Dillo in latino e guarirai

Nel bel libro di Giorgio Dobrilla, Cinquemila anni di placebo (Edra Edizioni, 2017), trovo questo aneddoto:

Il giornalista Gaslero Plesch riporta sull’organo del Partito Nazionale Fascista La Provincia di Bolzano del 28 luglio 1937 che Jean-Nicolas Corvisart, medico personale di Napoleone I, aveva guarito la moglie dell’imperatore affetta da vari malanni prescrivendole tramite il farmacista di corte la seguente ricetta: «Aqua fontiz 50 g, eadem repetita 100 g, eadem distillata 100 g, nihil aliud, misce secundum artem». Attenti alle dosi: un cucchiaino in un bicchier d’acqua, al mattino, a digiuno. L’imperatrice consiglia la stessa cura miracolosa alle amiche di corte e pure a un alto prelato giunto a Fontainebleau da Roma che lamentava disturbi vari e malessere. Il prelato legge la ricetta, non si trattiene dal riso ed è costretto a tradurre la ricetta alla sconcertata imperatrice: «Acqua di fonte 50 grammi, la stessa altri 100 grammi, acqua distillata 100 grammi, “nient’altro”. Mescolare adeguatamente e assumere, come indicato, un cucchiaino al mattino» (p. 27).

Un aneddoto del genere non dovrebbe sorprendere chi ha familiarità con il latinorum mistificante di cui si lamenta Renzo ne I promessi sposi di Manzoni o con il latino esotico e manipolatorio delle coscienze delle masse pronunciato nelle messe cattoliche fino al 1965. In tutti questi casi, il latino ha la funzione non di comunicare, ma di persuadere, sedurre, incantare, abbindolare. Oggi che il latino è stato sostituito dall’inglese, gli effetti placebo della lingua di Gran Bretagna e Stati Uniti sono sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, è indubbio che essere un accountant sia meno banale che essere un “ragioniere” o un “contabile”. La spending review pare più accettabile di una minacciosa “revisione della spesa”. Così come la pet therapy produce più risultati di una terapia basata su attività svolte con animali domestici. E poi c’è naturalmente la location del meeting per il brainstorming per superare i competitor e l’austerity per poi passare un bel weekend in una beauty farm decisamente trendy. Tutto questo crea un’atmosfera densa di connotazioni positive perché, come dice Giacomo Leopardi (o James Leopard, se vi piace) “Nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutti quei suoni che non sono propri della nostra”. Insomma, anche la lingua è un placebo.  E se sei fashion sei molto più che “alla moda”.

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Come costruire una testimonianza oculare

Siete convinti che le testimonianze oculari siano sempre affidabili? Ecco un interessante esperimento di 25 anni fa.

Il 4 ottobre 1992, un Boeing 707 della compagnia El-Al decolla da Schiphol, l’aeroporto di Amsterdam, quando improvvisamente due motori perdono potenza. Il pilota tenta di tornare indietro, ma senza esito. L’aeroplano si schianta contro un palazzo di undici piani di un sobborgo di Amsterdam. Nell’incidente muoiono in totale 43 persone. L’episodio ha una vasta eco in Olanda per diversi giorni.

Dieci mesi dopo, alcuni psicologi, Hans Crombag, Willem A. Wagenaar e Peter J. Van Koppen intervistano 193 persone di varia provenienza sociale. Tra le domande spicca la seguente: “Hai visto in TV il filmato del momento in cui l’aeroplano si è schiantato contro il palazzo?”. Il 55% degli intervistati (107 persone) risponde di sì. Qualche tempo dopo, in una intervista analoga, gli stessi studiosi pongono la stessa domanda a 93 studenti di diritto. Il 66% degli intervistati (62 persone) risponde di aver visto il filmato. Non solo. Essi riferiscono di ricordare perfino dettagli dell’impatto dell’aereo sugli edifici e delle sue conseguenze. Cosa impossibile. Se non altro perché – e questa è la clamorosa sorpresa – il filmato non esiste (è il 1992 e non esistono smartphone e videocamere integrate, né alcun giornalista è presente sul luogo al momento dell’impatto). Perché tante persone dicono di aver visto qualcosa che non hanno visto? La risposta, secondo gli autori, è che gli intervistati hanno immaginato tutto sulla base di inferenze logiche e di dati appresi da altre fonti. Secondo gli psicologi, nella mente di queste persone, la scena si è ripetuta talmente di frequente che esse non si sono rese conto che si trattava del frutto della loro immaginazione. Si tratta, in altre parole, di un falso ricordo condiviso collettivamente. Come chiosano i ricercatori: è «difficile distinguere tra ciò che abbiamo visto nella realtà e ciò che il buon senso ci suggerisce a proposito del modo in cui devono essere andate le cose». Il buon senso e le informazioni ottenute da altre fonti «concorrono ad alterare il ricordo di un testimone oculare». Innegabilmente, «è particolarmente facile  che ciò accada quando, come nelle nostre ricerche, l’evento di cui si parla è di natura altamente drammatica, e quasi necessariamente suscita immagini mentali forti e dettagliate».

In conclusione, sostengono gli autori, «dimostriamo che è relativamente facile in una situazione reale fare in modo che adulti ragionevolmente intelligenti credano di essere stati testimoni di qualcosa che non hanno mai visto, ma di cui hanno solo sentito parlare da altri, e far loro riferire dettagli circostanziati dell’evento». 

A questo punto, potremmo domandarci: se è così facile indurre falsi ricordi nei testimoni, come mai continuiamo a dare credito alle testimonianze oculari? Perché la frase “L’ho visto con i miei occhi” ci sembra così degna di fede? Ci sono modi per rendere le testimonianze oculari più affidabili?

Rispondo a questa e ad altre domande criminologiche nel mio libro Delitti, pubblicato da C1V Edizioni (2016).

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Gli angeli hanno le ali?

Gli angeli hanno le ali? Per noi che siamo abituati a secoli di immagini di esseri alati a cui viene dato il nome di angeli, la risposta è ovviamente sì. Ma se, come fa Fritz Saxl nel classico che ha rivoluzionato l’iconologia La storia delle immagini (Laterza Editore, 2005. Ed. originale: 1957), ci si mette a indagare la questione, le cose appaiono più complesse. Nel Vecchio Testamento, l’angelo è indicato dalla parola ebraica mal’akh, che significa “messaggero”, tradotto in greco con angelos (“colui che annuncia”). Il fatto sorprendente è che né in ebraico né in greco per angelo si intende necessariamente una figura alata. Ad esempio, gli angeli che appaiono ad Abramo in Genesi 18 e 19 sono privi di ali. In alcuni casi, i protagonisti dei racconti biblici hanno addirittura difficoltà a riconoscere degli angeli negli uomini con cui parlano, cosa che chiaramente non accadrebbe se avessero delle ali. Questo è evidente in Giosuè 5, 13-14:

Mentre Giosuè era presso Gerico, alzò gli occhi ed ecco, vide un uomo in piedi davanti a sé che aveva in mano una spada sguainata. Giosuè si diresse verso di lui e gli chiese: «Tu sei per noi o per i nostri avversari?». Rispose: «No, io sono il capo dell’esercito del Signore. Giungo proprio ora». Allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò».

ma anche in Ebrei 13, 2: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo».

Un passo su cui Saxl si sofferma in particolare è Giudici 13:

Gli Israeliti tornarono a fare quello che è male agli occhi del Signore e il Signore li mise nelle mani dei Filistei per quarant’anni. C’era allora un uomo di Zorea di una famiglia dei Daniti, chiamato Manoach; sua moglie era sterile e non aveva mai partorito. L’angelo del Signore apparve a questa donna e le disse: «Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e dal mangiare nulla d’immondo. Poiché ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo consacrato a Dio fin dal seno materno; egli comincerà a liberare Israele dalle mani dei Filistei». La donna andò a dire al marito: «Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio, un aspetto terribile. Io non gli ho domandato da dove veniva ed egli non mi ha rivelato il suo nome, ma mi ha detto: Ecco tu concepirai e partorirai un figlio; ora non bere vino né bevanda inebriante e non mangiare nulla d’immondo, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte». Allora Manoach pregò il Signore e disse: «Signore, l’uomo di Dio mandato da te venga di nuovo da noi e c’insegni quello che dobbiamo fare per il nascituro». Dio ascoltò la preghiera di Manoach e l’angelo di Dio tornò ancora dalla donna, mentre stava nel campo; ma Manoach suo marito non era con lei. La donna corse in fretta ad informare il marito e gli disse: «Ecco, mi è apparso quell’uomo che venne da me l’altro giorno». Manoach si alzò, seguì la moglie e giunto a quell’uomo gli disse: «Sei tu l’uomo che hai parlato a questa donna?». Quegli rispose: «Sono io». Manoach gli disse: «Quando la tua parola si sarà avverata, quale sarà la norma da seguire per il bambino e che si dovrà fare per lui?». L’angelo del Signore rispose a Manoach: «Si astenga la donna da quanto le ho detto. Non mangi nessun prodotto della vigna, né beva vino o bevanda inebriante e non mangi nulla d’immondo; osservi quanto le ho comandato». Manoach disse all’angelo del Signore: «Permettici di trattenerti e di prepararti un capretto!». L’angelo del Signore rispose a Manoach: «Anche se tu mi trattenessi, non mangerei il tuo cibo; ma se vuoi fare un olocausto, offrilo al Signore». Manoach non sapeva che quello fosse l’angelo del Signore. Poi Manoach disse all’angelo del Signore: «Come ti chiami, perché quando si saranno avverate le tue parole, noi ti rendiamo onore?». L’angelo del Signore gli rispose: «Perché mi chiedi il nome? Esso è misterioso». Manoach prese il capretto e l’offerta e li bruciò sulla pietra al Signore, che opera cose misteriose. Mentre Manoach e la moglie stavano guardando, mentre la fiamma saliva dall’altare al cielo, l’angelo del Signore salì con la fiamma dell’altare. Manoach e la moglie, che stavano guardando, si gettarono allora con la faccia a terra e l’angelo del Signore non apparve più né a Manoach né alla moglie. Allora Manoach comprese che quello era l’angelo del Signore.

Insomma, da queste descrizioni, non sembra davvero che gli angeli si distinguano in maniera sensibile dagli uomini comuni. La mancanza di ali, del resto, si riscontra anche nel Nuovo Testamento. L’angelo che appare a Maria non ha ali. Né ha ali l’angelo di cui si parla in Luca 2,13.

Allora, si domanda Saxl, quando fu introdotta nell’arte cristiana l’immagine alata dell’angelo? La risposta è: nella prima metà del quinto secolo. E la fonte principale di questa nuova immagine si trova nelle rappresentazioni della Vittoria, la messaggera divina, diffusa nella mitologia greca e romana, che scende dal cielo per incoronare il vincitore dopo la battaglia.

Così riassume la vicenda Saxl:

L’immagine della figura celeste alata fu creata all’origine della nostra civiltà. Essa fu rielaborata dai Greci e dai Romani, ma i cristiani dei primi quattro secoli non trovarono nessuna ragione per adottarla. A partire dal quinto secolo l’immagine pagana non solo venne adottata, ma ebbe una così vigorosa fioritura da modificare l’interpretazione dei testi sacri (p. 13).

In conclusione, un tema così apparentemente cristiano come la dotazione alare degli angeli si rivela essere un innesto pagano. La spiegazione è affascinante e, del resto, motivi pagani sono presenti anche in altri temi cristiani a partire dal Natale. C’è da dire, però, che, in diversi passi della Bibbia, gli angeli sono dotati di ali o, almeno, sono in grado di volare. Ezechiele 10 sostiene che i cherubini hanno le ali. Isaia 6 parla di Serafini che volano. In Esodo 25, 20 si dice: «I cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le ali il coperchio; saranno rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il coperchio». Ancora in Daniele 9, 21 si legge: «Gabriele, che io avevo visto prima in visione, volò veloce verso di me». E, infine, Apocalisse 14, 6: «Poi vidi un altro angelo che volando in mezzo al cielo recava un vangelo eterno da annunziare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e popolo». Sembra, dunque, che il tema dell’angelo alato sia presente anche nella Bibbia, seppure non così frequentemente come quello del messaggero divino privo di ali. Forse, solo angeli speciali come cherubini e serafini hanno ali. Forse, un angelo, creatura celeste per eccellenza, può essere in grado di volare pur essendo privo di ali. Resta il fatto che l’angelo alato al quale siamo abituati è una rappresentazione minoritaria nella Bibbia a dispetto del nostro immaginario che proprio non riesce a concepirne uno senza le ali.

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L’effetto Forer

È noto come la fama di alcune personalità del mondo della letteratura, della musica, delle scienze umane, delle arti sia legata a un unico libro, a un’unica composizione, a un unico concetto, a un’unica scultura. Questo sembra essere il caso dello psicologo americano Bertram R. Forer (1914–2000) il cui nome è associato oggi quasi esclusivamente all’effetto Forer, uno dei più curiosi e produttivi fenomeni della psicologia, la cui fama ha travalicato ampiamente i confini della sua disciplina fino a divenire patrimonio intellettuale di tutti coloro che si addentrano negli affascinanti meandri della psiche umana.

Nato a Springfield, nel Massachusetts, laureatosi presso la locale università e conseguito il dottorato in psicologia clinica presso l’Università della California a Los Angeles, Forer lavorò come psicologo in un ospedale militare durante la Seconda guerra mondiale, per poi dedicarsi alla sua professione a Malibu, sempre in California. La moglie, Lucille Kremith Forer, anch’essa psicologa è l’autrice del fortunato The Birth Order Factor (1976) nel quale è esplorata l’importanza dell’ordine di nascita nello sviluppo della personalità.

L’effetto Forer emerge in un breve articolo del 1949, intitolato “The Fallacy of Personal Validation: A classroom Demonstration of Gullibility” (“La fallacia della convalida soggettiva: una dimostrazione di credulità in aula”). L’esperimento descritto nell’articolo è presto riassunto. Forer somministra a 39 studenti di un corso introduttivo di psicologia un test di personalità denominato DIB (Diagnostic Interest Blank, traducibile con  “Questionario diagnostico degli interessi”). In seguito, restituisce agli studenti un profilo di personalità, apparentemente scaturito dalle risposte al test, in realtà prelevato da comuni riviste di astrologia e unico per tutti. Il profilo è composto da affermazioni del tutto generiche, divenute in seguito un punto di riferimento per tutti i “cultori” dell’effetto Forer e, per questo, ancora oggi ripetute senza soluzione di continuità non solo in manuali di psicologia e testi divulgativi, ma anche in molteplici siti e blog. Forer chiede, quindi, agli studenti di valutare l’accuratezza del profilo su una scala da zero (il punteggio minimo) a cinque (il punteggio massimo), ottenendo una valutazione media di 4,26 (92%), un punteggio altissimo, sostanzialmente confermato anche da successive repliche dell’esperimento. In pratica, l’esperimento dimostra che gli individui, posti di fronte a una descrizione generica della personalità, tendono ad adattarla a se stessi, come se la descrizione fosse rivolta unicamente alle loro persone e nonostante la vaghezza della descrizione la renda adattabile a un numero molto ampio di individui.

Ciò avviene, come spiega lo stesso Forer, perché gli individui non si differenziano tra loro per il possesso o l’assenza di determinati tratti di personalità. Tutti esibiscono gli stessi tratti di personalità. Ciò che cambia è il grado con cui questi tratti si manifestano in ogni singolo individuo. L’individuo, in altre parole, è una configurazione unica di caratteristiche non uniche, rinvenibili in tutti in misura variabile.

Perché è importante l’effetto Forer? Che cosa ha da dirci sul funzionamento della nostra mente? Perché maghi, cartomanti, sensitivi, medium, ma anche pubblicitari, politici, psicologi ne fanno largo uso?

Ho tradotto integralmente l’articolo di Forer qui. L’articolo è preceduto da una mia corposa introduzione che spiega nel dettaglio la rilevanza del fenomeno in un’epoca che si dice razionale, ma che si lascia avvincere da fake news e altre irrazionalità. Una lettura importante per chi voglia capire il nostro tempo e la nostra credulità.

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Il dominio del lessico economico

Dice Giorgio Agamben in un articolo del 16 febbraio 2012:

David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni, stava lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, “fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo.

Nella nostra epoca irreligiosa – e lo dice un ateo – tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede, è diventata mero credito bancario. Il lessico dell’economia è oggi dominante, invasivo, occupante. Il mercato ci guarda con i suoi occhi arcigni. Ciò che conta oggi è che il bilancio familiare sia in attivo, che il ragazzo recuperi il debito scolastico, che la partita di calcio torni in equilibrio, anche se l’allenatore sa che il fatturato è importante per vincere il campionato. La reputazione è definita un credito sociale e chi si sfidanza è di nuovo sul mercato, ma attenzione al mercato del sesso facile. L’arte di persuadere è diventata l’arte di “sapersi vendere”. La cultura è un consumo: si consuma cultura come si consuma energia, cocaina o un motore d’auto. I lavoratori sono “risorse umane” e sono contenti di essere chiamati “risorse” perché “fa più moderno” rispetto a “lavoratori”, anche se rimanda a oggetti, anzi a merci. Un tempo si sfogliava la margherita e si recitava “M’ama. Non m’ama”. Oggi la margherita è stata sostituita dalla partita doppia, cioè da un metodo di scrittura contabile, che consente di declinare le forme del dare e dell’avere a cui si avrebbe accesso sposando quel partito. I battiti del cuore sono stati soppiantati da entrate e uscite. I problemi e le difficoltà sono “costi” da sostenere e gli eroi medioevali sono diventati “eccellenze”, termine talmente abusato da far nascere qualche dubbio sulla sua utilità: se tutto e tutti sono eccellenze, dove è la mediocrità? Perfino termini come “crescita” che originariamente non hanno nulla di economico sono stati occupati quasi integralmente dalla semantica dell’economia: la crescita di un paese, di fatto, non può che essere economica. Dio, naturalmente, e la fede sono ridotti a “credito” economico, politico, sociale. Ognuno di noi è un piccolo istituto di credito e, come tale, soggetto a cedere alla minima scossa tellurica che metta in discussione non tanto la propria solidità morale, che è sempre suscettibile di negoziazioni e compromessi, quanto il proprio conto in banca, vera pietra miliare della propria reputazione, il credito per eccellenza di questa epoca irreligiosa (e lo dice, ripeto, un ateo).

Ogni epoca presuppone un linguaggio dominante che, attinge, sostanzialmente e metaforicamente, a un determinato modo di vedere il mondo. In passato, il linguaggio dominante per eccellenza è stato quello della religione cristiana, che ancora, in parte, sopravvive. Oggi è decisamente quello dell’economia perché tutto ciò che facciamo, produciamo, generiamo è soggetto, innanzitutto, che ne siamo consapevoli o no, a valutazione economica. Dalla nascita alla morte. È importante riflettere sulla linguistica del nostro tempo perché espressioni come “essere sul mercato”, usate per i sentimenti, non sono affatto “naturali”. E il guaio è che molti sembrano non esserne affatto consapevoli.

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Il gigante di ferro tra le nuvole

Nel gennaio 2016 ha suscitato svariati commenti la foto postata da un trentenne irlandese, Nick O’Donoghue, e scattata a bordo di un volo EasyJet da Vienna all’aeroporto londinese di Gatwick. La foto ritrae una “misteriosa presenza” tra le nuvole, subito battezzata “The Iron Giant” (“Il gigante di ferro”). In effetti, uno sguardo ingenuo restituisce immediatamente una forma umanoide che passeggia tra le nuvole. Tra le spiegazioni proposte di questo evidente caso di pareidolia, c’è quella del sito Metabunk che attribuisce la strana figura a due pennacchi di condensa scaturiti da una centrale elettrica sottostante. Una spiegazione ragionevole e sensata per un fenomeno – la pareidolia – spesso circonfuso da un’aura di mistero del tutto ingiustificata.

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I diari di Lewis Henry Morgan

Nella maggior parte dei casi, i classici dell’antropologia offrono testi che elidono il lavoro di ricerca e propongono come dati gli esiti di un lavoro arduo, irto di difficoltà tecniche e umane. Ma come si muove davvero un antropologo sul campo? Che cosa spera e teme? Quali sono i compromessi a cui deve vincolarsi? E come pianifica la sua ricerca?

L’occasione di vedere un antropologo impegnato nel suo dirty work è sicuramente la pubblicazione, da parte dell’editore romano CISU, dei diari di campo, finora inediti in Italia, di Lewis Henry Morgan (1818-1881), figura pionieristica dell’antropologia americana, noto per capolavori quali La Lega degli Irochesi (1851) e La società antica (1877). Finora l’editoria italiana ci aveva regalato poche testimonianze del genere, prima fra tutte i celeberrimi Diari di Bronislaw Malinowski. Oggi, i diari di Morgan danno al lettore l’opportunità di “vedere” un antropologo al lavoro, con tutte le difficoltà pratiche del caso. Come e quando viaggiare? Come conciliare l’antropologia con il proprio lavoro? Come avvicinarsi ai soggetti della propria ricerca? Come raccogliere informazioni? Come costruire rapporti? Come superare i momenti di difficoltà e di scoraggiamento? Come far fronte alle asperità dell’ambiente e delle comunicazioni? I diari di Morgan costituiscono un’occasione quasi unica per chi è attirato da quella affascinante disciplina che è l’antropologia e vuole saggiarne tutti gli aspetti metodologici. La cura del testo è dell’antropologo lucano Enzo Vinicio Alliegro, la traduzione mia.

L’opera di Morgan offre, però, anche importanti spunti linguistici e traduttivi. Qui di seguito, la mia Nota del traduttore, espunta dal testo per motivi editoriali.

Buona lettura

Nota del traduttore

È opportuno fornire alcune breve osservazioni sulle scelte lessicali e traduttive adottate per il presente testo.

Tradurre un testo che parla di “Indiani d’America” significa confrontarsi con un set di termini ormai stabilizzato e assunto come dato dalla tradizione traduttiva. Si pensi a termini come “uomo di medicina”, “nazione” e “banda”, che riproducono per calco gli inglesi medicine-man, nation e band. Eppure, proprio la forte tendenza al calco che caratterizza i testi antropologici, etnologici e storici che hanno come oggetto di studio gli “Indiani” può sollevare importanti interrogativi sulla bontà delle consuetudini traduttive: ci si potrebbe chiedere, ad esempio, se un termine come “banda” che, in italiano, ha connotazioni che evocano discipline come la sociologia della devianza o la criminologia, sia una soluzione adeguata. Il problema è che quando un termine si assesta prepotentemente in un lessico specialistico diventa difficile scalzarlo e si corre il rischio di proporre soluzioni stranianti che rendono difficile conciliare il testo “neologizzato” con il corpus testuale, intrinseco alla sua disciplina di riferimento, che è ormai patrimonio corrente di esperti, specialisti e uomini e donne comuni. Si pensi, tanto per fare un esempio letterario, a quanto accaduto con la recente ritraduzione (2010) del capolavoro di Thomas Mann Der Zauberberg, noto da quasi un secolo in italiano con il titolo La montagna incantata, e ora diventato il più fedele La montagna magica. Sebbene quest’ultimo sia un titolo preferibile da un punto di vista squisitamente tecnico, la reazione dei lettori è stata di sconcerto per il prestigio ormai accumulato dal titolo più tradizionale. Per questo motivo, nel contesto della presente traduzione, si è preferito conservare i termini consueti invalsi nella letteratura antropologica ed etnologica in materia, pur avvertendo il lettore, seppure nel breve spazio di questa nota, della necessità di assumere uno sguardo problematico nei confronti degli stessi.

Altra caratteristica di questo testo è naturalmente lo stile dell’autore: trattandosi di journals, Morgan adotta uno stile ovviamente diaristico con tutto ciò che questo comporta da un punto di vista narrativo. In particolare, si segnalano ridondanze, ripetizioni, uso di deittici, scrittura informale e intimistica, spazio concesso a osservazioni personali e certamente “poco scientifiche”, “rivelazioni” che probabilmente non troverebbero spazio in un testo scientifico vero e proprio. Particolarmente a proposito dei deittici, si è tentato di contestualizzare gli stessi quando possibile in modo da rendere più chiaramente al lettore il loro significato. Le “rivelazioni” di Morgan, invece, consentiranno al lettore di conoscere modi di pensare, atteggiamenti e opinioni dell’autore, anche “politicamente scorrette”, non consuete di norma nei testi scientifici.

I diari di Morgan risentono molto dell’intervento del suo curatore, l’antropologo statunitense Leslie Alvin White che ha fornito il testo originale di un robusto apparato paratestuale, qui riprodotto solo in parte. In particolare, si sono conservati, oltre all’introduzione, i titoli dei paragrafi di White, che consentono di suddividere in modo leggibile il materiale di Morgan e di offrire una scansione più comprensibile e contestualizzata delle vicende che videro protagonista l’autore della Lega degli irochesi tra il 1859 e il 1861. Sono state preservate anche alcune note di White, dove necessario, in modo da consentire una più agevole penetrazione del testo. Le note di White sono tra parentesi quadre. Altre osservazioni di White sono state espunte, o perché troppo dettagliate o perché prolisse.

I diari di Morgan presentano occasionalmente qualche spazio vuoto, anche in questo caso solitamente chiarito da White. Comunque, si sono espunte brevissime frasi dal significato ambiguo o indefinibile, non leggibili né comprensibili nel testo originale di Morgan. Tra parentesi quadre si trovano anche alcune interpolazioni del traduttore chiarificatrici di termini o situazioni. Ad esempio, si è lasciato nell’originale inglese i termini niece e nephew (nipoti di zio/zia) e grandson e granddaughter e grandchildren (nipoti di nonno/nonna) che in italiano sono tradotti dagli stessi termini. In alcuni – pochissimi – casi, ho sostituito le dizioni scelte da Morgan con quelle più in uso: ciò è accaduto unicamente con i nomi di alcune tribù (o clan) indiani e solo in presenza di attestazioni certe. Un esempio è costituito da nomi come “Pottawatamie” e “Menominee” la cui grafia è stata resa omogenea e costante.

I nomi degli Indiani sono sempre resi con iniziale maiuscola, tranne quando compaiono come aggettivi. I termini relativi alle unità di misura sono lasciati in originale: piedi, pollici e bushel, dunque, sono adoperati al posto dei più familiari (per il lettore italiano) metri, centimetri e staia. Ciò è stato fatto per restituire la cultura di provenienza dell’autore, al limite dello straniamento, nel presupposto che il lettore debba compiere uno sforzo di avvicinamento al suo contesto, anche linguistico, e, per così dire, mettersi nei panni di chi fa antropologia nel XIX secolo. Si noterà che le descrizioni spaziali di Morgan fanno spesso uso di termini relativi ai quattro punti cardinali (nord, sud, est, ovest), pratica non abituale per il lettore italiano, più abituato a termini che riguardano opposizioni come sinistra-destra, alto-basso.

Un’ultima osservazione: per una migliore comprensione del testo si raccomanda al lettore poco avvezzo alle “faccende” degli Indiani d’America, o socializzato a stereotipi e idee fallaci tratte da film e letteratura popolare, di leggere qualche storia degli Indiani d’America. Un esempio può essere l’agile Jacquin, P., 2016, Storia degli indiani d’America, Mondadori, Milano, ma i testi in argomento sono davvero numerosi e non c’è che l’imbarazzo della scelta. 

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Il primo caso di dislessia in letteratura

Anche malattie e disturbi del corpo e della mente hanno una storia. Atteggiamenti, aspettative e credenze relativi alle patologie cambiano, senza necessariamente evolvere. Il sapere medico non è necessariamente di tipo cumulativo e migliorativo. È interessante, allora, studiare come la società abbia, nel tempo, guardato a certi disturbi. Prendiamo, ad esempio, la dislessia, definita dalla L. 170 dell’8 ottobre 2010 come “disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura”. L’interesse per le difficoltà di lettura di alcune persone è probabilmente iniziato nel 1878 con il neurologo tedesco Adolph Kussmaul, che introdusse il termine “cecità verbale” (word blindness) per descrivere  questo tipo di disturbo. Nel 1887, l’oftalmologo tedesco Rudolf Berlin fu il primo ad adoperare la parola “dislessia” al posto di “cecità verbale”. Il primo a riportare un caso di dislessia in una rivista specialistica – il  «British Medical Journal » del 7 novembre 1896 – fu probabilmente il medico William Pringle-Morgan, il quale imputò il disturbo a un difetto congenito di una parte del cervello. Questa teoria è stata condiviso a lungo da scienziati e medici prima di essere soppiantata da altre interpretazioni.

Qui di seguito riporto il breve, storico articolo di Pringle-Morgan che, a tutti gli effetti, è anche la prima descrizione clinica di un caso di dislessia: un documento storico che dovrebbe essere conosciuto da medici, psicologi, pedagogisti e sociologi.

Un caso di cecità verbale congenita

di W. Pringle Morgan

The British Medical Journal

7 novembre 1896, p. 1378

(Traduzione di Romolo Giovanni Capuano©,

Novembre 2017)

Percy F., un ragazzo ben sviluppato di 14 anni, è il figlio maggiore di una coppia di genitori intelligenti, il secondo di sette  figli. È sempre stato un ragazzo sveglio e intelligente, abile nei giochi e per nulla inferiore ad altri ragazzi della sua età.

Il suo problema principale, che lo affligge da tempo, è l’incapacità di imparare a leggere. Questa incapacità è così notevole e pronunciata, che non ho alcun dubbio sia dovuta a qualche difetto congenito.

Frequenta la scuola o insegnanti privati da sette anni ed  è stato fatto ogni sforzo per insegnargli a leggere, ma, nonostante continui e laboriosi tentativi, riesce a compitare con difficoltà solo monosillabi.

Ciò che segue è il risultato di un esame che ho condotto su di lui poco tempo fa. Conosce tutte le lettere e sa scriverle e leggerle. Se chiamato a scrivere sotto dettatura, trova enormi difficoltà tranne che con parole semplicissime. Ad esempio, quando gli ho dettato la frase seguente: “Ora, guardami mentre lo faccio girare” ha scritto: “Ora, gardimi, mente lo facio gire”. “Avvolgere con attenzione il filo intorno al piolo” è diventato “Avolgee con atenzone il folo itono al polo”.

Ha commesso un errore scrivendo il proprio nome, ponendo “Precy” al posto di “Percy”, e non ha notato l’errore se non quando la sua attenzione è stata richiamata più volte. Gli ho chiesto di scrivere le seguenti parole:

Canto ha scritto Cano
Soggetto ha scritto Sogto
Senza ha scritto Sena
Inglese ha scritto Inese
Scellino ha scritto Selino
Riva ha scritto Rina

Non riusciva affatto a scrivere il nome della casa paterna, nonostante debba averlo visto e scritto decine di volte. Quando gli ho chiesto di leggere le frasi che aveva scritto poco tempo prima, non è riuscito a farlo e ha sbagliato ogni parola, tranne quelle più semplici. Ha sempre riconosciuto parole come “e” e “il”.

Gli ho chiesto di leggermi una frase tratta da un libro per bambini di facile lettura senza compitare le parole. Il risultato è stato curioso. Non ha letto correttamente nemmeno una parola con l’eccezione di “e”, “il”, “di”, “che” ecc. Ho avuto l’impressione che le altre parole gli fossero del tutto sconosciute tanto che non ha provato nemmeno a pronunciarle.

Ho verificato se era in grado di leggere i numeri e ho notato che vi riusciva facilmente. Ha letto velocemente 785.852.017 e 20.969 e ha risolto correttamente: (a + x) (a – x)= a2-x2. Non è riuscito a eseguire il semplice calcolo 4 x ½ , ma ha moltiplicato 749 per 867 velocemente e correttamente. Mi ha detto che gli piace la matematica e non ha alcuna difficoltà con i numeri, ma che le parole stampate o scritte “non hanno alcun significato per lui”. L’esame a cui l’ho sottoposto mi ha convinto del fatto che la sua opinione è corretta. Le parole scritte o stampate non lasciano alcun segno sulla sua mente e, solo dopo averle compitate con grande sforzo, il ragazzo riesce, dal suono delle lettere, a coglierne il significato. La sua memoria per le parole scritte o stampate è talmente carente che riconosce solo parole semplici come “e”, “il”, “di” ecc. Sembra che non riesca mai a ricordare le altre parole, anche se vi si è imbattuto con frequenza.

Pare non essere in grado di conservare e immagazzinare in memoria l’impressione visiva prodotta dalle parole, per cui queste, sebbene osservate, non hanno alcun significato per lui. La sua memoria visiva per le parole è carente o assente, il che vuol dire che egli è affatto da ciò che Kussmaul chiama “cecità verbale” (cœcitas syllabaris et verbalis).

I casi di cecità verbale sono sempre interessanti e questo lo è in modo particolare, credo. Per quanto ne so, si tratta di un caso unico in quanto non ha origine da una lesione né da una malattia, ma da una causa congenita, e trova spiegazione molto probabilmente in uno sviluppo imperfetto di una regione del cervello che, se colpita da malattia, negli adulti produce praticamente gli stessi sintomi: la circonvoluzione angolare sinistra.

Aggiungo che il ragazzo è sveglio e conversa in maniera mediamente intelligente. I suoi occhi sono normali, non vi è alcuna emianopsia e la vista è buona. L’uomo che è suo insegnante da qualche anno dice che sarebbe il ragazzo più bravo della scuola, se le lezioni fossero impartite solo oralmente. Sarà interessante appurare che effetto avranno su di lui ulteriori anni di istruzione.

Il padre mi dice che il problema principale è stato insegnargli le lettere e che pensavano che non avrebbe mai imparato nulla. Senza dubbio all’inizio era affetto da cecità verbale (cœcitas syllabaris et verbalis), ma, impegnandosi costantemente, il difetto è stato superato.

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Pubblicato in criminologia, Sociologia | Lascia un commento

Il “potente” placebo

L’articolo di Henry Knowles Beecher (1904–1976) medico, anestesista e filosofo della medicina americano, The Powerful Placebo (1955), che qui introduco e traduco per la prima volta in italiano, almeno a mia conoscenza, occupa un ruolo di rilievo nella storia della medicina e dell’idea di placebo in particolare. Pur non essendo il primo testo a parlare di placebo o a rilevarne gli effetti, è stato sicuramente uno dei primi a tematizzare l’argomento in maniera forte, a far emergere l’importanza della sua trattazione ai fini della ricerca scientifica e a raccomandarne l’impiego in una ampia serie di contesti di indagine, oggi per lo più dati per scontati. Non a caso qualsiasi saggio, articolo o monografia sul placebo offre, ancora oggi, un doveroso quanto rispettoso riconoscimento all’opera di Beecher in bibliografia. Sembra che The Powerful Placebo sia stato citato quasi mille volte nelle riviste scientifiche. Alcuni studiosi non esitano ad assegnare all’articolo del medico americano il merito di aver introdotto, per primo, il placebo come fatto scientifico, a quantificarne gli effetti in varie patologie e a rilevarne l’importanza come trattamento medico. Al tempo stesso, The Powerful Placebo è stato sottoposto a critiche laceranti che ne hanno messo in discussione l’intero impianto, nonché minato le fondamenta in maniera quasi radicale. Penso che sia importante leggere l’articolo di Beecher e riflettere sulle sue parole perché, come ogni classico, introduce a un nuovo modo di vedere il mondo e, nonostante le critiche,  ha aperto la strada alla valorizzazione di uno strumento – il placebo, appunto – sul quale ancora oggi si discute tantissimo.

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Pubblicato in profezia che si autoavvera | Lascia un commento

Montaigne enantiodromico

Ho definito la “criminologia enantiodromica” una criminologia che contempla la possibilità che da comportamenti criminali o devianti scaturiscano conseguenze positive tanto per gli individui quanto per la società, nel suo complesso o in parte: si tratta di una criminologia “perversa”, paradossale, che sfida il senso comune, ma anche il senso criminologico più riconosciuto. Ho trovato tracce di pensiero enantiodromico in autori come Aristotele, Machiavelli, Donne, Mandeville e Marx. Un altro autore frequentemente paradossale ed enantiodromico è Michel de Montaigne (1533-1592), nei cui Saggi (Michel de Montaigne, 1986, Saggi, vol. 1, Mondadori, Milano, p. 126) è possibile leggere testi come il seguente:

Il vantaggio dell’uno è danno dell’altro.

Demade Ateniese condannò uno della sua città, che faceva il mestiere di vendere gli strumenti per le sepolture, sotto l’imputazione che quello chiedeva un prezzo troppo alto, e che questo profitto non gli poteva venire senza la morte di molta gente. Questo giudizio sembra infondato, in quanto non si trae alcun profitto che con danno di altri, e allora bisognerebbe condannare ogni sorta di guadagno.

Il mercante non fa bene i suoi affari che sulla intemperanza della gioventù; l’agricoltore sul prezzo caro del frumento; l’architetto perché le case vanno in rovina; gli ufficiali di giustizia sulle cause e liti della gente; la dignità stessa e la vita dei ministri della religione derivano dalla nostra morte e dai nostri vizi. Nessun medico sente piacere della salute dei suoi amici, dice l’antico Comico greco, né il soldato gode della pace della sua città: e cosi per il resto. E, ciò che è peggio, se ognuno si frugasse dentro, troverebbe che i nostri desideri interiori per la maggior parte nascono e si alimentano a spese altrui.

Considerando ciò, m’è venuto in mente, come natura in questo non si allontani affatto dal suo generale modo di governare, infatti i fisici credono che la nascita, il nutrimento e l’accrescimento di ogni cosa, è l’alterazione e la corruzione di un’altra:

Nam quodcumque suis mutatum finibus exit,

Continuo hoc mors est illius, quod fuit ante.

Certamente, è terribile pensare che “i nostri desideri interiori per la maggior parte nascono e si alimentano a spese altrui”, che la nostra vita è un crudele gioco a somma zero, ma è indubbio che ciò, a volte, accada. 

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