La irritante questione delle mezze stagioni

Francamente, è uno dei luoghi comuni più irritanti che si possa sentire in giro. Forse per la frequenza d’uso: decisamente imbarazzante. Forse, perché chi lo pronuncia ne riferisce come di una verità lapalissiana, indubitabile, certa. Come il fatto che esistono uomini e donne, il giorno e la notte, Fedez e Rovazzi. Per chi si fosse perso, parlo del tormentone “Non ci sono più le mezze stagioni”, che ho appena finito di sentire per l’ennesima volta dalla mia vicina di casa perché questo inverno, almeno da noi al Sud, non è ancora freddo abbastanza per lei (ma l’inverno non è una “mezza stagione”). Ora, intendiamoci. Il clima cambia come cambia la Terra e tutti i fenomeni che la riguardano, come cambiamo noi e la società. Su questo non ci piove (per usare un altro modo di dire climatologico). La verità, però, è che, da un punto di vista strettamente climatologico, le mezze stagioni non esistono, nel senso che primavera e autunno sono, con inverno ed estate, un modo convenzionale, seppure in uso da secoli, per dare un senso al tempo: non sono ontologicamente reali. Allora, a che cosa si fa riferimento quando si dice che “Non ci sono più le mezze stagioni”? Ad un fenomeno psicologico, ben noto alla psicologia delle età, di cui già parlava Giacomo Leopardi in uno dei suoi Pensieri (poi ripreso anche nello Zibaldone). Cediamogli la parola per poi commentarla, seppure brevemente.

Baldassar Castiglione nel Cortegiano assegna molto convenientemente la cagione perché sogliano i vecchi lodare il tempo in cui furono giovani, e biasimare il presente. “La causa adunque, dice, di questa falsa opinione nei vecchi, estimo io per me ch’ella sia perché gli anni, fuggendo, se ne portan seco molte comodità, e tra l’altre levano dal sangue gran parte degli spiriti vitali, onde la complession si muta, e divengon debili gli organi per i quali l’anima opera le sue virtù. Però dei cuori nostri in quel tempo, come allo autunno le foglie degli alberi, caggiono i soavi fiori di contento, e nel luogo dei sereni e chiari pensieri entra la nubilosa e torbida tristizia, di mille calamità compagnata: di modo che non solamente il corpo, ma l’animo ancora è infermo, né dei passati piaceri riserva altro che una tenace memoria, e la immagine di quel caro tempo della tenera età, nella quale quando ci ritroviamo, ci pare che sempre il cielo e la terra ed ogni cosa faccia festa e rida intorno agli occhi nostri e nel pensiero, come in un delizioso e vago giardino, fiorisca la dolce primavera d’allegrezza. Onde forse saria utile, quando già nella fredda stagione comincia il sole della nostra vita, spogliandoci di quei piaceri, andarsene verso l’occaso, perdere insieme con essi ancor la loro memoria, e trovar, come disse Temistocle, un’arte che a scordar insegnasse; perché tanto sono fallaci i sensi del corpo nostro, che spesso ingannano ancora il giudicio della mente. Però parmi che i vecchi siano alla condizion di quelli che partendosi dal porto tengon gli occhi in terra, e par loro che la nave stia ferma e la riva si parta; e pur è il contrario, che il porto, e medesimamente il tempo e i piaceri, restano nel suo stato, e noi con la nave della mortalità fuggendo, n’andiamo l’un dopo l’altro per quel procelloso mare che ogni cosa assorbe e divora; né mai più ripigliar terra ci è concesso, anzi, sempre da contrari venti combattuti, al fine in qualche scoglio la nave rompemo. Per esser adunque l’animo senile subietto disproporzionato a molti piaceri, gustar non gli può; e come ai febbricitanti, quando dai vapori corrotti hanno il palato guasto, paiono tutti i vini amarissimi, benché preziosi e delicati siano, così ai vecchi per la loro indisposizione, alla qual però non manca il desiderio, paion i piaceri insipidi e freddi e molto differenti da quelli che già provati aver si ricordano, benché i piaceri in se siano i medesimi. Però, sentendosene privi, si dolgono, e biasimano il tempo presente come malo; non discernendo che quella mutazione da se e non dal tempo procede. E, per contrario, recandosi a memoria i passati piaceri, si arrecano ancor il tempo nel quale avuti gli hanno, e però lo laudano come buono; perché pare che seco porti un odore di quello che in esso sentiano quando era presente. Perché in effetto gli animi nostri hanno in odio tutte le cose che state sono compagne de’ nostri dispiaceri, ed amano quelle che state sono compagne dei piaceri”.

Così il Castiglione, esponendo con parole non meno belle che ridondanti, come sogliono i prosatori italiani, un pensiero verissimo. A confermazione del quale si può considerare che i vecchi pospongono il presente al passato, non solo nelle cose che dipendono dall’uomo, ma ancora in quelle che non dipendono, accusandole similmente di essere peggiorate, non tanto, com’è il vero, in essi e verso di essi, ma generalmente e in se medesime. Io credo che ognuno si ricordi avere udito da’ suoi vecchi più volte, come mi ricordo io da’ miei, che le annate sono divenute più fredde che non erano, e gl’inverni più lunghi; e che, al tempo loro, già verso il dì di pasqua si solevano lasciare i panni dell’inverno, e pigliare quelli della state; la qual mutazione oggi, secondo essi, appena nel mese di maggio, e talvolta di giugno, si può patire. E non ha molti anni, che fu cercata seriamente da alcuni fisici la causa di tale supposto raffreddamento delle stagioni, ed allegato da chi il diboscamento delle montagne, e da chi non so che altre cose, per ispiegare un fatto che non ha luogo: poiché anzi al contrario è cosa, a cagione d’esempio, notata da qualcuno per diversi passi d’autori antichi, che l’Italia ai tempi romani dovette essere più fredda che non è ora. Cosa credibilissima anche perché da altra parte è manifesto per isperienza, e per ragioni naturali, che la civiltà degli uomini venendo innanzi, rende l’aria, ne’ paesi abitati da essi, di giorno in giorno più mite: il quale effetto è stato ed è palese singolarmente in America, dove, per così dire, a memoria nostra, una civiltà matura è succeduta parte a uno stato barbaro, e parte a mera solitudine. Ma i vecchi, riuscendo il freddo all’età loro assai più molesto che in gioventù, credono avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell’aria o nella terra. La quale immaginazione è così fondata, che quel medesimo appunto che affermano i nostri vecchi a noi, affermavano i vecchi, per non dir più, già un secolo e mezzo addietro, ai contemporanei del Magalotti, il quale nelle Lettere familiari scriveva: “egli è pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune, che i mezzi tempi non vi son più; e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di pasqua di resurrezione, ognuno si rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’inverno”. Questo scriveva il Magalotti in data del 1683. L’Italia sarebbe più fredda oramai che la Groenlandia, se da quell’anno a questo, fosse venuta continuamente raffreddandosi a quella proporzione che si raccontava allora.

È quasi soverchio l’aggiungere che il raffreddamento continuo che si dice aver luogo per cagioni intrinseche nella massa terrestre, non ha interesse alcuno col presente proposito, essendo cosa, per la sua lentezza, non sensibile in decine di secoli, non che in pochi anni.

Leopardi ci dice, in sostanza, che le persone, soprattutto se di età avanzata, compiono un duplice errore di attribuzione: da un lato confondono il benessere della gioventù con il benessere del pianeta, vaticinando, dunque, che il pianeta è avviato alla perdizione solo perché il loro fisico è in fase di decadimento; dall’altro, interpretano la maggiore sensibilità al freddo o al caldo, tipica della terza età, nel senso di una presunta, recente polarizzazione del clima. In realtà, non c’è bisogno di essere vecchi per cadere in questi tranelli psicologici. Mi capita, in inverno, di sentire dire da persone, anche giovani, che, intabarrate all’inverosimile, entrano in una carrozza ferroviaria riscaldata, frasi come: “Fa troppo caldo!” o “Perché non riducono il riscaldamento?”, quando basterebbe semplicemente levarsi il cappotto, la sciarpa e i guanti per stare bene. Oppure, non è raro sentire commentare da persone che hanno appena corso o donne in menopausa che hanno appena avuto una vampata: “Fa troppo caldo!”. In entrambi i casi, una condizione interna viene attribuita a un fattore esterno. È più forte di noi. Se qualcosa non va, la colpa è sempre di qualcuno o qualcosa che è fuori di noi. Se riceviamo un brutto voto è per colpa della severità del professore, non della nostra impreparazione; se non vinciamo un concorso pubblico è perché “ci sono troppi raccomandati”  e così via attribuendo.

Del resto, ritornando al nostro luogo comune di partenza, è da tempo che diciamo che “Non ci sono più le mezze stagioni”. Ad esempio, Edmondo De Amicis nel 1899 – dopo Leopardi – diceva in La carrozza di tutti: “Non c’è più stagioni! Chi ne capisce qualche cosa? È il mondo che va a soqquadro”. E forse, risalendo nel tempo, si potrebbero citare anche Platone e Aristotele. Perché l’uomo non ha mai smesso di prendersela con il tempo per le cose che non vanno nella società.

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Proibire le sigarette, permettere l’eroina?

Smokers Genes

Secondo voi è possibile vivere in una società in cui le sigarette sono proibite e l’eroina e la cocaina sono permesse? Una simile società ci apparirebbe immediatamente come il parto della mente creativa di uno scrittore o la distopia di un episodio della serie Ai confini della realtà. Del resto: stiamo scherzando? Proibire le sigarette e permettere l’eroina e la cocaina? Neppure, il più cervellotico governatore. Eppure

c’è stato un tempo nel quale in quindici Stati americani era proibito fumare sigarette, sebbene in molti di essi non vigesse alcuna norma restrittiva sul commercio e sul consumo di eroina e cocaina, che venivano vendute nelle farmacie e negli empori. Nello Stato di Washington, per esempio, le sigarette furono bandite dal 1893 al 1911, e la pena per chi fabbricava, deteneva, comprava, vendeva o regalava sigarette era decisamente severa (la legge del 1893 prevede la pena di sei mesi di carcere e di 500 dollari di multa), mentre l’eroina veniva venduta come rimedio per la tosse e per le coliche dei lattanti.

[…] Le leggi contro le sigarette venivano giustificate sia per la loro nocività fisica sia per la loro nocività morale; il fumo di sigaretta veniva descritto come suscettibile di generare dipendenza, una cattiva abitudine particolarmente seducente per i giovani, il modo peggiore di fumare, una male in sé, una pratica folle e così via. La sigaretta era chiamata «il chiodo della bara», o «il piccolo schiavista bianco». […], le proibizioni non riguardavano il tabacco in generale ma soltanto le sigarette (non i sigari, non la pipa, non il tabacco da fiuto o da masticare) (Tincani, P., 2012, Perché l’antiproibizionismo è logico (e morale), Sironi Editore, Milano, pp. 209-210).

Quando parliamo di droga, ci lasciamo talmente condizionare dal nostro senso comune proibizionista da dimenticare che ci sono state epoche e luoghi, nemmeno tanto distanti da noi, in cui la rappresentazione sociale di eroina, cocaina e altre droghe, oggi considerate sostanze diaboliche e mortali, era radicalmente diversa dalla nostra. Non è esagerato dire che oggi viviamo in un’epoca in cui il modo di concepire determinate sostanze è talmente offuscato da pregiudizi e idee inculcate da una propaganda decennale e martellante che non riusciamo a vederle in maniera serena ed equilibrata. È per questo motivo che studiare i modi con cui, nella storia, gli uomini si sono rappresentati le droghe può restituirci uno sguardo più neutro sulla questione e contribuire a una valutazione più posata su che cosa esse siano.

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Scherzi della Cassazione

È di due giorni fa la notizia che la Cassazione ha stabilito che il termine “omosessuale”, utilizzato da un uomo nei confronti di un altro uomo eterosessuale, da questi denunciato per diffamazione, non è più considerabile “lesivo della reputazione del soggetto passivo e ciò tenendo conto dell’evoluzione della percezione della circostanza da parte della collettività”. Più precisamente, il termine, afferma la sentenza, “non può ritenersi effettivamente offensivo” nemmeno se pronunciato o scritto con “intento denigratorio”. Il presunto diffamatore perciò è stato assolto perché il fatto non sussiste.

Non sono d’accordo con questa interpretazione. È vero che il termine “omosessuale” è oggi definibile neutro e che indica semplicemente un orientamento sessuale. Ritengo, però, con Wittgenstein, che il significato di una parola sia dato dal suo uso e che sia possibile usare termini neutri a scopi offensivi. Si pensi, ad esempio, a termini come “Down” per indicare una persona con sindrome di Down. Per quanto l’espressione “persona con sindrome di Down” sia di per sé assolutamente neutra, essendo stata coniata per indicare una condizione, è indubbio che essa, abbreviata di solito in “down”, sia utilizzata, tra ragazzi soprattutto, a scopo offensivo. Lo stesso vale per termini come “handicappato”, “disabili”, “cerebroleso” e così via. Allo stesso modo, il termine “omosessuale” può essere adoperato a scopo offensivo se chi enuncia la parola intende usarla in questo modo. Ritengo, in altre parole, che ai giudici della Cassazione sia mancata una prospettiva pragmatica, da un punto di vista linguistico, nella pronuncia della loro sentenza: una prospettiva che è invece ben presente a chi usa “omosessuale” per offendere.

Il turpiloquio sa essere estremamente creativo: sa impadronirsi di una parola del tutto neutra per farne una temibile offesa, aggrappandosi a pregiudizi e stereotipi radicati. Per quanto non sia un apologeta del reato di diffamazione e auspichi una normalizzazione di ogni orientamento sessuale rispettoso delle persone (nel senso di John Stuart Mill), credo che la giurisprudenza debba riconsiderare la sua posizione su termini come “omosessuale”. C’è il rischio di giustificare parole connotabili negativamente con il pretesto che la denotazione non è più negativa.

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I terroristi religiosi sono solo islamici?

Scott Roeder, Eric Rudolph, Anders Behring Breivik. Tre nomi, di cui forse i primi due non molto noti da noi. I nomi di tre pericolosissimi terroristi religiosi. Il primo è responsabile della morte del ginecologo George Tiller, il 31 maggio 2009, azione eseguita per punire il medico per gli aborti compiuti e per “proteggere i bambini” da ulteriori interruzioni di gravidanza, considerate un attentato alla “sacralità della vita”. Nel 2010 Roeder è stato condannato all’ergastolo. Il suo omicidio ricorda quello del dottor Barnett Slepian, ucciso da James Charles Kopp nel 1988, sempre a causa delle sue pratiche abortive. Il secondo, membro del gruppo cristiano estremista Christian Identity, è stato ritenuto colpevole di tre omicidi e di più di centocinquanta ferimenti realizzati in nome della battaglia contro l’aborto e contro l’omosessualità, considerati due abomini innaturali e anticristiani.  È anche l’autore dell’attentato delle olimpiadi di Atlanta del 27 giugno 1996 dove di verificarono due morti e 111 feriti (che avrebbero potuto essere molti di più). Al momento del suo arresto, nel 2003, era stato inserito nella lista dei dieci criminali latitanti più pericolosi d’America. Nel 2005 è stato condannato a cinque ergastoli. Incidentalmente, se date un’occhiata alla foto a sinistra, non vedete quello che sembra davvero un “bravo ragazzo”? Del terzo, infine, Anders Behring Breivik, uccisore di settantasette persone a Oslo il 22 luglio 2011, fondamentalista cristiano ossessionato dalle opere di Bernardo di Chiaravalle, ho già parlato in un altro post. Si tratta sicuramente del più noto dei tre terroristi citati (almeno qui in Europa).

Alcuni cristiani provano fastidio a considerare questi tre uomini come terroristi alla stregua di Bin Laden. Anche se con quest’ultimo due di loro hanno condiviso l’inserimento nella stessa lista dei criminali più ricercati. “Si tratta di eccezioni rarissime”. “Non si tratta di veri cristiani”. “Gli islamici ce l’hanno nel sangue; per i cristiani è diverso”. Sono questi alcuni degli argomenti che vengono portati per interpretare le gesta dei terroristi religiosi cristiani e per differenziarle da quelle dei terroristi religiosi islamici. “Il Cristianesimo è una religione di pace”, si dice, che “ha elevato il perdono a virtù ed esortato a evitare di condannare e giudicare”. Come si spiegano allora questi abomini? Appunto, evocando la logica dell’eccezione, della malattia mentale (“Sono pazzi, non veri cristiani”), della distanza dalla comunità dei veri cristiani. Tutto ciò, però, fa dimenticare che la ragione per la quale questi tre uomini hanno sparso il sangue di altre persone è la religione stessa. Non la malattia mentale, non l’appartenenza a una setta, né una particolare tendenza omicida. Ma la religione stessa. Perché le religioni sono arsenali di argomenti che possono essere adoperati in un senso o nell’altro. Del resto, i libri sacri sono complessi, ricchi di riflessioni, composti in epoche diversissime. E, tra gli esiti possibili, vi sono anche l’assassinio, la strage, l’abominio. Tutto certificato. Tutto nel nome di Dio. Lo dicono i testi sacri. Quelli cristiani e quelli islamici. E allora, come facciamo a dire davvero che il terrorismo religioso sia appannaggio dei soli gruppi islamici?

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Giuseppe Pitré e la mafia

A volte corriamo il rischio di pensare che, dal momento che un personaggio occupa una posizione importante nella storia di una disciplina, il suo pensiero sia sempre e comunque condivisibile, se non corretto. Prendiamo ad esempio Giuseppe Pitré (1841-1916), fondatore della demopsicologia italiana, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla morte. Pitré è un nume tutelare per chi frequenta le discipline demo-etno-antropologiche. L’impulso da lui dato alla storia del folclore italiano, e siciliano in particolare, è enorme. In tutte le storie delle tradizioni popolari viene ricordato come un iniziatore, un infaticabile raccoglitore di materiali, un grande etnografo. Tanti sono i suoi meriti che fu nominato perfino Senatore del Regno nel 1914. Eppure, Pitré è autore di una delle più sconcertanti definizioni della mafia nella sua opera Usi, costumi, usanze e pregiudizi del popolo siciliano (1889):

La mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. […] Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino […]. La mafia è la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della forza individuale, “unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto di interessi e di idee”; donde la insofferenza della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui. Il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre. Se è offeso, non ricorre alla Giustizia, non si rimette alla Legge; se lo facesse, darebbe prova di debolezza, e offenderebbe l’omertà, che ritiene schifiusu, o ’nfami chi per aver ragione si richiama al magistrato. Egli sa farsi ragione personalmente da sé, e quando non ne ha la forza (nun si fida), lo fa col mezzo di altri de’ medesimi pensamenti, del medesimo sentire di lui. Anche senza conoscere la persona di cui si serve ed a cui si affida, il solo muover degli occhi e delle labbra, mezza parola basta perché egli si faccia intendere, e possa andar sicuro della riparazione dell’offesa o, per lo meno, della rivincita.

Queste parole, ripetute più volte dai mafiosi – celeberrima la citazione di Luciano Leggio (1925-1993), feroce boss di Corleone – e dai loro avvocati, hanno contribuito ad alimentare nel tempo la novena della mafia che non esiste, della mafia come atteggiamento e fattore culturale. E sono diventate parte immancabile del repertorio dei “negazionisti” della mafia, di coloro che sostengono, appunto, che “la mafia non esiste”.

Si pensi che Pitré arrivò al punto di definire don Raffaele Palizzolo (1843-1910), il più famoso politico mafioso di fine Ottocento, «vero gentiluomo… correttissimo e onesto amministratore»; testimoniò a suo favore in un processo (i due erano colleghi nell’amministrazione comunale palermitana), facendo notare che, avendo Palizzolo scritto un romanzo in gioventù, era «un animo gentile, devoto alla virtù, avverso al vizio ed a qualsiasi turpitudine»; costituì un Comitato Pro Sicilia al fine di esprimere viva indignazione per la successiva condanna di Palizzolo.

Certo, si può argomentare che, a quei tempi, non era ancora sviluppata la consapevolezza contemporanea di cosa sia la mafia. Inoltre, la mafia stessa era cosa ben diversa da oggi. Ciò, però, non basta a giustificare Pitrè e quelli che, dopo di lui, adoperando le sue parole, hanno negato l’esistenza della mafia.

Perché negare è il primo meccanismo di difesa del delinquente. Ed è grave quando la negazione è fatta propria anche da chi dovrebbe, in virtù della sua superiorità intellettuale e della sua coscienza storica, contribuire a sconfiggere il crimine, non ad alimentarlo costruendogli intorno leggende e superstizioni.

p.s. Per chi vuole conoscere meglio la posizione di Pitré nell’ambito della storia della mafia, consiglio Dickie, J., 2007, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Laterza, Roma-Bari, pp. 82-83; 143; 147, da cui ho tratto parte delle informazioni sopra esposte.

Per chi voglia leggere l’intero capitolo di Pitré sulla mafia, rimando a questo straordinario sito, ricco di tante risorse interessanti.

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Un enigma color porpora

Se si fa una passeggiata al Museo del Louvre a Parigi, l’etichetta riporta: “Scuola di Fontainebleau. Di anonimo. Gabrielle d’Estrées con una delle sue sorelle. 1600 circa”.

Nel quadro si vedono due dame nude in una vasca di pietra sul cui bordo è appoggiato un drappo. A destra c’è Gabrielle d’Estrées (1571-1599), l’amante ufficiale del Re di Francia Enrico IV (1553-1610), passato alla storia per la frase “Parigi val bene una messa”. I due si sarebbero dovuti sposare, ma Gabrielle morì poco prima che il matrimonio avesse luogo. Secondo alcuni in circostanze misteriose. Tra le dita della mano sinistra la donna ha un anello, mentre la mano destra è appoggiata languidamente sul bordo della vasca. La sorella ha la mano destra sul bordo della vasca, mentre con il pollice e l’indice della sinistra tiene il capezzolo destro di Gabrielle. Le due donne paiono consapevoli di avere davanti un grande pubblico.

I margini del quadro sono bordati da ricchi tendaggi rosso porpora. In secondo piano nella stanza c’è un tavolo, o una cassapanca, coperta da un panno verde. Il mobile è davanti a un camino che delimita il fondo della stanza. Un fuoco in procinto di spegnersi getta una luce fioca sul panno verde scuro. Accanto al camino siede una donna impegnata in un lavoro di cucito. Tra lei e il camino vediamo alla parete uno specchio nero. Sopra il camino si vede un altro dipinto che mostra il basso ventre di un uomo.

Il quadro sollecita tanti affascinanti interrogativi: Chi ha dipinto il quadro? Chi sono davvero le due donne? Perché sono ritratte nude in vasca da bagno? Perché una di esse tiene il capezzolo dell’altra tra pollice e indice? Perché Gabrielle, se di Gabrielle si tratta, ha quell’anello in mano? Che cosa significano quei gesti? Chi è la donna sullo sfondo? Perché uno specchio nero? Il gesto del capezzolo allude a una futura gravidanza? L’anello allude a un futuro matrimonio?

Soprattutto è interessante, a mio avviso, la distanza fra il modo in cui noi post-freudiani e culturalmente complottisti possiamo percepire il contenuto del quadro (una scena lesbica che nasconde segreti degni del Codice Da Vinci?) e il modo in cui i contemporanei percepivano i gesti delle due dame. Forse non sapremo mai che cosa significano quei gesti, che sono dunque aperti a qualsiasi interpretazione, anche la più fantasiosa e anacronistica. Ad esempio: e se le due donne non fossero sorelle, ma amanti e volessero rivelare al mondo la loro passione, magari propugnando ante litteram una unione civile simbolizzata dall’anello? Oppure: e se, nel XVI secolo, quei gesti significassero qualche strano rituale che l’erotismo evocato dal dipinto non permette di cogliere?

Intorno al significato di questo dipinto ammaliante, ha scritto un bel romanzo Wolfram Fleischhauer. Un enigma color porpora (2004, Longanesi), da cui ho tratto parte della descrizione del quadro, è un tentativo di offrire una versione romanzata (e ben scritta) del mistero del dipinto. L’autore, che ha compiuto anche delle ricerche sull’opera, è consapevole dell’impossibilità di ricostruire la verità sul dipinto. Forse non sapremo mai neppure noi come interpretare i molti elementi misteriosi dell’opera. È a questo, probabilmente, che dobbiamo parte della sua fama imperitura. E al fatto che possiamo continuare a riempirlo di tutti i significati che ci vengono in mente. Anche se sono sbagliati.

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Il “tossicomane” di Robert Schless

Scritto in piena epoca proibizionistica, nel 1925, l’articolo del medico americano Robert Schless “Il tossicomane” (titolo originale: The Drug Addict) rappresenta ancora oggi, nonostante i profondi cambiamenti intervenuti nel sistema mondiale della droga, un testo estremamente utile e godibile per la critica lucida con cui smonta, da vero myth-buster, vari luoghi comuni vischiosi sulla droga, ancora oggi acriticamente propagati.

Pensiamo al mito del “tossico” come «povero disgraziato tremante e con lo sguardo allucinato, che sobbalza a ogni nonnulla» o, in termini contemporanei, come giovane marginale ciondolante dagli occhi semichiusi con una perenne sigaretta in mano, reso celebre da film e macchiette televisive: quanti di noi sanno che il tossicomane è spesso una persona tranquilla, marito/moglie esemplare e fedele, professionalmente coinvolto/a nel suo lavoro e perfettamente integrato/a nella società? La forbice tra rappresentazione sociale del “tossico” e la realtà sociale della tossicodipendenza è enorme, tanto che continuiamo a fare riferimento, nella nostra immaginazione, a raffigurazioni fruste e stereotipate, segno della nostra profonda ignoranza del fenomeno, a cui contribuiscono certamente le politiche proibizionistiche che, tra i tanti effetti diretti e indiretti, hanno anche quello di “proibire” una conoscenza adeguata del fatto sociale “droga”.

Altro mito denunciato da Robert Schless, ancora oggi condiviso, è quello del tossicomane-delinquente; mito associato, all’epoca, a quello del “negro stupratore” e del “sudamericano aggressore e omicida”. In realtà, fa presente Schless, se il tossicomane commette reati, questi sono, per lo più, legati alla necessità di procurarsi la sostanza di cui ha bisogno, non a una intrinseca istigazione della droga a compiere atti criminali. Anzi, alcuni crimini, come gli stupri, sono impediti proprio dall’azione delle droghe: perché le passioni sessuali dei tossicomani «e perfino le loro funzioni sessuali, sono totalmente spente quando [essi] sono “fatti”». L’implicazione è che i reati commessi da chi fa uso di droghe sono una conseguenza indiretta delle politiche protezionistiche che impediscono l’accesso ad esse per via ordinaria. Se tali politiche venissero meno, molti reati verrebbero meno con loro.

Schless mette in discussione anche l’assunto di senso comune secondo cui le droghe provocherebbero sempre e comunque danni irreparabili all’organismo. Sono più dannosi – obietta il medico americano – gli effetti dell’alcool, che non regrediscono nemmeno se si diventa astemi. I narcotici, invece, una volta ridotto o eliminato l’uso, consentono di tornare a una vita normale, senza eccessivi o duraturi patemi fisici.

Il contenuto più rilevante dell’articolo di Schless è, però, sicuramente l’atto di accusa rivolto senza peli sulla lingua all’Harrison Act, la legge che, nel 1914, introdusse di fatto il proibizionismo relativo alle droghe in America, ritenuto responsabile della maggior parte dei casi di tossicomania degli Stati Uniti dell’epoca: una legge che trasformava il consumatore di droga in un malato e in un criminale e che rendeva chi vendeva la droga uno “spacciatore”, con il conseguente processo di stigmatizzazione negativa che accompagna tali fenomeni di trasformazione, aprendo la strada a un mondo sotterraneo di illegalità che soddisfa la domanda persistente di droga aumentando a dismisura i costi dei beni scambiati, a tutto rischio e pericolo di consumatori e venditori.

Come è evidente, sono tanti gli argomenti di interesse di questo piccolo, grande saggio di sociologia della droga che qui propongo, per la prima volta a mia conoscenza, in traduzione italiana. Un testo estremamente attuale e sul quale mi propongo di tornare con una corposa introduzione. Nel frattempo, buona lettura!

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Pinocchio e Lombroso: una suggestione

Nel capitolo XI delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (1826-1890), il burattinaio Mangiafoco sta per bruciare Pinocchio per cuocere il suo montone allo spiedo, quando questi si mette a urlare e strepitare: «Non voglio morire, non voglio morire!». A queste parole, Mangiafoco si commuove e lascia andare un «sonorissimo starnuto». Al che un altro burattino, Arlecchino, bisbiglia a Pinocchio: «Buone nuove, fratello! Il burattinaio ha starnutito, e questo è segno che s’è mosso a compassione per te, e oramai sei salvo».

Il mondo di Pinocchio è un mondo colmo di segni “trasparenti” che basta saper cogliere per attribuire un significato univoco al comportamento dei suoi protagonisti. Sappiamo che Pinocchio mente perché gli si allunga il naso; che Mangiafoco si commuove perché starnutisce; che il Gatto ripete sempre le ultime parole pronunciate dalla Volpe; che la fata ha i capelli turchini. Certo, Le avventure di Pinocchio sono un racconto per bambini e, come ogni storia per l’infanzia, i suoi attori devono essere facilmente riconoscibili e caratterizzabili. Ricordiamo, però, che l’opera fu pubblicata in volume da Collodi nel 1883, cioè in piena epoca lombrosiana. E la criminologia di Cesare Lombroso (1835-1909) – ricordiamo che la sua opera più importante L’uomo delinquente è del 1876 – è una criminologia basata sui segni, in particolare su quelli che rivelano il carattere innato delle tendenze criminali degli individui (conformazioni del cranio, fossette occipitali, cicatrici, nei, tatuaggi, mancinismo ecc.). Sfruttando una facile suggestione ricavata dalla giustapposizione dei due testi, mi viene quasi da avanzare l’idea che la criminologia lombrosiana sia una criminologia “per fanciulli” perché, come le storie per bambini, contempla un mondo in cui i criminali sono facilmente riconoscibili e caratterizzabili (così come, per converso, le persone perbene) e in cui è facile distinguere il bene dal male in virtù di pochi segni rivelatori.

La realtà, tuttavia, è molto diversa e ci propone spesso individui capaci di mentire senza palesare alcuna alterazione fisica e senza sforzo, o di commuoversi senza starnutire né piangere. Fatto sta che, come ai funerali quando ci imbattiamo in persone afflitte che non lo dimostrano, sentiamo che le persone debbano sempre palesare le loro emozioni e ci sentiamo defraudati quando questo non accade. E allora giù critiche sulla ipocrisia degli “afflitti che non lo dimostrano” o sui bugiardi matricolati che non arrossiscono nemmeno un po’ per le loro menzogne. Salvo che, come detto, la realtà è sempre più complessa di quanto ci rivelino la fiction (non solo per bambini) e la criminologia. E, ad esempio, una persona può soffrire tanto in silenzio senza darlo a vedere. Con buona pace di Collodi e Lombroso.

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Le parole per ferire… i disabili

Nel recente, piccolo saggio di Tullio De Mauro, “Le parole per ferire”, pubblicato sull’Internazionale, viene proposta una mappa delle hate words in Italia, cioè delle parole adoperate per offendere l’altro, questione non banale su cui sia il Consiglio d’Europa sia il Governo italiano, tramite una apposita, recentissima Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, stanno cominciando a prendere provvedimenti. All’interno del sostanzioso e dettagliato corpus descritto da De Mauro, e al quale si rimanda il lettore interessato, spiccano le parole d’odio che colpiscono le persone disabili, da sempre oggetto di insulti e discriminazioni da parte dei “normali”, spesso convinti di essere immuni, per decreto divino, da qualsiasi forma di disabilità.

Le hate words rivolte alle persone con disabilità sono davvero numerose e sono da De Mauro suddivise in vari campi, che qui riproduco astraendo dal saggio del linguista napoletano.

Termini etnici, come mongolo e mongoloide, nel significato di “idiota, deficiente”.

Termini che indicano diversità e disabilità fisiche: antropoide, abnorme, bamberottolo, brutto, cecato, crozza, deforme, gibboso, gobbo, handicappato, minorato, nanerottolo, omucolo, orbo, racchio, scartina, scartellato (“gobbo”), sciancato, sgraziato, zoppo.

Termini che indicano diversità e disabilità psichiche, mentali, intellettuali: babbeo, babbaleo, babbalone, babbalucco; balordo; bambinesco; beota; bestia (anche nel senso di “moralmente spregevole”); cerebroleso; cottolengo (piemontese) “scemo, stupido” (dal nome del benemerito ospedale intitolato a S. Giuseppe Cottolengo);  credulone; cretino, cretinismo, cretineria, cretinata, cretinaggine, cretinesco, deficiente; ebete; idiota, idiozia; imbecille, imbecillità, imbecillaggine, rimbecillirsi; incapace; inetto anche in senso morale e intellettuale, inettitudine; insano; macrocefalo; mentecatto; microcefalo; puerile; ritardato; scemo, scemenza, scemata; sciocco sciocchezza; stolido, stolidità; stolto, stoltezza: stupido, stupidità, stupidaggine, istupidirsi; testone; tonto; umanoide.

Termini riferiti al campo degli ortaggi: bietolone nel significato di “semplicione”; broccolo nel significato di “persona goffa”, cetriolo nel significato di “sciocco”.

Termini riferiti al mondo animale: animale “persona inumana, per molti versi spregevole”; asino “ignorante”; bestia “persona inumana, per molti versi spregevole”, con i derivati bestiale, bestialità, bestione; bue “sciocco, stolido” con i derivati bovino e buaggine.

Termini riferiti agli apparati sessuali maschile e femminile: cazzone, coglione, fesso “sciocco”, bigolo (di area veneta, anche “sciocco”).

Altri termini: abnorme, delirante, pasticcione.

Prefissi e prefissoidi: ipo- (ipoumano), sotto- (sottospecie), sub- (subnormale, subumano).

Ciò che colpisce di questo corpus, in gran parte ancora intensamente adoperato, è l’estensione dello stesso, a testimonianza dell’acredine con cui i disabili sono vittime di insulti e discriminazioni verbali, ma anche il fatto che molti di questi termini (ad esempio, “abnorme”, “umanoide”,  “deficiente”, “idiota”, “ebete” ecc.) sono parole che in origine erano neutre e tecniche, ma che, col tempo, sono diventate ingiuriose, secondo un meccanismo che spiego nel mio Turpia. Sociologia del turpiloquio e della bestemmia nel quale avanzo anche una possibile spiegazione del perché esistano tante parole offensive nei confronti dei disabili. In soldoni, tali parole consentirebbero ai “normali” di difendere la propria “normalità” e prendere le distanze dalla disabilità percepita come una catastrofe. Le parolacce, in altre parole, servirebbero una funzione apotropaica, allontanando il “male” della disabilità. Un po’ come se chi offende il disabile dicesse al tempo stesso: “Spero di non essere mai colpito dalla tua disgrazia”. Le cose stanno, in realtà, cambiando negli ultimi tempi. È subentrata una nuova consapevolezza della disabilità e un nuovo rispetto nei confronti dei disabili. Fatto sta che, ancora oggi, il senso comune sembra prigioniero di una considerazione del disabile come di un essere naturalmente inferiore e diverso. Lo dimostra, fra l’altro, la disinvoltura con cui i bambini si offendono a vicenda chiamandosi “mongoloide” o “idiota”. Fino a quando questo accadrà, i disabili non saranno percepiti pienamente come esseri umani aventi diritti come tutti gli altri.

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Il bacio del… destino

deathofnelsondevis

Tra gli errori linguistici intenzionali figurano alcuni esempi in cui, all’interno di una stessa lingua, una parola viene resa con un suo omofono a scopo pedagogico o censorio. È il caso delle ultime parole pronunciate, in punto di morte, dall’ammiraglio Orazio Nelson al capitano Thomas Hardy. Come è noto, il grande eroe inglese morì durante la vittoriosa Battaglia di Trafalgar del 21 ottobre 1805 a bordo della nave Victory, allorché la flotta inglese, pur in inferiorità numerica rispetto a quella franco-spagnola, riuscì ad avere la meglio su di essa, rafforzando la supremazia navale inglese sulla Francia, destinata a durare per anni. Nelson morì alle 16:30 in seguito a una moschettata sparata da una nave francese. Secondo la versione più nota, egli avrebbe allora pronunciato le parole: «Kiss me, Hardy» (“Baciami, Hardy”) o parole molto simili. Lo proverebbero, fra l’altro, tre testimoni presenti sul luogo al momento della morte dell’ammiraglio, William Beatty, il cappellano Alexander Scott e Walter Burke, tutti immortalati successivamente in un famoso dipinto di Arthur Devis, intitolato Death of Nelson (“Morte di Nelson”). Da aggiungere che anche Arthur Devis era presente sulla Victory quando Nelson morì, ragione per cui si ritiene che la sua opera pittorica sia molto fedele a quanto avvenuto nella realtà.

Più precisamente, secondo i resoconti dei testimoni, Nelson avrebbe detto dapprima: «Abbi cura della mia cara Lady Hamilton, Hardy, abbi cura della cara Lady Hamilton», per poi aggiungere debolmente, dopo una pausa:  «Baciami, Hardy». Cosa che Hardy fece, sulla guancia di Nelson. L’ammiraglio avrebbe, infine, sibilato: «Ora sono soddisfatto. Grazie a Dio, ho compiuto il mio dovere».

In realtà, alcuni storici dubitano che le cose siano andate davvero in questo modo. Hardy, probabilmente, non era presente accanto al suo ammiraglio nel momento esatto della sua morte. Essendo il capitano della nave, era spesso chiamato a sovrintendere le operazioni in coperta. E anche gli altri testimoni non rimasero sempre accanto a lui fino alla fine. Infuriando una battaglia, è probabile che si siano frequentemente allontanati e siano spesso tornati al suo fianco. Sembra, però, che abbia effettivamente baciato Nelson e che le ultime parole di questo siano state: «God bless you, Hardy» (“Dio ti benedica, Hardy”).

Comunque sia andata, è curioso che la storia successiva gli abbia attribuito le seguenti parole: «Kismet, Hardy». Perché Kismet? Kismet è una parola di origine araba che significa “fato”, “destino” e fu attribuita all’ammiraglio Nelson in piena epoca vittoriana in funziona eufemistica e censoria: un uomo virile, e un eroe per giunta, che dica “baciami” a un altro uomo in punto di morte, avrebbe potuto suscitare dubbi sui suoi orientamenti sessuali e lasciar intendere una sgradevole impressione di omosessualità. Di qui la trovata di sostituire Kiss me con il praticamente omofono Kismet. Che le cose non siano andate così, lo dimostra, però, il fatto che il primo uso documentato del termine kismet risale al 1849, oltre trenta anni dopo la morte dell’ammiraglio. Inoltre, pare bizzarro che un uomo, in punto di morte, decida di adoperare una parola così inconsueta per lanciare un messaggio al mondo.

Insomma, qualsiasi cosa abbia detto Nelson alla fine della sua vita, sembra inverosimile che abbia utilizzato un termine di nuovo conio proveniente da fonte orientale, che oggi, fra l’altro, pochissimi inglesi conoscono.

L’epoca vittoriana, come è noto, inventò l’eufemismo come espediente cosmetico, sociale e moralistico. Ma a volte le sue invenzioni appaiono davvero bizzarre.

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