Antonio Gramsci e lo sport

Di Antonio Gramsci (1891–1937) si ricorda soprattutto l’attività politica (nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista), filosofica, linguistica e di critico letterario. Un po’ meno l’attività giornalistica, che ci ha regalato articoli importanti e brillanti, anche di costume. In quello che segue, apparso nel 1918, Gramsci si sofferma sulle differenze sociologiche e psicologiche tra chi si dedica al calcio – o “foot-ball” – e chi si dedica allo scopone. Ne emerge un ritratto acuto dell’italiano dell’epoca che rimanda a tratti caratteriali scolpiti, almeno per Gramsci, nel tempo e profondamente radicati nella società sua contemporanea. Oggi le cose sono molto cambiate: credo che si giochi più a foot-ball – anzi, calcio – e all’aperto che a scopone nelle bettole, anche se gli italiani lo sport preferiscono comunque più guardarlo che praticarlo. Secondo una recente indagine dell’ISTAT, ancora nel 1959, 40 anni circa dopo l’articolo di Gramsci, “lo sport era un’attività per pochi (circa 1 milione 230 mila persone), praticata soprattutto da maschi (il 90,8 % dei praticanti) e da adulti (solo l’1% aveva meno di 14 anni). La caccia era al primo posto (33%) seguita dal calcio (22, 3 %)…”. Nel 2016, “sono 14 milioni e 800 mila le persone  di 3 anni e più che dichiarano di praticare uno o più sport in modo continuativo”. La caccia è una attività decisamente minoritaria, che molti non considererebbero nemmeno uno sport. Sono numeri decisamente diversi, ma che non permettono di dimenticare che, sempre secondo la stessa indagine, ancora il 39,2% degli italiani non pratica alcuno sport o attività fisica. L’Italia insomma è ancora un paese per sedentari.

Le conclusioni caratteriologiche di Gramsci non sono probabilmente più attuali nella nostra Italia, ma sono convinto che il modo di vedere e vivere lo sport possa ancora oggi dirci molto su valori e cultura di un popolo.

IL «FOOT-BALL» E LO SCOPONE

di Antonio Gramsci

Gli italiani amano poco lo sport; gli italiani allo sport preferiscono lo scopone. All’aria aperta preferiscono la clausura in una bettola-caffè, al movimento la quiete intorno al tavolo.

Osservate una partita di foot-ball: essa è un modello della società individualistica: vi si esercita l’iniziativa, ma essa è definita dalla legge; le personalità vi si distinguono gerarchicamente, ma la distinzione avviene non per carriera, ma per capacità specifica; c’è il movimento, la gara, la lotta, ma esse sono regolate da una legge non scritta, che si chiama «lealtà», e viene continuamente ricordata dalla presenza dell’arbitro. Paesaggio aperto, circolazione libera dell’aria, polmoni sani, muscoli forti, sempre tesi all’azione.

Una partita allo scopone. Clausura, fumo, luce artificiale. Urla, pugni sul tavolo e spesso sulla faccia dell’avversario o… del complice. Lavorio perverso del cervello (!). Diffidenza reciproca. Diplomazia segreta. Carte segnate. Strategia delle gambe e della punta dei piedi. Una legge? Dov’è la legge che bisogna rispettare? Essa varia da luogo a luogo, ha diverse tradizioni, è occasione continua di contestazioni e di litigi.

La partita a scopone ha spesso avuto come conclusione un cadavere e qualche cranio ammaccato. Non si è mai letto che in tal modo si sia mai conchiusa una partita di foot-ball.

Anche in queste attività marginali degli uomini si riflette la struttura economico-politica degli Stati. Lo sport è attività diffusa delle società nelle quali l’individualismo economico del regime capitalistico ha trasformato il costume, ha suscitato accanto alla libertà economica e politica anche la libertà spirituale e la tolleranza dell’opposizione.

Lo scopone è la forma di sport delle società arretrate economicamente, politicamente e spiritualmente, dove la forma di convivenza civile è caratterizzata dal confidente di polizia, dal questurino in borghese, dalla lettera anonima, dal culto dell’incompetenza, dal carrierismo (con relativi favori e grazie del deputato).

Lo sport suscita anche in politica il concetto del «gioco leale».

Lo scopone produce i signori che fanno mettere alla porta dal principale l’operaio che nella libera discussione ha osato contraddire il loro pensiero (!?)

(Sotto la mole 1916-1920, 26 agosto 1918).

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Cuius regio eius religio… calcistica

Cuius regio eius religio (“Di chi [è] la regione, di lui [sia] la religione”) è una formula latina con la quale, alla fine del XVI secolo, si indicava l’obbligo dei sudditi di seguire la confessione religiosa del loro principe. Tale obbligo fu imposto come principio dalla pace di Augusta del 25 settembre 1555, che fu sottoscritta tra Ferdinando d’Asburgo, in rappresentanza di suo fratello, l’imperatore Carlo V, e i principi protestanti del Sacro Romano Impero riuniti nella Lega di Smalcalda. La Pace di Augusta pose fine alle guerre di religione in Germania, sancendo un principio estremamente pratico: la fede non è questione di coscienza, ma deve seguire la religione del sovrano. Se cambia il sovrano deve cambiare anche la fede.

Il principio Cuius regio eius religio mi viene in mente ogni volta che sento un tifoso di una squadra di calcio “territoriale” (una squadra, cioè, che si identifica fortemente con un determinato territorio, come il Napoli, la Roma, la Fiorentina ecc.) affermare in maniera apodittica che “bisogna tifare per la squadra del territorio in cui si vive”. Tale affermazione, di solito, sottintende una accusa di tradimento, se non di perversione, a quanti non fanno il tifo per la squadra del proprio paese/città/regione e sostengono squadre di altri territori o, addirittura, di altre nazioni (i più perversi di tutti). Alcune squadre, poi, come, in Italia, la Juventus, sono definite “squadre senza appartenenza” probabilmente perché, pur avendo sede in un luogo ben preciso – ad esempio, la Juventus a Torino – hanno comunità di tifosi sparse in tutto il mondo. I tifosi di queste squadre sono anch’essi definiti “tifosi senza appartenenza”.

Vorrei ora soffermarmi sull’argomento secondo cui “bisogna tifare per la squadra del territorio in cui si vive” e su quello correlato dell’“appartenenza”. Questi argomenti presuppongono, a mio avviso, una visione estremamente essenzialista, deterministica ed etnocentrica di uomini e donne per cui questi, per il semplice fatto di essere nati e vivere in un luogo, hanno l’imperativo etico di identificarsi in toto e passivamente con simboli, significati e cultura – intesa di solito in senso stereotipato – della città/paese/regione in cui è capitato loro di nascere o vivere. In termini sociologici, potremmo dire che, secondo l’argomento dell’“appartenenza”, identità individuale e identità sociale coincidono. Oppure, potremmo parlare con Dennis Wrong, di “concezione ipersocializzata dell’uomo” intendendo, con questo termine, la credenza che gli individui vivano interiorizzando norme sociali e conformandosi supinamente alle aspettative che da queste promanano.

Tale concezione riduce gli individui a marionette sociali, interamente dominate dalla cultura e dalle norme sociali del luogo in cui vivono e non prevede alcuno spazio di costruzione individuale dell’identità. Così, secondo questa concezione, chi vive a Napoli “deve” amare pizza, sfogliatella e mandolino, “deve” commuoversi al suono delle melodie classiche napoletane, “deve” ridere a crepapelle alla centesima visione dello stesso film di Totò,  “deve” credere nella religione cattolica e nel miracolo periodico di San Gennaro, “deve” essere estroverso, simpatico, superficiale e poco incline alla legalità e così via stereotipando. Ma soprattutto,  “deve” tenere ai colori del Napoli. In altre parole, Cuius regio eius religio…calcistica. Questa visione del mondo, oltre a essere asfittica, passivizzante e paralizzante, è decisamente inesatta e anacronistica. Le culture non sono mai state configurazioni statiche insensibili al tempo e allo spazio e non sono assimilabili a gabbie monadiche entro cui rinchiudere le identità sociali. Non lo sono certamente oggi che le società sono sottoposte a dinamiche globali e migratorie come mai prima. E non lo sono anche perché, oggi, le comunità sono spesso deterrorializzate e si costruiscono virtualmente attraversando confini, nazioni e continenti.

Anche le comunità di tifosi. Spesso chi tifa decide di farlo non perché la propria squadra è la squadra della città in cui vive, ma perché veicola simboli, significati, stili, umori, atmosfere, colori, visioni della vita e del mondo in cui si identifica e che non hanno niente a che vedere con appartenenze localistiche o regionali. Così, un napoletano può decidere di “tifare Juve” perché la Juventus è una squadra vincente, perché incarna un certo spirito, per il suo “stile”, per la sua internazionalità, per la sua storia, per la FIAT, per l’avvocato Agnelli, per i tanti campioni e allenatori che vi hanno associato il proprio nome, perché la “Juve è la Juve” e per mille altri motivi. Al limite proprio perché non è legata ad appartenenze, locali o parrocchiali. Perché è al di sopra di campanilismi e bassi etnocentrismi. Per una forma di ribellione agli imperativi localistici del proprio territorio.

Naturalmente, tutti questi motivi potrebbero essere semplici razionalizzazioni perché la fede calcistica è, appunto, fede e come tale ha qualcosa di irrazionale. E forse anche il principio dell’“appartenenza” è solo la razionalizzazione di un moto irrazionale dell’anima. Non è un caso che la passione sportiva venga detta “tifo”, sia cioè assimilata a una grave patologia.

Al giorno d’oggi, le identità appaiono sempre più come costruzioni individuali ispirate alla logica del meticciato e del bricolage. I mattoni e la malta che le compongono sono ibridi dinamici, aperti a soluzioni innovative e sorprendenti. Posso essere napoletano e vivere a Milano, studiare in Spagna, lavorare a Parigi, parlare giapponese, amare una tedesca (o un tedesco) e preferire – horribile dictu – il sushi alla pizza e alla mozzarella di bufala. E naturalmente tifare Juve, Inter o Real Madrid. Senza per questo sentirmi un traditore del mio territorio. Questa tendenza al meticciato è visibile anche nel mondo del calcio e dello sport in generale e neppure i tifosi più “identitari” possono negarla.

Mentre scrivo, i tifosi del Napoli si ritrovano a fare il tifo per una squadra il cui portiere è spagnolo, il cui attaccante più prolifico è belga, il cui capitano è slovacco e il cui allenatore è toscano. Eppure, i tifosi sono orgogliosi della “napoletanità” della propria squadra e da tutti i loro beniamini pretendono una assoluta fedeltà alla maglia. A tutti gli effetti pratici, essi sono “napoletani”. I supporters della Roma incitano una squadra i cui giocatori più rappresentativi sono un belga, un greco e un bosniaco. Senza che ciò sia avvertito come un controsenso. In altri sport, questo paradosso è ancora più evidente. Nella Formula 1, attualmente, i tifosi italiani della Ferrari applaudono un pilota tedesco e uno finlandese, si entusiasmano per una auto costruita con pezzi fabbricati in tutto il mondo e un team cosmopolita. Eppure, quando Vettel o Raikkonen trionfano viene suonato l’inno italiano.

Nella contemporaneità, le identità, individuali e di gruppo, sono assemblate, contaminate, editate in maniera complessa e creativa. Perfino quelle “territoriali”. Non ci sono tradimenti, ma scelte che, a volte, appaiono come resistenze alle forme della tradizione, altre come cedimenti a mode e imperativi effimeri. Eppure, un luogo comune pervasivo continua a reiterare, come un basso continuo, che “bisogna tifare per la squadra del territorio in cui si vive”, che cuius regio eius religio, che il tifo è una sorta di Ius soli a cui tutti devono sottomettersi, pena la perdita della propria identità (qualsiasi cosa ciò voglia dire). Ma così si dimentica che non esistono più i sudditi del XVI secolo, ma cittadini – e tifosi – che scelgono in piena libertà e orgogliosamente il proprio tifo in base a mille motivi diversi. Non esistono entità monolitiche, ma creole e soggette a cambiamenti continui. Esiste il diritto di eresia in assenza di una religione dominante. E non esistono più principi che ci dicono per chi fare il tifo la domenica (o negli altri giorni della settimana).

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Pareidolia nei macachi

La pareidolia non è un fenomeno limitato agli esseri umani. Un recente esperimento condotto da Jessica Taubert, Susan G. Wardle, Molly Flessert, David A. Leopold e Leslie G. Ungerleider, i cui risultati sono stati pubblicati quest’anno su Current Biology con il titolo Face Pareidolia in the Rhesus Monkey ha dimostrato che anche nel macaco reso  (Macaca mulatta) è possibile riscontrare questa particolare illusione percettiva.

I ricercatori hanno sottoposto alcuni resi a un compito di preferenza visiva mostrando loro alcune fotografie ritraenti oggetti comuni che stimolano negli esseri umani l’illusione del volto, osservando che le scimmie guardavano più a lungo tali immagini rispetto ad altre che non stimolano illusioni pareidoliche negli esseri umani. L’esame dei movimenti oculari degli animali ha rivelato che le scimmie fissano i tratti facciali illusori in maniera simile a come osservano normali fotografie di volti. Secondo i ricercatori, questi risultati smentiscono l’ipotesi che la pareidolia sia una illusione esclusivamente umana, frutto della attitudine di uomini e donne al pensiero astratto o della continua esposizione a cartoni animati, fumetti e illustrazioni che antropomorfizzano gli oggetti inanimati. Al contrario, i risultati indicano che la percezione pareidolica facciale scaturisce da un meccanismo di “face-detection” che gli esseri umani condividono con il mondo animale.

Un risultato molto interessante che rivela che anche gli animali – o almeno i macachi resi – sono soggetti a sofisticate illusioni percettive.

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Colpevole di “affluenza”

“Affluenza”. In italiano: “L’affluire di un liquido” oppure “Concorso grande di persone”. Niente a che vedere con l’inglese Affluenza, parola di conio relativamente recente che fonde affluence (“ricchezza”) e influenza (la malattia). Il termine, nato probabilmente nel 1954, ha acquisito fama nel 1997 in seguito a un documentario omonimo e alla pubblicazione (nel 2001) del libro di  John de Graaf, David Wann e Thomas H. Naylor Affluenza: The All-Consuming Epidemic in cui è definito come “una condizione dolorosa, contagiosa e socialmente trasmessa di sovraccarico, perdita, ansia e sensazione di inutilità derivante dal perseguimento ostinato dell’eccesso”. Nel libro l’affluenza è presentata come una malattia della società consumistica in cui le persone vogliono sempre di più e non si sentono mai soddisfatte.

Con il caso Ethan Couch, però, il termine affluenza ha assunto un significato diverso, entrando a piè pari nel mondo della psichiatria e della criminologia. Essa è diventata “l’incapacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni a causa della propria condizione economicamente privilegiata”.

Nel 2013, il sedicenne texano Ethan Couch, che appartiene a una famiglia molto benestante, si trova alla guida di un pick-up sottratto al padre. È in compagnia di sette amici, ha un tasso alcolico tre volte superiore a quanto è consentito nel suo Stato e ha assunto anche del Valium. In queste condizioni, causa un incidente stradale che uccide quattro pedoni e ferisce altre undici persone. Durante il processo lo psicologo della difesa, G. Dick Miller, espone al giudice Jean Boyd la sua teoria: il ragazzo soffre di affluenza. A causa della sua immensa ricchezza, essendo stato abituato dai genitori a risolvere ogni problema con il denaro, non avendo mai imparato a dire “Mi dispiace” per aver offeso o fatto del male a qualcuno, ma solo a dare soldi, il ragazzo non è in grado di distinguere il bene dal male, né di valutare adeguatamente le conseguenze delle proprie azioni. Tutto gli è stato consentito. Ed essendo cresciuto in un ambiente indulgente e ovattato, non ha bisogno di essere condannato al carcere, ma di essere riabilitato. Boyd  si lascia convincere dalla teoria di Miller e condanna Couch, soprannominato in seguito affluenza teen, a 10 anni di libertà vigilata tra il disappunto e le proteste di parenti e amici delle vittime e nonostante la nozione di affluenza non sia mai stata riconosciuta dall’American Psychiatric Association come vera e provata condizione psicologica (Per alcuni interessanti articoli sulla vicenda, si veda qui, qui, qui e qui).

È facile criticare il concetto di affluenza. Se dovessimo applicarlo sistematicamente, i ricchi non potrebbero mai essere condannati per i loro reati e il crimine rimarrebbe una questione per soli poveri dal momento che, nonostante questi vivano in ambienti degradati e disagiati, tali condizioni non sono mai valse come “scuse” per non andare in carcere. L’affluenza, però, non è il primo caso di categoria criminologica e psichiatrica inventata per difendere i ricchi.

In un mio post precedente, ho menzionato l’invenzione, nel 1840, della nozione di cleptomania, intesa come disturbo compulsivo e irresistibile che spinge chi ne è affetto a rubare, pur in assenza di necessità. Questa nozione fu inventata dalla psichiatria ottocentesca per “tutelare” le donne dell’alta borghesia europea e americana che venivano sorprese a rubare negli allora nascenti grandi magazzini. In seguito, la categoria ha avuto alterne fortune, anche se è ancora saldamente presente nel DSM V, il manuale degli psichiatri di tutto il mondo.

Che cosa accadrà al termine affluenza? La storia di Ethan Couch è destinata a essere ricordata come uno dei tanti infortuni della Giustizia e, quindi, a non essere mai più ripetuta o sarà la prima di una lunga serie? Anche affluenza entrerà a far parte del DSM V? In attesa degli eventi, Ethan Couch si è macchiato di altri crimini e ha tuttora problemi con la giustizia. Vedremo se i suoi avvocati avranno ancora il coraggio di invocare l’affluenza.

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Blaming Culture for Bad Behaviour

Nel 1998, il ventinovenne Wayne Compton del Maryland sposa la tredicenne Tina Akers, già incinta, suscitando un vespaio di polemiche nello stato americano per la giovanissima età della sposa. Opinioni e giudizi si focalizzano in particolare sull’ipotesi che Compton abbia compiuto un abuso sessuale o un atto di corruzione di minorenne. Al di là delle opinioni, le cause del comportamento sono ascritte a fattori individuali che dovrebbero spiegare l’anomalia. Nessuno chiama in causa fattori culturali o subculturali.

Nel 1996, il ventiduenne messicano Pedro Sotelo mette incinta la quattordicenne Adela Quintana in Texas, suscitando, anche in questo caso, accese polemiche. La maggior parte delle opinioni fa rientrare l’episodio nell’ambito della cultura rurale di provenienza dei due, che consentirebbe rapporti tra adulti e adolescenti, stabilendo una netta contrapposizione culturale ed etica rispetto agli Stati Uniti. Nessuno chiama in causa fattori individuali. È la cultura a spiegare il comportamento aberrante dell’uomo.

I due esempi, proposti dall’antropologa Leti Volpp in un interessantissimo articolo intitolato “Blaming Culture for Bad Behaviour” (che potete leggere qui in inglese), illustrano una questione profondamente attuale, che potrebbe essere riassunta nel modo seguente: gli esseri umani hanno la forte tendenza ad attribuire alla cultura il comportamento non conforme degli altri quando questi appartengono a gruppi sociali percepiti come “culturali” e ad attribuirlo a fattori o aberrazioni individuali, quando gli attori sociali appartengono al proprio gruppo. Ciò conduce a una percezione esagerata delle differenze etniche che si tende spesso a interpretare come differenze morali ed etiche. Così, in Italia, se un delitto o uno stupro sono commessi da un albanese, molti italiani tendono a imputare la responsabilità dell’atto criminale alla sua cultura. Quando, invece, il delitto o lo stupro sono commessi da un italiano, chiamano in causa fattori come la brutalità, la follia e altri elementi personali o sociali relativi all’individuo.

L’idea di fondo è che la cultura degli altri sia una camicia di forza fissa e immutabile che si impone a chi la indossa in maniera irresistibile. La propria cultura, invece, è percepita come un insieme di possibilità e opportunità poco vincolanti ed eticamente positive, tutt’al più intaccate da occasionali anomalie. Nella misura in cui un comportamento è messo in atto da “uno di noi” non è percepito riflettere una norma di tipo culturale. Se, invece, è compiuto da un individuo di un altro gruppo etnico o da uno straniero, il comportamento è il prodotto di una identità culturale, percepita di solito come “inferiore”, “irrazionale”, “sospetta”.

Gli episodi di questi ultimi giorni relativi ad alcuni stupri compiuti in Italia da cittadini, sembra, di origine marocchina confermano le osservazioni di Leti Volpp. In molti commenti, il fattore culturale – “i marocchini sono fatti così” – è preminente con la considerazione implicita che “gli italiani certe cose non le fanno” o, se le fanno, è perché “hanno problemi” o altre spiegazioni di tipo individuale. La cultura, in questo modo, diventa fonte esclusiva di spiegazione e di biasimo perché, nel momento in cui a essa è attribuito un comportamento aberrante, la tentazione di respingerla nella sua integrità è fortissima e alimenta sentimenti xenofobi facilmente strumentalizzabili da un punto di vista politico. Ma la cultura degli altri non è una camicia di forza e non è riducibile a un comportamento deviante. Non è vero che si stupra perché si è marocchini o ci si dedica al terrorismo perché si è arabi. È importante riconoscere agli altri quello che ammettiamo per noi: che la cultura offre opportunità e vincoli, ma non in maniera ferrea. Non siamo dominati dalla cultura. Anche se la cultura è il nostro habitus e contribuisce alla nostra identità sociale.

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Gli ignoranti sono più incivili?

Ha fatto il giro d’Italia il cartello diffamatorio che un imprenditore, laureato, quarantenne, di Vimercate, comune della provincia di Monza e della Brianza, ha affisso su un idrante del parcheggio di un centro commerciale di Carugate, nel Milanese, nel quale la sua auto era stata multata per aver occupato un posto riservato ai disabili. Ecco il contenuto del cartello:

A te handiccappato che ieri hai chiamato i vigili per non fare due metri in più vorrei dirti questo: a me 60 euro non cambiano nulla ma tu rimani sempre un povero handiccappato. Sono contento che ti sia capitata questa disgrazia.

Dopo l’individuazione dell’uomo grazie alle telecamere a circuito chiuso del centro commerciale, la procura di Monza ha aperto una indagine per diffamazione aggravata contro ignoti. Il questore di Milano ha parlato di “parole violente e lesive della dignità delle persone con disabilità”. Numerosi cittadini e rappresentanti di associazioni hanno manifestato sdegno e definito il gesto incivile. Molti si sono detti sorpresi del fatto che il responsabile della vicenda sia un laureato, sia per gli errori ortografici contenuti nel cartello (la parola “handiccappato” scritta con due “c”) sia perché l’opinione comune vuole che le persone istruite siano “immuni” da questo genere di inciviltà. Questo luogo comune è particolarmente pervicace e assume varie forme.

Periodicamente, intellettuali e pensatori sbraitano contro laureati incapaci di mettere insieme poche parole in un italiano decente, dimenticando che l’Università fa poco per promuovere le competenze relative alla scrittura dei propri studenti. Ricordo che, in tempi di elezioni politiche, parecchi si dicono stupefatti quando apprendono che un partito populista è stato votato “anche dai laureati”. Ci si meraviglia che i laureati dicano parolacce e si esprimano in dialetto. Dove, però, il luogo comune tiene di più è in ambito criminologico. Il mito vuole che i delinquenti siano fondamentalmente ignoranti e che l’istruzione preservi dalla tentazione del crimine. In effetti, se si scorrono le statistiche del Ministero della Giustizia relative ai “Detenuti presenti per titolo di studio”, ci si rende conto che, al giugno 2017, su 56.919 detenuti (italiani e stranieri) presenti nelle nostre carceri, solo 581 sono laureati, 3.840 hanno la licenza di scuola media superiore, mentre 662 sono analfabeti, 1.044 sono privi di titolo di studio, 5.631 hanno la licenza elementare e 16.912 la licenza di scuola media inferiore.  Ciò significa che solo il 7,7% circa della popolazione penitenziaria italiana attuale ha almeno un diploma di scuola media superiore.

La convinzione, dunque, secondo cui ignoranza e criminalità vanno a braccetto è, fino a un certo punto, giustificata. Non del tutto, però.

Già il padre della criminologia italiana Cesare Lombroso, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, faceva notare che esistono vari tipi di reato che richiedono una istruzione generale e specifica, specialmente tecnica, di non poco conto, tanto che il criminale che vuole eccellere in essi deve essere molto abile e competente. Come riassume il criminologo Hermann Mannheim nel suo imponente Trattato di criminologia comparata:

Le complicate transazioni finanziarie, le falsificazioni ordinarie o di opere d’arte, lo spionaggio, e molte altre forme di reati del colletto bianco richiedono non solo una intelligenza superiore alla media, ma anche cognizioni specializzate superiori a quelle degli ordinari cittadini rispettosi della legge, o a quelle della media degli scassinatori, dei borsaiuoli, dei ladri di negozi o di simili gruppi a bassa abilità.

Oggigiorno, l’esecuzione di reati finanziari presuppone una conoscenza del funzionamento dei mercati e delle borse che pochi, anche tra le persone considerate colte, posseggono. Stesso discorso si può fare per i crimini informatici e per le azioni degli hacker: in alcuni casi, si tratta di possedere capacità e competenze che solo una élite di individui normalmente possiede. Si può dire quasi che l’ignoranza preservi dal commettere certi reati. Se l’ignoranza sembra condurre al crimine, dunque, anche competenze, conoscenze e saperi possono produrre lo stesso risultato. Ciò non significa che l’istruzione debba essere criminalizzata, ma semplicemente che l’ignoranza non è l’unica variabile ad andare a braccetto con la criminalità. E con l’inciviltà nei confronti delle persone con disabilità.

Per altri miti sulla criminalità, rimando, come sempre, ai miei Delitti e 101 falsi miti sulla criminalità.

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Questo post non contiene glutine

I comportamenti alimentari, come è noto, non sono dettati unicamente dalla bontà degli ingredienti, ma anche dai significati che ogni società attribuisce al cibo. Mangiare non è solo una questione fisiologica, ma anche semiologica e sociologica. Ciò è evidente dall’atteggiamento che contraddistingue molte scelte alimentari oggi. Ad esempio, etichettare un cibo come “bio” non significa semplicemente comunicare informazioni sugli ingredienti che compongono quel cibo, ma un intero modo di vedere il mondo che si regge su dicotomie essenziali – buono/cattivo, naturale/artificiale, salutare/non salutare – e reti di significato che spesso conferiscono agli alimenti un alone quasi magico. Ormai, basta aggiungere queste tre lettere – “bio” – a un cibo per renderlo diverso e più appetibile. Perché “bio”, nel nostro immaginario collettivo, vuol dire “salutare”, “positivo”, “migliore”. E “bio” è anche un differenziatore sociale, perché le persone si dividono in chi consuma “bio” (e può permetterselo) e chi non lo fa (e non può permetterselo). A volte, tutto ciò porta a comportamenti schizofrenici. Molti consumatori preferiscono acquistare prodotti “senza glutine”, “senza olio di palma”, “senza lattosio”, anche se non solo allergici al glutine e al lattosio e anche se l’olio di palma non fa più male del burro o di altre sostanze simili. Il campo semantico e sociologico in cui viviamo, però, ascrive l’assenza di quelle sostanze a un polo positivo, la loro presenza a un polo negativo. Non sappiamo esattamente perché lo facciamo, ma lo facciamo. Perché “fa bene”, o almeno così crediamo.

Questi comportamenti schizofrenici non sono una peculiarità dei nostri tempi. Il cibo è spesso stato utilizzato per operare distinzioni sociali. L’introduzione del pane bianco al posto di quello scuro, ad esempio, è dovuta al fatto che quest’ultimo veniva associato, nel Settecento come nella prima metà del Novecento, al mondo dei contadini, reputato rozzo e incivile. Come si può leggere in un famoso manuale di psicologia sociale di qualche tempo fa,

La trasformazione del buon pane scuro del contadino nel soffice, inappetente, insipido bianco americano costituì un’innovazione artificiosa introdotta al fine di  appagare l’intenso desiderio del ceto medio americano di evadere da una condizione sociale inferiore e da quanto la simboleggiava.

Nel diciottesimo secolo, lo scrittore inglese Tobias Smollett osservò nel suo romanzo Humphrey Clinker, pubblicato nel 1771, che la gente bene della città di Londra preferiva mangiare pane bianco piuttosto che quello più scuro dei contadini:

Il pane che mangio a Londra è un impasto deleterio, mescolato con gesso, allume e cenere di ossa; insipido al gusto e nocivo alla salute. La gente-bene non ignora questa adulterazione ma preferisce ugualmente questo tipo di pane a quello integrale perché è più bianco: sacrificano così gusto e salute nonché la vita dei propri bambini, alla più assurda delle soddisfazioni… e il mugnaio, o il fornaio, sono costretti ad avvelenarsi insieme alle loro famiglie, se vogliono continuare a vivere della loro professione” (Krech, D., Crutchfield, R.S., Ballachey, E.L., 1970, Individuo e società, Giunti e Barbera, Firenze, p. 103).

Oggi, paradossalmente, il “pane scuro dei contadini” ha riacquistato una valenza positiva. Ne sa qualcosa la pubblicità che valorizza molti prodotti alimentari ricordando che “sono fatti come una volta” o che la minestra è quella “del contadino”.

Una sottile, quasi invisibile, patina retorica e persuasiva avvolge i cibi che consumiamo oggi come in passato. Questa patina ci spinge a comportamenti spesso senza senso, se analizzati criticamente, ma che adottiamo cedendo ai “vocabolari di motivi” del momento.

Sono sicuro che un giorno “bio” non sarà più la parola magica che è adesso. Ma sono altrettanto sicuro che al suo posto subentrerà un’altra parola.  

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I terroristi che non sono folli

È ancora forte presso l’opinione pubblica la tentazione di spiegare fenomeni come gli attentati terroristici di Barcellona di qualche giorno fa in termini di fanatismo e pazzia (ad esempio qui e qui). Questa lettura può risultare soddisfacente per alcuni, ma decisamente non corrisponde alla realtà come illustra, fra gli altri, lo psichiatra campano Corrado De Rosa, autore dell’e-book  Nella mente di un Jihadista. Per una psicologia dell’ISIS  e di un articolo sul tema per l’Espresso.

De Rosa osserva che parlare di follia è una scelta auto-consolatoria, «un tentativo di ricondurre qualcosa d’incomprensibile a uno schema rassicurante che suona come una presa di distanza: “Solo un pazzo può decapitare, distruggere patrimoni dell’umanità, vivere in un mondo primitivo in nome del Corano”». La realtà è ben diversa.

Il più grande errore, per chiunque affronti il tema dei percorsi della mente dei jihadisti, è ritenerli per forza pazzi e irrazionali. I terroristi sono la più “sana” tra le categorie dei criminali. Si tratta di persone arrabbiate, decise, disperate. Dotate di razionalità: odiano quelli da cui sono attaccati, uccidono quelli da cui sono colpiti, si attengono a regole precise. La radicalizzazione, per esempio, è di solito il prodotto di una scelta volontaria tra comportamenti alternativi.

Non risulta adeguata nemmeno una lettura in termini di psicopatia:

Lo psicopatico è mosso da egocentrismo, assenza di rimorso e di empatia. Tra i volenterosi carnefici del jihad lo spazio per l’egocentrismo è minimo, i legami sono stretti e durano nel tempo, le persone devono impegnarsi ed essere leali.

Naturalmente, ciò non toglie che un terrorista possa essere affetto da un disturbo mentale di qualche tipo, ma questo non significa che il disturbo mentale spieghi in maniera riduttiva l’atto terroristico. Insomma, forse ci farebbe comodo interpretare gesti che ci appaiono incomprensibili e intollerabili come conseguenza di una follia. Ma l’essere umano è in grado di compiere azioni “disumane” pur rimanendo “umano”. E poi il terrorismo, come tutti i fenomeni sociali, è qualcosa di estremamente complesso; troppo complesso per essere interpretato soddisfacentemente in chiave psicopatologica.

Per altri miti sul crimine, rimando, come sempre, ai miei Delitti e 101 falsi miti sulla criminalità.

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George Orwell e il calcio come guerra

Uno dei luoghi comuni più pervicaci riguardo al calcio e allo sport in generale vuole che la pratica sportiva generi fratellanza, solidarietà e altruismo tra i popoli, nonché non meglio specificati “valori”. Che le cose stiano diversamente è noto invece da varie fonti.

Già negli anni Sessanta del XX secolo, il celebre psicologo Muzafer Sherif, in una serie di esperimenti passati alla storia con il nome di “The Robber’s Cave Experiments”, osservò che quando due gruppi sono in competizione per ottenere risorse limitate (come è il caso di una partita di calcio) si genera inevitabilmente un conflitto intergruppo. La situazione non muta se i componenti del gruppo sono cambiati (ad esempio se un calciatore si trasferisce a un’altra squadra, anche dopo aver militato anni nella squadra precedente).

Anche per il sociologo italiano Alessandro Dal Lago, autore del seminale Descrizione di una battaglia (Il Mulino, 2001), il calcio, per sua natura, è la rappresentazione rituale di un conflitto di tipo bellico, un conflitto tra squadre avversarie e tifosi avversari, che ricalca la dicotomia amico-nemico individuata in ambito politico da Carl Schmitt.

È noto poi a tutti che chi tifa per una particolare squadra tende a non nutrire sentimenti amichevoli nei confronti dei tifosi delle squadre avversarie e tende, al contrario, a percepirli come nemici.

La percezione dello spirito sportivo come illusione è ben esplicitata in un breve articolo di George Orwell intitolato The Sporting Spirit, pubblicato nel 1945. In esso, l’autore di 1984 afferma, senza mezze parole, che “quasi tutti gli sport praticati oggi sono agonistici. Si gioca per avere la meglio sull’avversario, e l’incontro ha scarso significato se non si fa il massimo sforzo per vincere”. Orwell arriva a dire che “a livello internazionale, lo sport, per dirla francamente, è un combattimento simulato”, che coinvolge calciatori e spettatori. Il suo pensiero è riassunto nella seguente frase:

La gente vuole vedere una squadra vittoriosa e l’altra umiliata, e dimentica che la vittoria ottenuta barando o grazie all’intervento della folla non ha alcun valore. Anche quando gli spettatori non intervengono fisicamente, essi cercano di influenzare l’incontro incoraggiando la propria squadra e demoralizzando i giocatori avversari con fischi e insulti. Lo sport serio non ha niente a che fare con il fair play. È un miscuglio di odio, gelosia, vanagloria, inosservanza di ogni regola e piacere sadistico di assistere a manifestazioni di violenza: in altre parole è la guerra senza i proiettili.

Alla vigilia dell’inizio del campionato di calcio italiano 2017-2018, queste parole dovrebbero farci riflettere. Sta per iniziare una guerra. Metaforica, quanto si vuole. Senza proiettili, certamente. Ma una guerra senz’altro. Anche se giornalisti, opinionisti e benpensanti continueranno a ripeterci fino alla fine che “Il calcio è solo un gioco”.

Allora, prima del calcio d’inizio, rileggete, nella mia traduzione, l’articolo di Orwell per non subire passivamente i soliti luoghi comuni sul calcio e lo sport.

George Orwell

Lo spirito sportivo

(1945)

Ora che la fugace visita della squadra di calcio della Dinamo è giunta al termine, è possibile esprimere pubblicamente ciò che molte persone assennate già dicevano in privato prima dell’arrivo della Dinamo: ovvero che lo sport è motivo incessante di ostilità, e che se una visita del genere ha avuto un qualche effetto sulle relazioni anglo-sovietiche, è solo nel senso di renderle leggermente peggiori di prima.

Nemmeno i quotidiani sono stati in grado di mascherare il fatto che almeno due dei quattro incontri disputati hanno suscitato molta animosità. Durante la partita dell’Arsenal – mi è stato riferito da qualcuno che era presente – un   calciatore britannico e uno russo sono venuti alle mani e la folla ha espresso disapprovazione nei confronti dell’arbitro. La partita di Glasgow – mi ha informato un altro spettatore – è stata nient’altro che una baraonda sin dall’inizio. E poi c’è stata la polemica, così tipica della nostra epoca nazionalistica, sulla composizione della squadra dell’Arsenal. Era davvero una squadra rappresentativa di tutta l’Inghilterra, come sostenevano i russi, o solo una squadra del campionato inglese, come sostenuto dai britannici? E la Dinamo ha posto termine bruscamente alla propria tournée per evitare di affrontare una squadra rappresentativa di tutta l’Inghilterra? Come al solito, ognuno risponde in base alle proprie preferenze politiche. Non tutti, comunque. Ho notato con interesse, a riprova delle feroci passioni che il calcio suscita, che il corrispondente sportivo del filorusso «News Chronicle» ha sposato la posizione antirussa e ha dichiarato che l’Arsenal non è rappresentativo dell’Inghilterra. Certamente, la polemica ricorrerà per anni tra le note a piè di pagina dei libri di storia. Nel frattempo, le conseguenze della tournée della Dinamo, se ci sono state, avranno creato nuova ostilità da entrambe le parti.

E come potrebbe essere altrimenti? Rimango sempre esterrefatto quando sento dire che lo sport genera amicizia tra le nazioni, e che se solo la gente comune dei popoli di tutto il mondo potesse incontrarsi su un campo di calcio o di cricket, non avrebbe alcun desiderio di incontrarsi su un campo di battaglia. Anche se non fosse già chiaro da esempi concreti (i Giochi Olimpici del 1936, ad esempio) che le competizioni sportive internazionali provocano orge di livore, lo si potrebbe capire da alcuni principi generali.

Quasi tutti gli sport praticati oggi sono agonistici. Si gioca per avere la meglio sull’avversario, e l’incontro ha scarso significato se non si fa il massimo sforzo per vincere. Al parco del paese, dove si sceglie in quale squadra giocare senza farsi prendere da sentimenti di patriottismo locale, è possibile gareggiare per divertimento e per fare dell’attività fisica. Ma non appena fa capolino la questione del prestigio, non appena si avverte che, in caso di sconfitta, il disonore ricadrà su di sé e su una entità superiore, si scatenano gli istinti aggressivi più brutali. Chiunque abbia giocato anche solo una partita di calcio a scuola è consapevole di questo fenomeno. A livello internazionale, lo sport, per dirla francamente, è un combattimento simulato. Ma ciò che è significativo non è la condotta dei calciatori, ma l’atteggiamento degli spettatori; e, al di là degli spettatori, delle nazioni che vanno su tutte le furie a causa di queste assurde competizioni, e credono seriamente — almeno per brevi periodi — che correre, saltare e dare calci a una palla siano una prova di virtù nazionale.

Perfino un gioco tranquillo come il cricket, che richiede grazia più che forza, può suscitare molto attrito, come è apparso evidente dalla polemica sulla strategia del bodyline* e sulle tattiche rudi della squadra australiana che visitò l’Inghilterra nel 1921. Il calcio, uno sport in cui tutti si fanno male e ogni nazione ha il suo stile di gioco che sembra sleale agli stranieri, è molto peggio. Ma lo sport peggiore di tutti è il pugilato. Uno degli spettacoli più orrendi al mondo è assistere a un combattimento tra un pugile bianco e uno di colore davanti a un pubblico misto. Il pubblico di un incontro di pugilato è sempre disgustoso, e la condotta delle donne, in particolare, è tale che l’esercito, credo, non permette loro di assistere alle proprie competizioni. In ogni modo, due o tre anni fa, in occasione di un torneo di pugilato tra le Home Guards** e le truppe regolari, fui piazzato di guardia all’ingresso con l’ordine di tenere lontane le donne.

In Inghilterra, l’ossessione per lo sport è radicata, ma nelle nazioni più giovani, dove gare di squadra e nazionalismo sono entrambe acquisizioni recenti, esso genera passioni ancora più violente. In paesi come l’India o la Birmania, durante le partite di calcio, è necessario formare solidi cordoni di polizia per impedire alla folla di invadere il campo. In Birmania, ho visto i sostenitori di una squadra farsi largo tra la polizia e mettere fuori gioco il portiere della squadra avversaria nel momento cruciale della partita. In Spagna la prima grande partita di calcio fu giocata circa quindici anni fa e provocò una rissa incontenibile. Non appena emergono forti sentimenti di rivalità, la decisione di giocare secondo le regole viene sempre meno. La gente vuole vedere una squadra vittoriosa e l’altra umiliata, e dimentica che la vittoria ottenuta barando o grazie all’intervento della folla non ha alcun valore. Anche quando gli spettatori non intervengono fisicamente, essi cercano di influenzare l’incontro incoraggiando la propria squadra e demoralizzando i giocatori avversari con fischi e insulti. Lo sport serio non ha niente a che fare con il fair play. È un miscuglio di odio, gelosia, vanagloria, inosservanza di ogni regola e piacere sadistico di assistere a manifestazioni di violenza: in altre parole è la guerra senza i proiettili.

Invece di blaterare della sana e pulita rivalità calcistica e della grande parte avuta dai Giochi Olimpici nel ricongiungere le nazioni, è più utile chiedersi come e perché sia nato il culto moderno dei giochi. La maggioranza dei giochi a cui oggi ci dedichiamo ha origini antiche, ma lo sport non sembra essere stato preso molto sul serio tra l’epoca romana e il diciannovesimo secolo. Nelle scuole pubbliche inglesi, il culto dello sport non ha avuto inizio se non nella seconda parte dell’ultimo secolo. Il dr. Arnold, generalmente considerato come il fondatore della moderna scuola pubblica inglese, considerava i giochi come una mera perdita di tempo. Poi, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, i giochi sono diventati attività in grado di attirare massicci finanziamenti ed enormi folle e di suscitare passioni selvagge, e il contagio si è diffuso da una nazione all’altra. A diffondersi maggiormente sono stati gli sport più violenti e competitivi: il calcio e il pugilato. Non vi è dubbio alcuno che questo fenomeno sia legato alla nascita del nazionalismo, ovvero alla dissennata abitudine moderna di identificarsi con grandi centri di potere e vedere tutto in termini di prestigio competitivo. Inoltre, è più probabile che i giochi organizzati fioriscano nelle comunità urbane dove le persone vivono, in genere, una vita sedentaria o comunque limitata e non hanno molte opportunità di svolgere un lavoro creativo. In una comunità rurale, il ragazzo consuma gran parte della sua energia in eccesso camminando, nuotando, tirando palle di neve, arrampicandosi sugli alberi, cavalcando e dedicandosi a vari sport che prevedono atti crudeli contro gli animali, come la pesca, il combattimento tra galli e la caccia ai ratti. In una grande città, è necessario dedicarsi ad attività di gruppo se si vuole dare sfogo alla propria energia fisica o ai propri impulsi sadici. I giochi sono presi sul serio a Londra e a New York, e furono presi sul serio a Roma e a Bisanzio. Nel Medioevo erano praticati, e probabilmente praticati con molta durezza fisica, ma non avevano niente a che fare con la politica né erano motivo di odio tra i gruppi.

Se si volesse incrementare l’enorme riserva di ostilità esistente nel mondo in questo momento, non ci sarebbe nulla di meglio che organizzare una serie di partite di calcio tra ebrei e arabi, tedeschi e cechi, indiani e britannici, russi e polacchi, italiani e jugoslavi, assicurandosi che a ogni incontro assista un pubblico misto di 100.000 spettatori. Non intendo dire, ovviamente, che lo sport sia una delle cause principali della inimicizia tra le nazioni; lo sport su larga scala è esso stesso, credo, meramente un altro effetto delle cause che hanno prodotto il nazionalismo. Però, non si migliorano di certo le cose se si manda una squadra di undici uomini, designati campioni nazionali, a battersi contro una squadra rivale, e si lascia credere a tutti che la nazione sconfitta “perderà la faccia”.

Spero, quindi, che non daremo seguito alla visita dei calciatori della Dinamo inviando una squadra britannica in Unione Sovietica. Se proprio dobbiamo farlo, inviamo una squadra di secondo piano destinata a sicura sconfitta, che nessuno potrà definire rappresentativa della Gran Bretagna nel suo complesso. Ci sono già abbastanza cause reali di problemi per aggiungerne altre, incoraggiando dei giovani a darsi calci sugli stinchi tra gli strepiti di spettatori inferociti.

* Nel 1932, per contrastare l’abile battitore australiano Donald Bradman, gli inglesi escogitarono un’astuta tattica di tiro: piuttosto che cercare di colpire i paletti, mirarono direttamente al corpo di Bradman. La famosa bodyline series causò un incidente diplomatico e portò a un cambiamento nelle leggi del cricket (N.d.T. Fonte)

** Organizzazione di difesa dell’esercito britannico, attiva tra il 1940 e il 1944, che arrivò a contare tra le sue file circa un milione e mezzo di volontari che agirono come forza armata di difesa secondaria, in caso di invasione da parte di truppe della Germania nazista (N.d.T. Fonte)

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Per una sociologia dell’ignoranza

L’ignoranza è considerata un flagello da estirpare nella nostra “società dell’informazione”. Nessuno vuole essere o sembrare ignorante. Tacciare qualcuno di essere “ignorante” è ancora oggi un’offesa pesante. In tutto il mondo occidentale, la conoscenza è considerata un valore, l’ignoranza un disvalore. L’istruzione è culturalmente positiva, la mancanza di istruzione è culturalmente negativa. Esistono sanzioni per i genitori che non mandano i propri figli a scuola. Infine, nemmeno la legge ha in simpatia l’ignoranza dal momento che “ignorantia legis non excusat”.

L’ignoranza è intesa negativamente come assenza di conoscenza e, quindi, come un fenomeno negativo da contrastare in ogni modo. Dell’ignoranza vengono segnalate le conseguenze deleterie per gli esseri umani e per la società in genere. Inoltre, il rapporto tra ignoranza e conoscenza è percepito come inversamente proporzionale: al diminuire della prima corrisponderebbe l’aumento della seconda.

In realtà, l’ignoranza non può essere ridotta al suo contrario – la conoscenza – ed è socialmente costruita e negoziata e, sorprendentemente, può essere funzionale, oltre che disfunzionale, alla società. La costruzione sociale dell’ignoranza, proprio come la costruzione sociale della conoscenza, assolve a una serie complessa di funzioni ed è utilizzata strategicamente per ottenere effetti politici, economici, sociali, culturali, che variano da contesto a contesto e da gruppo sociale a gruppo sociale. In una parola, “l’ignoranza è conoscenza” e come tale può soddisfare bisogni strategici al pari della conoscenza.

Di ciò abbiamo numerosissimi esempi. Eccone alcuni.

In religione, la fede, in un certo senso, è un importante sistema di salvaguardia dell’ignoranza: il fedele è ripetutamente invitato a non tentare di capire i suoi dogmi o precetti religiosi, ma a prestarvi fede. Come giustificazione, è addotta la profondità o ineffabilità dell’esperienza religiosa. “Meglio abbandonarsi che tentare di capire”, sembra essere il messaggio di molte religioni.

Storicamente, la differenza tra adulti e bambini non è solo anagrafica, ma conoscitiva. L’adulto è tale perché possiede delle informazioni “segrete” che il bambino non può condividere e il cui possesso segna l’ingresso nel mondo dei “grandi”. L’infante è tale perché non conosce “certe cose” e, perciò, conserva un pudore tipico della sua età. Questo assunto è, ad esempio, alla base della premessa pedagogica per la quale ai bambini non bisogna insegnare le “parolacce” né comunicare informazioni riguardanti la sessualità e il funzionamento delle parti meno “pubbliche” del corpo e altre cose “da adulti” per non “corrompere la loro innocenza”. Nei loro riguardi, dunque, deve essere messa in atto una sorta di congiura del silenzio. Non a caso l’accesso dei bambini a determinate forme di sapere è stato regolato, in molte società, da periodici riti di passaggio.

La buona educazione implica l’ignoranza di condizioni e situazioni che, se esplicitate, causerebbero sconforto, vergogna, imbarazzo. Si pensi alla regola che impone di ignorare l’età della persona che ci è di fronte quando questa è in là con gli anni.

L’ignoranza serve una serie di finalità strategiche più o meno coscienti. Un detto piuttosto noto recita: “Fare lo scemo per non andare in guerra”. In italiano, si dice anche: “Fare lo gnorri”. Entrambi i detti fanno riferimento a un uso strategico dell’ignoranza – fingere di non sapere, di non saper fare, di non essere in grado – per evitare di assumersi responsabilità (non solo belliche), essere coinvolto in situazioni potenzialmente sgradevoli o pericolose  (si pensi al caso del testimone di un fatto criminale o dell’accusato di un fatto criminale o alla fenomenologia dell’omertà) o vedersi attribuire mansioni sgradite o pesanti (ad esempio, al lavoro).

L’uso strategico dell’ignoranza è evidente dalle condotte di automutilazione  di molti migranti e richiedenti asilo in diversi paesi europei, i quali, ricorrendo ad acido o in altri modi, distruggono le proprie impronte digitali per evitare che i servizi di immigrazione possano identificarli e riescano a stabilire se sono transitati per un altro paese europeo dove potrebbero essere rispediti. In virtù di questa ignoranza forzata, i gatekeepers sono impossibilitati a prendere decisioni su di loro e sono costretti all’inerzia.

Si potrebbe continuare. Per chi fosse interessato alla sociologia dell’ignoranza, rimando a questo mio saggio che introduce la traduzione del testo forse più classico di sociologia dell’ignoranza: “Some Social Functions of Ignorance” (1949) di Wilbert E. Moore e Melvin M. Tumin.

Ancora una volta, la sociologia dà prova di saper gettare una luce particolare su fenomeni che tendiamo a dare per scontati, come, appunto, l’ignoranza. Il risultato è una messe di intuizioni, idee, campi di ricerca per nulla banali e degni di indagini approfondite.

Buona lettura!

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