L’effetto Peltzman e il Covid-19

Nel 1975, l’economista Sam Peltzman della University of Chicago pubblica un articolo destinato a essere ricordato ancora oggi, al punto da dare origine al cosiddetto “effetto Peltzman”.

L’articolo, intitolato “The Effects of Automobile Safety Regulation”, pubblicato nel Journal of Political Economy, rivela una conseguenza paradossale dell’introduzione di alcuni dispositivi di sicurezza nel mercato dell’auto; dispositivi che dovrebbero ridurre il numero di incidenti stradali, ma che producono una serie di effetti non intenzionali. Subito dopo la loro introduzione, infatti, il numero di morti per cause incidentali diminuisce, per poi ritornare al livello precedente o addirittura aumentare.  

Come si spiega questo paradosso? Sam Peltzman propose una interpretazione in termini di “Risk Compensation”. Questa teoria afferma che le persone di solito adattano il loro comportamento al livello percepito di rischio. Così facendo, diventano più attente quando percepiscono un rischio maggiore e meno vigili quando si sentono più protette.

Adottando questa teoria, Peltzman ipotizzò che l’introduzione di nuovi dispositivi di sicurezza, come le cinture o gli airbag, avesse inizialmente diminuito la percentuale di morti automobilistiche, ma avesse successivamente indotto un senso di maggiore sicurezza, favorendo, quindi, una guida meno accorta o più veloce con conseguente aumento del numero delle vittime della strada.

Secondo alcuni osservatori, l’effetto Peltzman potrebbe avere un ruolo anche nella persistente diffusione del Covid-19. Il falso senso di sicurezza generato dalla vaccinazione può, infatti, condurre gli individui a trascurare gli abituali comportamenti preventivi e protettivi, come lavarsi spesso le mani, osservare la distanza di sicurezza e indossare la mascherina. A ciò contribuisce anche quello che gli anglofoni chiamano pandemic fatigue, la stanchezza provocata dalla prolungata conformità alle strategie di riduzione del rischio di infezione virale.

L’effetto Peltzman può tradursi anche in una eccessiva fiducia nella cosiddetta immunità di gregge: se non sono vaccinato, ma tanti si vaccinano, posso ritornare alla mia vita precedente senza problemi, perché “parassita” delle scelte della maggioranza.

Infine, l’effetto Peltzman può dare origine anche a una sorta di “effetto spettatore”. Osservare gli altri adottare ogni tipo di precauzione può potenzialmente accrescere la probabilità di adottare comportamenti rischiosi: se gli altri si lavano le mani, rispettano la distanza di sicurezza e indossano la mascherina, io sono comunque al sicuro e posso, quindi, rinunciare a mascherine, distanza di sicurezza e lavaggi frequenti.

Insomma, è un mal riposto senso di sicurezza a favorire, tra tanti altri fattori, la diffusione di virus e contagi, così come gli incidenti automobilistici di cui parlava Sam Peltzman nel 1975.

Si tratta di un elemento decisivo, seppure trascurato, che dimostra, ancora una volta, che le epidemie non sono fenomeni meramente virologici, ma anche psicologici e sociologici, e che quindi dovrebbero essere maggiormente studiate da questi punti di vista.

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Il nazionalismo banale delle Olimpiadi

Non c’è forse atteggiamento più banalmente nazionalista di quello che, da qualche giorno, serpeggia nei commenti sui Giochi olimpici di questi giorni.

La manifestazione che dovrebbe celebrare il trionfo dello sport in quanto sport, il record in quanto record, la grandeur di uomini e donne che si spingono oltre i loro limiti diventa, nelle parole di giornalisti, commentatori, opinionisti, l’ennesimo fatto sportivo incorniciato in un’ottica tacitamente nazionalista in cui non importa tanto l’impresa del corridore o il primato del judoka, ma il numero di medaglie “portate a casa” dal “nostro” paese nonché la loro sostanza (oro, argento o bronzo).

Così, il valore delle competizioni viene ridotto a uno sterile esercizio contabile in cui conta chi ha conseguito più ori, più argenti e più bronzi con la conseguenza paradossale che un bronzo senza infamia e senza lode ottenuto da un “nostro” atleta “varrà” più, nel nostro immaginario nazionalista, del record mondiale stabilito dal velocista di un paese “straniero”, il quale verrà certamente menzionato, ma a cui non sarà concesso lo stesso spazio e le stesse acclamazioni che strariperanno per il “bronzista” italico.

Un’altra conseguenza paradossale è che sport sconosciuti o quasi acquistano valore solo perché a trionfare è uno sportivo nostrano, come dimostra la vicenda di Vito Dell’Aquila, vincitore della medaglia d’oro nella disciplina del taekwondo, ancora oggi sport alquanto “esotico” per molti italiani.

Questo “nazionalismo banale” – espressione coniata dallo psicologo Michael Billig – è tanto silenzioso e strisciante, quanto imponente perché dato per scontato, mai messo in discussione, parte del sottofondo cognitivo che anima le nostre esistenze.

In quanto atteggiamento scontato, ogni giornalista sportivo si sente in dovere di proiettarne la cornice sui giochi olimpici, fornendo una interpretazione a senso unico che viene condivisa da spettatori e semplici cittadini.

Come dimostrano le Olimpiadi, e lo sport in generale, il nazionalismo è, dunque, lungi dall’essere morto, anzi è vivo e vegeto proprio perché tacito e ovvio. Anzi, finisce con il dare valore a eventi di per sé minori nel nome del sangue e della stirpe italica, termini senz’altro in disuso, ma che rendono bene la retorica diffusa intorno a questi eventi.

Alla fine, conterà solo il medagliere e l’esito delle Olimpiadi sarà assimilabile all’impresa di un ragioniere. Solo che non ce ne rendiamo conto perché tutto ciò che conta è che vinca l’Italia.

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Sulla teoria del passaggio (ancora)!

Una delle credenze più radicate in tema di droghe è riassumibile nella cosiddetta gateway theory, chiamata anche stepping-stone theory, escalation theory, progression theory o, in italiano, “teoria del passaggio”. Si tratta dell’assunto secondo cui l’uso di droghe “leggere” come la marijuana condurrebbe inevitabilmente all’uso di droghe più “pesanti” come eroina o cocaina. Per dirla con un luogo comune: si inizia con lo spinello e si finisce con l’eroina.

Di questa credenza ho già discusso in un altro post, dove facevo notare che essa sconta un grave errore logico: il post hoc ergo propter hoc. Il fatto che il consumo di droghe pesanti segua il consumo di droghe leggere non significa che il primo sia causato dal secondo, così come il fatto che un etilista abbia iniziato bevendo un bicchiere di vino al giorno non significa che quest’ultimo sia alla base dell’alcolismo.

La teoria del passaggio, che pure ha avuto un certo successo anche in ambiente accademico, è stata smentita da diverse ricerche empiriche.

In una di queste – che traggo integralmente da Ravenna (1993) – Kandel (1980), esaminando i dati emersi da svariate ricerche compiute tra il 1971 ed il 1980 su campioni estesi di popolazione giovanile, ha ipotizzato che esista una sequenza nell’uso delle diverse sostanze che prevede 4 stadi: l’uso di birra e di vino (I) precede in genere quello del tabacco e/o di superalcoolici (II); questo a sua  volta precede quello di marijuana (III) e 1’uso di marijuana quello dell’eroina (IV). Le ricerche esaminate dall’autrice indicano, in particolare, che fra tutti i giovani che hanno  provato l’alcool (il 93% circa), l’83% ha in seguito fumato sigarette e successivamente marijuana (68%). Mentre l’uso di alcool nella maggior parte dei casi si protrae nel tempo, ciò non si è dimostrato altrettanto vero per quello di tabacco e di marijuana. La maggior parte di quelli che hanno provato queste sostanze ne fa in genere un uso discontinuo ed episodico, e solo il 43% di coloro che hanno fumato sigarette ed il 38% di quelli che hanno provato la marijuana ne diventano dei consumatori regolari. Di questi ultimi solo una limitata percentuale (indicata nei termini di un quarto della popolazione considerata) prova in seguito altre droghe e una percentuale ancora più ridotta instaura con esse un rapporto abituale. L’uso delle droghe lecite precede quello delle illecite indipendentemente dall’età in cui si verifica l’iniziazione a quest’ultime. È assai infrequente che gli adolescenti provino la marijuana senza aver prima provato l’alcool o le sigarette e sono molto pochi quelli che iniziano ad assumere delle droghe illecite diverse dalla marijuana.

Kandel, oltre ad aver indicato il ruolo cruciale che droghe lecite quali l’alcool e il tabacco svolgono nel facilitare 1’uso di marijuana ha anche rilevato che ogni fase coinvolge un numero minore di soggetti rispetto alla precedente e che il fatto di essere in una certa posizione della sequenza non implica necessariamente il progresso ad una ulteriore (in altre parole, ad esempio, l’uso di marijuana sembra essere un antecedente necessario ma non sufficiente a quello di eroina). L’uso di una particolare droga rende semplicemente più probabile il passaggio alla fase successiva, ma non esclude che ci si possa fermare in un qualsiasi punto della sequenza senza progredire. I fattori che svolgono un ruolo determinante nella progressione sono la precocità dell’iniziazione e il grado di coinvolgimento nel consumo.

Tutto questo ha permesso di confutare definitivamente la teoria del passaggio sviluppatasi negli USA negli anni ‘60 durante il dibattito sulla liberalizzazione della marijuana.

Ciononostante, sono ancora in molti a credere che “tra spinello ed eroina” sussista un rapporto necessario e che per questo sia importante rinunciare a ogni forma di legalizzazione delle droghe leggere.

Allo stato attuale, la teoria del passaggio rappresenta un mito criminologico che continua a far danno perché strizza l’occhio al senso comune, incurante di quello che dice la scienza.

Di questo e di tanti altri miti sulla criminalità ho discusso in due miei libri: 101 falsi miti sulla criminalità e Delitti. Raptus, follia e misteri. Dalla cronaca alla realtà, che vi invito naturalmente a leggere.

Bibliografia:

Kandel, D. B., 1980, “Drug and Drinking Behavior among Youth”, Annual Review of Sociology, 6, pp. 235-285.

Ravenna, M., 1993, Adolescenti e droga, Il Mulino, Bologna, pp. 83-84.

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Thomas Jefferson e la politica con il commesso

Un indizio apparentemente labile di come sia cambiata la politica negli ultimi quattro secoli è ricavabile da un aneddoto riguardante Thomas Jefferson (1743-1826), terzo presidente degli Stati Uniti d’America (1801-1809), nonché uno dei padri fondatori della nazione. Racconta Joshua Meyrowitz, autore di uno dei più importanti testi sul potere delle comunicazioni di massa, Oltre il senso del luogo: come i media elettronici influenzano il comportamento sociale (Baskerville, 1985),   che Jefferson evitava persino di parlare al Congresso, preferendo mandare messaggi scritti che venivano letti da un commesso, a riprova del fatto che, in precedenza, i politici erano figure distanti, viste solo da una piccolissima parte della popolazione, non certo avidi di presenzialismo.

Nell’epoca dell’elettronica, tutto è cambiato. Oggigiorno, i vari Berlusconi, Conte, Merkel, Boris Johnson, giù fino al più “umile” aspirante alla carica di consigliere comunale, appaiono con regolarità sugli schermi televisivi, tanto da costituire figure a noi familiari, forse più di amici e parenti. Anzi, le loro apparizioni sono più importanti dei contenuti che quelle apparizioni dovrebbero veicolare.

I contenuti, infatti, sono sempre soggetti a revoca, rettifica, mutamento, finanche alla “regola del fraintendimento” (“Lei non ha capito quello che intendevo dire…”). Le apparizioni, al contrario, permangono nel nostro immaginario, inumando parole e discorsi e travolgendo ogni senso critico.

Dal canto loro, i media trattano i discorsi dei politici come degni di essere riportati, dando spazio alle immagini/parole di presidenti e primi ministri e scavando perfino nella loro vita intima, artatamente modificata in modo da essere sempre notiziabile.

Con questo non voglio dire che i politici di un tempo fossero migliori di quelli di oggi. È probabile che un Jefferson teletrasportato nella nostra epoca sarebbe costretto a modificare totalmente la propria condotta politica, se volesse essere eletto presidente degli stati Uniti.

Inoltre, la continua esposizione dei politici contemporanei ai media elettronici ha, se non altro, il merito di renderli giocoforza più trasparenti, mentre, invece, nel passato i politici erano noti per tramare alle spalle della popolazione nelle loro stanze segrete.

Prima tramite la radio, e ora grazie alla televisione, uomini e donne politici possono parlare pacatamente a milioni di persone, utilizzando una retorica della prossimità decisamente nuova per l’oratoria politica.

Questo ce li rende più vicini, ma la vicinanza non è necessariamente un vantaggio. Anzi, talvolta facilita inganni e illusioni.

In conclusione, non so se un Jefferson con commesso sia migliore di un Renzi con Bruno Vespa. È certo, però, che il loro modo di fare politica è totalmente diverso. A noi sentenziare quale sia il modo migliore.

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Le trappole dell’overselling

In ambito economico, con overselling si intende la vendita di merci o servizi al di sopra della reale disponibilità. In ambito politologico, invece, il termine indica la retorica, spesso sproporzionata, con cui i leader politici tentano di superare le resistenze alle loro proposte. Questo meccanismo spinge regolarmente alla drammatizzazione dei problemi e produce tentativi di fare apparire una situazione di non crisi «come se» fosse una situazione di crisi.

In questo modo, ogni questione è trattata come se da essa dipendesse la soluzione di un problema incombente, legato ai «supremi» dilemmi della sicurezza, della pace e della guerra, al fine di migliorare la propria posizione contrattuale.

L’overselling è una tecnica costantemente usata dai leader politici ed è parte integrante delle schermaglie tra fronti opposti in cui la soluzione è data, naturalmente, dall’adesione al verbo dell’overseller. Questo meccanismo induce effetti regolarmente distorcenti nella valutazione della situazione da parte degli osservatori esterni (cittadini comuni, commentatori politici, scienziati politici) che sono così portati a cedere a versioni sensazionalistiche e raccapriccianti della realtà.

Lo si è visto nelle policy adottate per fronteggiare l’emergenza coronavirus, spesso più inclini a propagare versioni contradditorie, drammatiche e letali della situazione che a diffondere informazioni corrette sull’argomento.

Lo si vede costantemente, quando i politici creano emergenze ad arte per distrarre l’opinione comune dalle issues che contano, come quando i numeri dell’immigrazione sono amplificati a tal punto da far temere invasioni di popoli interi, pronti a spazzare via la stirpe italica pur di abbandonare il loro paese.

L’overselling è una delle strategie predilette dei politici perché crea sensazione e attira l’attenzione, interrompe gli altri schemi mentali e intralcia il ragionamento corretto. Favorisce l’emotività ai danni dell’equilibrio della ragione. Confonde la realtà con la sua esasperazione. Stimola le difese dell’irrazionalità contro il buon senso quotidiano. Ci induce a strapparci i capelli quando dovremmo semplicemente pettinarli.

Insomma, l’overselling è pura retorica propagandistica.

Fonte: Pasquino, G. (a cura di), 1986, Manuale di scienza della politica, Il Mulino, Bologna, p. 463.

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Il tifo sportivo come “nazionalismo banale”

La vittoria della Nazionale di calcio agli ultimi Europei è stata accolta da una prevedibile retorica nazionalista. Secondo questa, gli Azzurri avrebbero dimostrato di che pasta sono fatti gli italiani, ma soprattutto, per dirla con le parole del premier Mario Draghi, avrebbero “unito l’Italia”. Addirittura, secondo alcune stime, il Pil del nostro paese è destinato ad aumentare di 12 miliardi a causa dell’aumento delle esportazioni e della inevitabile maggiore attrattiva che la nazione eserciterà sugli stranieri. Una nuova vita si prospetta per tutti noi e forse ogni problema che sembra attanagliare i nostri concittadini svanirà per sempre.

Se questa retorica – ricorrente e scontata – può sembrare stucchevole anche al più trasognato tra noi, è interessante considerarla come un esempio di quello che lo psicologo Michael Billig nell’omonimo libro pubblicato in Italia da Rubbettino (2018) definisce “nazionalismo banale”.

Che cos’è il nazionalismo banale? Secondo Billig, gli stati nazionali

sono quotidianamente riprodotti in quanto nazioni, e i rispettivi cittadini in quanto loro membri. E queste nazioni sono a loro volta riprodotte nell’ambito di un mondo di nazioni. Affinché questa riproduzione quotidiana abbia luogo, si può ipotizzare che si debba riprodurre anche tutto un insieme di credenze, presupposizioni, abitudini, rappresentazioni e pratiche. Oltre a ciò, tale insieme deve essere riprodotto in una maniera banalmente prosaica, perché il mondo delle nazioni è il mondo del quotidiano, il terreno familiare della contemporaneità (p.14).

Il “nazionalismo banale” è dunque quell’insieme di

abitudini ideologiche che permettono alle nazioni consolidate dell’Occidente di essere riprodotte in quanto tali. […] tali abitudini non [sono] distanti dalla vita quotidiana, come hanno ipotizzato alcuni osservatori. La nazione viene indicata, o “sbandierata”, ogni giorno nella vita dei suoi cittadini. Nelle nazioni consolidate il nazionalismo, lungi dall’essere un umore intermittente, ne costituisce invece la condizione endemica (p. 15).

Uno dei modi attraverso cui la nazione ci viene ricordata è attraverso lo sport, e il calcio in particolare. Questo perché

Secondo la tesi del nazionalismo banale, la nazione è vicina alla superficie della vita contemporanea. Se questo è vero, allora le familiari abitudini linguistiche della quotidianità agiranno continuamente da richiami mnemonici della nazione. In tal modo il mondo di nazioni sarà riprodotto come il mondo, l’ambiente naturale della contemporaneità. Come mostrato in precedenza, il nazionalismo non è confinato al linguaggio fiorito dei miti di sangue. Il nazionalismo banale agisce tramite parole prosaiche e consuetudinarie che danno per scontate le nazioni che, così facendo, le inabitano (p. 175).

Così, quando diciamo “noi” italiani abbiamo sconfitto “loro” gli inglesi; quando sventoliamo in piazza le nostre bandiere tricolori e ci esaltiamo per le gesta dei nostri beniamini; quando ci coloriamo il volto e il corpo di azzurro, ricordiamo continuamente a noi stessi che siamo italiani, apparteniamo a una nazione con precisi confini, una precisa lingua e una precisa identità sociale e culturale. Come dice ancora Billig:

I costanti sbandieramenti fanno sì che, qualunque altra cosa venga dimenticata in un mondo di sovraccarico informativo, noi non dimentichiamo le nostre patrie. Il plebiscito, avvenga esso tramite l’abituale deissi o il tifo sportivo, riproduce lo Stato nazionale. Se veniamo sistematicamente preparati ai pericoli del futuro, allora non si tratta di una preparazione che ricarica una riserva di energia aggressiva. È un modo di leggere, di guardare, di percepire e di dare le cose per scontate. È una forma della vita sociale in cui “noi” veniamo continuamente invitati a rilassarci, a sentirci a casa, all’interno dei confini della nazione. Questa forma della vita sociale è l’identità nazionale, la quale viene continuamente rinnovata, e le cui pericolose potenzialità, nella loro familiarità, sembrano innocue (pp. 237-238).

È così che banalmente rafforziamo il nazionalismo, forse l’unica, vera ideologia rimasta tra noi, ormai parte del senso comune e, dunque, dato per scontato. Certo, ci sentiamo bene, entusiasti, felici quando esultiamo e tifiamo Italia. La verità, però, è che, in questo modo, produciamo e riproduciamo una precisa ideologia di cui non ci rendiamo nemmeno conto e che costituisce parte irrinunciabile del nostro bagaglio cognitivo quotidiano.

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Piqué, la scienza e i calci di rigore

Subito dopo la partita, valevole per la finale dei Campionati europei 2020, tra Italia e Spagna, vinta dall’Italia per 5-3 ai calci di rigore, alcuni siti hanno segnalato un tweet del calciatore del Barcellona Gerard Piqué, secondo il quale chi tira per primo i rigori vince quasi sempre a dispetto del luogo comune secondo cui quella dei calci di rigore sarebbe una “lotteria” governata dal caso. Lo dimostrerebbero i recenti quattro incontri finiti ai rigori tra Campionato europeo e Coppa America (che si gioca in simultanea).

La tesi di Piqué, pur affidata ai solo quattro casi citati nel tweet, non è una mera opinione personale. Alcune ricerche dimostrano che sui rigoristi agiscono una serie di pressioni psicologiche che possono condizionarne la prestazione. Ad esempio, particolari effetti mentali sembrano associati all’ordine di battuta dei rigori. Segnalo, al riguardo, una interessante ricerca di Apesteguia e Palacios-Huerta (2010) nella quale gli autori hanno esaminato 129 occasioni di calcio professionistico in cui, nel periodo 1976-2003, l’esito dell’incontro è stato deciso dalla “lotteria” dei calci di rigore per un totale di 1.343 calci di rigore.

La loro scoperta è stata che, nonostante in teoria entrambe le squadre avessero la stessa probabilità statistica di prevalere sull’avversario, le squadre che hanno calciato per prime hanno vinto la sfida il 60,5% delle volte. Questa ricerca ha avuto conseguenze pratiche nel senso che, per ovviare a questo effetto psicologico, in varie occasioni, si è sperimentato un modo diverso di battere i calci di rigore ispirato alla cosiddetta “formula ABBA”.

Questa formula prevede che, dopo il primo rigore, la stessa squadra calci due rigori di seguito prima di lasciare il posto all’avversaria. In questo modo, secondo la psicologia, sarebbe garantito uno svolgimento più equo della “lotteria” dei calci di rigore. Incidentalmente, si tratta della stessa formula suggerita da Piqué per conferire maggiore equilibrio a questa sorta di tie-break calcistico.

Non mi sorprenderei se questo suggerimento, avallato peraltro dalla scienza, venisse accolto dalle istituzioni preposte alla modifica del regolamento calcistico. Appena pochi giorni fa, abbiamo appreso che, a partire dalla prossima stagione, non avrà più validità la regola del valore doppio del goal segnato in trasferta, che pure è invalsa per tantissimo tempo.

Mi limito ad aggiungere che nel mio Hanno visto tutti. Nella mente del tifoso descrivo in dettaglio numerose altre ricerche sui meccanismi psicosociali che condizionano le prestazioni dei calciatori (rigoristi e non). Una buona occasione per comprendere che il calcio è un fatto sociale complesso anche dal punto di vista delle scienze umane.

Riferimento: Apesteguia, Jose, and Ignacio Palacios-Huerta. 2010. “Psychological Pressure in Competitive Environments: Evidence from a Randomized Natural Experiment.” American Economic Review100 (5): 2548-64.

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È vero che “ambasciator non porta pena”?

Non è difficile dimostrare la falsità di uno dei più diffusi detti in assoluto; talmente diffuso da essere entrato nel senso comune e venir dato per scontato, autoevidente. Si tratta del celebre “ambasciator non porta pena” (che ha equivalenti anche in altre lingue come, in inglese, Don’t shoot the messenger o, in latino relata refero), massima che dovrebbe riferirsi al fatto che chi è incaricato di recare una notizia non è responsabile del contenuto di questa.

Sebbene ciò sia fattualmente vero, la realtà psicologica è ben diversa.

Già storicamente, è noto che gli ambasciatori di notizie relative a eventi di cui non erano responsabili hanno spesso fatto una brutta fine. Si narra, ad esempio, che, nel 480 a.C. gli spartani di Leonida uccisero gli ambasciatori del re persiano Serse che si stava avvicinando con le sue truppe alle città greche. Anche il re di Fidene Tolumnio fece massacrare, nel 438 a.C.,  quattro ambasciatori romani che erano venuti a chiedergli il motivo di un cambio di alleanza della sua città. E gli esempi potrebbero continuare.

Al di là della storia, però, una caratteristica della comunicazione interpersonale insegna che si è in generale ritrosi a comunicare problemi, anche quando è evidente che non se ne è responsabili. La contrarietà dataci da una cattiva notizia, infatti, si trasmette a chi la comunica. Questo perché, consapevolmente o inconsapevolmente, tendiamo ad associare i fenomeni che si presentano accoppiati.

È quanto ha dimostrato uno dei padri della psicologia contemporanea, il russo Ivan Pavlov (1849-1936), il quale, agli inizi del Novecento, condusse una serie di esperimenti con i cani destinati a divenire una pietra miliare della disciplina; esperimenti che resero a tutti noti i concetti di “riflessi condizionati” e “riflessi incondizionati”.

In essi, come si ricorderà, Pavlov partiva dalla constatazione che, alla vista di porzioni di cibo, le ghiandole salivari dei cani si mettevano in azione, producendo saliva. Il solo suono di un campanello, invece, non provocava alcuna reazione nelle ghiandole salivari. A questo punto, Pavlov fece in modo che la presentazione del cibo venisse frequentemente associata al suono del campanello. Dopo un certo numero di esposizioni ai due stimoli associati, bastava che il cane udisse il solo suono del campanello perché le ghiandole salivari entrassero in attività. Il suono del campanello – stimolo condizionato – produceva da solo la stessa reazione della vista del cibo – stimolo incondizionato.

Lo stesso meccanismo funziona anche per sensazioni di segno opposto. Laddove il riflesso condizionato sia di sgradevolezza – ad esempio, i sentimenti di contrarietà provocati dall’apprendere una cattiva notizia – c’è il rischio che tale sgradevolezza si estenda per associazione a chi, pur essendo incolpevole, trasmette la cattiva notizia. Ne è un esempio la tendenza ben nota dei politici a comunicare personalmente le buone notizie ai propri elettori, delegando invece le cattive ai sottoposti di turno. Ciò al fine di non lasciare che la propria immagine sia “contaminata” dalla negatività dell’informazione.

Ricerche più recenti hanno confermato che chi comunica cattive notizie tende ad essere percepito negativamente, anche se non condivide la notizia comunicata (Tesser, Rosen, Batchelor, 1972; Manis, Cornell, Moore, 1974).

Del resto, nella vita quotidiana, gli individui tendono a prendere le distanze anche da chi reputano indesiderabile o sgradevole (tossicodipendenti, delinquenti ecc.), come sa chiunque, accusato ingiustamente, si veda improvvisamente abbandonato da amici e conoscenti. Allo stesso modo, nello sport, la sconfitta della squadra per cui si parteggia può indurre il tifoso a ridurre o recidere, almeno provvisoriamente, il legame con essa, evitando di parlare dell’incontro perso, di interagire con i tifosi della propria squadra o di altre squadre, di guardare in televisione le immagini della sconfitta patita, minimizzando il proprio coinvolgimento emotivo nella perdita ecc.

Possiamo, quindi, dire che, contrariamente al detto popolare, il messaggero “porta pena”. La popolarità della massima si deve, anzi, probabilmente, al fatto che essa rappresenta un tentativo di difesa di un ruolo percepito da sempre come ingrato, ma indispensabile, quando si tratta di comunicare informazioni spiacevoli.

Ma c’è anche un altro elemento da considerare. Spesso, di fronte a situazioni negative, abbiamo il desiderio di trovare un senso a esse, attribuendo la colpa a qualcuno. La “scoperta” di un nemico ci consente di scovare un significato nelle circostanze negative e di trovarvi soluzione attraverso l’eliminazione fisica del “male”, rappresentato, in questo caso, dall’ambasciatore stesso, anche se innocente.

Il detto “ambasciator non porta pena”, in conclusione, appare un concentrato di effetti psicologici, più o meno noti. Come accade con quasi tutti i detti celebri, se ci si propone di analizzarli criticamente, emergono contraddizioni, aporie, corti circuiti logici. È lo scotto che paghiamo alla saggezza popolare, che vorrebbe ridurre ad aforisma la complessità delle vicende umane, sbagliando quasi sempre.

Riferimenti:

Manis, M., Cornell, S. D., Moore, J. C., 1974, “Transmission of attitude relevant information through a communication chain”, Journal of Personality and Social Psychology, vol. 30, n. 1, pp. 81-94.

Tesser, A., Rosen, S., Batchelor, T. R., 1972, “On the reluctance to communicate bad news (the mum effect): A role play extension”, Journal of Personality and Social Psychology, vol. 40, n. 1, pp. 88-103.

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“Un uomo non verrà mai indotto…”

Leggendo A Letter to a Young Clergyman (1721) di Jonathan Swift, mi è capitato di imbattermi nella seguente frase: «Reasoning will never make a man correct an ill opinion, which by reasoning he never acquired» (“Un uomo non verrà mai indotto con il ragionamento a correggere un’opinione errata che non ha acquisito con il ragionamento”). Si tratta – ho scoperto in seguito – di una frase spesso ripetuta, tanto che alcuni pensano che l’attribuzione a Swift sia apocrifa. In realtà, è perfettamente autentica (la fonte è facilmente rinvenibile) e la sua forza, come in molte frasi famose, deriva dalla densità del significato espressa in un numero limitato di parole.

Quando Swift scrisse queste parole, pensava alla verità “indubitabile” della religione cristiana nei confronti delle critiche dei liberi pensatori. Qualcuno potrebbe facilmente obiettare che nessuna religione, in realtà, si posa su fondamenta razionali e che anzi aderire a un credo è soprattutto questione di fede e, quindi, di trasporto emotivo e irrazionale.

A parte queste considerazioni, però, la verità dell’apoftegma di Swift appare con tutta evidenza ancora oggi quando ci capita di discutere con persone razziste, complottiste, negazioniste ecc.

Si tratta di individui che aderiscono a una posizione innanzitutto da un punto di vista emotivo e che ricorrono a ogni possibile razionalizzazione per conferire alle loro idee una veste ragionevole, in realtà totalmente sbrindellata.

Così, il razzista assumerà un atteggiamento cavillosamente critico nei confronti della ricerca che dimostra l’infondatezza scientifica delle tesi dei sostenitori della supremazia bianca, ma accoglierà a braccia aperte qualsiasi straccio di opinione o tesi, per quanto priva di credibilità, a conforto del suo punto di vista.

Il fautore di un orientamento politico accuserà di malafede, populismo o ideologia l’avversario che confuta le sue posizioni in base ai fatti, ma si dimostrerà straordinariamente indulgente nei confronti del sodale di partito che strilla le sue stesse assurdità da un qualsiasi scanno televisivo.

Il no-vax di turno invocherà la forza critica della ragione per “smontare” le “pretese” dei vaccinisti per poi, pochi minuti dopo, riferire di una nuova ricerca che dimostra la nocività dei vaccini, “sentita in Inernet”

Nella stessa Letter, Swift afferma a proposito di chi intende combattere queste opinioni: «This I confess is no easy task, because it is almost in a literal sense, to fight with beasts» (“Questo, lo ammetto, non è un compito facile perché, quasi letteralmente, equivale a battersi con delle bestie”).

Di bestie così oggi ce ne sono molte e, a differenza di un tempo, trovano ampia diffusione grazie al ruolo moltiplicatore di media e social. E sono difficili da fronteggiare perché non fanno altro che ripetere le medesime nenie apprese da Facebook o dall’amico che vende pesce surgelato, che, però, legge davvero tanto (nel senso di: tanti post).

L’adesione irrazionale è praticamente impossibile da scalfire, come sa chiunque abbia provato a “ragionare” con un credente. Al limite, la stessa irrazionalità della religione sarà ottimisticamente sbandierata a difesa della propria credenza, come ci ricorda il celebre “credo quia absurdum” attribuito a Tertulliano. Del resto, sacerdoti e profani continuano a ripetere che la fede è paradosso, scandalo e, insomma, non c’è ragione che tenga.

Completerei allora l’affermazione di Swift con quest’altra: “l’essere umano non è un animale razionale, ma gli piace molto razionalizzare”. Non so se qualcuno prima di me l’ha già pronunciata, ma, indipendentemente dalla paternità, l’espressione comunica un significato preciso: quando difendiamo le nostre opinioni, il più delle volte troviamo ragioni a convinzioni fondate sulla emotività o, comunque, su argomenti non razionali.

Il guaio è che questo accade non solo a razzisti, complottisti e negazionisti, ma a tutti noi. Per questo, è spesso difficilissimo avere la meglio su uno di costoro in una discussione: perché, prima o poi, anche a noi capiterà di razionalizzare, invece di ragionare.

Incidentalmente, è capitato a tanti medici, virologi ed epidemiologi assurti a star televisive dell’ultimo anno e mezzo. Ne stiamo pagando ancora le conseguenze e le pagheremo ancora per molto.

Nel frattempo, mi piacerebbe tradurre l’intera Letter di Swift: chissà che non contenga altre perle come quella che ha ispirato questo post.

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Ancora sui luoghi comuni sportivi

In un post precedente, avevo fatto notare come lo sport sia pervaso da una serie di luoghi comuni piuttosto coriacei che fanno parte del senso comune collettivo. Uno di questi, ripetuto ad nauseam, è quello secondo cui Pierre de Coubertin (1863-1937) avrebbe pronunciato la celebre frase  “L’importante non è vincere, ma partecipare”. In realtà – dicevo – la paternità della frase è da attribuire al vescovo anglicano Ethelbert Talbot, il quale era convinto che «Nella vita la cosa essenziale non è conquistare successi ma battersi bene».

Come fa notare, però, l’antropologo Bruno Barba, ciò significa che «in pratica, “non trionfare, ma combattere” sarebbe l’essenza dello sport olimpico, qualcosa di diverso, forse di opposto rispetto a “partecipare”» (Barba, B., 2021, Il corpo, il rito, il mito. Un’antropologia dello sport, Einaudi, Torino, p. 217).

È curioso come una frase che dovrebbe rappresentare una chiara indicazione “fraterna” sul modo di intendere lo sport, sia, in origine, un invito alla lotta, qualcosa di potenzialmente contrario alla formula retorica  da tutti ancora oggi strombazzata.

Come ribadisce lo stesso Barba, «la narrazione dei Giochi olimpici moderni si ammanta d’una serie di mistificazioni arrivate fino a noi. Il clima di fraternità è smentito da tutta una serie di fatti storici eloquenti. E niente suona più falso del motto «l’importante è partecipare», che retoricamente viene designato come lo slogan delle Olimpiadi» (Barba, 2021, p. 217).

A scavare, poi, si scopre che lo sport è stato frequentemente  utilizzato al sevizio di interessi nazionalistici, per promuovere la “vitalità” nazionale. Ancora Coubertin era fermamente convinto che lo sport potesse essere un utile mezzo terapeutico per guarire la società dalle proprie nevrosi: lo sport – diceva – «è uno strumento psichico senza confronti e, lo si noti, dinamico, a cui ci si può richiamare con profitto, nel trattamento di molte psiconevrosi. Infatti, molto spesso, le psiconevrosi si distinguono per un certo calo della virilità, e non c’è niente di meglio che lo sport per rinvigorirlo e mantenerlo» (de Coubertin, P., 1913, Essais de psychologie sportive, Librairie Payot, Lausanne e Paris, p. 166). Coubertin era inoltre convinto che lo sport avesse una importante funzione di pacificazione all’interno della nevrotica e rabbiosa società moderna (Hoberman, J.M., 1988, Politica e sport, Il Mulino, Bologna, p. 190).

Infine, per Coubertin, la stampa sportiva «esercita un’influenza nociva in virtù del suo sensazionalismo iperbolico. Ma le autorità politiche possono utilizzare lo sport anche per neutralizzare l’irrazionalità attraverso un equilibrio igienico» (Hoberman, 1988. p. 191).

Insomma, altro che fratellanza universale! Lo sport, per il celebre Coubertin, rappresentava uno straordinario strumento al servizio del nazionalismo e dell’inquadramento delle “irrazionalità” delle masse; un mezzo di disciplinamento collettivo, come in effetti ancora oggi spesso è, oltre che un sistema per apprendere a lottare e combattere in un mondo in cui la lotta rappresenta darwinianamente un modo per sopravvivere.

Insomma, lo sport non è ecumene, anche se ci piace tanto pensare che lo sia.

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