutore ha messo in atto un comportamento folle.

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L’odore (e la cacca) dell’altro

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Un esempio clamoroso, quanto poco noto, di come la scienza possa essere posta al servizio di una causa ideologica è offerto dall’attività di un medico francese oggi sconosciuto, vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, la cui lezione merita di essere ricordata, se non altro per evitare di ripeterne gli errori. Il nome di questo medico è Edgar Bérillon (1859-1948).

Nato a Saint-Fargeau, in Borgogna, durante l’infanzia Bérillon è traumatizzato dalla disfatta dell’esercito francese ad opera dei prussiani nel 1870 in occasione della guerra franco-prussiana. Studia neurologia e psicologia ed è allievo di Charcot. Nel 1894, sulla scia degli studi sulla degenerazione e criminologici allora di moda, pubblica uno studio intitolato L’Onychophagie et sa fréquence chez les dégénérés (“L’onicofagia e la sua frequenza presso i degenerati”) in cui tenta di dimostrare come l’abitudine di mangiarsi le unghie possa essere ricondotta a una forma di degenerazione. Fervido patriota, nel 1914 decide di mettere a disposizione della Francia il suo sapere medico contro il “nemico di sempre”: la Germania. L’obiettivo è di provare scientificamente l’inferiorità psicologica e fisiologica dei tedeschi. Ne discende una sorta di battaglia ideologica al limite del fanatismo e dagli esiti sorprendenti. Il frutto di questa battaglia è riassunto nelle sue opere più clamorose, La bromidrose fétide des Allemands (“La bromidrosi fetida dei tedeschi”)  e La Polychésie de la race allemande (“La polichessia della razza tedesca”), entrambe del 1915.

Che cosa sostiene Bérillon in questi scritti? Mettendo insieme dati provenienti da fonti diverse, per lo più aneddotiche e di seconda mano, il medico francese asserisce che tedeschi e francesi appartengono a due razze completamente diverse: la razza germanica e quella celtica, di cui la prima è nettamente inferiore alla seconda. Per Bérillon, la differenza tra francesi e tedeschi è superiore perfino a quella tra bianchi e neri. Questo perché i tedeschi sono esseri subumani, degenerati, afflitti da numerose tare. Essi sono grassi e flaccidi, hanno le spalle simili a quelle dei gorilla, rientrano nel tipo linfatico e hanno la tendenza alla proliferazione adiposa. Morfologicamente, i tedeschi sono tendenzialmente dolicocefali (hanno cioè la testa allungata), caratteristica che, a suo avviso, genera una immediata “antipatia” nei loro confronti. I francesi invece sono brachicefali (la larghezza del cranio, cioè, prevale sulla lunghezza), caratteristica che garantisce la democrazia e il rispetto dei diritti umani. I tedeschi, inoltre, hanno lo sguardo obliquo del ladro, orecchie sgraziate e piedi piatti. Una importante differenza è poi nell’urina:

Nei tedeschi il coefficiente urotossico è almeno di un quarto più elevato che nei francesi. Questo significa che, se per uccidere un chilo di cavie sono necessari 45 centimetri cubici di urina francese, lo stesso risultato si otterrà con circa 30 centimetri  cubici di urina tedesca (…). La principale particolarità organica del tedesco attuale è che, non essendo in grado, a causa di una funzione renale già costretta a un superlavoro, di eliminare gli acidi urici, vi aggiunge la regione plantare. Possiamo esprimere questo concetto dicendo che il tedesco urina con i piedi [E. Bérillon, “La bromidrose fétide des Allemands”, Bulletin et mémoires de la Société de médecine de Paris, Paris, 1915, pp. 142-145, cit. in A. Le Guérer, I poteri dell’odore, Bollati Boringhieri, Torino, 2004, p. 41].

Per il tedesco la funzione intestinale è il primum movens del suo essere, ragion per cui ingurgita enormi quantità di alimenti, tra cui cavoli, pomodori, salsicce e crauti. La voracità è una caratteristica innata del tedesco che Bérillon definisce “polifagia”. Il medico francese inventa addirittura una nuova scienza, l’etnochimica, attraverso cui intende dimostrare che certe razze, tra cui ovviamente quella tedesca, sono inferiori ad altre a causa della composizione chimica dei loro corpi: così il fatto che i francesi siano consumatori di pane, mentre i tedeschi sono consumatori di grasso, genera un “ordine chimico” diverso tra le due razze (phosphatide vs carbonatide nella terminologia di Bérillon) a tutto vantaggio, naturalmente, dei francesi.

La polifagia dei tedeschi comporta un sovraccarico della funzione intestinale e una conseguente iperattività escretoria che Bérillon battezza “polichessia” (dal greco: “eccessiva defecazione”) e che definisce come una delle caratteristiche più marcate dei tedeschi. La polichessia, per Bérillon, è la dimostrazione formale dell’inferiorità fisica e psicologica della razza tedesca. Accanto a essa il medico francese, con un  vero colpo di genio, individua un’altra caratteristica: la “bromidrosi fetida” (dal gr. βρῶμος “fetore” e ἱδρώς “sudore”: sudorazione fetida. Si noti, dunque, che “bromidrosi” significa già “sudorazione fetida”), una patologia che renderebbe l’odore dei tedeschi particolarmente sgradevole e la cui causa è attribuita alla polifagia del nemico che costringe la  pelle, soprattutto dei piedi, a funzionare come un terzo rene.  Per questi motivi, secondo Bérillon, la razza tedesca è quella più vicina allo stato animale in quanto gli animali in situazione di pericolo aumentano la produzione delle ghiandole che secernono sostanze maleodoranti. «Sulla base di questi studi, e delle testimonianze dei piloti degli aerei di guerra che sostenevano di essere disturbati da odori nauseabondi mentre sorvolavano le città germaniche, la Société de Médicine di Parigi attribuì in quell’anno ai tedeschi la palma della fetidità. Un primato che venne riconosciuto nonostante l’“odore acido” degli inglesi, quello “rancido”dei neri e quello “di malattia” degli asiatici» (A. Gusman, Antropologia dell’olfatto, Laterza, Roma-Bari, 2004, p. 53).

La somma di tutte le caratteristiche disgustose dei tedeschi individuate da Bérillon serve una funzione eminentemente patriottica e propagandistica: di fronte a un nemico così afflitto da tare e patologie, la vittoria in guerra è assicurata. I francesi, dunque, non devono temere di essere sopraffatti dai tedeschi. Al più devono proteggersi dalla loro ingordigia e dal loro fetore.

Oggi, le tesi di Bérillon sono definite una forma di delirio scientifico-patriottico e del resto caddero nell’oblio poco dopo la fine della Prima guerra mondiale. Ma sono un esempio straordinario di come la scienza e il suo linguaggio possano essere adoperati a fini propagandistici. La propaganda “scientifica”, rivestendosi di una retorica “oggettiva” e “neutra”, trasmette il messaggio che le sue conclusioni non derivano da atteggiamenti soggettivi preconcetti, ma da studi imparziali e incontestabili. L’uso di un linguaggio apparentemente asettico e tendente al neologismo grecizzante avvalora ancora di più le pretese della propaganda: la faziosità e lo sciovinismo si celano dietro l’espressione rigorosa e altisonante. Il nemico è inferiore non in virtù di un afflato patriottico, ma in ragione delle incontrovertibili conclusioni della scienza. Fra l’altro, l’olfatto si presta particolarmente bene a finalità discriminatorie. Sebbene il sudore fetido non dipenda esclusivamente da fattori fisiologici, ma anche sociali, culturali e psicologici (si pensi, al riguardo, all’odore di chi compie lavori manuali rispetto a chi compie lavori “di concetto”; agli standard igienici, che variano da cultura a cultura e da classe sociale a classe sociale; all’importanza di variabili come l’ansia e il panico nella sudorazione del corpo ecc.) negli esseri umani è fortissima la tendenza a “naturalizzare” i dati dell’olfatto, a interpretare, cioè, i cattivi odori come caratteristiche naturali del corpo dell’altro, e a far slittare il giudizio da un piano fisiologico a uno morale e criminale (“Chi è cattivo o criminale puzza”).

Tutto ciò ha contribuito storicamente a “promuovere” l’olfatto a strumento di inferiorizzazione del nemico. Con conseguenze nefaste. Sembra, ad esempio, che, durante la Prima guerra mondiale, alcune spie e alcuni tedeschi travestiti da alsaziani furono identificati e uccisi sulla base di criteri “scientifici” à la Bérillon. Del resto, ricordiamo che il discorso razzista è spesso ricorso all’olfatto per distinguere tra superiore e inferiore: il sociologo tedesco Simmel, all’inizio del XX secolo, faceva notare che l’odore dei neri costituiva una grande barriera alla loro integrazione nella società occidentale; il Nazismo mise a disposizione della propria ideologia l’attività dei medici tedeschi il cui compito fu di dimostrare l’inferiorità assoluta della stirpe ebraica rispetto a quella ariana; inferiorità attestata, secondo i nazisti, anche dal foetor judaicus di medievale memoria. In arabo, il termine jiffa designa l’odore “tipico” dei semiti. I giapponesi chiamano bata kusai (“che puzza di burro”) l’odore del corpo degli Occidentali (Gusman, 2004, cit., pp. 53-55). Infine, ricordiamo che ancora oggi queste discriminazioni sono diffuse nella nostra società: dal pendolare che non si siede nella carrozza ferroviaria per via del “fetore tipico dei neri” (testimonianza personale) ai motivi irriverenti che alcuni tifosi intonano nei confronti dei tifosi avversari (“Senti che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani”).

Insomma, la bromidrosi fetida è un concetto che la scienza non riconosce più da tempo, ma ciò non toglie che l’olfatto non possa essere, oggi come un tempo, strumento di discriminazione.

Testi di riferimento

Bérillon, “La bromidrose fétide des Allemands”, Bulletin et mémoires de la Société de médecine de Paris, Paris, 1915.

Bérillon, La Polychésie de la race allemande, Maloine, Paris, 1915.

Courmon, L’odeur de l’ennemi, 1914-1918, Armand Colin, 2010.

Gusman, Antropologia dell’olfatto, Laterza, Roma-Bari, 2004.

Lefrére, Berche, “Un cas de délire scientico-patriotique: le docteur Edgar Bérillon”, Annales Médico-Psychologiques, Revue Psychiatrique, Elsevier Masson, 2010, vol. 168, n. 9, pp. 707.

Le Guérer, I poteri dell’odore, Bollati Boringhieri, Torino, 2004.

 

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Perché “abominevole”?

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Uomo delle nevi o roccia?

Abbiamo tutti sentito parlare dello Yeti, altrimenti conosciuto come “abominevole uomo delle nevi”, il curioso quanto ineffabile bipede scimmiesco che lascia impronte qua e là tra le nevi dell’Himalaya e che ha fatto credere a tanti che, nel Tibet e nei dintorni, si aggiri un essere misterioso, che sfugge a ogni classificazione animale conosciuta. Dello Yeti si parla almeno dalla metà dell’Ottocento e diversi sono gli esploratori che, da allora, credono di averlo visto o di averne rilevato le tracce. Oggi, quasi più nessuno ne parla nei termini fascinosi di qualche decennio fa e si è propensi a credere che esso non sia altro che un animale di quelle parti, il cui “mistero” è dato esclusivamente dalle cattive condizioni di visibilità che ne hanno sempre caratterizzato l’individuazione. Perfino le poche fotografie che dovrebbero testimoniarne l’esistenza sono ambigue, tanto che chiunque può leggervi ciò che vuole. In tempi relativamente recenti, l’alpinista Reinhold Messner ha riferito, in un suo libro, di ritenere che lo Yeti sia solo un orso bruno delle nevi. Indipendentemente dalla sua identità, è improbabile che esso corrisponda alla creatura leggendaria e fiabesca di cui molti amanti del mistero amano discutere.

Il vero mistero, però, è perché lo Yeti sia definito “abominevole uomo delle nevi”. Se si consulta il vocabolario si nota che “abominevole” vuol dire “meritevole di una infamante condanna sul piano morale”, “esecrabile”. Ora, se è comprensibile che una creatura misteriosa, vagamente scimmiesca, possa suscitare paura, inquietudine o sgomento, non si capisce perché debba essere oggetto di condanna morale. La risposta sta in un clamoroso errore di traduzione.

Il termine “abominevole uomo delle nevi” (Abominable Snowman, in inglese) fu coniato nel 1921, anno in cui il tenente colonnello Charles Howard-Bury condusse una spedizione britannica sul monte Everest, poi descritta nel libro Mount Everest The Reconnaisance, 1921. Qui egli riferì di essersi imbattuto in alcune strane tracce, probabilmente di un lupo grigio, che però gli sherpa che accompagnavano la spedizione attribuivano a quello che essi chiamavano metoh-kangmi, termine composto da metoh (“uomo orso”) e kang-mi (“uomo delle nevi”). Howard-Bury, tuttavia, giudicò l’esistenza dell’essere una favola per incutere timore nei bambini, paragonabile a quella occidentale dell’orco.

Il giornalista Henry Newman intervistò alcuni uomini che avevano partecipato alla spedizione di  Howard-Bury i quali gli riferirono del metoh-kangmi. Ecco come Newman riferisce il suo incontro:

Mi misi a parlare con alcuni facchini e, con mia grande sorpresa e piacere, un altro tibetano, lì presente, mi fornì una descrizione completa di questi uomini selvaggi, dei piedi volti all’indietro che consentivano loro di scalare facilmente le montagne, dei capelli lunghi e arruffati che, quando discendevano, ricadevano sugli occhi… Quando gli chiesi come chiamassero questi uomini, mi rispose metoh-kangmi. Kangmi significa “uomini delle nevi”, mentre tradussi la parola metoh con “abominevole”. Questa storia mi sembrava ben trovata (a joyous creation) e la trasmisi a un paio di quotidiani. Fece subito presa… In seguito, un esperto del Tibet mi disse che non avevo ben afferrato il significato del termine metoh. Non significava tanto “abominevole” quanto “schifoso”, “rivoltante”, come di qualcuno che indossa stracci ripugnanti.

L’espressione “abominevole uomo delle nevi” deriva, dunque, dalla “creatività” traduttiva (o “faciloneria” a seconda dei punti di vista) di un giornalista al quale era stata, comunque, comunicata una traduzione sbagliata del termine metoh (che, come abbiamo visto, non significa neppure “disgustoso”, ma “uomo orso”). Se poi l’espressione ebbe successo fu perché, per una inattesa eufonia, attecchì presso il grosso pubblico.

In conclusione, l’uomo delle nevi non ha mai avuto niente di abominevole. Abominevole, al più, è solo la capacità umana di sbagliare e di perseverare nell’errore solo perché esso appare una joyous creation.

Fonti:

Loxton, D., Prothero, D. R., 2013, Abominable Science! Origins of the Yeti, Nessie, and Other Famous Cryptids, Columbia University Press, New York, pp. 76-77.

Polidoro, M., 2006, Gli enigmi della storia, Edizioni, Piemme, Casale Monferrato (AL), pp. 341-364.

Yeti”, Wikipedia.

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Il mito delle scienze esatte in criminologia

101FalsiMitiCriminalitaIl 24 febbraio 1981, una donna bianca americana di 27 anni viene aggredita in casa da un individuo armato che la stupra dopo averla bendata. La donna, pur avendo solo intravisto brevemente il suo assalitore, identifica in Kirk Odom, fermato dalla polizia, il suo assalitore. L’identificazione è avvalorata dal ritrovamento di frammenti di capelli sulla camicia da notte della vittima che, secondo un “esperto”, combaciano con quelli di Odom. In seguito a tali prove, Odom viene condannato per stupro da una giuria. Dopo aver trascorso 22 anni in carcere e 8 in libertà vigilata (parole), l’analisi del DNA rivela la sua estraneità al crimine.

L’opinione pubblica vuole che le scienze forensi – le scienze hard per eccellenza – siano infallibili per definizione. Del resto, film, telefilm, trasmissioni televisive di vario genere non fanno altro che ribadirlo in ogni momento, tanto che l’inoppugnabilità dei test del DNA, delle impronte digitali, dell’analisi dei capelli ecc. è diventata praticamente luogo comune.

Nel 2010, la National Academy of Sciences degli Stati Uniti pubblica un rapporto intitolato Strengthening Forensic Science in the United States le cui conclusioni sono molto severe nei confronti della validità scientifica di esami come quello dei segni di morsi, degli schizzi di sangue, delle striature sui proiettili, dei già citati test delle impronte digitali e dell’analisi dei capelli. In particolare, il rapporto denuncia l’estrema variabilità in termini di efficienza, personale, certificazione e accreditamento esistente tra le strutture che si occupano di scienze forensi:

«Troppo spesso», continua il rapporto, «esse sono prive di adeguati programmi di istruzione, generalmente non rispettano gli standard obbligatori di qualità basati su ricerche ed esperimenti rigorosi, non posseggono requisiti certificati né seguono programmi di accreditamento» (p. 14). Inoltre, «tranne che per l’analisi del DNA […], nessun metodo forense si è dimostrato rigorosamente in grado di individuare, in maniera coerente e con un elevato livello di sicurezza, un rapporto tra le prove e un dato individuo o fonte» (p. 7).

Le conclusioni del rapporto americano sono sconcertanti: come è possibile che le prove “scientifiche” di cui Criminal Minds e CSI vantano continuamente l’infallibilità siano invece fallibili? La scienza non è, di per sé, rigorosamente esatta?

Ho affrontato questo e altri temi nel mio ultimo libro 101 falsi miti sulla criminalità al quale vi rimando per saperne di più.

Buona lettura.

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Non siamo tutti WEIRD!

weirdos

E se i risultati ottenuti dalle scienze del comportamento, in generale, e dalla psicologia in particolare, e sui quali basiamo oggi la conoscenza della mente e del comportamento umani, fossero clamorosamente parziali o errati? Se lo sono chiesto nel 2010, tre studiosi Henrich, Heine e Norenzayan, in un articolo intitolato “The weirdest people in the world?” pubblicato per il Behavioral and Brain Sciences. Perché tanto pessimismo? Semplice. Ciò che sappiamo in psicologia dipende, per la maggior parte, da esperimenti condotti su soggetti WEIRD, acronimo che sta per Western, Educated, Industrialised, Rich and Democratic (ma weird significa propriamente “strano”, “bizzarro”, “strambo”), vale a dire su soggetti (per lo più studenti universitari) Occidentali, Istruiti, Ricchi e provenienti da nazioni Occidentali e Industrializzate. Ad esempio, fanno notare gli autori, tra il 2003 e il 2007, ben il 96% dei soggetti volontari sui quali sono stati condotti i più importanti esperimenti in psicologia sono stati WEIRD e, addirittura, nel 68% delle riviste che hanno ospitato articoli di psicologia si trovano esclusivamente soggetti WEIRD di nazionalità americana.

L’assunto di fondo di tutti questi esperimenti è che i risultati siano generalizzabili alla popolazione di tutto il mondo, ma questo è un grave errore. La “tribù” dei WEIRD, affermano Henrich, Heine e Norenzayan, presenta delle caratteristiche talmente peculiari che non è possibile dare per scontato che le loro prestazioni siano rappresentative di ogni “tribù” umana. Infatti, gli American Undergraduates esibiscono peculiarità comportamentali in campi come la percezione visiva, il senso di equità, la cooperazione, il ragionamento spaziale, la categorizzazione, il ragionamento morale, gli stili di ragionamento e altri ancora. Ad esempio, il ragionamento morale dei WEIRD è governato da principi astratti, come le nozioni di “giustizia” e di “diritti”, che non si trovano presso altri popoli o sono categorizzate in maniera diversa. I risultati ottenuti dagli esperimenti condotti sulla percezione visiva sono condizionati dal fatto che i WEIRD si trovano a vivere in ambienti dominati da linee e angoli retti. I WEIRD parlano una lingua “egocentrica” in cui la posizione degli oggetti è di solito calcolata in base alla distanza che essi hanno rispetto a chi parla (“La bicicletta è a cinque metri da me”) piuttosto che a punti di riferimento allocentrici (“La bicicletta è vicina all’albero”). Il fatto, poi, che i WEIRD vivano in un’epoca caratterizzata da individualismo e narcisismo condiziona pesantemente gli esperimenti condotti sulla cooperazione e sull’altruismo: le teorie sulla cooperazione e sull’altruismo sviluppate nell’ultimo secolo, in altre parole, sono scarsamente generalizzabili al resto del mondo. Si pensi, infine, agli esperimenti condotti su sentimenti morali come la vergogna, che presenta fenomenologie estremamente variegate nel mondo e spesso molto distanti da quella presente nei paesi occidentali.

Un modo per ovviare a tali inconvenienti sarebbe quello di utilizzare soggetti non WEIRD e confrontare le loro prestazioni con quelle ottenute dai WEIRD. Ma ciò non è affatto facile: questioni di convenienza, comodità, budget per la ricerca e altre ancora rendono questa opzione quasi sempre impraticabile. L’importante, allora, è essere consapevoli che, se si conducono esperimenti di psicologia su un campione di soggetti WEIRD, i risultati non possono essere placidamente generalizzati al resto del mondo, ma, al più, alla popolazione dei WEIRD. Forse dovremmo abbandonare l’aspettativa illuministica che siamo tutti uguali e che ciò che vale per un essere umano vale per tutti gli altri. O almeno essere meno enfatici nel presentare le conclusioni degli esperimenti condotti nei nostri laboratori WEIRD. Dopotutto, si diceva un tempo, il mondo è bello (non minaccioso) perché è vario (o weird).

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Pubblicato in Sociologia | Lascia un commento

La blasfemia negli Stati Uniti

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Fino a poco tempo fa in Italia, turpiloquio e bestemmia erano comportamenti criminali, sanzionati da norme del codice penale: solo recentemente il primo è stato abrogato, e la seconda è stata depenalizzata in linea con una tendenza che, nel corso del tempo, ha visto il turpiloquio e la bestemmia subire sanzioni sempre più amministrative e informali.

Non molti sanno, però, che turpiloquio e bestemmia continuano a essere sanzionati penalmente in alcune parti del mondo occidentale, compresi gli Stati Uniti, paese in cui, ad oggi, ben sette stati ritengono la profanity un crimine degno del carcere. Tra questi vi è il Massachusetts che prevede, tra i “reati contro la castità, la moralità, la decenza e l’ordine pubblico” anche quello di “blasfemia”. Ecco come recita il relativo articolo, che risale addirittura al 1697:

Chiunque volutamente bestemmi il sacro nome di Dio, negando, maledicendo o ingiuriando Dio, la sua creazione, il suo governo o il giudizio finale sul mondo, o maledicendo o ingiuriando Gesù Cristo o lo Spirito Santo, o maledicendo o ingiuriando o disprezzando o ridicolizzando il sacro verbo di Dio contenuto nelle sacre scritture sarà punito con la carcerazione non superiore a un anno o con una multa non superiore a trecento dollari, e potrà anche essere obbligato a tenere buona condotta.

Sebbene l’ultima condanna per blasfemia negli Stati Uniti risalga al 1928, colpisce il fatto che un paese occidentale contempli ancora una norma così formalmente severa sulla blasfemia. Al confronto anche l’Italia ci fa una bella figura!

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