Per una sociologia dell’ignoranza

L’ignoranza è considerata un flagello da estirpare nella nostra “società dell’informazione”. Nessuno vuole essere o sembrare ignorante. Tacciare qualcuno di essere “ignorante” è ancora oggi un’offesa pesante. In tutto il mondo occidentale, la conoscenza è considerata un valore, l’ignoranza un disvalore. L’istruzione è culturalmente positiva, la mancanza di istruzione è culturalmente negativa. Esistono sanzioni per i genitori che non mandano i propri figli a scuola. Infine, nemmeno la legge ha in simpatia l’ignoranza dal momento che “ignorantia legis non excusat”.

L’ignoranza è intesa negativamente come assenza di conoscenza e, quindi, come un fenomeno negativo da contrastare in ogni modo. Dell’ignoranza vengono segnalate le conseguenze deleterie per gli esseri umani e per la società in genere. Inoltre, il rapporto tra ignoranza e conoscenza è percepito come inversamente proporzionale: al diminuire della prima corrisponderebbe l’aumento della seconda.

In realtà, l’ignoranza non può essere ridotta al suo contrario – la conoscenza – ed è socialmente costruita e negoziata e, sorprendentemente, può essere funzionale, oltre che disfunzionale, alla società. La costruzione sociale dell’ignoranza, proprio come la costruzione sociale della conoscenza, assolve a una serie complessa di funzioni ed è utilizzata strategicamente per ottenere effetti politici, economici, sociali, culturali, che variano da contesto a contesto e da gruppo sociale a gruppo sociale. In una parola, “l’ignoranza è conoscenza” e come tale può soddisfare bisogni strategici al pari della conoscenza.

Di ciò abbiamo numerosissimi esempi. Eccone alcuni.

In religione, la fede, in un certo senso, è un importante sistema di salvaguardia dell’ignoranza: il fedele è ripetutamente invitato a non tentare di capire i suoi dogmi o precetti religiosi, ma a prestarvi fede. Come giustificazione, è addotta la profondità o ineffabilità dell’esperienza religiosa. “Meglio abbandonarsi che tentare di capire”, sembra essere il messaggio di molte religioni.

Storicamente, la differenza tra adulti e bambini non è solo anagrafica, ma conoscitiva. L’adulto è tale perché possiede delle informazioni “segrete” che il bambino non può condividere e il cui possesso segna l’ingresso nel mondo dei “grandi”. L’infante è tale perché non conosce “certe cose” e, perciò, conserva un pudore tipico della sua età. Questo assunto è, ad esempio, alla base della premessa pedagogica per la quale ai bambini non bisogna insegnare le “parolacce” né comunicare informazioni riguardanti la sessualità e il funzionamento delle parti meno “pubbliche” del corpo e altre cose “da adulti” per non “corrompere la loro innocenza”. Nei loro riguardi, dunque, deve essere messa in atto una sorta di congiura del silenzio. Non a caso l’accesso dei bambini a determinate forme di sapere è stato regolato, in molte società, da periodici riti di passaggio.

La buona educazione implica l’ignoranza di condizioni e situazioni che, se esplicitate, causerebbero sconforto, vergogna, imbarazzo. Si pensi alla regola che impone di ignorare l’età della persona che ci è di fronte quando questa è in là con gli anni.

L’ignoranza serve una serie di finalità strategiche più o meno coscienti. Un detto piuttosto noto recita: “Fare lo scemo per non andare in guerra”. In italiano, si dice anche: “Fare lo gnorri”. Entrambi i detti fanno riferimento a un uso strategico dell’ignoranza – fingere di non sapere, di non saper fare, di non essere in grado – per evitare di assumersi responsabilità (non solo belliche), essere coinvolto in situazioni potenzialmente sgradevoli o pericolose  (si pensi al caso del testimone di un fatto criminale o dell’accusato di un fatto criminale o alla fenomenologia dell’omertà) o vedersi attribuire mansioni sgradite o pesanti (ad esempio, al lavoro).

L’uso strategico dell’ignoranza è evidente dalle condotte di automutilazione  di molti migranti e richiedenti asilo in diversi paesi europei, i quali, ricorrendo ad acido o in altri modi, distruggono le proprie impronte digitali per evitare che i servizi di immigrazione possano identificarli e riescano a stabilire se sono transitati per un altro paese europeo dove potrebbero essere rispediti. In virtù di questa ignoranza forzata, i gatekeepers sono impossibilitati a prendere decisioni su di loro e sono costretti all’inerzia.

Si potrebbe continuare. Per chi fosse interessato alla sociologia dell’ignoranza, rimando a questo mio saggio che introduce la traduzione del testo forse più classico di sociologia dell’ignoranza: “Some Social Functions of Ignorance” (1949) di Wilbert E. Moore e Melvin M. Tumin.

Ancora una volta, la sociologia dà prova di saper gettare una luce particolare su fenomeni che tendiamo a dare per scontati, come, appunto, l’ignoranza. Il risultato è una messe di intuizioni, idee, campi di ricerca per nulla banali e degni di indagini approfondite.

Buona lettura!

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La lingua degli emigrati che fa “trasecolare”

Chiunque abbia uno zio d’America sa che gli italiani residenti all’estero dagli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo possiedono un vocabolario ricco di contaminazioni, denso di prestiti, calchi, alterazioni, che spesso mescola parole dialettali, italiane e straniere in maniera idiolettica, quasi un pidgin creativo o una lingua multi-etnolettica, come dicono i linguisti, degna di studi seri e articolati. Ricordo ancora con divertimento un mio zio, ormai negli Stati Uniti da decenni, che si riferiva ai mobili chiamandoli “forniture” (da furniture, “mobili” appunto) e ai tubi chiamandoli “pippe” (da pipes, “tubi”).

Edmondo De Amicis, l’autore di Cuore, pubblicò nel 1899 Sull’Oceano, frutto di un viaggio in prima persona dell’autore da Genova a Buenos Aires, uno dei pochi romanzi italiani ad affrontare il tema dell’emigrazione. Descrivendo i personaggi incontrati a bordo della nave, De Amicis si imbatte in un emigrante italiano residente in Argentina da venti anni e ne ritrae il curioso vocabolario:

Ma bisognava sentire che vocabolario: era il primo saggio ch’io intendevo della strana lingua parlata dalla nostra gente del popolo dopo molti anni di soggiorno nell’Argentina, dove, col mescolarsi ai figli del paese, e a concittadini di varie parti d’Italia, quasi tutti perdono una parte del proprio dialetto e acquistano un po’ d’italiano, per confonder poi italiano e dialetto con la lingua locale, mettendo desinenze vernacole a radicali spagnuole, e viceversa, traducendo letteralmente frasi proprie dei due linguaggi, le quali nella traduzione mutan significato o non ne serban più alcuno, e saltando quattro volte, nel corso di un periodo, da una lingua all’altra, come deliranti. Trasecolando gli udii dire si precisa molta plata per “ci vuole molto danaro”, guastar capitali per “spender capitali”, son salito con un carigo di trigo per “son partito con un carico di grano”. E in quest’orribile gergo tirava via a dar addosso alla Camera dei Deputati, al governo atrasado (rimasto addietro), al popolo di mendìgos, e perfino ai monumenti d’arte, dicendo che, nel ripassare per Milano, aveva trovato il Duomo molto più piccolo di come l’aveva nella mente. Magnificava invece la bellezza delle pianure americane, facendo un gesto largo e goffo di paesista briaco (Garzanti Editore, p. 37).

Per quanto sia forte la tendenza ad accogliere questo vocabolario con sdegno (come De Amicis) o divertimento, è evidente che esso svolge una funzione adattiva in soggetti che spesso non hanno una solida scolarizzazione primaria e hanno acquisito la nuova lingua in ambito quotidiano piuttosto che formale. L’effetto è una vita linguistica ai margini, una produzione verbale labile, indefinita, spesso variabile da soggetto a soggetto all’interno della stessa comunità, ma interessantissima e rivelatrice di modi e pratiche di vita diversi dai nostri.

Insomma, più che “trasecolare” o ridere, c’è da studiare.

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L’invenzione della cleptomania

Inventata nel 1840 dal medico francese Marc, la cleptomania è universalmente nota come un disturbo compulsivo e irresistibile che spinge chi ne è affetto a rubare, pur in assenza di necessità. La definizione si applica, in particolar modo, a chi ruba all’interno di un negozio o un grande magazzino e lo stereotipo ottocentesco vuole che siano soprattutto le donne di condizione agiata a soffrire di questo disturbo. Questo stereotipo è confermato dalla letteratura. Si può dire anzi che la letteratura abbia contribuito più della scienza forense a diffondere il tipo della cleptomane secondo caratteristiche considerate ancora oggi preminenti. Il romanzo che ogni criminologo interessato alla cleptomania dovrebbe leggere è sicuramente Il paradiso delle signore (1883) di Émile Zola, ambientato per lo più proprio in un grande magazzino, il Bonheur des Dames. Del testo, considererò l’edizione Mondadori del 2017.

Zola descrive le ladre per mania che rubano «per una perversione del desiderio, una nuova nevrosi descritta da un alienista come effetto patologico della tentazione esercitata dai grandi magazzini» (Zola, 2017, p. 285). In una scena, spesso citata, la contessa Madame de Boves, viene  colta in flagrante e l’episodio è riportato in maniera molto realistica, come forse nemmeno Lombroso sarebbe stato in grado di fare. Si noti in particolare come vengono descritte le sue crisi:

Da un anno madame de Boves rubava così, tormentata da un bisogno frenetico, irresistibile. Le sue crisi, sempre più gravi e violente, si trasformavano in una voluttà senza la quale non poteva vivere, travolgendo ogni proposito di prudenza e appagando la sua smania con un piacere tanto più forte in quanto mettevano a repentaglio sotto gli occhi di tutti il suo nome, il suo orgoglio e l’alta posizione del marito. Adesso che il conte le lasciava ripulire i cassetti, rubava on le tasche piene di soldi, rubava per rubare come si ama per amare, sotto la sferza del desiderio, in preda alla nevrosi che si era scatenata in lei, in passato, per un’insoddisfatta smania di lusso indotta dall’enorme e brutale tentazione dei grandi magazzini» (p. 469).

Interessante anche la reazione della contessa quando si vede scoperta. Atteggiamenti di sdegno si alternano a condotte pietose e a uscite arroganti, come ancora oggi è possibile verificare quando chi appartiene all’alta borghesia è accusato di un reato.

«Signora, siamo pronti a perdonare un momento di debolezza… Ma vi prego di riflettere a cosa vi può portare un’imprudenza del genere. Se qualcun altro vi avesse visto nascondere i merletti…».

Madame de Boves lo interruppe indignata. Lei, una ladra! Con chi credeva di parlare? Era la contessa di Boves, suo marito, ispettore generale delle stazioni di monta equina, era ricevuto a corte!

«Lo so, lo so, signora» ripeteva imperturbabile Bourdoncle. «Ho l’onore di conoscervi… Ma prima di tutto siete pregata di restituire i merletti che avete addosso…».

Lei ricominciò a protestare, bella di rabbia, senza permettergli di dire una sola parola in più, ricorrendo perfino alle lacrime come una gran dama oltraggiata. Chiunque altro al posto di Bourdoncle si sarebbe impressionato e avrebbe temuto un errore increscioso dal momento che lei minacciava di rivolgersi alla giustizia per vendicarsi di un tale affronto.

«Pensateci bene, signore! Mio marito può andare anche dal ministro».

«Ma via, siete come le altre, non volete proprio ragionare» disse lui spazientito. «Dovremo farvi perquisire, visto che non abbiamo altra scelta».

Lei non batté ciglio, anzi replicò con sprezzante sicurezza:

«Bene, perquisitemi… Ma vi avverto che state rischiando grosso» (p. 468).

«È una trappola!» gridò quando tornarono Bourdoncle e Jouve. «Mi hanno nascosto i merletti addosso! Lo giuro davanti a Dio!».

Ora piangeva lacrime di rabbia, accasciata su una sedia, senza fiato, con il vestito riabbottonato alla meglio. Bourdoncle fece uscire le commesse. Poi riprese con la sua aria tranquilla:

«Signora, siamo disposti a chiudere qui questa spiacevole faccenda per riguardo alla vostra famiglia. Prima, però, dovrete firmare un foglio in cui dichiarate: “Ho rubato dei merletti al Bonheur des Dames”, con l’indicazione degli articoli e la data… D’altronde vi restituirò questo foglio appena mi porterete duemila franchi per i poveri».

Lei si era alzata dicendo, in un nuovo scatto di ribellione:

«Non firmerò mai una cosa del genere, preferisco morire».

«Non morirete per questo, signora. Però vi avverto che in tal caso dovrò mandare a chiamare il commissario di polizia».

Allora ci fu una scenata spaventosa. La contessa lo insultava balbettando che era indegno di un uomo torturare così una donna. La sua bellezza giunonica, il suo corpo maestoso, le si sfiguravano in una furia da pescivendola. Poi, nella speranza di suscitare la loro pietà, si mise a supplicarli in nome delle loro madri, dicendosi pronta a prostrarsi ai loro piedi. E siccome rimanevano impassibili, induriti dall’abitudine a quelle scene, si sedette di colpo e cominciò a scrivere con mano tremante. La penna schizzava inchiostro; le parole «Ho rubato», calcate con rabbia, per poco non bucarono il foglio sottile, mentre lei ripeteva con voce strozzata:

«Ecco, signore, ecco qui… Mi arrendo alla forza…».

Bourdoncle prese il foglio, lo piegò con cura e lo chiuse davanti ai suoi occhi in un cassetto dicendo:

«Come vedete è in buona compagnia, perché in genere le signore che dicono di voler morire piuttosto che firmare si scordano di venire a riprendersi i loro bigliettini… Comunque sia, lo tengo qui a vostra disposizione. Giudicherete voi se vale duemila franchi»

Lei finiva di riallacciarsi il vestito e, ora che aveva pagato, ritrovava tutta la sua arroganza.

«Posso uscire?» chiese in tono secco.

[…].

Madame de Boves ripeté la domanda e, nel vedersi congedata con un cenno del capo, avvolse i due uomini in uno sguardo assassino. Fra tutti gli insulti che si ricacciava in gola, le salì alle labbra un’espressione di melodramma.

«Miserabili!» disse sbattendo la porta» (pp. 469-471).

Oggi, la categoria diagnostica di “cleptomania” è fortemente messa in discussione. Alcuni critici temono che la diagnosi di cleptomania serva a fornire un’argomentazione difensiva agli avvocati di individui dell’alta borghesia che, in questo modo, potrebbero imputare a una condizione psichica, a una mania, quella che è invece una scelta razionale, eludendo la responsabilità penale che deriverebbe dal reato compiuto. Gli scettici ritengono, in altre parole, che la cleptomania costituisca una scappatoia delle classi agiate, come misero in evidenza personalità come Mark Twain ed Emma Goldman. Del resto, questa categoria è nata proprio per rispondere a un quesito che le classi borghesi si ponevano nell’Ottocento: Perché una donna abbiente e di buona famiglia, con un marito pronto a soddisfare ogni suo bisogno, dovrebbe rubare oggetti di poco valore? Dal momento che il quesito non aveva una risposta soddisfacente, si ricorse a un trucco vecchio come il mondo, ossia di imputare la condotta a un episodio di follia. È semplice. Quando non si sa come giustificare un’azione o quando non la si comprende, si chiama in causa la pazzia e tutto è risolto. O meglio nulla è risolto perché la follia non spiega nulla, anche se dà l’impressione di farlo. Lo stesso accade quando si decide di far parte di un gruppo politico o religioso diverso da quello dominante. Pensateci: la pazzia, come spiegazione, è sempre in agguato. È utile, conveniente e basta un medico compiacente.

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Il piromane del Vesuvio?

È dei giorni scorsi la notizia dell’arresto di quello che è ritenuto il responsabile del grave incendio che ha distrutto 10.000 metri quadrati di Parco nazionale del Vesuvio il 14 luglio scorso. Si tratta di un uomo di 24 anni di Torre del Greco, di mestiere macellaio, già noto alle forze dell’ordine per precedenti reati predatori e detenzione di armi. Cinque anni fa, il giovane tentò inutilmente di portare via dei cavi di rame da una stazione e a suo carico figura anche una denuncia per simulazione di reato. I giornali hanno dato ampio risalto alla notizia, come si può vedere qui e qui. Ciò che più colpisce è che tutti gli organi di informazione sono concordi nel definire l’accusato “piromane”. Il Mattino sottolinea il fatto che il giovane sarebbe ossessionato dalle fiamme e che questa sua ossessione avrebbe messo in pericolo perfino la sua abitazione. La stessa testata azzarda anche una interpretazione in chiave psicopatologica: il suo sarebbe il “gesto sconsiderato di un folle” (luogo comune molto diffuso presso i giornalisti). Questa interpretazione sarebbe avvalorata da una intercettazione telefonica in cui l’accusato viene definito uno che “non ci sta con la testa”. In attesa degli sviluppi (per usare un altro luogo comune giornalistico), alcune considerazioni.

Quali sono le ragioni o le circostanze che spingono ad appiccare un incendio? Stando ai rapporti ecomafia di Legambiente, in termini di colpa, le ragioni principali sono l’imprudenza, la negligenza e la disattenzione. In termini di dolo, invece, uno dei motivi principali è il tentativo di ottenere vantaggi economici. Ciò avviene, ad esempio, quando si vuole riscuotere un’assicurazione; quando si intende creare dei terreni coltivabili e di pascolo a danno del bosco; quando si bruciano dei residui agricoli; quando si intende ripulire il terreno in vista della semina; quando si vuole trasformare un terreno rurale in un terreno edificabile; quando si vogliono creare posti di lavoro; quando si vuole approvvigionarsi di legna o risanare il bosco. Un altro motivo è la volontà di occultare un’attività illecita (dissimulare un reato bruciando tutto). Altri possibili motivi sono la vendetta, il rancore, la protesta e il vandalismo. Tutte ragioni, come è evidente, perfettamente razionali, per quanto detestabili.

Appiccare un incendio è un reato non di poco conto. Ogni incendio comporta conseguenze per l’ecosistema: frane, smottamenti, lunghi tempi di riassetto, inquinamento, perdita del patrimonio forestale. Ciò che colpisce e mistifica il lettore di quotidiani o lo spettatore dei telegiornali è, però, l’etichetta che stampa e media in generale utilizzano per riferirsi agli autori di queste condotte criminali: la parola  “piromane”. Così adoperato, il termine è profondamente fuorviante perché fa pensare che tutti gli incendiari di cui si parla nei titoli giornalistici siano afflitti da una qualche turba psichica e agiscano in base a incomprensibili, quanto irresistibili, impulsi antisociali. Piromane è, infatti, un termine coniato nell’Ottocento in ambito psichiatrico per descrivere un individuo affetto da una mania. L’inventore del termine è il francese C.C.H. Marc il quale parlò per la prima volta di “monomania incendiaria” o “piromania” nel 1833 per riferirsi soprattutto a «fanciulle di campagna, frustrate sessualmente, o uomini anziani alla fine della vita sessuale». Al giorno d’oggi il concetto continua a essere usato in psichiatria tanto da comparire anche nell’ultima versione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), la “bibbia” degli psichiatri di tutto il mondo.

La realtà, però, è che il piromane appare una figura relativamente marginale nell’ambito della fenomenologia incendiaria. Se esaminiamo le sue caratteristiche e le poniamo a confronto con quelle della stragrande maggioranza degli incendiari che ogni estate deturpano il patrimonio boschivo del nostro e di altri paesi, emerge chiaramente che questi agiscono per lo più in base a ragioni perfettamente razionali e non psicopatologiche. Incontrare “veri” piromani è una circostanza abbastanza rara, perfino per gli stessi psichiatri. Non a caso, sin dalla creazione del termine, molti studiosi ne hanno dichiarato l’inutilità concettuale, chiedendone la rimozione dal novero dei disturbi psichici.

È, dunque, estremamente fuorviante parlare di “piromani che appiccano incendi”. Nella maggior parte dei casi, si tratta di criminali che deliberatamente, per motivi razionali, decidono di incendiare boschi e montagne. In piccola parte, di individui negligenti o distratti. In piccolissima parte, infine, di persone con un comportamento psicopatologico. Non si può confondere la parte con il tutto. Ma questo, giornali e media sembrano dimenticarlo costantemente. Anche perché, forse, “piromane” fa più audience di “incendiario”.

Per saperne di più su altri miti della criminalità, rimando al mio Delitti. Raptus, follia e misteri. Dalla cronaca alla realtà.

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Un errore di traduzione davvero… stolto

Il Qoelet o Ecclesiaste, tra i libri della Bibbia, è sicuramente uno dei più complessi. Attribuito a un autore ignoto che dice di essere il Re Salomone, pervaso da uno spirito tetro e pessimistico come pochi, è ricco di riflessioni sulla vita e la morte e, a detta di molti, presenta non pochi punti di difficile comprensione; talmente difficile che perfino un traduttore esperto come San Gerolamo, autore della cosiddetta Vulgata, la prima traduzione completa in lingua latina della Bibbia dall’ebraico, vi inciampò in modo grossolano.

L’errore forse più noto riguarda Ecclesiaste 1, 15. Se si prende una traduzione contemporanea di questo verso si leggerà: «Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare» (Bibbia CEI). Come commenta il teologo Luca Mazzinghi:

Il primo proverbio viene forse dall’ambiente agricolo; ce ne sono di analoghi in Egitto, dove si legge che un legno storto non può essere raddrizzato neppure dal più abile artigiano. L’altro proverbio è proprio dell’ambito commerciale: «Quel che manca non lo  puoi  contare»;  un  contabile  non  può fare  i  conti  con  cose  che  non  esistono.  Cosa  vogliono dire questi due proverbi? L’uomo è impotente di fronte ad una realtà che lo sovrasta, non può raddrizzare ciò che è storto e contare ciò che manca, ovvero l’essere umano è limitato.

Se questa interpretazione sembra reggere, non si capisce perché San Girolamo tradusse la seconda parte del verso nel seguente modo: «Stultorum infinitus est numerus», cioè «Infinito è il numero degli stolti». La sua traduzione, infatti, sembra essere del tutto difforme dall’originale ebraico. Come spiegare questo errore? Ancora Mazzinghi:

[…] forse perché il termine biblico tradotto con ciò che manca (hesròn) viene letto come hasar leb, qualcuno che manca di cervello;  forse  Girolamo  aveva  un  altro  manoscritto  o  forse  cambia  il  testo perché gli pareva  troppo  difficile.  Fatto  sta  che  il  proverbio  «ciò  che  manca  non  si  può  contare» diventa  nella  Vulgata: «stultorum infinitus est numerus», è infinito il numero degli stolti.

Quale che sia la causa dell’errore, Mazzinghi ci invita a prenderla con filosofia e ci ricorda il commento di un tale padre Vaccari che può servirci da consolazione:

«Etsi  opinari  non  vetamur…  quod  stultorum    infinitus  est  numerus».  Gli  stolti  sono  sempre  più  di  quanto  tu  pensi  e  più  pericolosi  di  quanto  tu  creda;  ben  peggiori  dei  cattivi,  come  scrive  D.  Bonhoeffer.  Dai  malvagi infatti  ci  si  difende,  dagli  stupidi  no;  sono  proprio  quelli  che  fanno  i  veri  danni  nel  mondo,  perché  il  malvagio  sa  d’essere  un  malvagio  ma  lo stupido non sa d’essere stupido.

E, potremmo aggiungere con Einstein, «Due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, ma sull’universo ho ancora dei dubbi».

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Siamo assolutamente unici. Proprio come tutti gli altri

Una frase attribuita alla celebre antropologa americana Margaret Mead – ma secondo qualcuno potrebbe essere stata pronunciata da un giornalista di nome Jim Wright – recita: “Always Remember That You Are Absolutely Unique. Just Like Everyone Else” vale a dire: “Ricorda sempre che sei assolutamente unico. Proprio come tutti gli altri”.

Indipendentemente da chi abbia pronunciato questa frase, mi sembra che essa catturi in poche parole l’essenza delle scienze sociali. È vero. Ognuno di noi è unico, speciale, irripetibile. E ci piace pensare che siamo così. Lo ripetono praticamente tutti i libri di self-help e tutti gli psicoterapeuti in cui ci imbattiamo nella nostra vita. “Tu sei unico/unica!”. “Nessuno/Nessuna è come te!”. E questo dovrebbe farci sentire bene, perché in un’epoca storica come la nostra fondata sull’esaltazione dell’individuo, tutti noi amiamo sentirci parte di questo peculiare zeitgeist. Se ci pensate, tutta la pubblicità, tutte le filosofie, tutta la politica contemporanea insistono su quanto siamo unici e quindi su come dovremmo scegliere quel prodotto per essere unici, pensare in un certo modo per non essere assorbiti dalla massa, votare per un certo partito perché è nuovo, alternativo e diverso dagli altri. Alternativo, nuovo, unico: tre parole d’ordine del nostro tempo. A nessuno fa piacere sentirsi massa, una pecora del gregge, come gli altri. Ma questa unicità, specialità, irripetibilità è sempre l’esito emergente dell’incrocio di variabili sociologiche, antropologiche, storiche, psicologiche date. In un certo senso, secondo la sociologia e le altre scienze sociali, perfino la nostra unicità è socialmente, antropologicamente e psicologicamente determinata. L’esaltazione dell’individuo è un fatto sociale, così come, in altre epoche, essere uguale agli altri era il principio a cui uniformare la propria vita.

Amiamo pensarci unici e irripetibili. Amiamo essere diversi, unici e alternativi perché la nostra epoca ci “dice” di farlo. La sociologia ci dice che questa unicità è determinata e ciò può non farci piacere. Ma penso che questo sia un merito della sociologia: rimuovere il velo di Maya che avvolge le nostre vite. E rivelarci cose che possono non farci piacere.

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Mark Twain. Criminologo

Samuel Langhorne Clemens, alias Mark Twain, è conosciuto da noi per i celeberrimi Tom Sawyer e Hucklberry Finn. I più famosi monelli degli Stati Uniti, ruzzolanti e giocosi, hanno nutrito le letture di molte generazioni di ragazzi, costituendo dei modelli letterari inimitabili. Meno nota in Italia è la produzione giornalistica, polemica e critica del grande scrittore americano nonché i suoi scritti antireligiosi e scettici che hanno dato vita a veri e propri capolavori negletti – almeno in Italia – come Letters from the Earth e Sketches New and Old. Quest’ultima, pubblicata nel 1875, è una raccolta di pezzi tra il giornalistico e la novella breve, alcuni dei quali molto efficaci nel riprodurre, in uno stile ironico e dissacrante, tic e manie dell’epoca di Twain.

Lionizing murderers e A New Crime, due degli Sketches, ci offrono interessanti riflessioni criminologiche, ancora oggi di estrema attualità.

Lionizing murderers è uno dei testi più  corrosivi e divertenti, imbevuto di una vena scettica particolarmente efficace nel colpire vezzi e trucchi di indovini e chiromanti e nel criticare la triste abitudine – ancora oggi del resto diffusa – di celebrare gli assassini più efferati come eroi. Tema centrale dello scritto è, infatti, la consultazione di una famosa veggente da parte dello stesso Twain e l’esito, tutt’altro che brillante, delle sue previsioni.

Twain espone e rivela quella che tuttora rimane una delle tecniche privilegiate dell’arte magica degli indovini: la lettura a freddo o cold reading. Questa tecnica si basa sulla valorizzazione degli indizi verbali e non verbali forniti dal “cliente” per ricostruirne il sistema di valori, la provenienza sociale, le preferenze e avversioni, le abitudini di vita, i consumi, i manierismi ecc. Sin dal suo ingresso nello studio dell’indovina, Twain è scrutato e analizzato fino a che gli viene rivelato che «ha avuto molti problemi, ma anche gioie; fortuna e sfortuna» secondo l’applicazione più classica del cosiddetto effetto Barnum, che consiste appunto nel fare affermazioni circa un soggetto che si adattano ad un grande numero di soggetti a causa della loro genericità. Successivamente, l’indovina sostiene che il bisnonno di Twain è stato impiccato e che anche lui ben presto seguirà le orme dell’avo. Di fronte alle proteste del povero scrittore, l’indovina intima di rimanere in silenzio e descrive per filo e per segno quanto gli riserva il futuro. Guarda caso, il futuro assomiglia alla sorte di un certo Pike, un assassino impiccato per aver massacrato un’intera famiglia e divenuto famoso in carcere per le sue “gesta”. Cosa c’è di meglio che fare la sua stessa fine? Non stia lì a piangere, Twain, il futuro gli riserva una grande successo!

Del resto gli indovini, soprattutto se ben retribuiti, non augurano sempre il più splendido successo?

È sorprendente costatare come a distanza di oltre un secolo dalla pubblicazione di questo breve testo, chiromanti e chiaroveggenti usino ancora le stesse tecniche e gli stessi stratagemmi per convincere i propri “clienti” dei loro poteri. E come, ancora oggi, assassini e serial killer siano celebrati dalla stampa e dalla televisione popolare ed esercitino un’attrazione morbosa su una fetta consistente di popolazione quasi fossero modelli da imitare o eroi al pari di calciatori e scienziati. Basti pensare al caso di Charles Manson, assurto a icona mediatica a dispetto (o forse in virtù) dei suoi efferati delitti.

A New Crime, invece, affronta il tema del “bad or mad?” che ancora oggi stimola le riflessioni dei criminologi di tutto il mondo. In altre parole, gli omicidi efferati sono perpetrati da uomini e donne malvagie o da uomini e donne folli?  Ricordiamo che il codice penale italiano ancora oggi riconosce, all’art. 88, il vizio totale di mente allorché colui che “ha commesso il fatto era per infermità in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere”. La conseguenza è la non punibilità del reo. Di qui l’affannarsi dei difensori degli imputati per dimostrare che l’assistito ha commesso il proprio reato in stato di infermità mentale, non essendone dunque responsabile.

L’opzione “bad or mad?” era già nota ai tempi di Twain, il quale, in questo breve scritto, passa il suo critico e affilato rasoio sulla tendenza dei contemporanei a riconoscere negli omicidi più efferati non tanto una responsabilità morale, quanto un accesso di follia e, quindi, a scagionare i colpevoli, soprattutto se facoltosi. Gli argomenti psichiatrici, infatti, sembrano valere soprattutto per i più ricchi per i quali non è difficile “dimostrare” l’esistenza di una comoda vena di follia in famiglia, sempre pronta a emergere per giustificare i comportamenti più crudeli. È così che il delitto del povero diventa una “eccentricità” nel danaroso. Ed è così che, nell’Ottocento, categorie mediche come quella di “cleptomane” vennero inventate dalla allora nascente psichiatria forense per giustificare e rendere non punibili i furti commessi nei grandi magazzini da ricche donne borghesi sorprese a compiere atti incomprensibili. Come spiegare tale incomprensibilità? Facile, afferma Twain: «Al giorno d’oggi, […], se un individuo di buona famiglia e di alta condizione sociale ruba qualcosa, viene definito cleptomane e mandato al manicomio». Al tempo stesso, «se un individuo di alta condizione sociale dissipa le sue ricchezze e pone termine alla sua carriera con la stricnina o con un proiettile, il suo problema viene definito “aberrazione momentanea”». Insomma, le categorie psichiatriche servono interessi di classe; una osservazione ancora oggi estremamente attuale, tanto che sono molti coloro che continuano a mettere in discussione l’esistenza di una condizione che possa essere definita “cleptomania”.

Anche A New Crime, dunque, è un pezzo estremamente attuale per la verve illuministica con la quale mette a soqquadro categorie della conoscenza che persistiamo a dare per scontate.

Vi rimando a questa pagina per la lettura della mia traduzione dei due testi di Mark Twain.

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Pareidolia sul Vesuvio

Il sito di Repubblica segnala la bella foto pareidolica di Albarosa Scotto di Minico, che ritrae del fumo antropomorfico che fuoriesce dal Parco del Vesuvio in occasione dei recenti incendi estivi. Se si dà una occhiata al profilo Facebook del padre, Rosario Scotto di Minico, si noterà che la foto ha avuto una diffusione internazionale e che tale diffusione è stata spesso accompagnata da moniti apocalittici o commenti ansiosi sulle sorti dell’umanità. Basta davvero poco per ridestare la propensione umana al catastrofismo. 

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C’è un Riccardo III in tutti noi

Del Riccardo III di William Shakespeare, che narra le vicende di un sovrano deforme, particolarmente incline ad atti malvagi, è noto il monologo dello stesso Riccardo, duca di Gloucester, il quale espone in poche parole quella che potremmo definire una “teoria compensatoria del crimine”.

Ora l’inverno della nostra amarezza s’è cambiato in gloriosa estate a questo sole di York; e tutte le nuvole che pesavano sulla nostra casa sono sepolte nel profondo cuore dell’oceano. Ora le nostre fronti sono strette da ghirlande di vittoria; le nostre armi contorte appese per memoria, i nostri bruschi allarmi mutati in lieti convegni, le nostre terribili marce in amabili danze. La guerra dal viso arcigno ha spianato la sua fronte corrugata, e ora, invece di montare bardati destrieri per atterrire il cuore dei tremendi nemici, salta lievemente nella stanza d’una lady al diletto lascivo d’un liuto. Ma io, che non ho grazia fisica per simili giochi e neppure per corteggiare un amoroso specchio, io che sono di rozzo conio, manco della forza regale dell’amore per girare lento davanti a una molle, ancheggiante ninfa; io che sono privo di questa bella simmetria, frodato nel volto dalla natura simulatrice, deforme, imperfetto, spinto prima del tempo in questo mondo che respira, appena formato a metà e così storpio e fuori d’ogni sembianza comune che i cani mi abbaiano contro, quando passo zoppicando vicino a loro; io, in questo fiacco tempo di pace, adatto mia ombra al sole e meditare sulla mia deformità. E perciò, non potendo essere un amante per trascorrere questi bei giorni in piacevoli colloqui, sono deciso a mostrarmi malvagio e a odiare i pigri piaceri del nostro tempo.

Riccardo afferma di indulgere al crimine come compensazione alle sue deformità innate: poiché non gli è concesso di amare ed essere amato, preferisce fare del male e farsi odiare per conferire un senso alla propria esistenza. Questa teoria, secondo alcuni autori contemporanei, potrebbe spiegare perché alcuni disabili preferiscano mostrarsi cattivi e antipatici, piuttosto che tentare di intrattenere relazioni con i cosiddetti “normali”. Ad esempio, commentando questo passo in un breve articolo intitolato Le “eccezioni”, Freud interpreta il soliloquio di Riccardo in questo modo: «“La natura mi ha fatto un grande torto nel momento in cui mi ha negato la bellezza esteriore capace di attirare l’amore umano. La vita per questo mi deve un risarcimento, che io farò in modo di ottenere. Ho perciò diritto di essere una eccezione e di ignorare gli scrupoli da cui altri individui si lasciano ostacolare. Posso arrecare torti perché io stesso ne ho ricevuti”». Più recentemente, lo storico (con disabilità) Matteo Schianchi ha sottoscritto questa interpretazione in un paragrafo intitolato “I disabili cattivi” del suo bel libro La terza nazione del mondo.

Freud, però, ci avverte che questa propensione compensatoria si trova in tutti noi.

Ora ci rendiamo conto che noi stessi potremmo diventare come Riccardo, che anzi, in qualche misura, lo siamo già. Riccardo è lo smisurato ingrandimento di qualche cosa che troviamo anche in noi stessi. Tutti crediamo di aver motivo di rancore verso la natura e il destino per le menomazioni congenite e infantili; tutti pretendiamo una riparazione che ci indennizzi delle antiche mortificazioni che ha subito il nostro narcisismo, il nostro amore per noi stessi. Perché mai la natura non ci ha fatto dono dei riccioli dorati di Balder, della forza di Sigfrido, della fronte alta del Genio, dei nobili lineamenti dell’aristocratico? Perché siamo nati in una modesta casa borghese e non in un castello reale? Ci piacerebbe insomma esser belli e distinti come tutti coloro che, appunto perciò, siamo ora costretti a invidiare (Freud, S., 1916, “Le “eccezioni””, in Idem, 1989, Opere, Bollati Boringhieri, Torino, vol. VIII, p. 633).

Ognuno di noi, in altre parole, può “vantare” una ferita narcisistica subita nell’infanzia che sembra autorizzare una logica dell’eccezione. Io stesso ho sentito spesso persone dire: “Sì, è vero, sono raccomandato, ma essendo nato al Sud, questo posto di lavoro è meritato”; “Rubo per vivere, ma se fossi nato dove sono nato io, anche tu lo troveresti normale” e così via giustificando.

La tentazione di attribuire in esclusiva ai disabili questo meccanismo compensatorio è grande e, come afferma Schianchi, parzialmente giustificata, ma in tutti noi si nasconde un piccolo Riccardo III che, consapevolmente o no, facciamo di tutto per tenere ben nascosto e che solletica un vittimismo in cui ci piace indulgere.

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La costruzione sociale della droga

Ecco alcuni dati in pillole tratti dall’ottavo Libro bianco sulle droghe, promosso dalla Onlus La Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, Cnca e Associazione Luca Coscioni e con l’adesione di Cgil, Comunità di San Benedetto al Porto, Gruppo Abele, Itaca, Itardd, LegaCoopSociali, Lila.

– 17.733 detenuti presenti in carcere al 31 dicembre 2016 lo erano a causa dell’art. 73 del Testo unico che punisce la produzione, il traffico e la detenzione di droghe illecite. Si tratta del 32,52% del totale: un detenuto su tre è imputato/condannato sulla base di quell’articolo della legislazione sulle droghe. A questi si aggiungono 5.868 ristretti per art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), il 10,74% del totale, in calo rispetto al 2015. Ma mentre i “pesci piccoli” tornano ad aumentare, i consorzi criminali continuano a restare fuori dai radar della repressione penale.

– 13.356 dei 47.342 ingressi in carcere nel 2016 sono stati causati da imputazioni o condanne sulla base dell’art. 73 del Testo unico. Si tratta del 28,21% degli ingressi in carcere: dei 1519 ingressi in più in carcere rispetto all’anno precedente, il 70% (1072) è dovuto a condanne o accuse di produrre, vendere o detenere droghe proibite. Si inverte il trend discendente attivo dal 2012 (adozione della famosa sentenza Torreggiani e dall’adozione di politiche deflattive della popolazione detenuta) e così torna ad aumentare anche la popolazione detenuta.

– 14.157 dei 54.653 detenuti al 31/12/2016 sono tossicodipendenti. Il 25,9% del totale, in costante aumento da alcuni anni dopo che il picco post applicazione della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007) era stato riassorbito a seguito di una serie di interventi legislativi correttivi. Per gli ingressi si tocca invece il massimo degli ultimi dodici anni: il 33,95% dei soggetti entrati in carcere nel corso del 2016 era tossicodipendente.

Perché storicamente si è arrivati a questo? Perché, oggi, tanti tossicodipendenti sono puniti e tanti detenuti sono tossicodipendenti? È stato sempre così o è possibile guardare al fenomeno droga con altri occhi? Per chi vuole capire come è nato e per quali motivi, l’attuale sistema proibizionistico mondiale, consiglio il mio ultimo libro La costruzione sociale della tossicomania, con traduzioni di scritti ormai classici, ma introvabili sull’argomento.

Non il solito libro sulle droghe!

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