“In difesa dell’ateismo” di Charles Bradlaugh

È pericoloso avere a che fare con il Diavolo. Nel 1790, un disgraziato di nome André Dubuisson fu rinchiuso nella Bastiglia con l’accusa di averlo evocato. Sotto il regno di Carlo I, il soldato Thomas Browne fu incriminato dal tribunale del Middlesex per aver «perfidamente, diabolicamente e criminalmente stipulato un patto con uno spirito empio e malvagio, in base al quale il medesimo Thomas Browne, entro dieci giorni dalla morte, avrebbe consegnato l’anima al medesimo spirito empio e malvagio» allo scopo di ottenere un reddito netto di £ 2.000 l’anno. Thomas fu giudicato non colpevole. Nel 1682 tre persone furono impiccate a Exeter, e, nel 1712, altre cinque furono impiccate a Northampton per stregoneria e negozio illegale con il diavolo, il quale venne raffigurato come un individuo scuro in volto, di fibra sulfurea, con le corna di un vecchio caprone, gambe da satiro, lunga coda sgradevole e la sconsiderata disponibilità a procacciarsi qualunque individuo, presumibilmente non per denaro. Mi propongo di considerare l’argomento esclusivamente da un punto di vista biblico, essendo il Diavolo cristiano una istituzione biblica. Parlo del Diavolo cristiano perché anche altre religioni hanno i loro Diavoli, e vorrei evitare ogni confusione. Ritengo con franchezza che nessuna delle altre religioni abbia un Diavolo così diabolico come quello dei cristiani.

È questo l’incipit di Qualche parola sul diavolo, uno degli scritti di Charles Bradlaugh, contenuti nell’antologia, appena pubblicata dalla Casa Editrice Diderotiana di Torino, dal titolo In difesa dell’ateismo e altri scritti. Attivista politico inglese, ateo, liberale, fondatore della National Secular Society, editor del «National Reformer», rivista destinata a divenire un vessillo del libero pensiero,  Charles Bradlaugh (1833–1891), finora incredibilmente inedito in Italia, ebbe un ruolo di primo piano nell’ateismo e nel libero pensiero contemporanei. La sua attività di politico, agitatore, attivista, divulgatore, oratore e polemista ne fece uno degli uomini più discussi e controversi in Gran Bretagna alla fine dell’Ottocento. Eletto più volte in Parlamento fu costretto a rinunciare al mandato per il suo rifiuto a giurare sulla Bibbia, allora obbligatorio, sino a che riuscì a far approvare la legge che consente ancora oggi a tutti gli eletti dal popolo di prestare giuramento senza una bibbia in mano. Questo, che può sembrare un comportamento scontato e banale oggi, fino a circa un secolo fa non lo era e fu grazie alle battaglie di Bradlaugh che la politica divenne più laica

In questo libro, da me tradotto e curato, alcune delle più belle orazioni sui temi dell’ateismo e della critica illuminata alla religione di uno dei più grandi pensatori della laicità.

Bonus: l’originale inglese di A Few Words about the Devil, uno dei testi tradotti nell’antologia.

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn
Pubblicato in ateismo | Contrassegnato | Lascia un commento

I propagatori di smentite

Una sottile, vischiosa, invadente strategia retorica sta prendendo sempre più piede tra politici, amministratori, uomini e donne di spettacolo, imprenditori e altre personalità. L’ultimo esempio è quello del candidato per il centrodestra alla Regione Lombardia, Attilio Fontana. Il fatto è noto. Fontana, intervenendo a Radio Padania, afferma: «Dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società deve continuare a esistere o se deve essere cancellata». Il giorno dopo, in risposta alle inevitabili polemiche suscitate da parole tanto sconsiderate, Fontana commenta: «Ho usato un’espressione sbagliata e di questo mi dolgo».

È questa la strategia retorica. Un personaggio pubblico pronuncia parole forti, inaccettabili, assolutamente non condivisibili. Poi, quando l’opinione pubblica reagisce sdegnata alle sue parole, ne attenua la forza , affermando, come Fontana, «Ho usato un’espressione sbagliata e di questo mi dolgo», oppure «Scusate, è stato un lapsus», «Sono stato frainteso», «È stata una provocazione», «La frase è stata estrapolata dal contesto», «È solo propaganda». In questo modo, si ottiene un duplice scopo. Da un lato, si attenua, agli occhi dell’opinione pubblica, il vigore traumatico della frase in questione. Dall’altro, si fa passare un messaggio forte che comunica ai destinatari intenzionali dello stesso – il proprio elettorato, altri personaggi pubblici, referenti del proprio ambito professionale o dello spettacolo – un contenuto  che corrisponde alle reali opinioni del personaggio e che serve a sondare il terreno rispetto alle proprie posizioni, a intercettare ammiccamenti, a coagulare consenso. In questo modo, è come se il personaggio dicesse: «Vedete, questo è quello che penso davvero e che credo sia la verità, ma sono costretto ad attenuare le mie parole per non alienarmi le simpatie dell’opinione pubblica. Voi, però, sapete quello che penso». Si tratta di una ipocrisia calcolata, un “dire e non dire”, un lanciare il sasso e nascondere la mano per lanciarlo meglio. Una tattica becera molto affine al noto meccanismo del “Diffama sempre il tuo nemico. Vedrai che qualcosa resta nella memoria della gente”. Anche in questo caso, qualcosa rimane sempre nella memoria della gente. E quello che rimane non è la smentita o il passo indietro, ma il messaggio originale.

Il risultato è che sta crescendo un popolo di provocatori, diffamatori, propagatori di fake news che scagliano di tutto sul loro uditorio, tanto poi ci si può sempre “scusare”, “schermirsi”, protestare di “essere stati fraintesi”, “accusare gli altri di non aver capito”, denunciare l’immancabile, fraudolento “contesto”. Con la conseguenza che nessuno ha il coraggio di affermare qualcosa senza smentire o ritornare sui propri passi.

È una strategia persuasiva di cui pochi sembrano rendersi conto e che vedremo protagonista nel corso della prossima campagna elettorale. Stiamo attenti a questi “propagatori di smentite”. Diffidiamo delle loro ipocrite ritrattazioni.

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn
Pubblicato in propaganda | Lascia un commento

Lo strano caso dei “bambini postali”

Al giorno d’oggi, inviare pacchi di qualsiasi dimensione a destinatari di ogni parte del mondo sembra una operazione estremamente banale. Non è stato sempre così. Negli Stati Uniti, ad esempio, il servizio di spedizione dei pacchi per posta (parcel post)  fu introdotto solo il 1° gennaio 1913 e si rivelò immediatamente un successo. Il nuovo servizio ebbe un effetto eccezionalmente stimolante sull’economia nazionale degli Stati Uniti e offrì molteplici opportunità ai cittadini americani residenti nelle aree rurali di acquistare cibo, medicine, cereali e altre merci, in precedenza non facilmente accessibili. In aggiunta, gli agricoltori furono in grado di inviare uova e altri prodotti direttamente ai consumatori, risparmiando tempo e denaro. Nei primi tempi, però, il servizio non fu disciplinato da regole precise; circostanza che rese possibile inviare per posta gli oggetti più strani, compresi, per quanto possa sembrare assurdo, i… bambini.

Le cronache dei quotidiani del tempo testimoniano, ad esempio, che, nel 1913, un bambino di otto mesi di nome Vernon O. Lytle fu “spedito” dai genitori alla nonna paterna, distante alcune miglia, con una affrancatura di 15 centesimi  e in un “pacco” assicurato per 50 dollari. La spedizione riuscì perfettamente. Lo stesso accadde un anno dopo a un bambino di due anni residente a Stratford, in Oklahoma, che fu “spedito” dalla nonna a una zia di Wellington, in Kansas, distante 25 miglia. Costo del francobollo: 18 centesimi. Secondo i giornali dell’epoca, il bambino, che durante il tragitto pranzò amabilmente con il postino, arrivò a destinazione sano e salvo.

Un caso famoso, accaduto il 19 febbraio 1914, è quello di una bambina di quattro anni, di nome Charlotte May Pierstorff (1908-1987), che fu “spedita” tramite ferrovia dai nonni di Grangeville, in Idaho a Lewiston, città distante 73 miglia. Costo dell’affrancatura: 53 centesimi. La storia di Charlotte divenne così nota da diventare nel 1997 un libro per bambini dal titolo Mailing May. L’autore è lo scrittore per bambini ed educatore Michael O. Tunnell. Il libro è tuttora acquistabile.

Il tragitto più lungo fu quello toccato in sorte a una bambina di sei anni, Edna Neff, “spedita” dalla madre, residente a Pensacola, Florida, al padre residente a Christiansburg, in Virginia: 721 miglia, percorse in treno.

Il servizio dei “bambini postali” fu vietato per regolamento il 14 giugno 2013, ma alcuni bambini continuarono a essere “spediti” ben oltre quella data. Il fenomeno ebbe realmente fine nel 1915, quando si decise di far rispettare sul serio la norma di due anni prima. Da segnalare, comunque, che tutti i “bambini postali” arrivarono a destinazione. Non vi fu alcun caso di bimbo “perso” per strada.

Prima di storcere il naso e tuonare contro la barbarie di quei tempi, è opportuno fare alcune considerazioni. I casi di “bambini postali” furono pochi (solo 5 tra il 1914 e il 1915) e i casi più noti, come vedremo fra poco, furono trovate pubblicitarie. In secondo luogo, il servizio dell’epoca era concepito in maniera diversa da oggi. I “postini” erano, di solito, ben noti a genitori e parenti, non erano affatto anonimi esecutori. Anzi, più che postini potevano essere definiti accompagnatori. Charlotte May Pierstorff, ad esempio, fu accompagnata da una cugina della madre che lavorava per le ferrovie americane. Le “spedizioni” ebbero luogo soprattutto in ambito rurale dove “tutti conoscevano tutti” e i genitori sapevano di chi fidarsi. Tranne qualche eccezione, inoltre, i tragitti erano brevi. Infine, in alcuni casi, questo sistema di spedizione fu privilegiato da genitori e parenti dei piccoli perché meno costoso rispetto al pagamento di un normale biglietto ferroviario.

Un’ultima osservazione. In rete circolano diverse “strane” fotografie che ritraggono postini dell’epoca con bambini stivati nelle loro borse (come queste che vedete). Sebbene queste foto evochino figure di malcapitati infanti stipati alla meno peggio in un sacco tra una lettera e l’altra e con un francobollo incollato alla fronte o al bavero della giacca, la realtà era completamente diversa. Le foto stesse non sono altro che falsi a scopo pubblicitario, anche se indubbiamente suggestivi, come attesta in un suo articolo Nancy Pope, storica e conservatrice dello Smithsonian National Postal Museum. Nessun bambino fu mai infilato in una borsa come un pacco qualsiasi 

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn
Pubblicato in curiosità | Lascia un commento

I tradimenti nel calcio e gli esperimenti di Sherif

Il 26 luglio 2016 la Juventus acquista dal Napoli il giocatore argentino Gonzalo Higuaín per la cifra record di 90 milioni di euro. Il suo trasferimento è il più costoso nella storia della Serie A. I tifosi del Napoli insorgono. Higuain ha giocato con il Napoli dal 2013 al 2016 ed è considerato un simbolo della squadra. Le accuse di essere un traditore e un mercenario si sprecano. Il 02 aprile 2017, in occasione dell’incontro tra Napoli e Juventus, terminato con il risultato di 1 a 1, Higuain viene subissato di fischi per tutta la partita. I tifosi del Napoli sono calorosi e attaccatissimi alla propria maglia – si dice – e non perdonano un tradimento.

Sbaglierebbe, però, chi pensasse che simili vicende accadano solo oggi che il calcio rappresenta uno dei fenomeni identitari più forti in assoluto e che riguardi solo tifoserie “calde” come quella del Napoli. Un episodio simile si verificò agli albori del calcio italiano e vide protagonista, a parti invertite, ancora la Juventus. L’anno era il 1906. All’epoca i campionati erano giocati da poche squadre, tutte del Nord, e prevedevano una manciata di partite. La Prima Categoria 1906, come allora veniva chiamata, fu disputata dal 7 gennaio 1906 al 6 maggio 1906, per un totale di 12  incontri, e si concluse con la vittoria del Milan. Per la terza giornata d’andata si affrontarono Juventus e Milan, squadra, quest’ultima, in cui militava l’ala sinistra Umberto Malvano, già della Juventus, tesserato con clamore dal Milan che aveva approfittato del fatto che il calciatore fosse impegnato a svolgere il servizio di leva a Pavia. I tifosi della Juventus non presero bene questo passaggio e le conseguenze si fecero sentire. Come racconta lo scrittore Enrico Brizzi nel libro Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio italiano 1887-1926 (2015, Laterza, Roma-Bari), in occasione dell’incontro «per la prima volta, si fece sentire il peso del fattore campo: l’ex bianconero Malvano fu infatti accolto dal pubblico del Velodromo Umberto I a suon di insulti e minacce, che destabilizzarono il ragazzo al punto da ridurlo a un fantasma barcollante e timoroso di calciare il pallone» (p. 43). Il 29 aprile, in occasione dell’incontro di spareggio tra Juventus e Milan, «il povero Malvano si rifiutò di prendervi parte, temendo di essere linciato dai suoi ex sostenitori in caso di vittoria rossonera» (p. 44). Malvano, che in seguito fu anche arbitro e vicepresidente della FIGC, passò dunque alla storia come il primo “traditore” della storia del calcio italiano, e la sua vicenda ebbe conseguenze anche più pesanti rispetto a quella di Higuain. Il giocatore argentino, infatti, non è mai stato nella condizione di non disputare Napoli-Juventus per paura di essere linciato.

Queste vicende dimostrano l’attualità degli esperimenti compiuti negli anni Cinquanta dallo psicologo sociale Muzafer Sherif (1906-1988), il quale dimostrò che la costituzione di gruppi separati in competizione per un obiettivo – come possono essere due squadre di calcio in competizione per la vittoria in un campionato – è sufficiente a generare norme e identità separate e a indirizzare l’aggressività verso il gruppo opposto (outgroup in inglese), rafforzando contemporaneamente la coesione interna al gruppo di appartenenza (ingroup). Queste dinamiche spiegano l’odio verso i “traditori”, verso i calciatori, cioè, che hanno militato nella propria squadra e sono in seguito passati a una squadra avversaria. La forte identità nei confronti dell’ingroup, la avversione (specie se di vecchia data) nei confronti dell’outgroup, la violazione del senso di appartenenza e di fedeltà ad opera del “transfuga”, la nuova identificazione del “traditore” con gli odiati rivali sono tutti fattori che spingono ad avvertire un “supplemento” di odio nei suoi confronti che, in ultima analisi, è funzionale a rafforzare la propria identità di tifoso e a sminuire il valore degli avversari, accusati di accogliere il “disertore” tra le proprie fila.

Sarebbe interessante approfondire le dinamiche messe in luce da Sherif in relazione al calcio; un fenomeno che, per usare la terminologia dell’antropologo francese Marcel Mauss, rappresenta un “fatto sociale totale”, ancora in parte da esplorare.

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn
Pubblicato in Sociologia, sport | Lascia un commento

Gli orribili hotel di Charles Berlitz

Charles Berlitz (1914–2003) non è un personaggio qualunque. Nipote di Maximilian Berlitz, il celebre fondatore delle scuole di lingue Berlitz, sembra che parlasse 25 lingue. Come scrittore, è noto soprattutto per le opere con cui contribuì a “inventare” il mito del Triangolo delle Bermude e a divulgare quello di Atlantide; opere considerate “controverse” dai più ottimisti e prive di fondamento dai critici più severi. Certamente, non sembra che Berlitz sia uno scrittore molto affidabile in quanto a veridicità. Le sue storie, per quanto (forse) affascinanti, vanno sempre prese con le molle. Come quella riferita nel libro Native Tongues (1982) e relativa a un imbarazzante errore di traduzione avvenuto presso le Nazioni Unite. La vicenda è narrata dal sito Snopes, specializzato nello smascherare leggende metropolitane e fake news che, infatti, invita i lettori a ritenerla niente più che una legend in considerazione del fatto che Native Tongues è una vera e propria miniera di leggende metropolitane linguistiche spacciate per fatti.

La storia si svolge in un periodo imprecisato in cui, presso le Nazioni Unite, si discute della modernizzazione abbracciata dalle nazioni africane e dell’abbandono dei vecchi sistemi tribali. Un giorno un delegato africano pronuncia in francese la seguente frase: «L’Afrique n’érige plus des autels aux dieux» (“L’Africa non erige più altari agli dei”). Ma l’interprete, ritenendo che la parola autels fosse in realtà hôtels e che aux dieux fosse odieux traduce in questo modo: «L’Africa non costruisce più hotel orribili» provocando disappunto e sconcerto tra i presenti.

Come detto, la storia non è necessariamente vera, ma se non è vera è verosimile, viste le note difficoltà dell’interpretazione simultanea, e questo spiega la sua credibilità presso i lettori del libro di Berlitz. Del resto è così che si diffondono tante leggende urbane. In virtù della loro verosimiglianza.  

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn
Pubblicato in errori di traduzione | Contrassegnato | Lascia un commento

Pareidolia in Colombia

Nel dicembre appena trascorso, vari siti, sia italiani sia stranieri (ad esempio qui, qui e qui), hanno dato notizia di un interessante caso di pareidolia, verificatosi nella città di Nobsa, in Colombia. Una perdita d’acqua da un tubo ha favorito la crescita di una colonia di alghe su un muro di mattoni che, improvvisamente, agli occhi di un ragazzo, ha assunto le sembianze di una apparizione mariana. Secondo il giovane, le alghe si sarebbero mosse e avrebbero prodotto un suono; circostanza che lo avrebbe indotto a inginocchiarsi e a pregare. L’esempio del giovane ha contagiato prima la madre e poi altre persone, convinte che l’apparizione dovesse riferirsi alla Beata Vergine di Guadalupe,
trasformando il posto in un luogo di culto con tanto di pellegrinaggio e di recita del rosario nei pressi del muro.

Questa la dichiarazione della madre del ragazzo:

Él dice que cuando cruzaba el puente, escuchó un sonido, como si hubiese un animalito por ahí atrapado, cando volteó a mirar, cuenta mi hijo que vio el reflejo de la Santísima Virgen de Guadalupe; dice que inmediatamente se botó a la quebrada, y empezó a tomarle fotos a la imagen; en ese momento, la imagen se movió, y a él le dió miedo, se arrodilló y rezó un padre nuestro, y luego salió corriendo a contarme. Yo me encontraba en el almacén donde, y de allí salí a comprobarlo con mis propios ojos, porque en principio yo no le creía; pero resultó siendo cierto lo que él me desribió.

Secondo un copione prevedibile, la Chiesa locale ha espresso riserbo sull’accaduto e ha invitato ad avere fede in Dio e a pregare, non pronunciandosi però sulla “miracolosità” della apparizione.

La vicenda di Nobsa ricalca decine di altre vicende simili verificatesi in varie parti del mondo ed è notevole il fatto che i protagonisti di queste storie propendano immediatamente per una interpretazione soprannaturale degli eventi, senza avanzare ipotesi di tipo più “umano”. Evidentemente alcune persone hanno un bisogno vorace di religione che trova soddisfazione in episodi come questo. Sarebbe facile sollevare le spalle e degradare il tutto a manifestazione di superstizione e di ignoranza. Non è così semplice. Al contrario, i fatti di Nobsa si prestano a interessanti considerazioni di tipo psicologico, sociologico e antropologico, che ho tentato di esporre nel mio libro Bizzarre illusioni. Lo strano mondo della pareidolia e i suoi segreti al quale rimando per un approfondimento di altre vicende come questa.

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn
Pubblicato in pareidolia | Contrassegnato | Lascia un commento

L’invenzione dell’oniomania

Alcune invenzioni psichiatriche del XIX secolo hanno avuto un destino diverso. Si pensi alla cleptomania e all’oniomania. Della prima, inventata nel 1840 dal medico francese Marc, e da intendere come un disturbo compulsivo e irresistibile che spinge chi ne è affetto a rubare, pur in assenza di necessità, si è parlato e si parla con continuità e il disturbo ha avuto anche l’onore di essere inserito nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), la bibbia degli psichiatri di tutto il mondo. La cleptomania è, dunque, ufficialmente riconosciuta come disturbo psichiatrico per il quale prescrivere cure e terapie.

Discorso diverso per l’oniomania che molti non hanno mai neppure sentito nominare e che non è stata inserita nel DSM, almeno come disturbo a sé stante.

Il termine “oniomania” fu coniato dallo psichiatra tedesco Emil Kraepelin, nel suo Psychiatrie, alla fine dell’Ottocento per designare un impulso morboso a fare acquisti inutili.

Così ne parla lo psichiatra svizzero Eugen Bleuler nel suo Lehrbuch der Psychiatrie:

Come ultima categoria, Kraepelin cita i maniaci dell’acquisto (oniomaniaci) in cui perfino l’acquisto diventa una compulsione e porta a una insensata contrazione di debiti con continui ritardi nei pagamenti fino a che una catastrofe non risolve un po’ la situazione, ma solo un poco, mai del tutto, perché essi non riconoscono mai tutti i loro debiti. […] Il fattore principale è l’impulsività; essi non riescono a farne a meno, il che talvolta si manifesta nel fatto che, nonostante una buona intelligenza scolastica, i pazienti non sono assolutamente in grado di pensare in modo diverso e di concepire le conseguenze insensate del loro comportamento e la possibilità di non cedervi.

Sia Kraepelin sia Bleuler consideravano “la mania dell’acquisto” un esempio di impulso reattivo o di follia impulsiva e lo affiancavano a concetti come cleptomania e piromania. È probabile che essi abbiano subito l’influenza dello psichiatra francese Jean Esquirol che aveva coniato il termine “monomania” per descrivere individui per il resto normali che avevano una qualche forma di pensiero patologico.

Perché cleptomania e oniomania hanno avuto sorte diversa? Secondo alcuni psichiatri ciò dipende dal fatto che l’oniomania sarebbe un fenomeno statisticamente raro. Ma lo stesso è vero della cleptomania. In realtà, credo che lo stato scientificamente ambiguo dello “shopping compulsivo”, come viene definito oggi, derivi dal fatto che il consumo è la pietra miliare della nostra società e che stigmatizzare l’atto dell’acquisto, seppure definito “compulsivo”, equivalga a un atto di accusa nei confronti della nostra stessa società. Del resto, siamo continuamente sollecitati a comprare merci e le menzogne della pubblicità sono “perdonate” perché svolgono una funzione socialmente produttiva. E poi non è facile distinguere tra acquisti eccessivi, compulsivi e rispondenti a bisogni. Chi può davvero dire che acquistare dieci borse invece che una sia indice di una patologia? Se posso permettermelo sono malato? O è malato solo chi non può permetterselo? A Natale si è tutti oniomani o le manie d’acquisto natalizie o in tempi di saldi sono un’eccezione?

Comportamenti come la cleptomania, la piromania o il gioco d’azzardo patologico sono invece comportamenti disfunzionali a una società basata sul consumo e, per questo, oggetto di stigma sociale e scientifico.

Ciò non toglie che in un futuro prossimo anche lo shopping compulsivo sia inserito nel DSM. Del resto, inventare nuovi disturbi è produttivo perché significa nuove diagnosi, nuove cure, nuove terapie e psicoterapie. Un “indotto” spaventoso che spazzerebbe via ogni remora scientifica. Vedremo.

Nel frattempo, vi auguro un 2018 all’insegna della libera scelta e dell’abbandono di ogni mania compulsiva.  

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn
Pubblicato in criminologia | Lascia un commento

Piazza del… Pioppo

Piazza del Popolo è indubbiamente una delle piazze più famose di Roma. Vanta una storia secolare e stratificazioni architettoniche, storiche, culturali su cui molto si è scritto. Attualmente è una vasta isola pedonale di circa 16000 m², luogo di eventi pubblici importanti. Sembra che la sua ampiezza le permetta di accogliere sino a 65.000 persone.

L’illustre linguista, recentemente scomparso, Tullio De Mauro (1932-2017), nel libro La fabbrica delle parole: il lessico e i problemi di lessicologia (UTET, 2005, p. 245), ci avverte però che il suo nome deriva da un incidente etimologico e traduttivo:

Val la pena ricordare che a Roma i partiti e i movimenti che amano accentuare la loro reale o presunta vocazione popolare amano organizzare le loro manifestazioni nella perciò assai contesa Piazza del Popolo: ma il popolo (dal latino populus con la prima o breve) non c’entra, e c’entra invece il nome della bella adiacente chiesa di Santa Maria del Popolo, Sancta Maria ad populum, un populus con la o lunga, cioè un pioppo. Piazza del Pioppo sarebbe etimologicamente più corretto, ma il nome si concilierebbe male con le grandi manifestazioni di massa.

È proprio il caso di dire che, in questo caso, è decisiva la differenza tra una o breve e una lunga. Finezze da latinisti. Di cui probabilmente in futuro, se aboliremo il latino nelle scuole superiori perché “tanto non serve”, non ci accorgeremo nemmeno più.

 

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn
Pubblicato in errori di traduzione | Contrassegnato | Lascia un commento

Miti del terrorismo

In alcuni post precedenti (qui e qui), avevo fatto notare la falsità dell’idea secondo cui i terroristi musulmani sarebbero tutti  poveri, disoccupati, ignoranti e fanatici. Una conferma di ciò ci arriva dai risultati di una importante indagine sociale, raccontata nel libro  Tutto quello che dovresti sapere sull’Islam e che nessuno ti ha mai raccontato, pubblicato in Italia dalla  Newton Compton Editori e curato da John L. Esposito e Dalia Mogahed.

Tra il 2001 e il 2007, la Gallup Organization ha condotto uno studio pluriennale con decine di migliaia di interviste lunghe un’ora con i residenti di più di 35 nazioni a maggioranza musulmana, o caratterizzate da una massiccia presenza di musulmani. Il campione comprendeva residenti giovani e anziani, istruiti e analfabeti, donne e uomini, di provenienza urbana o rurale. Tra le aree indagate anche quella del radicalismo politico.

Scrivono gli autori dell’indagine:

Per decenni studiosi ed esperti si sono chiesti in che modo si creano i terroristi e gli estremisti. Si dice che le cause del terrorismo possono essere psicologiche (i terroristi sono anormali, disturbati, irrazionali), sociologiche (sono analfabeti o poco istruiti, alienati e disadattati sociali), economiche (sono poveri, disoccupati, disperati), politiche (rifiutano la democrazia, la libertà, i diritti umani) e religiose (sono fanatici e credono in una religione violenta che si oppone alla tecnologia e alla modernizzazione). Il pensiero convenzionale, basato su antichi, radicati stereotipi e pregiudizi sugli estremisti, ha spesso ripiegato sull’idea intuitiva per cui estremismo e terrorismo sono motivati da una combinazione di fanatismo religioso, povertà e disoccupazione. La riluttanza a immaginare che anche le persone più estremiste possano essere intelligenti e razionali, che protestino per quelli che ritengono dei torti, si è manifestata nelle settimane successive all’11 settembre. I mezzi di comunicazione riferirono la “stupefacente scoperta” secondo cui numerosi attentatori non erano affatto poveri, né provenivano da famiglie oppresse o illetterate, o da gruppi emarginati della società ma dalla classe istruita, dai ceti medi o alti, da famiglie e gruppi sociali stabili, come Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri, i leader di al-Qaida (p. 83).

Non è nemmeno vero che i terroristi islamici siano particolarmente devoti.

Per esempio, secondo quanto riportato dai giornali, i dirottatori dell’11 settembre mostravano comportamenti che un musulmano osservante non assumerebbe mai: alcuni di loro erano forti bevitori e frequentavano sia i sexy shop che i locali con spogliarelliste. Molti non avevano ricevuto la propria formazione nelle madrasa, i seminari religiosi, ma avevano studiato in scuole e università pubbliche o private. Bin Laden ha studiato economia, gestione aziendale e ingegneria; Al-Zawahiri è medico chirurgo, mentre altri capi di al-Qaida – oltre ai responsabili degli attacchi alle Torri gemelle e al pentagono, come Muhammad Atta – erano persone colte, professionisti appartenenti alla classe media. Omar Sheikh, il terrorista britannico accusato  e condannato a morte  per il rapimento e l’uccisione di Daniel Pearl, giornalista del «Wall Street Journal», aveva studiato in scuole private di élite, inclusa la London School of Economics (pp. 84-85).

Queste osservazioni sono state corroborate dall’indagine Gallup, che ha rivelato che, tra gli intervistati, «chi ha opinioni politiche radicali è mediamente più istruito dei moderati: il 67 percento di loro possiede un diploma di scuola secondaria o superiore (contro il 52 percento dei moderati). I primi non sono nemmeno economicamente svantaggiati: il 65 percento sostiene di possedere un reddito medio o superiore alla media, rispetto al 55 percento dei secondi» (pp. 86-87). Similmente la disoccupazione e la condizione professionale non distinguono i radicalisti dai moderati.

Non ci sono differenze fra il tasso di disoccupati radicalisti e moderati: per entrambi è circa al 20 percento. E tra le persone che hanno un’occupazione, i radicalisti svolgono lavori di grande responsabilità: quasi la metà (47 percento), rispetto al 34 percento dei moderati, afferma di avere compiti di supervisione. I radicalisti non sono neppure in condizioni peggiori rispetto alla corrente principale. La grande maggioranza di loro afferma di essere soddisfatta della propria situazione finanziaria, del proprio livello di qualità di vita: il 64 percento contro il 55 percento dei moderati, crede anche che le proprie condizioni stiano migliorando (p. 87).

Insomma, anche l’indagine Gallup conferma la falsità dell’opinione secondo cui i terroristi musulmani sarebbero tutti poveri, disoccupati, ignoranti e fanatici. Non c’è bisogno di essere devotamente religiosi per essere terroristi. E questo vale anche per il terrorismo musulmano.

Per altri miti sulla criminalità rimando ai miei Delitti e 101 falsi miti sulla criminalità.

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn
Pubblicato in criminologia | Contrassegnato | Lascia un commento

Cento per cento italiani?

Contro i sostenitori delle identità culturali rigide, monolitiche, impermeabili e consegnate all’eternità, i populisti dell’“Italia agli italiani”, i destrorsi della “purezza etnica”, gli insofferenti delle contaminazioni, i patiti del contagio e, in genere, contro chi pensa che si possa essere al “cento per cento italiani, inglesi, polacchi o bosniaci”, mi piace riproporre questo testo classico degli studi antropologici, pubblicato originariamente nel 1937, con cui l’americano Ralph Linton (1893-1953) impartì ai suoi studenti la prima lezione di antropologia culturale. Il protagonista del testo è il cittadino americano medio, ma, se sostituite “americano” con “italiano”, il risultato è identico.

Credo che, a ottanta anni di distanza, questo breve apologo di Linton conservi integra tutta la sua verve stilistica e l’efficacia pedagogica. Chissà che qualcuno non “si converta” dopo averlo letto.

Buona lettura.

Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell’India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente addomesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell’Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani.

Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell’Europa meridionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe dell’Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell’antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del XVII secolo.

Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che sono un’antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una nuova serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta nell’India del Sud, la forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell’originale romano. Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero. Sia l’idea di allevare mucche che quella di mungerle ha avuto origine nel vicino Oriente, mentre lo zucchero fu estratto in India per la prima volta. Dopo la frutta e il caffè, mangerà le cialde, dolci fatti, secondo una tecnica scandinava, con il frumento, originario dell’Asia minore.

Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera delle sedie e fuma, secondo un’abitudine degli indiani d’America, consumando la pianta addomesticata in Brasile o fumando la pipa, derivata dagli indiani della Virginia o la sigaretta, derivata dal Messico. Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna. Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all’estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano.

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn
Pubblicato in Antropologia | Lascia un commento