Perché “abominevole”?

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Uomo delle nevi o roccia?

Abbiamo tutti sentito parlare dello Yeti, altrimenti conosciuto come “abominevole uomo delle nevi”, il curioso quanto ineffabile bipede scimmiesco che lascia impronte qua e là tra le nevi dell’Himalaya e che ha fatto credere a tanti che, nel Tibet e nei dintorni, si aggiri un essere misterioso, che sfugge a ogni classificazione animale conosciuta. Dello Yeti si parla almeno dalla metà dell’Ottocento e diversi sono gli esploratori che, da allora, credono di averlo visto o di averne rilevato le tracce. Oggi, quasi più nessuno ne parla nei termini fascinosi di qualche decennio fa e si è propensi a credere che esso non sia altro che un animale di quelle parti, il cui “mistero” è dato esclusivamente dalle cattive condizioni di visibilità che ne hanno sempre caratterizzato l’individuazione. Perfino le poche fotografie che dovrebbero testimoniarne l’esistenza sono ambigue, tanto che chiunque può leggervi ciò che vuole. In tempi relativamente recenti, l’alpinista Reinhold Messner ha riferito, in un suo libro, di ritenere che lo Yeti sia solo un orso bruno delle nevi. Indipendentemente dalla sua identità, è improbabile che esso corrisponda alla creatura leggendaria e fiabesca di cui molti amanti del mistero amano discutere.

Il vero mistero, però, è perché lo Yeti sia definito “abominevole uomo delle nevi”. Se si consulta il vocabolario si nota che “abominevole” vuol dire “meritevole di una infamante condanna sul piano morale”, “esecrabile”. Ora, se è comprensibile che una creatura misteriosa, vagamente scimmiesca, possa suscitare paura, inquietudine o sgomento, non si capisce perché debba essere oggetto di condanna morale. La risposta sta in un clamoroso errore di traduzione.

Il termine “abominevole uomo delle nevi” (Abominable Snowman, in inglese) fu coniato nel 1921, anno in cui il tenente colonnello Charles Howard-Bury condusse una spedizione britannica sul monte Everest, poi descritta nel libro Mount Everest The Reconnaisance, 1921. Qui egli riferì di essersi imbattuto in alcune strane tracce, probabilmente di un lupo grigio, che però gli sherpa che accompagnavano la spedizione attribuivano a quello che essi chiamavano metoh-kangmi, termine composto da metoh (“uomo orso”) e kang-mi (“uomo delle nevi”). Howard-Bury, tuttavia, giudicò l’esistenza dell’essere una favola per incutere timore nei bambini, paragonabile a quella occidentale dell’orco.

Il giornalista Henry Newman intervistò alcuni uomini che avevano partecipato alla spedizione di  Howard-Bury i quali gli riferirono del metoh-kangmi. Ecco come Newman riferisce il suo incontro:

Mi misi a parlare con alcuni facchini e, con mia grande sorpresa e piacere, un altro tibetano, lì presente, mi fornì una descrizione completa di questi uomini selvaggi, dei piedi volti all’indietro che consentivano loro di scalare facilmente le montagne, dei capelli lunghi e arruffati che, quando discendevano, ricadevano sugli occhi… Quando gli chiesi come chiamassero questi uomini, mi rispose metoh-kangmi. Kangmi significa “uomini delle nevi”, mentre tradussi la parola metoh con “abominevole”. Questa storia mi sembrava ben trovata (a joyous creation) e la trasmisi a un paio di quotidiani. Fece subito presa… In seguito, un esperto del Tibet mi disse che non avevo ben afferrato il significato del termine metoh. Non significava tanto “abominevole” quanto “schifoso”, “rivoltante”, come di qualcuno che indossa stracci ripugnanti.

L’espressione “abominevole uomo delle nevi” deriva, dunque, dalla “creatività” traduttiva (o “faciloneria” a seconda dei punti di vista) di un giornalista al quale era stata, comunque, comunicata una traduzione sbagliata del termine metoh (che, come abbiamo visto, non significa neppure “disgustoso”, ma “uomo orso”). Se poi l’espressione ebbe successo fu perché, per una inattesa eufonia, attecchì presso il grosso pubblico.

In conclusione, l’uomo delle nevi non ha mai avuto niente di abominevole. Abominevole, al più, è solo la capacità umana di sbagliare e di perseverare nell’errore solo perché esso appare una joyous creation.

Fonti:

Loxton, D., Prothero, D. R., 2013, Abominable Science! Origins of the Yeti, Nessie, and Other Famous Cryptids, Columbia University Press, New York, pp. 76-77.

Polidoro, M., 2006, Gli enigmi della storia, Edizioni, Piemme, Casale Monferrato (AL), pp. 341-364.

Yeti”, Wikipedia.

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Il mito delle scienze esatte in criminologia

101FalsiMitiCriminalitaIl 24 febbraio 1981, una donna bianca americana di 27 anni viene aggredita in casa da un individuo armato che la stupra dopo averla bendata. La donna, pur avendo solo intravisto brevemente il suo assalitore, identifica in Kirk Odom, fermato dalla polizia, il suo assalitore. L’identificazione è avvalorata dal ritrovamento di frammenti di capelli sulla camicia da notte della vittima che, secondo un “esperto”, combaciano con quelli di Odom. In seguito a tali prove, Odom viene condannato per stupro da una giuria. Dopo aver trascorso 22 anni in carcere e 8 in libertà vigilata (parole), l’analisi del DNA rivela la sua estraneità al crimine.

L’opinione pubblica vuole che le scienze forensi – le scienze hard per eccellenza – siano infallibili per definizione. Del resto, film, telefilm, trasmissioni televisive di vario genere non fanno altro che ribadirlo in ogni momento, tanto che l’inoppugnabilità dei test del DNA, delle impronte digitali, dell’analisi dei capelli ecc. è diventata praticamente luogo comune.

Nel 2010, la National Academy of Sciences degli Stati Uniti pubblica un rapporto intitolato Strengthening Forensic Science in the United States le cui conclusioni sono molto severe nei confronti della validità scientifica di esami come quello dei segni di morsi, degli schizzi di sangue, delle striature sui proiettili, dei già citati test delle impronte digitali e dell’analisi dei capelli. In particolare, il rapporto denuncia l’estrema variabilità in termini di efficienza, personale, certificazione e accreditamento esistente tra le strutture che si occupano di scienze forensi:

«Troppo spesso», continua il rapporto, «esse sono prive di adeguati programmi di istruzione, generalmente non rispettano gli standard obbligatori di qualità basati su ricerche ed esperimenti rigorosi, non posseggono requisiti certificati né seguono programmi di accreditamento» (p. 14). Inoltre, «tranne che per l’analisi del DNA […], nessun metodo forense si è dimostrato rigorosamente in grado di individuare, in maniera coerente e con un elevato livello di sicurezza, un rapporto tra le prove e un dato individuo o fonte» (p. 7).

Le conclusioni del rapporto americano sono sconcertanti: come è possibile che le prove “scientifiche” di cui Criminal Minds e CSI vantano continuamente l’infallibilità siano invece fallibili? La scienza non è, di per sé, rigorosamente esatta?

Ho affrontato questo e altri temi nel mio ultimo libro 101 falsi miti sulla criminalità al quale vi rimando per saperne di più.

Buona lettura.

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Non siamo tutti WEIRD!

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E se i risultati ottenuti dalle scienze del comportamento, in generale, e dalla psicologia in particolare, e sui quali basiamo oggi la conoscenza della mente e del comportamento umani, fossero clamorosamente parziali o errati? Se lo sono chiesto nel 2010, tre studiosi Henrich, Heine e Norenzayan, in un articolo intitolato “The weirdest people in the world?” pubblicato per il Behavioral and Brain Sciences. Perché tanto pessimismo? Semplice. Ciò che sappiamo in psicologia dipende, per la maggior parte, da esperimenti condotti su soggetti WEIRD, acronimo che sta per Western, Educated, Industrialised, Rich and Democratic (ma weird significa propriamente “strano”, “bizzarro”, “strambo”), vale a dire su soggetti (per lo più studenti universitari) Occidentali, Istruiti, Ricchi e provenienti da nazioni Occidentali e Industrializzate. Ad esempio, fanno notare gli autori, tra il 2003 e il 2007, ben il 96% dei soggetti volontari sui quali sono stati condotti i più importanti esperimenti in psicologia sono stati WEIRD e, addirittura, nel 68% delle riviste che hanno ospitato articoli di psicologia si trovano esclusivamente soggetti WEIRD di nazionalità americana.

L’assunto di fondo di tutti questi esperimenti è che i risultati siano generalizzabili alla popolazione di tutto il mondo, ma questo è un grave errore. La “tribù” dei WEIRD, affermano Henrich, Heine e Norenzayan, presenta delle caratteristiche talmente peculiari che non è possibile dare per scontato che le loro prestazioni siano rappresentative di ogni “tribù” umana. Infatti, gli American Undergraduates esibiscono peculiarità comportamentali in campi come la percezione visiva, il senso di equità, la cooperazione, il ragionamento spaziale, la categorizzazione, il ragionamento morale, gli stili di ragionamento e altri ancora. Ad esempio, il ragionamento morale dei WEIRD è governato da principi astratti, come le nozioni di “giustizia” e di “diritti”, che non si trovano presso altri popoli o sono categorizzate in maniera diversa. I risultati ottenuti dagli esperimenti condotti sulla percezione visiva sono condizionati dal fatto che i WEIRD si trovano a vivere in ambienti dominati da linee e angoli retti. I WEIRD parlano una lingua “egocentrica” in cui la posizione degli oggetti è di solito calcolata in base alla distanza che essi hanno rispetto a chi parla (“La bicicletta è a cinque metri da me”) piuttosto che a punti di riferimento allocentrici (“La bicicletta è vicina all’albero”). Il fatto, poi, che i WEIRD vivano in un’epoca caratterizzata da individualismo e narcisismo condiziona pesantemente gli esperimenti condotti sulla cooperazione e sull’altruismo: le teorie sulla cooperazione e sull’altruismo sviluppate nell’ultimo secolo, in altre parole, sono scarsamente generalizzabili al resto del mondo. Si pensi, infine, agli esperimenti condotti su sentimenti morali come la vergogna, che presenta fenomenologie estremamente variegate nel mondo e spesso molto distanti da quella presente nei paesi occidentali.

Un modo per ovviare a tali inconvenienti sarebbe quello di utilizzare soggetti non WEIRD e confrontare le loro prestazioni con quelle ottenute dai WEIRD. Ma ciò non è affatto facile: questioni di convenienza, comodità, budget per la ricerca e altre ancora rendono questa opzione quasi sempre impraticabile. L’importante, allora, è essere consapevoli che, se si conducono esperimenti di psicologia su un campione di soggetti WEIRD, i risultati non possono essere placidamente generalizzati al resto del mondo, ma, al più, alla popolazione dei WEIRD. Forse dovremmo abbandonare l’aspettativa illuministica che siamo tutti uguali e che ciò che vale per un essere umano vale per tutti gli altri. O almeno essere meno enfatici nel presentare le conclusioni degli esperimenti condotti nei nostri laboratori WEIRD. Dopotutto, si diceva un tempo, il mondo è bello (non minaccioso) perché è vario (o weird).

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La blasfemia negli Stati Uniti

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Fino a poco tempo fa in Italia, turpiloquio e bestemmia erano comportamenti criminali, sanzionati da norme del codice penale: solo recentemente il primo è stato abrogato, e la seconda è stata depenalizzata in linea con una tendenza che, nel corso del tempo, ha visto il turpiloquio e la bestemmia subire sanzioni sempre più amministrative e informali.

Non molti sanno, però, che turpiloquio e bestemmia continuano a essere sanzionati penalmente in alcune parti del mondo occidentale, compresi gli Stati Uniti, paese in cui, ad oggi, ben sette stati ritengono la profanity un crimine degno del carcere. Tra questi vi è il Massachusetts che prevede, tra i “reati contro la castità, la moralità, la decenza e l’ordine pubblico” anche quello di “blasfemia”. Ecco come recita il relativo articolo, che risale addirittura al 1697:

Chiunque volutamente bestemmi il sacro nome di Dio, negando, maledicendo o ingiuriando Dio, la sua creazione, il suo governo o il giudizio finale sul mondo, o maledicendo o ingiuriando Gesù Cristo o lo Spirito Santo, o maledicendo o ingiuriando o disprezzando o ridicolizzando il sacro verbo di Dio contenuto nelle sacre scritture sarà punito con la carcerazione non superiore a un anno o con una multa non superiore a trecento dollari, e potrà anche essere obbligato a tenere buona condotta.

Sebbene l’ultima condanna per blasfemia negli Stati Uniti risalga al 1928, colpisce il fatto che un paese occidentale contempli ancora una norma così formalmente severa sulla blasfemia. Al confronto anche l’Italia ci fa una bella figura!

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Sul monito “Sii te stesso!”

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Quando ero adolescente e mi ponevo il problema di come avvicinare una ragazza, mi sentivo dire immancabilmente: “Sii te stesso!”, come se in questa frase fosse celato il segreto delle relazioni umane. Da allora queste tre parole le ho sentite mille volte. Nelle conversazioni con amici, in televisione, al cinema, nei romanzi, nelle rubriche giornalistiche sui casi umani. Come se il suo significato fosse autoevidente, apodittico. Basta essere se stessi e tutto si aggiusta. Ma è davvero così? E poi: che cosa significa essere se stessi? Ho sempre pensato che noi non conosciamo mai in fondo noi stessi. Siamo ignoti, inafferrabili e imprevedibili a noi stessi. Ad esempio, crediamo che X non sarà mai di nostro gusto, poi ne facciamo esperienza e sappiamo di non poterne più fare a meno. Qual è il nostro vero sé? Quello prima o quello dopo X? Se non ho mai rubato in vita mia e improvvisamente sottraggo una banconota da cento euro a un amico, sono un ladro o no? Per la legge lo sono, certo. Ma in termini di identità, lo sono? Può il mio vero sé, onesto per 40 anni, diventare il sé di un ladro, per un gesto compiuto in pochi minuti?

Ognuno di noi è diverso in diverse fasi della vita: può desiderare ciò che un tempo rifiutava, essere disgustato da ciò che un tempo ambiva. Vedo alcune mie vecchie fotografie e rimango sbalordito dalle scelte estetiche da me compiute 20 anni fa. Qual è il mio vero io? Quello di oggi o quello di 20 anni fa? E poi che senso ha parlare di “essere se stessi” in adolescenza, un’età della vita caratterizzata da continua evoluzione (non a caso gli psicologi parlano di “psicologia evolutiva”).

Come ci insegnano la sociologia e la psicologia sociale, alcune parti di noi emergono in rapporto alla situazione sociale che stiamo vivendo o al tipo di interazione sociale in cui siamo coinvolti. «L’idea che si ha di sé è sempre riferita all’altro, perché mette in gioco condivisioni, scelte valori, comportamenti che comunque si riferiscono al proprio essere sociale» scrive Gabriella Turnaturi in Tradimenti. Io mi sento tremendamente introverso, se non addirittura timido, quando sono in presenza di certe persone; entusiasta e ciarliero in presenza di altre (ciò, fra l’altro, ci dice che sbagliamo quando pensiamo che tratti come l’introversione e l’estroversione siano assoluti). Io sono una certa persona quando sono con mio padre, un’altra quando sono con il mio capo, un’altra ancora quando sono con mia moglie. Qual è il mio vero sé? Se una ragazza che ritengo speciale mi fa sentire straordinariamente su di giri e vorrei conquistarla, che significa il consiglio “Sii te stesso!”, quando proprio con lei io mi sento come non mi sono mai sentito prima? Se lei ha stravolto il mio sé, che significa “essere me stesso”, quando sento ora di avere un nuovo “me”, completamente diverso da quello di prima? Noi cambiamo secondo le reti di relazione in cui siamo inseriti, anche se facciamo finta di non saperlo perché la nostra identità si fonda sulla convinzione che siamo gli stessi da quando nasciamo fino alla morte.

È per lo stesso motivo, incidentalmente, che il tradimento del partner ci coglie di sorpresa. Crediamo che la persona che abbiamo sposato rimarrà la stessa per tutta la vita – questo è il presupposto inconfessato del “finché morte non vi separi” – ma in realtà le persone cambiano incessantemente e cambiano a volte proprio perché sono inserite in una nuova relazione: quella matrimoniale. L’amore è eterno finché dura, afferma una nota boutade. Ed è vero. Finché siamo innamorati il nostro sentimento ci sembra speciale e destinato a durare per sempre; quando non lo siamo più svanisce e con esso la sensazione di eternità.  Abbandoniamo continuamente nuovi legami e ne intessiamo altri; cediamo vecchie appartenenze e scopriamo nuove fedeltà. Dove è il vero io in tutti questi passaggi? La verità non è unica, anche se siamo abituati a pensarlo.

Qualcuno dice che il vero sé è quello “autentico”, quello in cui ci si sente “spontanei”. Ma,  a ben vedere, nonostante il culto che la nostra epoca tributa all’autenticità – basti pensare a tutti i reality in cui i protagonisti fanno a gara a chi è più spontaneo a colpi di peti e parolacce – anche questa è una costruzione sociale: nemmeno con le persone con cui sono più intimamente in rapporto posso fare tutto ciò che voglio. Se lo facessi rischierei di compromettere la relazione. Perfino la spontaneità è regolata da sottili norme sociali (sì, esiste anche un modo socialmente regolato di dire parolacce “spontaneamente”).

Io non so che cosa significhi “essere me stesso”. Non lo sapevo nemmeno quando ero adolescente. So però che la nostra identità è mutevole e dipendente da mille circostanze sociali. Uno, nessuno e centomila. Non uno. Non nessuno. Centomila.

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Profezie di disabilità

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Nel 1992, un gruppo di studiosi – Harris, Milich, Corbitt, Hoover e Brady – pubblica sul Journal of Personality and Social Psychology, un interessante articolo dal titolo “Self-fulfilling effects of stigmatizing information on children’s social interactions“. Gli studiosi abbinano studenti della scuola elementare ad altri bambini sconosciuti con il compito di lavorare al raggiungimento di due obiettivi. Gli sperimentatori fanno credere a metà dei soggetti che i loro partner soffrono di disturbo ipercinetico e che quindi possono manifestare problemi nel portare a termine il gioco. L’altra parte dei soggetti non riceve nessuna informazione. In realtà, a insaputa dei soggetti, metà dei bambini ha davvero ricevuto una diagnosi di disturbo ipercinetico, anche se è stata distribuita equamente in entrambi i gruppi. L’altra metà non ha ricevuto alcuna diagnosi. I risultati rivelano che le aspettative hanno un potente effetto sugli atteggiamenti e sul comportamento dei bambini. Quelli a cui è stato detto che i loro compagni sono ipercinetici incontrano maggiori difficoltà nel compito degli altri bambini a cui non è stato detto nulla. Inoltre, si comportano meno amichevolmente nei loro confronti. Specularmente, i bambini definiti ipercinetici (che lo siano o meno) vivono un’esperienza meno piacevole rispetto ai loro compagni (la descrizione dell’esperimento è tratta da Brown, R., 2010, Psicologia sociale del pregiudizio, Il Mulino, Bologna, pp. 184-185).

Esperimenti come questi denunciano l’esistenza di una “profezia che si autoavvera” nelle interazioni tra disabili e no. Gli studi sociologici hanno ampiamente dimostrato che la disabilità è composta non solo da una componente fisica – la menomazione – ma anche da una componente sociale, fatta di aspettative, credenze, modi di interagire, miti ecc., con cui bisogna fare i conti e che spesso finisce con l’essere altrettanto, se non più, decisiva ai fini della qualità della vita del disabile di quella fisica o medica. Non a caso le associazioni che rappresentano o sostengono i diritti dei disabili affermano da anni che la componente sociale deve essere affrontata con altrettanto impegno che la componente medica. Nel nostro paese, però, tradizionalmente a forte impostazione medica e giuridica, questo viene spesso dimenticato. La verità è che si è disabili non solo per un problema fisico, ma anche per quello che c’è nello sguardo degli altri. Perché gli altri, come insegnava Sartre, possono essere l’inferno.

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Sociologia del dolore

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La sociologia ha dimostrato, nel corso del tempo, di poter indagare condizioni soggettive o stati emotivi solitamente ritenuti indifferenti o impermeabili a fattori di tipo sociale. Il dolore, ad esempio. Perfino tra gli accademici, non tutti sanno che esiste una tradizione sociologica abbastanza consolidata che ha messo in evidenza al di là di ogni dubbio che la percezione del dolore è influenzata da “insospettabili” variabili culturali, sociali, di classe e di genere.

Nel 1966, ad esempio, un articolo di Irving Kenneth Zola dimostrò come il medesimo evento corporeo non produceva reazioni identiche in tutte le popolazioni. Mettendo a confronto 63 italiani e 81 irlandesi da lui visitati a Boston tra il 1960 e il 1961, lo studioso osservò come, a parità di patologie, gli italiani lamentassero dolori molto più forti degli irlandesi, i quali tendevano addirittura a negarli o attenuarli. Zola chiamò questa tendenza degli italiani “drammatizzazione”: mentre gli irlandesi minimizzavano la loro sofferenza, gli italiani la accentuavano vivacemente. Questo perché le tradizioni socio-culturali degli irlandesi imponevano loro di trascurare la salute e ignorare l’avversità o accettarla in silenzio.

Risultati più o meno simili furono ottenuti da Zborowski nel 1969 in uno studio intitolato People in pain: ponendo a confronto pazienti italiani dell’Italia meridionale, ebrei dell’Europa orientale, irlandesi e americani di lunga data, visitati tra il 1951 e il 1954, anche questo studioso notò come gli italiani, insieme agli ebrei, tendessero a “drammatizzare” il proprio dolore.

Per quanto i risultati di queste ricerche siano ormai datati, esse hanno comunque evidenziato  il fatto che i gruppi sociali definiscono quale sia la legittimità del dolore e quale la cornice rituale associata alle circostanze della vita quando subentra un disturbo fisico. Altri studi hanno invece dimostrato che le donne appartenenti a diverse condizioni sociali sono più inclini degli uomini a dire e mostrare la propria sofferenza: la femminilità incoraggia il lamento a differenza della virilità che la esclude.

Per saperne di più su queste ricerche, è seminale lo studio di David Le Breton, Esperienze del dolore, una miniera di considerazioni su questa fondamentale esperienza umana che non tutti sono disposti ad affrontare secondo l’ottica delle scienze sociali.

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Capire i “furbetti del cartellino”

boscotrecase

È di pochi giorni fa la notizia che buona parte dei dipendenti del comune di Boscotrecase, in provincia di Napoli, non rispettava l’orario di lavoro, passando il badge per i colleghi non presenti e facendo registrare oltre 200 episodi di assenteismo. È partita la grancassa della retorica dei “furbetti del cartellino” con tanto di invettive contro la classe dei dipendenti pubblici, parassiti lavorativi in un mondo alla disperata ricerca di lavoro, e minacce di rapidissime sanzioni, di una rapidità che non viene invocata più nemmeno per terroristi e pedofili. Invece di unirmi alla maggioranza incarognita, vorrei andare oltre le invettive e le promesse di vendetta, tentando un ragionamento sul perché di questi atti devianti e sulle motivazioni che vi sottostanno. Si tratta di ragionamenti brevi, da sviluppare, scritti di getto e assolutamente insufficienti che, spero, possano contribuire a una discussione più ampia sul fenomeno.

Secondo il sociologo tedesco Max Weber, che alla burocrazia ha dedicato pagine fondamentali, il funzionario è guidato nella sua attività da una serie di principi, di cui elencherò di seguito solo una piccola parte.

Uno di questi è il principio della gerarchia degli uffici, in base al quale i superiori controllano gli inferiori e determinano gli ambiti di autorità e i flussi di comunicazione (sistema rigido di subordinazione, con poteri di verifica e controllo). In virtù di questo principio i subordinati sfuggono la responsabilità e dipendono dai superiori. Il funzionario è tenuto a obbedire all’ordine che gli viene impartito a prescindere da ogni giudizio sulla razionalità, bontà o moralità dello stesso. Conseguenza di questo principio è che il funzionario è esautorato di ogni responsabilità morale (principio di Eichmann), potendo sempre rimandare al giudizio del superiore avvertito come risolutivo, anche se ritenuto soggettivamente incompetente.

Altro principio è quello che l’agire del funzionario è guidato da un sistema di regole generali che governano ogni azione e decisione. Tali regole costituiscono la base di una competenza di tipo specialistico, che determina completamente il comportamento burocratico, rendendo vacuo e inutilizzabile qualsiasi altro criterio di azione.

Terzo principio è quello della impersonalità delle relazioni, da cui discende che il funzionario ha il compito di evitare interferenze “sentimentali” nell’assolvimento dei propri doveri (trattamento imparziale). La conseguenza è che la burocrazia rende l’ufficio inaccessibile alle emozioni umane. Essa obbedisce all’unico imperativo di adempiere alle regole dell’ufficio: ogni altro codice di regole, perfino quello etico, può essere visto con sospetto o come un intralcio.

Infine, i funzionari lavorano nella più completa separazione dei mezzi amministrativi e senza appropriazione del posto d’ufficio. In altre parole, il funzionario non possiede gli strumenti del suo lavoro (anche se tra questi e i suoi oggetti quotidiani possono crearsi legami “emotivi”). Conseguenza di questo principio è che il funzionario vive la propria esperienza lavorativa in termini alienanti e, talvolta, privi di senso. Addirittura, quando chiede al proprio superiore di capire il senso del proprio agire, può talvolta ricevere una risposta dura o ironica a sottolineare la mancanza di senso della sua stessa domanda di senso.

Dall’analisi di questi principi ne discende che il lavoro del funzionario è sostanzialmente:

  • noioso e monotono: scrivere un decreto è un atto tanto astratto quanto alienante. I destinatari sono cittadini lontani verso i quali nessun affetto né solidarietà è possibile (paradossalmente sono proprio gli episodi di corruzione ad avvicinare i dipendenti ai cittadini);
  • impersonale e alienante: non tutti sanno che perfino il diritto d’autore non esiste a livello amministrativo. Tutto l’agire del funzionario deve essere riconducibile a un grande IT (pronome impersonale inglese);
  • totalmente dipendente dal principio gerarchico, con la conseguenza che, in sostanza, l’impiegato è continuamente invitato a eludere il principio di responsabilità a vantaggio di quello gerarchico;
  • guidato da un unico motivatore, lo stipendio: le “soddisfazioni personali e professionali” sono a tutti gli effetti un fattore di risulta e puramente eventuale. La retorica del civil servant, del servitore dell’interesse pubblico è oggi, in un mondo turbocapitalistico e individualista, puramente orpellare. Sicuramente non motiva nessuno.

Alla luce di queste scarse considerazioni, ingannare il marcatempo non potrebbe essere visto come un atto di resistenza? Un tentativo di riacquistare personalità, sentimenti, individualità, perfino coscienza di sé? Una volontà inconsapevole di sfuggire a un mondo alienante la cui retorica bolsa e polverosa non ha più presa su nessuno al mondo d’oggi? Lo proverebbero anche gli evidenti atti di sfida di molti dipendenti che, pur consapevoli di essere spiati da un occhio elettronico, timbrano comunque il cartellino per il collega assente o rivolgono alla telecamera gesti osceni e di indifferenza.

Mi rendo conto che le mie parole potrebbero essere fraintese e interpretate in senso giustificazionista. Ma non è così. Si tratta di un invito a riflettere, a capire, a porsi delle domande. A non limitarsi a condannare e a reprimere. Ad altri, giudizi morali e di diverso genere.

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Viaggiare in un auto che si guida da sola

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Da tempo si parla delle auto che si guidano da sole. Sembra che il futuro appartenga a loro, che ben presto non ci sarà più bisogno di conseguire la patente di guida, che disimpareremo a guidare perché, tanto, faranno tutto loro. L’antesignana più nota è l’auto di Google che ha ormai percorso 1,3 milioni di miglia in sette anni  con risultati più che soddisfacenti. Tanto soddisfacenti, anzi, che l’idea è di renderla disponibile al grosso pubblico in pochi anni.

Al pensiero di guidare una self-driving car, molte persone si dichiarano terrorizzate. E per varie ragioni legate alla psicologia umana che un articolo di Slate riassume efficacemente. Innanzitutto, c’è la paura atavica di tutto ciò che è nuovo. Un tempo anche la neonata stampa faceva paura, eppure oggi è una delle invenzioni che percepiamo come più ovvie in assoluto. Stesso destino hanno subito le automobili, gli aerei, i computer (ricordate quando Umberto Eco fu accusato di aver scritto un suo romanzo con l’aiuto di un pc?) e internet.

C’è poi la paura di ciò che non si conosce o capisce: nessuno ancora sa come funzioni una self-driving car: e se qualcuno si impadronisse dei suoi sofisticati comandi e ci facesse schiantare contro un muro? Se improvvisamente si ribellasse ai suoi passeggeri come fanno i robot in tanti film di fantascienza?

Un altro importante fattore è che, per definizione, questo tipo di auto sfugge al nostro controllo e tendiamo a ritenere più rischiosi gli strumenti che non possiamo controllare direttamente: incidentalmente questo è uno dei motivi per cui reputiamo l’aereo più rischioso dell’auto. Nel primo caso c’è qualcun altro alla guida, nel secondo ci siamo noi. Figuriamoci una macchina che si guida da sola! Eppure la già citata self-driving car di Google, che, ripetiamo, ha già percorso 1,3 milioni di miglia in sette anni, è stata finora coinvolta in un solo incidente ad essa imputabile la cui dinamica, peraltro, è ancora poco chiara. Molto più sicura quindi delle auto guidate dagli umani. E del resto la maggiore sicurezza dovrebbe essere proprio uno degli assets principali della nuova vettura. Non c’è niente da fare, però. Il semplice fatto di tenere il volante tra le nostre mani ci conferisce una sicurezza illusoria (che gli scienziati chiamano overconfidence o sicumera) che, in ultima analisi, decide di rischi e incertezze della guida. Su base puramente emotiva. Si sa, infatti, che gli esseri umani giudicano più in base alle emozioni che a calcoli razionali dei rischi.

Chi vivrà vedrà. Nel frattempo sembra che la diffusione di massa della self-driving car sia ostacolata dall’eccessivo costo di alcuni suoi componenti. Proprio come accadde all’automobile prima dell’introduzione del modello T della Ford. Tanti anni fa.

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Un omino su Marte?

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L’immagine che vedete – ritraente un presunto “omino” sulla superficie di Marte – sta facendo da qualche tempo il giro del web. Secondo vari siti di credenti nel paranormale e negli UFO sarebbe una “chiara” indicazione dell’esistenza di umanoidi nell’universo. Naturalmente nessuno si domanda se sia un semplice caso di pareidolia, anche perché appare troppo “semplice” liquidare il tutto come una illusione percettiva. Troppo grande il desiderio che la realtà sia conforme alle proprie aspettative. Non solo pareidolia, dunque, ma anche wishful thinking. E chi non è d’accordo – cospiratoriamente – è solo parte di un grande complotto teso a celare l’ovvio. Ovviamente.

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