Chi tira i fili del calcio?

È capitato praticamente a tutti. Improvvisamente l’auto non parte e diciamo: «Non vuole partire». Oppure, il computer si spegne improvvisamente e commentiamo stizziti: «Mi è morto» o «Perché mi fai questo?». Sappiamo che abbiamo di fronte delle macchine, ma non riusciamo a evitare di trattarle come se fossero esseri viventi con desideri e intenzioni. Soprattutto quando siamo in una situazione caratterizzata da alta emotività o siamo sotto pressione. Questo atteggiamento si chiama in psicologia pregiudizio di intenzionalità, un bias della mente per cui tendiamo a pensare che ciò che accade nel mondo accade perché qualcuno ha voluto farlo accadere.

Questo bias è particolarmente diffuso nei bambini. Come insegnava Piaget, i bambini tendono a pensare che il sole sorge per svegliarci, che la luna è lì per darci la luce di notte e che lo spigolo del tavolo è cattivo perché li ha colpiti intenzionalmente. I bambini scambiano abitualmente incidenti e azioni involontarie per atti deliberati.

Studi come quello della psicologa Evelyn Rosset, It’s No Accident: Our Bias for Intentional Explanations, hanno dimostrato, però, che gli adulti non superano mai del tutto il pregiudizio di intenzionalità dell’infanzia. In altre parole, gli adulti hanno la forte inclinazione a scovare intenzioni anche lì dove non ci sono. Anzi, l’abitudine di giudicare un fatto come intenzionale è per noi automatica e non richiede  alcuno sforzo. Alla mente, lo sforzo è richiesto per andare oltre tale giudizio. Soprattutto, se siamo stressati o soggetti a emozioni forti.  Ad esempio, se ci scontriamo in strada con un nostro simile, la tentazione di pensare che l’abbia fatto apposta è irresistibile. Se un conoscente non ricambia il nostro saluto, la prima ipotesi è quasi sempre che non abbia voluto salutarci piuttosto che non ci abbia visto, era distratto ecc. Se qualcuno fa qualcosa che ci urta, è perché, deduciamo, lo ha fatto di proposito.

Questo pregiudizio, nel caso del tifo calcistico, ha conseguenze inquietanti e drammatiche. Se un arbitro sbaglia a favore di una squadra, è perché, agli occhi dei tifosi della squadra “danneggiata”, ha “voluto” sbagliare. Ugualmente, se ammonisce un calciatore di una squadra che risulterà squalificato nella gara successiva, è perché “ha voluto” avvantaggiare un’altra squadra. Se un giocatore stringe la mano all’arbitro durante la partita è perché, sotto sotto, tra i due c’è un qualche accordo segreto e irripetibile e così via. In casi estremi, qualsiasi cosa accada su un campo di calcio può essere interpretato secondo una volontà contraria agli obiettivi della propria squadra e favorevole alla squadra avversaria, secondo una prospettiva addirittura paranoica.

Insomma, per un tifoso acceso niente è casuale. Tutto è intenzionale. Il problema più grande però è che anche se gli parlate di pregiudizio di intenzionalità non si lascerà mai convincere. Anzi, magari anche voi siete in combutta con il “Palazzo”…

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Gli inganni della memoria del testimone

La psicologia della testimonianza insiste ormai da tempo sul fatto che la memoria non riproduce la realtà come una fotografia, ma la costruisce, la modifica, ne manipola i contenuti, producendo di ogni evento una versione soggettiva. Talvolta, la memoria inventa: crede di ricordare fatti che non sono accaduti o che sono accaduti ma in modo diverso.

La psicologa americana Elizabeth Loftus è nota per aver impiantato in alcuni individui, nel corso di vari esperimenti, il ricordo di avvenimenti mai accaduti all’età di cinque anni: ad esempio, lo smarrimento in un centro commerciale o in un grande magazzino. Sotto ipnosi, molte persone hanno creduto di ricordare esperienze del proprio passato mai avvenute, a volte anche tremende, come essere stati abusati da piccoli o aver partecipato a riti satanici.

Tutto ciò emerge anche in racconti aneddotici di psicologi e scrittori.

Fino all’età di 15 anni, ad esempio, il giovane Jean Piaget fu convinto di aver subito un tentativo di rapimento quando aveva due anni ed era a spasso con la babysitter. Era talmente convinto, che quando la babysitter confessò alla famiglia che per tredici anni aveva mentito sull’episodio, forse per nascondere una sua disattenzione o una scappatella con il fidanzato, non riusciva proprio a crederci. Ecco come lui stesso racconta l’episodio: «Ero nel passeggino, e stavo andando con la tata verso gli Champs Elysées, quando un uomo tentò di rapirmi. Fui trattenuto dalla cinghia che mi teneva fermo, mentre la tata tentava coraggiosamente di mettersi fra me e il rapitore. Si procurò parecchi graffi. Riesco ancora a vedere vagamente i segni sul suo viso. Intorno a noi si radunò una folla di persone, arrivò un poliziotto con un mantello corto e un manganello bianco e l’uomo scappò. Riesco ancora a vedere l’intera scena, e riesco addirittura a individuare dove è accaduto, vicino alla stazione della metropolitana» (cit. in Vannucci M. 2008. Quando la memoria ci inganna. Roma: Carocci, p. 82).

Lo scrittore E.O. Chirovici, nel suo ultimo romanzo, Il libro degli specchi (Longanesi, Milano, 2017), racconto sofisticato a base di inganni e invenzioni della memoria, afferma di aver tratto l’idea della storia da un fatto accadutogli realmente:

L’idea del Libro degli specchi è germogliata tre anni fa, durante una chiacchierata con mia madre e mio fratello maggiore, che erano venuti a trovarmi a Reading, dove risiedevo all’epoca. Gli raccontai che ricordavo che il funerale di un calciatore, morto molto giovane in un incidente stradale quando io ero piccolo. Loro mi dissero che all’epoca ero praticamente un infante, era impossibile che mi avessero portato al funerale con loro. Ma io insistei, dicendo che ricordavo perfino che la bara era aperta e che c’era un pallone da calcio posato sul petto del povero ragazzo. Sì, quel particolare era vero, mi dissero, ma probabilmente me lor ricordavo perché ne avevano parlato loro, o mio padre, dopo essere andati al funerale. “Ma di certo tu non c’eri con noi quel giorno”, disse sicura mia madre (p. 329).

Per molto tempo, anch’io sono stato convinto di essermi rotto il braccio da bambino. Nella memoria, mi vedevo sdraiato su un letto con il braccio ingessato, nemmeno tanto sofferente. Dopo molti anni, mia madre mi ha rivelato che non mi ero mai rotto un braccio da piccolo; cosa che invece era successa ad altri.

Ognuno di noi probabilmente ha ricordi del genere. Ciò dimostra quanto sia peculiare la nostra memoria. Ecco perché ogni testimonianza deve essere presa cum grano salis.

Per saperne di più sugli errori dei testimoni, rimando al mio Delitti, recentemente uscito per le edizioni C1V.

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Non si striscia il badge!

Lavorando in una pubblica amministrazione, so che, come in qualsiasi contesto lavorativo, i dipendenti pubblici tendono a utilizzare un linguaggio proprio, quasi gergale, in cui compaiono termini come “faldone”, “decreto”, “circolare”, “stringa contabile” ecc. Questo linguaggio è talvolta incomprensibile ai non iniziati. Non a caso, diversi decenni fa, Italo Calvino descriveva il linguaggio burocratico come “antilingua”. Parte di questo vocabolario speciale è costituito, sempre più, da parole provenienti dalla lingua inglese.

Una di queste, forse la più usata, è sicuramente badge, se non altro perché il primo gesto compiuto dal dipendente pubblico (ma ciò vale anche per quello privato) al momento di fare il suo ingresso nel luogo di lavoro è “strisciare il badge”. Il badge è naturalmente quello che una volta si chiamava “cartellino marcatempo”. Il problema è che badge, in inglese, significa altro. Significa “distintivo”, “targhetta di riconoscimento”, “cartellino di identificazione”, “tesserino”, ma non “cartellino marcatempo”. Quello che in italiano chiamiamo badge in inglese si dice card o clocking-in card; timecard in americano. E “passare/strisciare il badge” si dice to swipe a card.

Sarebbe interessante fare uno studio sull’uso e sull’abuso della lingua inglese nella pubblica amministrazione. Per il momento, basterebbe che i dipendenti pubblici non usassero più la parola badge. Ma immagino che ormai l’uso sia talmente invalso da essere insostituibile. A meno che un decreto…

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Diffidate dei testimoni oculari!

Nel campo degli esperimenti sulle testimonianze in occasione di crimini, gli studi di Elizabeth Loftus sono arcinoti. Alcuni, in particolare, sono da ricordare perché dimostrano come perfino le stime della durata dei crimini sono suscettibili di imprecisione. In un esperimento, ad esempio, degli studenti di un campus universitario osservarono una finta aggressione della durata di 34 secondi. Quando venne loro chiesto, in seguito, di stimare la durata del crimine il giudizio medio si aggirava sugli 81 secondi, una sovrastima vicina al 250 per cento! In un’altra serie di esperimenti, ad alcune persone fu chiesto di guardare un breve video di una rapina di banca e, 48 ore più tardi, di stimare la durata della cassetta. Si scoprì che, in media, gli osservatori descrivevano la cassetta di 30 secondi come se fosse durata 150 secondi, un errore dell’ordine del 500 per cento!

Se pensate che questi siano episodi isolati e trascurabili, siete in errore. La storia delle testimonianze oculari è piena di esempi del genere. Questo non significa che le testimonianze siano sempre inattendibili, ma che devono essere valutate sempre in maniera critica senza cedere passivamente al detto “L’ho visto con i miei occhi”. Anche perchè gli occhi (e le orecchie) sono estremamente fallibili.

Se volete sapere di più sulla fallibilità della testimonianza umana, rimando al mio Delitti che offre un intero capitolo dedicato all’argomento.

La fonte dei miei esempi è: Levine, R., 1998, Una geografia del tempo, Giovanni Fioriti Editore, Roma.

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Droga ed errori mentali

Una delle fallacie più diffuse tra quanti parlano e ragionano di criminalità è la cosiddetta Pestilence Fallacy, lidea che all’origine di un male non possano esservi che altri mali e dunque che le principali cause della criminalità siano l’analfabetismo, la miseria, la disoccupazione, le disuguaglianze sociali. Questo tipo di fallacia è particolarmente virulento nei ragionamenti riguardanti il motivo per cui le persone assumono droghe. Il sociologo americano Alfred R. Lindesmith, uno dei primi ad applicare una prospettiva sociologica alla tossicodipendenza, offre al riguardo una descrizione esemplare, tratta dal suo libro Addiction and Opiates, di quella che definisce la Fallacia del “male che causa il male”. Vi propongo il brano in una traduzione inedita perché ritengo che faccia piazza pulita di molti luoghi comuni sulla tossicodipendenza e sui tossicodipendenti in una epoca come la nostra dominata dall’imperativo ideologico delle politiche proibizioniste:

Si dà comunemente per scontato che qualsiasi cosa incoraggi o faciliti il consumo di droghe che causano dipendenza sia ipso facto un male al pari dello stesso consumo di droga. Questa opinione favorisce l’idea secondo cui la sofferenza umana, le anomalie della personalità, gli insuccessi ripetuti, le condizioni di vita nei quartieri degradati, la provenienza da famiglie disgregate e molti altri simili fattori negativi contribuiscano a o “causino” la dipendenza. Tratti di personalità come un atteggiamento spensierato, la propensione a sperimentare o il desiderio di nuove esperienze e piaceri, sono frequentemente citati come tipici della personalità incline alla dipendenza e come anomalie del carattere o della personalità. Ma gli stessi tratti sono spesso ammirati anche in chi non fa uso di droghe. L’attitudine sperimentale che induce alcuni giovani a provare l’LSD, la marijuana e altre droghe motiva anche a diventare scienziati, artisti creativi, riformatori o innovatori. In genere, se un ricco uomo d’affari esibisce un atteggiamento spensierato e mostra interesse per nuove esperienze viene elogiato. La ricerca del piacere, anche tramite sostanze chimiche, è un diffuso passatempo nazionale, come indicano le statistiche sul consumo di alcol.

Un altro esempio simile è dato da coloro che, con il senno di poi, rimproverano i consumatori di droga che hanno sviluppato una dipendenza per la loro propensione a violare la legge e a correre rischi. Questa propensione è inoltre interpretata come un’anomalia della personalità o del carattere. Tuttavia, la propensione al rischio è diffusa in gran parte della popolazione ed è un aspetto pervasivo dell’esistenza. È riscontrabile, ad esempio, in politica, negli affari internazionali, nel matrimonio, nella conduzione di operazioni commerciali e finanziarie, nell’esplorazione, nell’alpinismo, negli sport, nella guida di automobili e aerei e in decine di altre attività e occupazioni. Gli individui che corrono dei rischi, e magari si divertono, spesso diventano eroi, se sopravvivono. D’altra parte, milioni di persone sembrano accettare i rischi che si associano ad attività come fumare tabacco o bere alcolici. Anche la propensione a violare la legge non è del tutto negativa, dal momento che, nel passato, ha spesso avuto come conseguenza innovazione e progresso.

L’opinione secondo cui “il male causa il male”, inducendo subdolamente le persone a fraintendere i tratti, i sentimenti, l’aspetto, le azioni e le motivazioni dei tossicomani, fa sì che esse considerino i consumatori di droga come una razza distinta dalla gente normale. Lo stesso atteggiamento si ha nei confronti di criminali e detenuti. Ecco perché, forse, una delle reazioni più comuni del cittadino medio che visita per la prima volta un penitenziario o un luogo come Synanon, dove è possibile vedere e parlare con i tossicomani, è di sorpresa. Qui egli scopre, infatti, che detenuti e tossicomani sono molto simili alle altre persone e, come le altre persone, ognuno è diverso dagli altri. Qualsiasi debolezza, difetto o fragilità caratteriale o di personalità potrà osservare in loro non ne sarà troppo sorpreso né sconvolto perché ne avrà già conoscenza, o in quanto li condivide egli stesso o in quanto li ha osservati in amici e conoscenti.

Le nostre rappresentazioni della tossicodipendenza sono dominate dagli stereotipi del “tossico ciondolante” e dalle immagini nefaste di film come Noi delle zoo di Berlino che inculcano nella nostra mente una percezione asfittica di una condizione – quella di chi fa uso di droghe – che assume invece configurazioni diversissime, addirittura, in molti casi, compatibili con una vita “normale” e “tranquilla”. Quanti poi ragionano sul fatto, come fa Lindesmith, che le motivazioni ad assumere droghe possono coincidere con quelle che governano le nostre normali scelte quotidiane? Insomma, la fenomenologia della tossicodipendenza è molto più variegata di quanto l’attuale verbo proibizionista lasci trapelare.

Sull’argomento spero di pubblicare presto qualcosa. Nel frattempo, sulla Pestilence Fallacy, rimando al mio ultimo libro Delitti che affronta anche altre fallacie della criminologia quotidiana.

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21 anni in carcere per una consonante sbagliata

Angelo Massaro

Agghiacciante la storia del 51enne Angelo Massaro di Fragagnano, in provincia di Taranto, che ha trascorso quasi 21 anni in carcere per un omicidio mai commesso, quello di Lorenzo Fersurella, risalente all’ottobre del 1995. Dal 15 maggio 1996, Angelo Massaro è stato da innocente nelle carceri  di Foggia, Carinola (CE), Taranto, Melfi e Catanzaro e, solo dopo un quinto di secolo, ha visto riconosciuta la propria estraneità ai fatti, quando la Corte d’appello di Catanzaro lo ha assolto “per non aver commesso il fatto”, dopo che la Corte di Cassazione aveva accolto la richiesta di revisione del processo.

Massaro, già assolto nel 2011 per non aver commesso il fatto dall’accusa di omicidio di Fernando Panico, un corriere della droga ucciso nel marzo del 1991, era stato condannato a 30 anni per l’omicidio di Fersurella sulla base della dichiarazione di un collaboratore di giustizia che sosteneva di aver appreso da altri del presunto coinvolgimento dell’uomo nel delitto. Il suo avvocato, Salvatore Maggio, è riuscito a dimostrare che Massaro si trovava in una località diversa da quella in cui era scomparsa la vittima – si trovava al Sert di Manduria e non a Fragagnano – e che le testimonianze che lo avevano condannato erano fallaci.

A contribuire alla condanna di Massaro, però, non è stata solo una testimonianza, poi rilevatasi non affidabile, ma anche una incredibile intercettazione telefonica in cui lo stesso Massaro, poco dopo l’omicidio di Fersurella, è stato sorpreso in colloquio con la moglie. Nell’intercettazione, Massaro diceva di essere impegnato nel trasporto di un muers, termine dialettale pugliese per indicare qualcosa di ingombrante: più precisamente le sue parole erano state: «Tengo stu muers». Gli inquirenti, però, hanno male interpretato il termine muers e hanno creduto che Massaro stesse parlando di un muert, cioè di un “morto”, ricavando dal brano di conversazione l’impressione di una confessione indiretta del delitto.

Una consonante fraintesa ha, dunque, contribuito alla condanna di un uomo innocente. Angelo Massaro è sposato con Patrizia e ha due figli, Antonio e Raffaele, ormai grandi e che non ha mai visto crescere. È probabile che maledirà quella consonante sbagliata per il resto della sua vita.

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Una tecnica sociologica in criminologia clinica

Finalmente uscito in Italia, per i tipi della Homeless Book, Una tecnica sociologica in criminologia clinica di Saul Alinsky.

Organizzatore di comunità, agitatore, populista urbano, radicale, ribelle, visionario, nemico della legge e dell’ordine, minaccia sovversiva. Ma anche sociologo e criminologo clinico. Questo fu l’americano Saul Alinsky (1909-1972), una delle figure più radicali dell’America del XX secolo, capace di suscitare giudizi estremi, ma anche di proporre interessanti riflessioni sociologiche come in questo “Una tecnica sociologica in criminologia clinica”, frutto di diversi anni di “frequentazione” di delinquenti, prostitute, mafiosi e devianti in genere e qui proposto per la prima volta in traduzione italiana con una mia introduzione.

«Quando si studiano i membri di una banda, si può in genere affermare che conoscere la comunità significa conoscere il delinquente» è il messaggio principale di Alinsky; un principio metodologico tematizzato sia dalla sociologia che dalla criminologia clinica di oggi. Ma attenzione! Del sociologo Alinsky è anche la frase seguente: «Chiedere a un sociologo di risolvere un problema è come prescrivere un clistere per la diarrea». Sprezzo della disciplina o supremo atto di amore? Provocazione o considerazione ponderata? Al di là dei giudizi, “Una tecnica sociologica in criminologia clinica” è una lettura effervescente, stimolante, innovativa. Per il sociologo come per il lettore comune. Una lettura non usuale per chi è abituato a frequentare i testi “senza cuore” della sociologia contemporanea.

Il libro è solo in ebook ed è disponibile qui sul sito dell’editore, oltre che su Amazon, Ibs e altre piattaforme.

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Contro la trasparenza a ogni costo

«Trasparenza! Trasparenza!» reclamano a gran voce i cittadini chiedendo conto della condotta dei propri rappresentanti politici. «Trasparenza! Trasparenza!» esige sdegnata la moglie di fronte al tentativo del coniuge di celarle l’sms sospetto che potrebbe rilevarle la realtà dei sentimenti del marito.

Tutto deve essere trasparente al giorno d’oggi per essere accettabile e credibile. E se la trasparenza dovesse sfociare nell’osceno, meglio ancora. Perfino l’oscenità, anzi la pornografia, è preferibile al velo (in particolare quello esibito dalle donne islamiche), al sotterraneo, al non detto, al non rivelato. Di qui ammonimenti alla trasparenza, decisioni, decreti, giudizi trasparenti. Leggi sulla trasparenza. Si pensi al decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 che definisce la trasparenza come “accessibilità totale” ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni.

Accessibilità totale”: una espressione che fa quasi paura, soprattutto se dalla legge si passa alla vita privata delle persone. È però chiaro che a molte persone il concetto piace. Come si spiegherebbe altrimenti il fenomeno dei reality televisivi in cui è applaudito chi è più autentico, spontaneo (al limite del peto via etere), rozzo, sguaiato, burino, che insomma concede l’accessibilità totale alla propria esistenza, recessi più intimi e fetidi compresi? Senza peli sulla lingua, ma anche senza indumenti. Senza inibizioni, ma anche senza cervello. Certo, una persona interamente priva di inibizioni sarebbe un selvaggio non civilizzato. Ma l’incivile è preferibile a chi è troppo civile, a chi si nasconde dietro un paravento qualsiasi, anche se questo paravento si chiama “dignità”.

Decisamente, il segreto e l’opacità non vanno più di moda. Almeno, stando alle retoriche pubbliche più diffuse a cui non sempre corrispondono i comportamenti dei privati, i quali, però, coram populo, riconoscono nella trasparenza un valore, un caposaldo, un principio imprescindibile della nostra epoca. L’accorato appello alla trasparenza è particolarmente risonante in ambito politico. Chi desidera partecipare a un appalto, proporsi come candidato a una carica pubblica, rivestire un ruolo importante in una azienda deve essere trasparente nel senso che la sua fedina penale deve essere linda e immacolata, come la Vergine Maria. Ma anche nel senso che deve, in ogni momento, rendere possibile agli altri – chiunque essi siano – accedere a qualsiasi anfratto della propria esistenza, pena lo stigma del sospetto. Soprattutto, deve essere sempre perfettamente trasparente perché gli elettori, gli azionisti, gli amministratori devono sapere con chi hanno a che fare.

Ecco perché oggi si persegue con puntigliosità l’ossessione del candore a tutti i costi. L’imperativo è scoprire, smascherare, esporre. Senza se e senza ma. Non solo gli arcana del potere, ma anche quelli della persona comune. E chi si oppone, nel nome della privacy – altro valore coltivato nella nostra epoca, ma un po’ in subordine e spesso in contrasto – appare subito ambiguo, come se avesse qualcosa da nascondere. Potrebbe essere perfino un assassino o uno stupratore. Non perché abbia commesso davvero questi due reati, ma perché si oppone alla trasparenza. E chi si oppone alla trasparenza è un losco figuro per definizione, capace di tutto. Non a caso la domanda: «Che cosa hai da nascondere?» è la più temuta, ma anche l’obiezione più frequente a chi avanza dubbi sulla legittimità del potere della trasparenza. Non è tanto difficile prevedere che, presto, la domanda «Che cosa hai da nascondere?» sarà il grimaldello d’accesso alla vita privata di chiunque, come forse nemmeno George Orwell nel suo 1984 osava prevedere.

Come dice Byung-Chul Han ne La società della trasparenza: «La trasparenza stabilizza e accelera il sistema eliminando l’Altro o l’Estraneo. Questa coercizione sistemica rende la società della trasparenza una società uniformata. In ciò consiste il suo tratto totalitario: “Nuovo nome dell’uniformità: trasparenza». In effetti, chi perde ogni velo, mostra oscenamente il proprio essere uguale agli altri. Perché sono i segreti, le idiosincrasie, le ossessioni interiori, i traumi dell’infanzia, le cicatrici su quell’angolo di pelle a rendere ognuno di noi l’unicum che è. Quando tutto ciò è dimesso o viene collocato per forza davanti alle quinte, rimane la monotonia dell’uniformità, il sempreverde della piattezza, l’assolutezza della permeabilità assoluta.

Ma, in fin dei conti, conviene davvero essere così trasparenti? È davvero importante scoprire tutto di tutti? Deprivare dei propri diritti la sfera privata riducendola a palla di cristallo in cui sbirciare a piacimento? È la domanda che, più di 150 anni fa, si poneva lo scrittore inglese William Makepeace Thackeray (1811-1863) in un suo testo compreso in una raccolta di pezzi “tortuosi” (Roundabout Papers) del 1863 denominato On Being Found Out (“Dell’essere scoperti”), che qui troverete in traduzione. Certo, esporre i peccati, specie se gravi, di tutti sembra cosa buona e giusta. Ma è davvero così? Che cosa accadrebbe se scoprissimo che il rispettato leader politico, l’adorato maestro delle elementari, la coniuge invidiata da tutti, l’amico fedele e irrinunciabile non sono poi tanto rispettabili, adorabili, invidiabili e fedeli? Ne deriverebbe un crollo delle autorità e della fiducia nell’umanità, una democratizzazione della carogna, un appiattimento generale nel fango. Senza più alti né bassi. Senza più movimenti sinusoidali ad agitare le faccende della società. E cui prodest tutto questo? Vuoi vedere che per vivere nella nostra società tendente al cristallino è necessario coltivare un po’ di ipocrisia, di finzione relazionale?

La riflessione, apparentemente insensata, che Thackeray propone al lettore è: «Pensa che cosa sarebbe la vita se ogni furfante fosse scoperto e fustigato coram populo!». Nessuno ne uscirebbe indenne, neppure le persone più riverite e rispettate della comunità, perché tutti hanno qualcosa da nascondere e tutti corrono il rischio di essere found out. Il rischio, soprattutto, è quello di perdere fiducia nell’essere umano, nella fondamentale, ma fragile illusione che vuole che ci siano i buoni e i cattivi, che alcuni di noi siano modelli di comportamento, indenni dalle tentazioni del male, puri e candidi come gigli. Non solo. La finzione della bontà e l’ipocrisia nelle relazioni sociali reggono importanti forme di socialità come la famiglia. Non a caso Thackeray chiede implacabilmente al lettore: «Vorresti che tua moglie e i tuoi figli ti conoscessero esattamente per quello che sei e che ti giudicassero per quello che vali davvero?». Tutti noi viviamo agli occhi dei nostri cari come circonfusi da un alone magico che filtra le nostre brutture, lasciando distillare solo ciò che è accettabile e necessario alla vita di relazione. Abbiamo bisogno di questi veli, di questi infingimenti per reggere quel fondamentale abbaglio che è la vita di relazione e, in particolare, di coppia. Se sapessimo che, in virtù, ad esempio, di una speciale macchina della verità, i nostri segreti – piccoli o grandi, non importa – non sono più possibili e che la trasparenza è destinata a imperare senza ostacoli nella nostra società, la vita diventerebbe semplicemente intollerabile e ognuno di noi dovrebbe fare i conti con la spada di Damocle dello “smascheramento” incessante, della caduta della nostra maschera divina e opacizzante. Divina e opacizzante perché il dio che siamo è tale in virtù dell’opacità: ogni dio è tale perché sconosciuto.

Fa notare giustamente il sociologo Simmel al riguardo: «Il semplice fatto della conoscenza assoluta, dell’aver esaurito psicologicamente il contenuto della personalità, ci disinganna anche senza un’ebbrezza precedente, paralizza la vitalità delle relazioni […]. La profondità feconda delle relazioni che dietro a ogni elemento ultimo rilevato intravvede e onora ancora un altro elemento più ultimo […] è soltanto la ricompensa di quella delicatezza e di quel dominio di sé che anche nel rapporto più stretto, che coinvolge tutta la persona, rispetta ancora la proprietà privata interiore, la quale limita il diritto alla domanda con il diritto al segreto».

La nostra epoca, dominata dall’imperativo della trasparenza, dalla presenza ubiquitaria della videosorveglianza, dalla retorica dello smascherare, svelare, rendere visibile a ogni costo, e per questo priva di delicatezza e di vitalità nelle relazioni, potrà forse apprezzare queste parole “tortuose” di Thackeray che, a distanza di oltre 150 anni, ci offrono delle riflessioni estremamente attuali, seppure scomode, a difesa della dissimulazione e della lacuna recondita. Non tanto per continuare impunemente a dissimulare e nascondere. Quanto per continuare a essere umani.

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La prostituzione è il mestiere più antico del mondo?

Rudyard Kipling

Nel 1888, lo scrittore inglese Rudyard Kipling diede alle stampe una raccolta di novelle intitolata In Black and White.  Della raccolta faceva parte un racconto, On the City Wall (“Sulle mura della città”), destinato a passare alla storia non tanto (o non solo) per la sua trama quanto per le parole che danno inizio alla narrazione: «Lalun is a member of the most ancient profession in the world» («Lalun esercita la più antica professione del mondo». Lalun è, naturalmente, una prostituta).  Da queste parole, infatti, ha avuto origine uno dei luoghi comuni più diffusi in assoluto: quello che vuole che la prostituzione sia il mestiere più antico del mondo. La frase è ripetuta in continuazione, a tal punto da sembrare un assunto di senso comune e, come tale, immune a ogni critica e approfondimento. Ma le cose stanno davvero così? La prostituzione è davvero il mestiere più antico del mondo? Se per prostituzione intendiamo una prestazione sessuale fornita a scopo di lucro da una donna (ma si potrebbe parlare anche di un uomo) che si dedica prevalentemente a questa attività, la risposta non può che essere negativa.

L’abbondante letteratura in argomento prodotta dalle scienze storiche e sociali nell’ultimo secolo consente di smentire sia che la prostituzione sia sempre stato un mestiere o professione sia che esista da sempre. Innanzitutto, la prostituzione ha assunto nel tempo varie forme, non sempre accomunabili sotto la stessa etichetta. La prostituzione sacra, un tempo in voga presso le civiltà orientali e medio-orientali, era una pratica che aveva valenze religiose e morali per noi inconcepibili ed era socialmente approvata. Erodoto, nelle sue Storie, racconta che presso i babilonesi era costume che  le donne si recassero nel santuario di Afrodite una volta nella vita per unirsi a un estraneo. Il denaro così ottenuto non era adoperato per fini personali, ma lasciato presso il tempio. Sempre in Oriente, esistevano donne che esercitavano la prostituzione costantemente presso un tempio, al cui personale esse appartenevano. Queste donne abitavano in un quartiere isolato adiacente al tempio ed erano considerate spose della divinità. Svolgevano servizi di vario genere per la manutenzione del tempio e appartenevano a una casta, a cui però si poteva accedere solo tramite un rito particolare. Nell’antica Grecia erano note le etére, donne allevate sin dalla più tenera età alle arti più nobili e deputate ad accompagnare uomini facoltosi e di alto rango. Oggi sono considerate alla stregua di prostitute di alto bordo, ma il loro status era ben diverso tanto che definirle prostitute appare riduttivo. Già questi scarni esempi ci fanno capire quanto sia inappropriato accomunare sotto la medesima etichetta comportamenti tanto diversi tra loro. Ma altre differenze devono essere segnalate.

Oggi, è possibile esercitare la prostituzione in privato e condurre parallelamente una vita normale in pubblico, grazie ai rapporti anonimi concessi dagli ambienti urbani in cui viviamo. Nel Medioevo, le prostitute non potevano che essere donne pubbliche perché non esisteva differenza tra ruoli pubblici e ruoli privati. Le diversità, però, non sono solo di status. Presso popolazioni indigene come gli Amerindi o gli Aborigeni australiani, la prostituzione sembra essere stata piuttosto rara prima della comparsa di colonizzatori e commercianti e, con loro, di rappresentazioni della società totalmente diverse dalle loro. La concezione attuale della prostituzione presuppone idee di proprietà, transazione ed economia che non sono sempre state uguali nei secoli. Per quanto sia difficile concepirlo per noi persone del XXI secolo, l’economia di mercato è un’istituzione relativamente recente che consente livelli di mercificazione del corpo inauditi fino a pochissimi secoli fa.

Il concetto stesso di mestiere o professione appare inadeguato. Nella storia, non sempre le donne hanno fatto della prostituzione la loro occupazione principale. A volte, si tratta di comportamenti occasionali, sporadici o transitori; comportamenti le cui cause non sono necessariamente  di natura economica o strumentale. A volte, si tratta di attività stabili che coinvolgono l’intera identità degli individui coinvolti, ma che non possono essere assimilate alle tappe di una carriera professionale. Non sempre, poi, le prostitute hanno scelto di esercitare la propria attività liberamente. Ciò è noto anche a noi attraverso i fenomeni della tratta e della riduzione in schiavitù di donne provenienti dai paesi più poveri del mondo. Mettendo insieme varie considerazioni, è possibile affermare che la prostituzione, come la intendiamo noi moderni, ha bisogno di una serie di precondizioni per potersi manifestare, tra cui possiamo citare:

1) L’esistenza di un sistema economico che riconosce e favorisce lo scambio economico tra merci anche astratte (denaro).

2) L’esistenza di una società non perfettamente libera da un punto di vista sessuale, composta da individui non uguali in termini di potere e non dotati delle stesse qualità fisiche ed economiche. La prostituzione, in altre parole, è una sorta di cartina di tornasole delle diseguaglianze esistenti all’interno della società.

3) L’assenza o carenza di categorie di donne che assolvono una funzione analoga a quella della prostituta, ma a basso costo, ad esempio schiave, concubine, mantenute o mogli poligamiche.

4) L’esistenza di donne “non matrimoniabili”, che cioè la società relega in posizioni marginali o impure, a cui non è consentito l’ingresso a pieno diritto nella società (adultere, vedove, donne divorziate, donne non più vergini o violate ecc.).

Come si vede, se alcune di queste condizioni sono più o meno universali (la n. 2, ad esempio), altre presuppongono modelli di organizzazione sociale, di civiltà, di cultura e di religione profondamente diversi che danno origine a forme di prostituzione altrettanto diverse, nemmeno comparabili tra loro e che solo per una convenzione stantia continuiamo a chiamare “prostituzione”. Di sicuro, la prostituzione non è il mestiere più vecchio del mondo. Al tempo di Kipling, prima della pubblicazione di On the City Wall, negli Stati Uniti si diceva che fosse l’agricoltura il mestiere più vecchio del mondo. Un secolo più tardi, Ronald Reagan non azzardò opinioni sull’argomento, ma aggiunse con sicurezza che al secondo posto si trovava la politica.

Su questo e altri miti sul crimine, rimando ai miei due ultimi libri: Delitti e 101 falsi miti sulla criminalità.

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Il popolo dell’inferno (un altro)

A metà del tredicesimo secolo, un monaco inglese di nome Matthew Paris annotava:

Il detestabile popolo di Satana, vale a dire, un numero infinito di tartari, fece irruzione dalla sua regione stretta tra le montagne e difesa dalle rocce, come demoni fuggiti dall’inferno… e come cavallette che coprono la faccia della terra, devastando con il ferro e con il fuoco i confini orientali, distruggendo città, abbattendo gli alberi dei boschi, sradicando vigneti, uccidendo gli abitanti delle città e delle campagne… Sono più mostri che uomini, assetati di sangue, fanno a pezzi e divorano la carne dei cani e degli uomini; sono vestiti di pelli di bue e corazzati di piastre di ferro; di statura sono tozzi e robusti, muscolosi e forti nel corpo; in guerra sono invincibili, instancabili nel lavoro.

Matthew Paris parlava dei mongoli che, in quel periodo, minacciavano da vicino l’Europa e sembravano sul punto di conquistarla. Alcune tribù mongole si chiamavano “tatari”, ma Matthew Paris, come tanti altri all’epoca, storpiò il loro nome in “tartari”, per assonanza con Tartaro, uno dei nomi che durante il Medioevo designava l’inferno. “Tartari” è ancora oggi il nome con il quale queste tribù sono note nelle lingue europee ed è uno dei tanti nomignoli spregiativi, come “barbari”, “ottentotti”, “eschimesi” (su cui mi sono soffermato in un post precedente) con i quali l’Occidente ha nominato il mondo diverso che sembrava inferiore, strano, incomprensibile. Con il tempo, queste denominazioni sono entrate nel senso comune tanto che, oggi, non le avvertiamo spesso nemmeno come offensive. Eppure, quanto disprezzo e infamia nascondono questi nomi! Si noti, inoltre, che a chi è diverso e minaccioso viene attribuito anche un altro costume orrendo: quello di cibarsi di carne umana. Un po’ come è successo ai comunisti in tempi recenti. Sarà un caso che, per alcuni, anche “comunista” sia una sorta di parolaccia?

Fonte

Silverberg, R., 1998, La leggenda del Prete Giovanni, Edizioni Piemme, Casale Monferrato (AL).

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