Siamo assolutamente unici. Proprio come tutti gli altri

Una frase attribuita alla celebre antropologa americana Margaret Mead – ma secondo qualcuno potrebbe essere stata pronunciata da un giornalista di nome Jim Wright – recita: “Always Remember That You Are Absolutely Unique. Just Like Everyone Else” vale a dire: “Ricorda sempre che sei assolutamente unico. Proprio come tutti gli altri”.

Indipendentemente da chi abbia pronunciato questa frase, mi sembra che essa catturi in poche parole l’essenza delle scienze sociali. È vero. Ognuno di noi è unico, speciale, irripetibile. E ci piace pensare che siamo così. Lo ripetono praticamente tutti i libri di self-help e tutti gli psicoterapeuti in cui ci imbattiamo nella nostra vita. “Tu sei unico/unica!”. “Nessuno/Nessuna è come te!”. E questo dovrebbe farci sentire bene, perché in un’epoca storica come la nostra fondata sull’esaltazione dell’individuo, tutti noi amiamo sentirci parte di questo peculiare zeitgeist. Se ci pensate, tutta la pubblicità, tutte le filosofie, tutta la politica contemporanea insistono su quanto siamo unici e quindi su come dovremmo scegliere quel prodotto per essere unici, pensare in un certo modo per non essere assorbiti dalla massa, votare per un certo partito perché è nuovo, alternativo e diverso dagli altri. Alternativo, nuovo, unico: tre parole d’ordine del nostro tempo. A nessuno fa piacere sentirsi massa, una pecora del gregge, come gli altri. Ma questa unicità, specialità, irripetibilità è sempre l’esito emergente dell’incrocio di variabili sociologiche, antropologiche, storiche, psicologiche date. In un certo senso, secondo la sociologia e le altre scienze sociali, perfino la nostra unicità è socialmente, antropologicamente e psicologicamente determinata. L’esaltazione dell’individuo è un fatto sociale, così come, in altre epoche, essere uguale agli altri era il principio a cui uniformare la propria vita.

Amiamo pensarci unici e irripetibili. Amiamo essere diversi, unici e alternativi perché la nostra epoca ci “dice” di farlo. La sociologia ci dice che questa unicità è determinata e ciò può non farci piacere. Ma penso che questo sia un merito della sociologia: rimuovere il velo di Maya che avvolge le nostre vite. E rivelarci cose che possono non farci piacere.

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Mark Twain. Criminologo

Samuel Langhorne Clemens, alias Mark Twain, è conosciuto da noi per i celeberrimi Tom Sawyer e Hucklberry Finn. I più famosi monelli degli Stati Uniti, ruzzolanti e giocosi, hanno nutrito le letture di molte generazioni di ragazzi, costituendo dei modelli letterari inimitabili. Meno nota in Italia è la produzione giornalistica, polemica e critica del grande scrittore americano nonché i suoi scritti antireligiosi e scettici che hanno dato vita a veri e propri capolavori negletti – almeno in Italia – come Letters from the Earth e Sketches New and Old. Quest’ultima, pubblicata nel 1875, è una raccolta di pezzi tra il giornalistico e la novella breve, alcuni dei quali molto efficaci nel riprodurre, in uno stile ironico e dissacrante, tic e manie dell’epoca di Twain.

Lionizing murderers e A New Crime, due degli Sketches, ci offrono interessanti riflessioni criminologiche, ancora oggi di estrema attualità.

Lionizing murderers è uno dei testi più  corrosivi e divertenti, imbevuto di una vena scettica particolarmente efficace nel colpire vezzi e trucchi di indovini e chiromanti e nel criticare la triste abitudine – ancora oggi del resto diffusa – di celebrare gli assassini più efferati come eroi. Tema centrale dello scritto è, infatti, la consultazione di una famosa veggente da parte dello stesso Twain e l’esito, tutt’altro che brillante, delle sue previsioni.

Twain espone e rivela quella che tuttora rimane una delle tecniche privilegiate dell’arte magica degli indovini: la lettura a freddo o cold reading. Questa tecnica si basa sulla valorizzazione degli indizi verbali e non verbali forniti dal “cliente” per ricostruirne il sistema di valori, la provenienza sociale, le preferenze e avversioni, le abitudini di vita, i consumi, i manierismi ecc. Sin dal suo ingresso nello studio dell’indovina, Twain è scrutato e analizzato fino a che gli viene rivelato che «ha avuto molti problemi, ma anche gioie; fortuna e sfortuna» secondo l’applicazione più classica del cosiddetto effetto Barnum, che consiste appunto nel fare affermazioni circa un soggetto che si adattano ad un grande numero di soggetti a causa della loro genericità. Successivamente, l’indovina sostiene che il bisnonno di Twain è stato impiccato e che anche lui ben presto seguirà le orme dell’avo. Di fronte alle proteste del povero scrittore, l’indovina intima di rimanere in silenzio e descrive per filo e per segno quanto gli riserva il futuro. Guarda caso, il futuro assomiglia alla sorte di un certo Pike, un assassino impiccato per aver massacrato un’intera famiglia e divenuto famoso in carcere per le sue “gesta”. Cosa c’è di meglio che fare la sua stessa fine? Non stia lì a piangere, Twain, il futuro gli riserva una grande successo!

Del resto gli indovini, soprattutto se ben retribuiti, non augurano sempre il più splendido successo?

È sorprendente costatare come a distanza di oltre un secolo dalla pubblicazione di questo breve testo, chiromanti e chiaroveggenti usino ancora le stesse tecniche e gli stessi stratagemmi per convincere i propri “clienti” dei loro poteri. E come, ancora oggi, assassini e serial killer siano celebrati dalla stampa e dalla televisione popolare ed esercitino un’attrazione morbosa su una fetta consistente di popolazione quasi fossero modelli da imitare o eroi al pari di calciatori e scienziati. Basti pensare al caso di Charles Manson, assurto a icona mediatica a dispetto (o forse in virtù) dei suoi efferati delitti.

A New Crime, invece, affronta il tema del “bad or mad?” che ancora oggi stimola le riflessioni dei criminologi di tutto il mondo. In altre parole, gli omicidi efferati sono perpetrati da uomini e donne malvagie o da uomini e donne folli?  Ricordiamo che il codice penale italiano ancora oggi riconosce, all’art. 88, il vizio totale di mente allorché colui che “ha commesso il fatto era per infermità in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere”. La conseguenza è la non punibilità del reo. Di qui l’affannarsi dei difensori degli imputati per dimostrare che l’assistito ha commesso il proprio reato in stato di infermità mentale, non essendone dunque responsabile.

L’opzione “bad or mad?” era già nota ai tempi di Twain, il quale, in questo breve scritto, passa il suo critico e affilato rasoio sulla tendenza dei contemporanei a riconoscere negli omicidi più efferati non tanto una responsabilità morale, quanto un accesso di follia e, quindi, a scagionare i colpevoli, soprattutto se facoltosi. Gli argomenti psichiatrici, infatti, sembrano valere soprattutto per i più ricchi per i quali non è difficile “dimostrare” l’esistenza di una comoda vena di follia in famiglia, sempre pronta a emergere per giustificare i comportamenti più crudeli. È così che il delitto del povero diventa una “eccentricità” nel danaroso. Ed è così che, nell’Ottocento, categorie mediche come quella di “cleptomane” vennero inventate dalla allora nascente psichiatria forense per giustificare e rendere non punibili i furti commessi nei grandi magazzini da ricche donne borghesi sorprese a compiere atti incomprensibili. Come spiegare tale incomprensibilità? Facile, afferma Twain: «Al giorno d’oggi, […], se un individuo di buona famiglia e di alta condizione sociale ruba qualcosa, viene definito cleptomane e mandato al manicomio». Al tempo stesso, «se un individuo di alta condizione sociale dissipa le sue ricchezze e pone termine alla sua carriera con la stricnina o con un proiettile, il suo problema viene definito “aberrazione momentanea”». Insomma, le categorie psichiatriche servono interessi di classe; una osservazione ancora oggi estremamente attuale, tanto che sono molti coloro che continuano a mettere in discussione l’esistenza di una condizione che possa essere definita “cleptomania”.

Anche A New Crime, dunque, è un pezzo estremamente attuale per la verve illuministica con la quale mette a soqquadro categorie della conoscenza che persistiamo a dare per scontate.

Vi rimando a questa pagina per la lettura della mia traduzione dei due testi di Mark Twain.

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Pareidolia sul Vesuvio

Il sito di Repubblica segnala la bella foto pareidolica di Albarosa Scotto di Minico, che ritrae del fumo antropomorfico che fuoriesce dal Parco del Vesuvio in occasione dei recenti incendi estivi. Se si dà una occhiata al profilo Facebook del padre, Rosario Scotto di Minico, si noterà che la foto ha avuto una diffusione internazionale e che tale diffusione è stata spesso accompagnata da moniti apocalittici o commenti ansiosi sulle sorti dell’umanità. Basta davvero poco per ridestare la propensione umana al catastrofismo. 

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C’è un Riccardo III in tutti noi

Del Riccardo III di William Shakespeare, che narra le vicende di un sovrano deforme, particolarmente incline ad atti malvagi, è noto il monologo dello stesso Riccardo, duca di Gloucester, il quale espone in poche parole quella che potremmo definire una “teoria compensatoria del crimine”.

Ora l’inverno della nostra amarezza s’è cambiato in gloriosa estate a questo sole di York; e tutte le nuvole che pesavano sulla nostra casa sono sepolte nel profondo cuore dell’oceano. Ora le nostre fronti sono strette da ghirlande di vittoria; le nostre armi contorte appese per memoria, i nostri bruschi allarmi mutati in lieti convegni, le nostre terribili marce in amabili danze. La guerra dal viso arcigno ha spianato la sua fronte corrugata, e ora, invece di montare bardati destrieri per atterrire il cuore dei tremendi nemici, salta lievemente nella stanza d’una lady al diletto lascivo d’un liuto. Ma io, che non ho grazia fisica per simili giochi e neppure per corteggiare un amoroso specchio, io che sono di rozzo conio, manco della forza regale dell’amore per girare lento davanti a una molle, ancheggiante ninfa; io che sono privo di questa bella simmetria, frodato nel volto dalla natura simulatrice, deforme, imperfetto, spinto prima del tempo in questo mondo che respira, appena formato a metà e così storpio e fuori d’ogni sembianza comune che i cani mi abbaiano contro, quando passo zoppicando vicino a loro; io, in questo fiacco tempo di pace, adatto mia ombra al sole e meditare sulla mia deformità. E perciò, non potendo essere un amante per trascorrere questi bei giorni in piacevoli colloqui, sono deciso a mostrarmi malvagio e a odiare i pigri piaceri del nostro tempo.

Riccardo afferma di indulgere al crimine come compensazione alle sue deformità innate: poiché non gli è concesso di amare ed essere amato, preferisce fare del male e farsi odiare per conferire un senso alla propria esistenza. Questa teoria, secondo alcuni autori contemporanei, potrebbe spiegare perché alcuni disabili preferiscano mostrarsi cattivi e antipatici, piuttosto che tentare di intrattenere relazioni con i cosiddetti “normali”. Ad esempio, commentando questo passo in un breve articolo intitolato Le “eccezioni”, Freud interpreta il soliloquio di Riccardo in questo modo: «“La natura mi ha fatto un grande torto nel momento in cui mi ha negato la bellezza esteriore capace di attirare l’amore umano. La vita per questo mi deve un risarcimento, che io farò in modo di ottenere. Ho perciò diritto di essere una eccezione e di ignorare gli scrupoli da cui altri individui si lasciano ostacolare. Posso arrecare torti perché io stesso ne ho ricevuti”». Più recentemente, lo storico (con disabilità) Matteo Schianchi ha sottoscritto questa interpretazione in un paragrafo intitolato “I disabili cattivi” del suo bel libro La terza nazione del mondo.

Freud, però, ci avverte che questa propensione compensatoria si trova in tutti noi.

Ora ci rendiamo conto che noi stessi potremmo diventare come Riccardo, che anzi, in qualche misura, lo siamo già. Riccardo è lo smisurato ingrandimento di qualche cosa che troviamo anche in noi stessi. Tutti crediamo di aver motivo di rancore verso la natura e il destino per le menomazioni congenite e infantili; tutti pretendiamo una riparazione che ci indennizzi delle antiche mortificazioni che ha subito il nostro narcisismo, il nostro amore per noi stessi. Perché mai la natura non ci ha fatto dono dei riccioli dorati di Balder, della forza di Sigfrido, della fronte alta del Genio, dei nobili lineamenti dell’aristocratico? Perché siamo nati in una modesta casa borghese e non in un castello reale? Ci piacerebbe insomma esser belli e distinti come tutti coloro che, appunto perciò, siamo ora costretti a invidiare (Freud, S., 1916, “Le “eccezioni””, in Idem, 1989, Opere, Bollati Boringhieri, Torino, vol. VIII, p. 633).

Ognuno di noi, in altre parole, può “vantare” una ferita narcisistica subita nell’infanzia che sembra autorizzare una logica dell’eccezione. Io stesso ho sentito spesso persone dire: “Sì, è vero, sono raccomandato, ma essendo nato al Sud, questo posto di lavoro è meritato”; “Rubo per vivere, ma se fossi nato dove sono nato io, anche tu lo troveresti normale” e così via giustificando.

La tentazione di attribuire in esclusiva ai disabili questo meccanismo compensatorio è grande e, come afferma Schianchi, parzialmente giustificata, ma in tutti noi si nasconde un piccolo Riccardo III che, consapevolmente o no, facciamo di tutto per tenere ben nascosto e che solletica un vittimismo in cui ci piace indulgere.

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La costruzione sociale della droga

Ecco alcuni dati in pillole tratti dall’ottavo Libro bianco sulle droghe, promosso dalla Onlus La Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, Cnca e Associazione Luca Coscioni e con l’adesione di Cgil, Comunità di San Benedetto al Porto, Gruppo Abele, Itaca, Itardd, LegaCoopSociali, Lila.

– 17.733 detenuti presenti in carcere al 31 dicembre 2016 lo erano a causa dell’art. 73 del Testo unico che punisce la produzione, il traffico e la detenzione di droghe illecite. Si tratta del 32,52% del totale: un detenuto su tre è imputato/condannato sulla base di quell’articolo della legislazione sulle droghe. A questi si aggiungono 5.868 ristretti per art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), il 10,74% del totale, in calo rispetto al 2015. Ma mentre i “pesci piccoli” tornano ad aumentare, i consorzi criminali continuano a restare fuori dai radar della repressione penale.

– 13.356 dei 47.342 ingressi in carcere nel 2016 sono stati causati da imputazioni o condanne sulla base dell’art. 73 del Testo unico. Si tratta del 28,21% degli ingressi in carcere: dei 1519 ingressi in più in carcere rispetto all’anno precedente, il 70% (1072) è dovuto a condanne o accuse di produrre, vendere o detenere droghe proibite. Si inverte il trend discendente attivo dal 2012 (adozione della famosa sentenza Torreggiani e dall’adozione di politiche deflattive della popolazione detenuta) e così torna ad aumentare anche la popolazione detenuta.

– 14.157 dei 54.653 detenuti al 31/12/2016 sono tossicodipendenti. Il 25,9% del totale, in costante aumento da alcuni anni dopo che il picco post applicazione della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007) era stato riassorbito a seguito di una serie di interventi legislativi correttivi. Per gli ingressi si tocca invece il massimo degli ultimi dodici anni: il 33,95% dei soggetti entrati in carcere nel corso del 2016 era tossicodipendente.

Perché storicamente si è arrivati a questo? Perché, oggi, tanti tossicodipendenti sono puniti e tanti detenuti sono tossicodipendenti? È stato sempre così o è possibile guardare al fenomeno droga con altri occhi? Per chi vuole capire come è nato e per quali motivi, l’attuale sistema proibizionistico mondiale, consiglio il mio ultimo libro La costruzione sociale della tossicomania, con traduzioni di scritti ormai classici, ma introvabili sull’argomento.

Non il solito libro sulle droghe!

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La costruzione sociale della tossicomania

In Italia, il tema della droga e della tossicodipendenza è stato affrontato soprattutto in un’ottica medica, moralistica o psicologico/psichiatrica. Ancora non sufficienti sono le interpretazioni di stampo sociologico e, in particolare, di tipo costruttivistico, che tendono cioè a vedere la droga come un oggetto sociale “costruito” dagli stessi attori sociali, dagli “esperti”, dai professionisti e dagli stessi tossicodipendenti. Eppure, il modo di considerare la droga non è stato sempre il medesimo. Nel corso del tempo, si è passati da una prospettiva sociale tollerante nei confronti delle sostanze psicoattive, come alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, periodo in cui persone rispettabilissime e di classe media acquistavano le loro droghe dalle farmacie all’angolo della strada senza per questo essere stigmatizzate o incriminate, a periodi come il nostro, dominato dal verbo proibizionista, che vede nella droga un male assoluto e nel drogato un pericoloso malato e delinquente da curare e punire. Queste trasformazioni sono avvenute in seguito a precisi avvenimenti e all’affermarsi di precisi modi di vedere il mondo di cui spesso non si sa molto.

Il mio ultimo volume, da poco disponibile in libreria, intende rimediare parzialmente a questa lacuna conoscitiva, proponendo un approccio eminentemente sociologico alla questione droga e alla tossicodipendenza, sia ricostruendo le tappe principali dei cambiamenti sociologici che hanno riguardato la droga dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Sessanta del XX secolo, sia offrendo per la prima volta al lettore italiano la traduzione di alcuni articoli e saggi che hanno animato la discussione sociologica sull’argomento. Si tratta di due articoli classici del sociologo americano Alfred Lindesmith, il primo probabilmente a proporre una teoria esclusivamente sociologica del fenomeno della tossicodipendenza: “A Sociological Theory of Drug Addiction” (1938) e “Dope Fiend Mythology” (1940). A questi si aggiungono l’articolo, citatissimo, del medico americano Robert Schless, “The Drug Addict” (1925), e due articoli divulgativi che contribuirono tantissimo a sostenere una certa visione della droga negli anni Venti e Trenta del XX secolo: “Negro Cocaine ‘Fiends’ New Southern Menace” (1914) di Edward Huntington Williams  e “Marijuana, Assassin of Youth” (1937) di Harry Jacob Anslinger e Courtney Ryley Cooper, probabilmente l’articolo che più di tutti ha contribuito ad alimentare il panico morale nei confronti della droga nel XX secolo.

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To jump or not to jump

La notizia ha dell’incredibile. Anzi, è talmente assurda da apparire inverosimile. Il fatto è accaduto nel 2015, ma, curiosamente, ha avuto risonanza internazionale solo due anni dopo, nel giugno 2017 (ad esempio qui, qui e qui).

Ecco quanto è accaduto.

Vera Mol è una ragazza olandese di 17 anni e, nel 2015, si trova sul ponte di Cabezon de la Sal in Cantabria (Spagna) per partecipare a una seduta di bungee jumping, il popolare sport estremo che consiste nel lanciarsi da un luogo elevato (per esempio un ponte) dopo essere stati imbracati con una corda elastica. Vera Mol è in piena fase adrenalinica. Non vede l’ora di lanciarsi nel vuoto. Ha già il capo di una corda attaccato al corpo, ma l’altro capo è libero. A questo punto – riportano le cronache di tutto il mondo – l’istruttore, in un pessimo inglese,  le dice «No jump», intendendo «Don’t jump» («Non saltare»), ma la ragazza interpreta la frase in modo difforme: «Now jump!» cioè «Ora salta!». Raccogliendo l’invito, Vera Mol salta e muore. A causa, battono tutti i quotidiani, di una parola compresa male.

Il fatto, risalente, come detto, al 2015, ha acquisito improvvisa notorietà internazionale due anni dopo, perché solo nel giugno 2017 è iniziato il relativo processo.

L’istruttore è accusato non solo di aver causato involontariamente la morte della ragazza, ma anche di non aver verificato la sua età (Vera Mol, come detto, non aveva ancora 18 anni). Sembra, inoltre, che il ponte di Cabezon de la Sal non fosse adatto alla pratica del bungee jumping secondo le regole spagnole.

Al di là delle responsabilità dell’istruttore, resta il fatto che un banale errore di pronuncia ha causato la perdita di una vita umana. Ciò può lasciare qualche perplessità, ma, come testimonia l’episodio biblico di Giudici 12, 1-6 – in cui si racconta la vicenda del conflitto tra galaaditi ed efraimiti, vinto dai primi che trucidarono 42.000 avversari dopo averli invitati a pronunciare la parola shibbolet; parola che gli efraimiti avevano difficoltà a pronunciare – situazioni del genere sono ben presenti nel nostro immaginario culturale e rivelano una secolare sensibilità nei confronti di vicende che possono sembrare trascurabili, ma che, come è evidente dalla tragica storia di Vera Mol, possono avere conseguenze letali.

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Il tatuaggio secondo Lombroso e noi

Nel cap. VII del suo L’uomo delinquente (1876), Lombroso descriveva il tatuaggio come «uno dei caratteri più singolari dell’uomo primitivo» per il quale era «un ornamento, un vestiario, un distintivo nobiliare, onorifico e quasi gerarchico; […] un primo richiamo sessuale, perché segnala la pubertà nel maschio; […] persino una specie di archivio ambulante, nel quale l’individuo nota i fasti più notevoli della propria vita». Nei contemporanei, invece, l’uso, pressoché scomparso, era rimasto solo nei contadini, negli operai, nei pastori, nei marinai, nei soldati. E naturalmente nei delinquenti (soprattutto nei recidivi e nei delinquenti-nati, sia ladri che assassini, “la più triste canaglia”) e nelle prostitute.

Lombroso notava che i delinquenti se lo facevano anche sul pene, circostanza che lo portava a concludere che «queste forme provano non solo l’impudicizia, ma anche la strana insensibilità di costoro, essendo la regione degli organi sessuali una delle più sensibili al dolore».

Tra le cause del tatuaggio, Lombroso annoverava la religione («come si vede nelle torme di pellegrini, per esempio, a Loreto»), l’imitazione, la vendetta («che vogliono così eternare almeno in effigie come un impegno ed una minaccia»); l’ozio e la vanità, ma soprattutto l’atavismo «come riproduzione d’un costume diffusissimo tra le popolazioni primitive e tra i selvaggi, con cui i criminali hanno tanta affinità, […], per la violenza delle passioni, per la stessa torpida sensibilità, la stessa puerile vanità e il lungo ozio; e ancora l’atavismo storico come sostituzione di una scrittura con simboli e con geroglifici alla comune alfabetica».

Un seguace di Lombroso, Antonini, autore di un volume dal titolo I precursori di Lombroso, ribadiva la tesi del maestro annotando nel suo libro:

Il tatuaggio è certo una delle usanze più diffuse e in onore presso l’uomo primitivo; costituiva per lui ornamento, vestiario, distintivo gerarchico. Attualmente è andato scomparendo e permane solo, come eccezione normale, nei contadini, operai, marinai e soldati. Nei criminali si riscontra invece con una frequenza straordinaria e nei minorenni nel 40%. È inoltre molteplice, complicato, diffuso sulle parti più delicate del corpo, ove l’evitano anche i selvaggi, a documento della grande insensibilità dei criminali.

Se volessimo prendere sul serio queste osservazioni, dovremmo concludere che tra i nostri contemporanei, avvezzi, come è noto, al tatuaggio anche nelle parti più sensibili, si nascondono migliaia di delinquenti atavici, anche tra le classi alte. Lo proverebbe la grande “insensibilità” mostrata nel farsi tatuare ogni angolo del corpo a dispetto di ogni dolore. Anzi, alcune categorie di persone – musicisti, rapper, calciatori, sportivi – dovrebbero essere inclini a una forma piuttosto abbrutita di delinquenza. Vivremmo, dunque, in un mondo insano, folle, malato, atavico, appunto. O forse era Lombroso ad avere torto e a considerare pratiche sociali (all’epoca) marginali come marchi di Caino degli stessi marginali, prova indiscutibile della loro propensione criminale innata. Un po’ come succede oggi a chi emigra dal Sud del mondo verso il Nord, accusato, già solo per questo, di essere propenso a ogni genere di efferatezza.

Leggendo le pagine di Lombroso, ci si rende conto che è facile fare di un tratto una caratteristica criminale. Basta prendere uno stigma, condirlo di una manciata di statistiche inattendibili, aggiungere una teoria che si regge su fatti e dati altrettanto inattendibili, agganciarsi a opinioni e convinzioni negative mai provate su quello stigma, disseminare il tutto di qualche proverbio popolare che legittimi il tutto e dimostrare l’indimostrabile. Lombroso lo faceva con tatuati, mancini e affetti da anomalie fisiche varie. Noi lo facciamo con immigrati, tossicodipendenti e altri marginali.

Insomma, Caino è sempre pronto a rinascere.

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Sui bambini dimenticati in auto

L’ultima in ordine di tempo è stata Ilaria Naldini di Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo; l’ultimo genitore (per il momento) in Italia a dimenticare la propria figlia in auto. Una dimenticanza fatale che ha causato la morte di Tamara Rossi di appena 16 mesi. Le cronache dicono che, a seguito dell’accaduto, i genitori della bambina hanno dovuto chiudere i loro profili social, essendo diventati bersaglio di incessanti contumelie. Secondo l’opinione corrente, infatti, chi si rende protagonista di un atto del genere, per quanto involontario, è un genitore degenere, che non merita nemmeno la qualifica di essere umano. Un mostro che non ha scusanti. Un aborto della natura. Un essere raccapricciante come pochi. Un pazzo, forse. Non a caso chi biasima episodi del genere tende a pensare che “questo non potrebbe mai accadere a me”.

In realtà, stando ad alcuni dati (un po’ superati, a dire il vero) riportati in un opuscolo del Ministero della Sanità, il fenomeno è tutt’altro che raro. Leggiamo ad esempio:

Negli Stati Uniti muoiono ogni anno in media 36 bambini a causa dell’ipertermia per essere stati lasciati in auto, per un totale di 468 morti negli ultimi 12 anni.

In Francia la Commissione per la sicurezza dei Consumatori ha rilevato che, tra il 2007 e il 2009, ci sono stati 24 casi di ipertermia in bambini rimasti chiusi in macchina, di cui 5 mortali.

Il 54 % dei genitori aveva lasciato intenzionalmente il bambino in auto, per svolgere qualche commissione, sottovalutando il rischio legato a tale comportamento.

Il 46% aveva dimenticato il bambino in automobile recandosi al lavoro o tornando a casa.

Secondo un’altra fonte, in Italia, sono 6 i casi verificati dal 2008 a oggi.

Sono tutti folli o immorali i protagonisti di questi numeri? E se la follia e l’immoralità non fossero una spiegazione valida, come è possibile interpretare questi casi di “morte per ipertermia” come recita la dizione tecnica?

Gli psicologi spiegano questi episodi in termini di “sovraccarico cognitivo”: viviamo in una società che ci sottopone a continui stimoli, pressioni, impegni. Spesso siamo chiamati a fare più cose contemporaneamente – guidare, parlare al telefono, inviare SMS, passare rapidamente dal luogo di lavoro alla palestra, alla scuola – a prendere più decisioni insieme, a trovare soluzioni immediate a richieste subitanee e contestuali. Tutto ciò condiziona il nostro sistema cognitivo che, avendo dei limiti, non riesce a performare al meglio (per usare un brutto calco linguistico). Troppe cose, tutte insieme. È probabile che chi ama coniare etichette definirà un giorno la nostra società la “società della contemporaneità”.

Gli psicologi parlano anche di “amnesia dissociativa”, quando la persona “al momento del fatto era completamente incapace d’intendere e di volere per il verificarsi di una transitoria amnesia dissociativa”, e di “cecità e sordità da disattenzione”, quando un determinato stimolo visivo o sonoro entra nel nostro campo percettivo senza essere elaborato dal cervello. In questo modo, non riusciamo a vedere o sentire uno stimolo che pure è lì davanti a noi. Così chi è convinto di aver trasportato il figlio a scuola, preso da mille altre sollecitazioni, può addirittura vederlo o sentirlo nel retro della macchina, senza vederlo o sentirlo davvero perché, intanto, altri stimoli reclamano la sua attenzione.

Come dice Massimo Blanco, autore di Fondamenti di Neurosociologia, la disattenzione sociale è direttamente legata al nostro stile di vita ed è probabile che, con l’intensificarsi della vita quotidiana simili episodi accadranno con sempre maggiore frequenza, pur rimanendo comunque assolutamente minoritari:

I telefoni cellulari, Internet, i social network, i servizi di messaggistica istantanea, gli iPod, la televisione ecc., influiscono sulle nostre attività cerebrali compromettendo la nostra vita sociale, dal livello interattivo più basso, come una semplice occhiata con un passante per strada, sino ad arrivare alle complesse relazioni sociali come l’accudimento genitoriale, passando per le attività potenzialmente a rischio sicurezza come la guida di un veicolo. Le cause di tutto ciò non sono psichiche ma sociali.

È importante sottolineare la dimensione sociale di eventi del genere, perché la loro eccessiva psicologizzazione corre il rischio di ingenerare una attenzione eccessiva al singolare, all’unico, all’eccezione, al folle, quando, invece, è la forma particolare che ha assunto la vita di tutti noi nell’ultimo secolo a incubare distrazioni del genere. Sicuramente, prendersela con i genitori, inveire contro di loro e chiamarli mostri non serve a nulla, se non ad aggiungere danno a tragedia.

Un’ultima notazione riguarda chi accusa i genitori sbadati di immoralità e cattiveria. Agisce in questo caso un bias mentale particolarmente potente – detto outcome bias, in inglese – per cui l’esito funesto di un evento, come la morte di un bambino, fa scattare nella mente degli osservatori l’idea che a “effetto grande” debba corrispondere una “causa grande” e quindi a una morte debba corrispondere una causa superiore a una semplice distrazione. Di qui l’imputazione di perversità, malvagità, immoralità. In ambito giudiziario, questo bias si palesa in tutta la sua evidenza nei processi per reati colposi quando le conseguenze dannose sono particolarmente gravi: più è grave la conseguenza, più si tenderà ad attribuire al responsabile colpe maggiori. Questo è esattamente quello che succede nel caso dei bambini morti in auto per una dimenticanza.

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Gli immigrati come vittime di reato

Il Naga, associazione di volontariato milanese che si occupa di promuovere e tutelare i diritti dei cittadini stranieri, ha recentemente segnalato il caso di un immigrato irregolare, il quale, aggredito da un ubriaco con una bottiglia di vetro rotta e recatosi in Questura per la denuncia, ha ricevuto il foglio di via perché senza permesso di soggiorno. Questo il commento dell’associazione come riportato da Redattore Sociale:

Se andare al pronto soccorso o al commissariato per fare una denuncia comporta automaticamente l’espulsione, ogni immigrato irregolare eviterà come la peste ospedali, posti di polizia e qualsiasi altro ufficio pubblico. Perché avrà sempre il timore di essere espulso. Ma in questo modo non vengono denunciati i reati (di cui anche chi è senza permesso di soggiorno può essere vittima) né i malati si fanno curare.

Tra maggio e dicembre 2009 ho condotto una ricerca esplorativa, poi pubblicata, su 73 immigrati abitanti nelle province di Caserta e Napoli intervistati allo scopo di esplorare il loro livello di vittimizzazione, la loro percezione della sicurezza, il loro rapporto con le forze dell’ordine e la loro propensione a denunciare. Il lavoro si situa nel più ampio contesto delle ricerche criminologiche sugli immigrati, ma con una variante fondamentale: a differenza di quanto di solito accade, il focus non era sugli immigrati come autori di reato, ma come vittime di reato. Un campo, questo, sul quale ancora oggi c’è molto da indagare.

Una delle aree esplorate è stata quella relativa alla propensione degli immigrati a denunciare i reati subiti. È emerso che la tendenza degli immigrati a sporgere denuncia è piuttosto scarsa. Ciò è dovuto a diverse ragioni. Gli immigrati irregolari preferiscono non rivolgersi alle forze dell’ordine per timore di essere denunciati a loro volta in quanto non in regola con le leggi che disciplinano l’ingresso dei migranti. Di ciò sono consapevoli anche datori di lavoro privi di scrupoli e delinquenti che, infatti, sanno di poter trovare negli immigrati irregolari delle vittime pressoché passive e rassegnate. Anche gli immigrati regolari, però, preferiscono denunciare il meno possibile. Uno dei motivi è che l’eventuale decisione di rivolgersi alla polizia potrebbe ritorcersi contro di loro. Non è infrequente il caso dell’immigrato che, sfruttato sul luogo di lavoro, preferisce non agire per paura di perdere il lavoro e/o di non trovare mai più un lavoro in quanto “spia” e, quindi, persona ritenuta inaffidabile. Senza contare, poi, che perdere un lavoro può voler dire perdere  il permesso di soggiorno e quindi diventare da regolare irregolare.

Un altro motivo è la scarsa conoscenza della legge. Un immigrato vittima di reato, pur desideroso di denunciare il torto subito, può non avere idea di come sporgere denuncia. In alcuni casi, gli intervistati hanno dichiarato di essere stati invitati a desistere dalle loro intenzioni sia da conoscenti e datori di lavoro italiani sia dalle stesse forze dell’ordine. Inoltre, una ragione importante di rinuncia è data dalla credenza che se l’autore del reato è italiano, questi conoscerà tutte le sottigliezze per avere la meglio sull’immigrato o, comunque, possiederà conoscenze che l’immigrato non è in grado di avere e che gli consentiranno di avere la meglio.

Decisiva può essere anche la conoscenza della lingua. Diversi immigrati hanno esplicitamente dichiarato di non essersi rivolti alla polizia o ai carabinieri per timore di non sapersi esprimere.

In alcuni casi, gli intervistati hanno riferito di essere stati minacciati di guai ben peggiori qualora avessero deciso di sporgere denuncia.

Infine, un forte motivo di resistenza, peraltro condiviso con gli italiani, è l’idea che andare dalla polizia non servirebbe a nulla e che il tutto si risolverebbe in una grossa perdita di tempo, se non di denaro. Da aggiungere che molti immigrati ritengono che ogni incontro con le forze dell’ordine sia una potenziale occasione di problemi e, dunque, preferiscono farne a meno.

Riguardo ai reati subiti dagli immigrati, ci troviamo di fronte a un grosso “numero oscuro” su cui sono compiuti pochi studi e che, fondamentalmente, non interessa a nessuno. È questo uno degli ambiti su cui criminologi e sociologi dovrebbero maggiormente indagare, ma temo che fino a quando continuerà a essere un argomento “di basso prestigio” le ricerche continueranno a essere poche.

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Pubblicato in criminologia | Lascia un commento