Il dominio del lessico economico

Dice Giorgio Agamben in un articolo del 16 febbraio 2012:

David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni, stava lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, “fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo.

Nella nostra epoca irreligiosa – e lo dice un ateo – tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede, è diventata mero credito bancario. Il lessico dell’economia è oggi dominante, invasivo, occupante. Il mercato ci guarda con i suoi occhi arcigni. Ciò che conta oggi è che il bilancio familiare sia in attivo, che il ragazzo recuperi il debito scolastico, che la partita di calcio torni in equilibrio, anche se l’allenatore sa che il fatturato è importante per vincere il campionato. La reputazione è definita un credito sociale e chi si sfidanza è di nuovo sul mercato, ma attenzione al mercato del sesso facile. La cultura è un consumo: si consuma cultura come si consuma energia, cocaina o un motore d’auto. I lavoratori sono “risorse umane” e sono contenti di essere chiamati “risorse” perché “fa più moderno” rispetto a “lavoratori”, anche se rimanda a oggetti, anzi a merci. Un tempo si sfogliava la margherita e si recitava “M’ama. Non m’ama”. Oggi la margherita è stata sostituita dalla partita doppia, cioè da un metodo di scrittura contabile, che consente di declinare le forme del dare e dell’avere a cui si avrebbe accesso sposando quel partito. I battiti del cuore sono stati soppiantati da entrate e uscite. I problemi e le difficoltà sono “costi” da sostenere e gli eroi medioevali sono diventati “eccellenze”, termine talmente abusato da far nascere qualche dubbio sulla sua utilità: se tutto e tutti sono eccellenze, dove è la mediocrità? Perfino termini come “crescita” che originariamente non hanno nulla di economico sono stati occupati quasi integralmente dalla semantica dell’economia: la crescita di un paese, di fatto, non può che essere economica. Dio, naturalmente, e la fede sono ridotti a “credito” economico, politico, sociale. Ognuno di noi è un piccolo istituto di credito e, come tale, soggetto a cedere alla minima scossa tellurica che metta in discussione non tanto la propria solidità morale, che è sempre suscettibile di negoziazioni e compromessi, quanto il proprio conto in banca, vera pietra miliare della propria reputazione, il credito per eccellenza di questa epoca irreligiosa (e lo dice, ripeto, un ateo).

Ogni epoca presuppone un linguaggio dominante che, attinge, sostanzialmente e metaforicamente, a un determinato modo di vedere il mondo. In passato, il linguaggio dominante per eccellenza è stato quello della religione cristiana, che ancora, in parte, sopravvive. Oggi è decisamente quello dell’economia perché tutto ciò che facciamo, produciamo, generiamo è soggetto, innanzitutto, che ne siamo consapevoli o no, a valutazione economica. Dalla nascita alla morte. È importante riflettere sulla linguistica del nostro tempo perché espressioni come “essere sul mercato”, usate per i sentimenti, non sono affatto “naturali”. E il guaio è che molti sembrano non esserne affatto consapevoli.

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Il gigante di ferro tra le nuvole

Nel gennaio 2016 ha suscitato svariati commenti la foto postata da un trentenne irlandese, Nick O’Donoghue, e scattata a bordo di un volo EasyJet da Vienna all’aeroporto londinese di Gatwick. La foto ritrae una “misteriosa presenza” tra le nuvole, subito battezzata “The Iron Giant” (“Il gigante di ferro”). In effetti, uno sguardo ingenuo restituisce immediatamente una forma umanoide che passeggia tra le nuvole. Tra le spiegazioni proposte di questo evidente caso di pareidolia, c’è quella del sito Metabunk che attribuisce la strana figura a due pennacchi di condensa scaturiti da una centrale elettrica sottostante. Una spiegazione ragionevole e sensata per un fenomeno – la pareidolia – spesso circonfuso da un’aura di mistero del tutto ingiustificata.

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I diari di Lewis Henry Morgan

Nella maggior parte dei casi, i classici dell’antropologia offrono testi che elidono il lavoro di ricerca e propongono come dati gli esiti di un lavoro arduo, irto di difficoltà tecniche e umane. Ma come si muove davvero un antropologo sul campo? Che cosa spera e teme? Quali sono i compromessi a cui deve vincolarsi? E come pianifica la sua ricerca?

L’occasione di vedere un antropologo impegnato nel suo dirty work è sicuramente la pubblicazione, da parte dell’editore romano CISU, dei diari di campo, finora inediti in Italia, di Lewis Henry Morgan (1818-1881), figura pionieristica dell’antropologia americana, noto per capolavori quali La Lega degli Irochesi (1851) e La società antica (1877). Finora l’editoria italiana ci aveva regalato poche testimonianze del genere, prima fra tutte i celeberrimi Diari di Bronislaw Malinowski. Oggi, i diari di Morgan danno al lettore l’opportunità di “vedere” un antropologo al lavoro, con tutte le difficoltà pratiche del caso. Come e quando viaggiare? Come conciliare l’antropologia con il proprio lavoro? Come avvicinarsi ai soggetti della propria ricerca? Come raccogliere informazioni? Come costruire rapporti? Come superare i momenti di difficoltà e di scoraggiamento? Come far fronte alle asperità dell’ambiente e delle comunicazioni? I diari di Morgan costituiscono un’occasione quasi unica per chi è attirato da quella affascinante disciplina che è l’antropologia e vuole saggiarne tutti gli aspetti metodologici. La cura del testo è dell’antropologo lucano Enzo Vinicio Alliegro, la traduzione mia.

L’opera di Morgan offre, però, anche importanti spunti linguistici e traduttivi. Qui di seguito, la mia Nota del traduttore, espunta dal testo per motivi editoriali.

Buona lettura

Nota del traduttore

È opportuno fornire alcune breve osservazioni sulle scelte lessicali e traduttive adottate per il presente testo.

Tradurre un testo che parla di “Indiani d’America” significa confrontarsi con un set di termini ormai stabilizzato e assunto come dato dalla tradizione traduttiva. Si pensi a termini come “uomo di medicina”, “nazione” e “banda”, che riproducono per calco gli inglesi medicine-man, nation e band. Eppure, proprio la forte tendenza al calco che caratterizza i testi antropologici, etnologici e storici che hanno come oggetto di studio gli “Indiani” può sollevare importanti interrogativi sulla bontà delle consuetudini traduttive: ci si potrebbe chiedere, ad esempio, se un termine come “banda” che, in italiano, ha connotazioni che evocano discipline come la sociologia della devianza o la criminologia, sia una soluzione adeguata. Il problema è che quando un termine si assesta prepotentemente in un lessico specialistico diventa difficile scalzarlo e si corre il rischio di proporre soluzioni stranianti che rendono difficile conciliare il testo “neologizzato” con il corpus testuale, intrinseco alla sua disciplina di riferimento, che è ormai patrimonio corrente di esperti, specialisti e uomini e donne comuni. Si pensi, tanto per fare un esempio letterario, a quanto accaduto con la recente ritraduzione (2010) del capolavoro di Thomas Mann Der Zauberberg, noto da quasi un secolo in italiano con il titolo La montagna incantata, e ora diventato il più fedele La montagna magica. Sebbene quest’ultimo sia un titolo preferibile da un punto di vista squisitamente tecnico, la reazione dei lettori è stata di sconcerto per il prestigio ormai accumulato dal titolo più tradizionale. Per questo motivo, nel contesto della presente traduzione, si è preferito conservare i termini consueti invalsi nella letteratura antropologica ed etnologica in materia, pur avvertendo il lettore, seppure nel breve spazio di questa nota, della necessità di assumere uno sguardo problematico nei confronti degli stessi.

Altra caratteristica di questo testo è naturalmente lo stile dell’autore: trattandosi di journals, Morgan adotta uno stile ovviamente diaristico con tutto ciò che questo comporta da un punto di vista narrativo. In particolare, si segnalano ridondanze, ripetizioni, uso di deittici, scrittura informale e intimistica, spazio concesso a osservazioni personali e certamente “poco scientifiche”, “rivelazioni” che probabilmente non troverebbero spazio in un testo scientifico vero e proprio. Particolarmente a proposito dei deittici, si è tentato di contestualizzare gli stessi quando possibile in modo da rendere più chiaramente al lettore il loro significato. Le “rivelazioni” di Morgan, invece, consentiranno al lettore di conoscere modi di pensare, atteggiamenti e opinioni dell’autore, anche “politicamente scorrette”, non consuete di norma nei testi scientifici.

I diari di Morgan risentono molto dell’intervento del suo curatore, l’antropologo statunitense Leslie Alvin White che ha fornito il testo originale di un robusto apparato paratestuale, qui riprodotto solo in parte. In particolare, si sono conservati, oltre all’introduzione, i titoli dei paragrafi di White, che consentono di suddividere in modo leggibile il materiale di Morgan e di offrire una scansione più comprensibile e contestualizzata delle vicende che videro protagonista l’autore della Lega degli irochesi tra il 1859 e il 1861. Sono state preservate anche alcune note di White, dove necessario, in modo da consentire una più agevole penetrazione del testo. Le note di White sono tra parentesi quadre. Altre osservazioni di White sono state espunte, o perché troppo dettagliate o perché prolisse.

I diari di Morgan presentano occasionalmente qualche spazio vuoto, anche in questo caso solitamente chiarito da White. Comunque, si sono espunte brevissime frasi dal significato ambiguo o indefinibile, non leggibili né comprensibili nel testo originale di Morgan. Tra parentesi quadre si trovano anche alcune interpolazioni del traduttore chiarificatrici di termini o situazioni. Ad esempio, si è lasciato nell’originale inglese i termini niece e nephew (nipoti di zio/zia) e grandson e granddaughter e grandchildren (nipoti di nonno/nonna) che in italiano sono tradotti dagli stessi termini. In alcuni – pochissimi – casi, ho sostituito le dizioni scelte da Morgan con quelle più in uso: ciò è accaduto unicamente con i nomi di alcune tribù (o clan) indiani e solo in presenza di attestazioni certe. Un esempio è costituito da nomi come “Pottawatamie” e “Menominee” la cui grafia è stata resa omogenea e costante.

I nomi degli Indiani sono sempre resi con iniziale maiuscola, tranne quando compaiono come aggettivi. I termini relativi alle unità di misura sono lasciati in originale: piedi, pollici e bushel, dunque, sono adoperati al posto dei più familiari (per il lettore italiano) metri, centimetri e staia. Ciò è stato fatto per restituire la cultura di provenienza dell’autore, al limite dello straniamento, nel presupposto che il lettore debba compiere uno sforzo di avvicinamento al suo contesto, anche linguistico, e, per così dire, mettersi nei panni di chi fa antropologia nel XIX secolo. Si noterà che le descrizioni spaziali di Morgan fanno spesso uso di termini relativi ai quattro punti cardinali (nord, sud, est, ovest), pratica non abituale per il lettore italiano, più abituato a termini che riguardano opposizioni come sinistra-destra, alto-basso.

Un’ultima osservazione: per una migliore comprensione del testo si raccomanda al lettore poco avvezzo alle “faccende” degli Indiani d’America, o socializzato a stereotipi e idee fallaci tratte da film e letteratura popolare, di leggere qualche storia degli Indiani d’America. Un esempio può essere l’agile Jacquin, P., 2016, Storia degli indiani d’America, Mondadori, Milano, ma i testi in argomento sono davvero numerosi e non c’è che l’imbarazzo della scelta. 

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Il primo caso di dislessia in letteratura

Anche malattie e disturbi del corpo e della mente hanno una storia. Atteggiamenti, aspettative e credenze relativi alle patologie cambiano, senza necessariamente evolvere. Il sapere medico non è necessariamente di tipo cumulativo e migliorativo. È interessante, allora, studiare come la società abbia, nel tempo, guardato a certi disturbi. Prendiamo, ad esempio, la dislessia, definita dalla L. 170 dell’8 ottobre 2010 come “disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura”. L’interesse per le difficoltà di lettura di alcune persone è probabilmente iniziato nel 1878 con il neurologo tedesco Adolph Kussmaul, che introdusse il termine “cecità verbale” (word blindness) per descrivere  questo tipo di disturbo. Nel 1887, l’oftalmologo tedesco Rudolf Berlin fu il primo ad adoperare la parola “dislessia” al posto di “cecità verbale”. Il primo a riportare un caso di dislessia in una rivista specialistica – il  «British Medical Journal » del 7 novembre 1896 – fu probabilmente il medico William Pringle-Morgan, il quale imputò il disturbo a un difetto congenito di una parte del cervello. Questa teoria è stata condiviso a lungo da scienziati e medici prima di essere soppiantata da altre interpretazioni.

Qui di seguito riporto il breve, storico articolo di Pringle-Morgan che, a tutti gli effetti, è anche la prima descrizione clinica di un caso di dislessia: un documento storico che dovrebbe essere conosciuto da medici, psicologi, pedagogisti e sociologi.

Un caso di cecità verbale congenita

di W. Pringle Morgan

The British Medical Journal

7 novembre 1896, p. 1378

(Traduzione di Romolo Giovanni Capuano©,

Novembre 2017)

Percy F., un ragazzo ben sviluppato di 14 anni, è il figlio maggiore di una coppia di genitori intelligenti, il secondo di sette  figli. È sempre stato un ragazzo sveglio e intelligente, abile nei giochi e per nulla inferiore ad altri ragazzi della sua età.

Il suo problema principale, che lo affligge da tempo, è l’incapacità di imparare a leggere. Questa incapacità è così notevole e pronunciata, che non ho alcun dubbio sia dovuta a qualche difetto congenito.

Frequenta la scuola o insegnanti privati da sette anni ed  è stato fatto ogni sforzo per insegnargli a leggere, ma, nonostante continui e laboriosi tentativi, riesce a compitare con difficoltà solo monosillabi.

Ciò che segue è il risultato di un esame che ho condotto su di lui poco tempo fa. Conosce tutte le lettere e sa scriverle e leggerle. Se chiamato a scrivere sotto dettatura, trova enormi difficoltà tranne che con parole semplicissime. Ad esempio, quando gli ho dettato la frase seguente: “Ora, guardami mentre lo faccio girare” ha scritto: “Ora, gardimi, mente lo facio gire”. “Avvolgere con attenzione il filo intorno al piolo” è diventato “Avolgee con atenzone il folo itono al polo”.

Ha commesso un errore scrivendo il proprio nome, ponendo “Precy” al posto di “Percy”, e non ha notato l’errore se non quando la sua attenzione è stata richiamata più volte. Gli ho chiesto di scrivere le seguenti parole:

Canto ha scritto Cano
Soggetto ha scritto Sogto
Senza ha scritto Sena
Inglese ha scritto Inese
Scellino ha scritto Selino
Riva ha scritto Rina

Non riusciva affatto a scrivere il nome della casa paterna, nonostante debba averlo visto e scritto decine di volte. Quando gli ho chiesto di leggere le frasi che aveva scritto poco tempo prima, non è riuscito a farlo e ha sbagliato ogni parola, tranne quelle più semplici. Ha sempre riconosciuto parole come “e” e “il”.

Gli ho chiesto di leggermi una frase tratta da un libro per bambini di facile lettura senza compitare le parole. Il risultato è stato curioso. Non ha letto correttamente nemmeno una parola con l’eccezione di “e”, “il”, “di”, “che” ecc. Ho avuto l’impressione che le altre parole gli fossero del tutto sconosciute tanto che non ha provato nemmeno a pronunciarle.

Ho verificato se era in grado di leggere i numeri e ho notato che vi riusciva facilmente. Ha letto velocemente 785.852.017 e 20.969 e ha risolto correttamente: (a + x) (a – x)= a2-x2. Non è riuscito a eseguire il semplice calcolo 4 x ½ , ma ha moltiplicato 749 per 867 velocemente e correttamente. Mi ha detto che gli piace la matematica e non ha alcuna difficoltà con i numeri, ma che le parole stampate o scritte “non hanno alcun significato per lui”. L’esame a cui l’ho sottoposto mi ha convinto del fatto che la sua opinione è corretta. Le parole scritte o stampate non lasciano alcun segno sulla sua mente e, solo dopo averle compitate con grande sforzo, il ragazzo riesce, dal suono delle lettere, a coglierne il significato. La sua memoria per le parole scritte o stampate è talmente carente che riconosce solo parole semplici come “e”, “il”, “di” ecc. Sembra che non riesca mai a ricordare le altre parole, anche se vi si è imbattuto con frequenza.

Pare non essere in grado di conservare e immagazzinare in memoria l’impressione visiva prodotta dalle parole, per cui queste, sebbene osservate, non hanno alcun significato per lui. La sua memoria visiva per le parole è carente o assente, il che vuol dire che egli è affatto da ciò che Kussmaul chiama “cecità verbale” (cœcitas syllabaris et verbalis).

I casi di cecità verbale sono sempre interessanti e questo lo è in modo particolare, credo. Per quanto ne so, si tratta di un caso unico in quanto non ha origine da una lesione né da una malattia, ma da una causa congenita, e trova spiegazione molto probabilmente in uno sviluppo imperfetto di una regione del cervello che, se colpita da malattia, negli adulti produce praticamente gli stessi sintomi: la circonvoluzione angolare sinistra.

Aggiungo che il ragazzo è sveglio e conversa in maniera mediamente intelligente. I suoi occhi sono normali, non vi è alcuna emianopsia e la vista è buona. L’uomo che è suo insegnante da qualche anno dice che sarebbe il ragazzo più bravo della scuola, se le lezioni fossero impartite solo oralmente. Sarà interessante appurare che effetto avranno su di lui ulteriori anni di istruzione.

Il padre mi dice che il problema principale è stato insegnargli le lettere e che pensavano che non avrebbe mai imparato nulla. Senza dubbio all’inizio era affetto da cecità verbale (cœcitas syllabaris et verbalis), ma, impegnandosi costantemente, il difetto è stato superato.

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Il “potente” placebo

L’articolo di Henry Knowles Beecher (1904–1976) medico, anestesista e filosofo della medicina americano, The Powerful Placebo (1955), che qui introduco e traduco per la prima volta in italiano, almeno a mia conoscenza, occupa un ruolo di rilievo nella storia della medicina e dell’idea di placebo in particolare. Pur non essendo il primo testo a parlare di placebo o a rilevarne gli effetti, è stato sicuramente uno dei primi a tematizzare l’argomento in maniera forte, a far emergere l’importanza della sua trattazione ai fini della ricerca scientifica e a raccomandarne l’impiego in una ampia serie di contesti di indagine, oggi per lo più dati per scontati. Non a caso qualsiasi saggio, articolo o monografia sul placebo offre, ancora oggi, un doveroso quanto rispettoso riconoscimento all’opera di Beecher in bibliografia. Sembra che The Powerful Placebo sia stato citato quasi mille volte nelle riviste scientifiche. Alcuni studiosi non esitano ad assegnare all’articolo del medico americano il merito di aver introdotto, per primo, il placebo come fatto scientifico, a quantificarne gli effetti in varie patologie e a rilevarne l’importanza come trattamento medico. Al tempo stesso, The Powerful Placebo è stato sottoposto a critiche laceranti che ne hanno messo in discussione l’intero impianto, nonché minato le fondamenta in maniera quasi radicale. Penso che sia importante leggere l’articolo di Beecher e riflettere sulle sue parole perché, come ogni classico, introduce a un nuovo modo di vedere il mondo e, nonostante le critiche,  ha aperto la strada alla valorizzazione di uno strumento – il placebo, appunto – sul quale ancora oggi si discute tantissimo.

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Montaigne enantiodromico

Ho definito la “criminologia enantiodromica” una criminologia che contempla la possibilità che da comportamenti criminali o devianti scaturiscano conseguenze positive tanto per gli individui quanto per la società, nel suo complesso o in parte: si tratta di una criminologia “perversa”, paradossale, che sfida il senso comune, ma anche il senso criminologico più riconosciuto. Ho trovato tracce di pensiero enantiodromico in autori come Aristotele, Machiavelli, Donne, Mandeville e Marx. Un altro autore frequentemente paradossale ed enantiodromico è Michel de Montaigne (1533-1592), nei cui Saggi (Michel de Montaigne, 1986, Saggi, vol. 1, Mondadori, Milano, p. 126) è possibile leggere testi come il seguente:

Il vantaggio dell’uno è danno dell’altro.

Demade Ateniese condannò uno della sua città, che faceva il mestiere di vendere gli strumenti per le sepolture, sotto l’imputazione che quello chiedeva un prezzo troppo alto, e che questo profitto non gli poteva venire senza la morte di molta gente. Questo giudizio sembra infondato, in quanto non si trae alcun profitto che con danno di altri, e allora bisognerebbe condannare ogni sorta di guadagno.

Il mercante non fa bene i suoi affari che sulla intemperanza della gioventù; l’agricoltore sul prezzo caro del frumento; l’architetto perché le case vanno in rovina; gli ufficiali di giustizia sulle cause e liti della gente; la dignità stessa e la vita dei ministri della religione derivano dalla nostra morte e dai nostri vizi. Nessun medico sente piacere della salute dei suoi amici, dice l’antico Comico greco, né il soldato gode della pace della sua città: e cosi per il resto. E, ciò che è peggio, se ognuno si frugasse dentro, troverebbe che i nostri desideri interiori per la maggior parte nascono e si alimentano a spese altrui.

Considerando ciò, m’è venuto in mente, come natura in questo non si allontani affatto dal suo generale modo di governare, infatti i fisici credono che la nascita, il nutrimento e l’accrescimento di ogni cosa, è l’alterazione e la corruzione di un’altra:

Nam quodcumque suis mutatum finibus exit,

Continuo hoc mors est illius, quod fuit ante.

Certamente, è terribile pensare che “i nostri desideri interiori per la maggior parte nascono e si alimentano a spese altrui”, che la nostra vita è un crudele gioco a somma zero, ma è indubbio che ciò, a volte, accada. 

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Il placebo che ha origine in un errore di traduzione

Oggi di “placebo” e di “effetto placebo” si parla molto in ambito scientifico e non solo. Dei due termini sono state proposte innumerevoli definizioni, spesso sinonimiche. Una delle più note e citate è quella fornita da Shapiro e Morris, che riproduco qui di seguito:

qualsiasi terapia o componente terapeutica che è deliberatamente adoperata per il suo effetto non specifico, psicologico o psicofisiologico, o che è adoperata per il suo presunto effetto specifico, pur essendo priva di specifiche sostanze attive per la patologia in cura. Quando viene adoperato come mezzo di controllo negli studi sperimentali, il placebo viene definito come sostanza o procedura priva di specifiche sostanze attive per la patologia in valutazione. L’effetto placebo è definito come l’effetto psicologico o psicofisiologico prodotto dai placebo.

Non mi addentrerò in una discussione scientifica sull’argomento. È interessante, però, recuperare la storia del termine “placebo” che offre una inaspettata sorpresa. Il termine “placebo”, come è noto, è l’indicativo futuro del verbo latino “placere” (“io piacerò”). Ciò che è meno noto è che esso ha origine da un passo della Bibbia latina (Salmi 114,9. Nelle versioni moderne Salmi 116,9), grossolanamente tradotto da San Girolamo, autore della cosiddetta Vulgata, la traduzione della antica Bibbia greca ed ebraica in latino. Il versetto ha oggi questa forma: «Io camminerò alla presenza del Signore sulla terra dei viventi» (Bibbia Nuova Riveduta), ma Girolamo tradusse in latino: «Placebo Domino in regione vivorum», ossia «Piacerò a Dio nella regione dei viventi», fraintendendo il termine ebraico ethalekh (“Camminerò davanti a/alla presenza di”). Il termine “placebo”, dunque, è nato da un madornale errore di traduzione.

Nel Medioevo, in Inghilterra, si diffuse l’abitudine di cantare la nona riga del Salmo 116 in occasione di eventi funebri da parte di persone, riunite in coro, che millantavano una parentela o una qualche relazione con il defunto (o defunta), per scroccare un pranzo nel corso della cerimonia. Secondo altre versioni, si trattava di “professionisti” del pianto – una sorta di prefiche – pagati dai parenti del defunto (o defunta) per “cantare placebo”. Questa “professione” fu ritenuta appannaggio di persone ipocrite e adulatrici. Il termine “placebo” venne quindi associato a comportamenti insinceri e interessati. Una testimonianza di tale associazione si riscontra in un racconto dei celeberrimi Canterbury Tales (1386-1400) di Geoffrey Chaucer, “Il racconto del mercante”, in cui lo scrittore inglese dà il nome di Placebo a un personaggio adulatore e ipocrita, fratello del protagonista Gennaro (o Gennaio). La storia ci tramanda, quindi, una indubbia associazione tra il termine “placebo” e condotte ingannevoli e opportunistiche.

Secondo lo psichiatra statunitense Arthur Shapiro, il termine “placebo” appare per la prima volta nella sua accezione contemporanea nella seconda edizione del  New Medical Dictionary di Motherby del 1785 dove viene definito: “a common place method or medicine” (“un metodo o una medicina comune”, ma common va inteso nel senso di “dozzinale, grossolano, banale ecc.”). Verso la fine dell’Ottocento (nel Dictionary di Foster del 1894), il termine “placebo” viene ad acquisire l’ulteriore significato di “sostanza inattiva, inerte”, che oggi appare centrale nella definizione che viene ordinariamente data della parola. In queste prime definizioni, l’etichetta “placebo” viene applicata a metodi, sostanze o procedure ritenute inadeguate, non scientifiche: placebo è quello che fanno i ciarlatani in contrapposizione a ciò che fanno i veri medici. Proseguendo, il primo a definire e discutere di “effetto placebo” sembra essere stato il medico T.C Graves, in un articolo pubblicato sul Lancet nel 1920, dal titolo “Commentary on a case of Hystero-epilepsy with delayed puberty”. Qui Graves parla di “effetto placebo dei farmaci” che si manifesta nei casi in cui «sembra prodursi un vero effetto psicoterapeutico».

Come si vede, la parola “placebo” ha una storia straordinaria alle spalle, una storia che merita di essere conosciuta. Altrettanto straordinario, però, è l’errore di traduzione da cui la storia è cominciata. Perché, forse, se Girolamo non avesse frainteso quel versetto dei Salmi, oggi nessuno parlerebbe di placebo.

Fonti:

Graves, T. C., 1920, “Commentary on a case of Hystero-epilepsy with delayed puberty”, The Lancet, vol. 196, pp. 1134-1135.

Lalli, N., Lalli, C., Padrevecchi, F., 2002, Il placebo come “perturbante”, disponibile presso: http://www.nicolalalli.it/pdf/confronto/placebo.pdf.

“Placebo in history”, Wikipedia, consultabile all’indirizzo: https://en.wikipedia.org/wiki/Placebo_in_history.

Shapiro, K. A., 1968, “Semantics of the placebo”, Psychiatric Quarterly, vol. 42, pp. 653-695.

Shapiro,  A.  K.,  Morris,  L.  A., (1978,  “The  placebo  effect  in  medical  and  psychological  therapies”, in  Garfield, S.  L., Bergin, A.  E.  (a cura di), 1978, Handbook  of  psychotherapy  and  behavior  change: An empirical analysis, Wiley, New York.

Shapiro, K. A., Shapiro, E.. 1997, The Powerful Placebo. From Ancient Priest to Modern Physician, The Johns Hopkins University Press, Baltimore (Maryland).

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Creature pareidoliche

Può la pareidolia contribuire alla cattiva fama di un essere vivente? Ad esempio di una farfalla? Sembra di sì, a leggere l’interessante articolo di Giada Costanzo, apparso su «Vanilla Magazine» l’1 ottobre 2017 (ma vedi anche questo articolo). La farfalla in questione, o meglio la falena, è la “sfinge testa di morto”, che, sia per un particolare stridio che è in grado di produrre sia, soprattutto, per una curiosissima testa di morto dipinta sul dorso, è stata associata fin dall’antichità a motivi lugubri. Plinio il Vecchio, nel suo Naturalis historia (77 d.C.), la chiamava Papilio feralis (“farfalla portatrice di morte”). Edgar Allan Poe, nel racconto “La sfinge” (1846) così descrive la sua apparizione:

Ma la peculiarità principale di questa cosa orribile, era la raffigurazione di una Testa di Morto, che copriva quasi interamente la superficie del suo petto, e che era tracciata con precisione in uno scintillante color bianco sul fondo nero del corpo, come se fosse stata disegnata con grande cura da un artista. Mentre guardavo il terrificante animale e più specialmente l’immagine sul suo petto, con un senso di orrore e di timore – misti a una sensazione di sciagura incombente, che mi riusciva impossibile colmare malgrado ogni sforzo della ragione, vidi le enormi mascelle all’estremità della proboscide, spalancarsi all’improvviso; ne usci un suono così forte e pauroso, che colpì i miei nervi come un rintocco funebre.

Thomas Harris, infine, ma potremmo citare anche Bram Stoker, John Keats, Guido Gozzano e altri ancora, così la descrive nel suo celeberrimo Il silenzio degli innocenti (1988):

La falena era meravigliosa e terribile. Le grandi ali bruno-nere erano drappeggiate come un mantello e sull’ampio dorso lanuginoso spiccava il simbolo che ha sempre ispirato timore agli uomini, da quando hanno incominciato a incontrarla all’improvviso nei loro giardini. Il teschio a cupola, il teschio che è nel contempo cranio e volto, gli occhi scuri, gli zigomi, l’arco zigomatico tracciato in modo perfetto accanto agli occhi.

Per una illusione percettiva, una falena, altrimenti innocua e forse anonima, è diventata un simbolo sinistro e macabro, saccheggiato da scrittori e filosofi dell’antichità. Del resto non dovremmo  sorprenderci. La pareidolia ha generato opere artistiche, rafforzato credenze religiose e politiche, indotto a credere in fantasmi e altre creature del soprannaturale, generato forme di indagine del futuro su base magica, persuaso all’ascolto di rumori nella speranza di udire voci dall’aldilà e tanto altro ancora. Ne parlo nel mio libro Bizzarre illusioni. Lo strano mondo della pareidolia e i suoi segreti (2012), che naturalmente vi invito a leggere.

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Perché fallisce la propaganda?

A sentire le parole di giornalisti, massmediologi, esperti a vario titolo e accademici non sembra esserci alcun dubbio. Viviamo nell’epoca della “post-verità”, delle “verità alternative”, delle fake news, degli ultracrepidarians (parola inglese poco conosciuta in Italia, che designa le persone che esprimono opinioni su argomenti di cui non hanno alcuna competenza o esperienza); un’epoca in cui ognuno può produrre news in grado di raggiungere audience estremamente distanti ed eterogenee, in cui quindi i ruoli di emittente e destinatario coincidono in maniera ubiquitaria e la verità delle notizie si basa sul fatto stesso di essere state emesse; un’epoca in cui è difficile, se non impossibile, credere che realtà e finzione si dividano il mondo del possibile, mantenendo l’una le doverose e rispettose distanze rispetto all’altra e in cui, al contrario, la prima si ammanta del fascino della seconda e la seconda si fa forte del credito della prima; un’epoca in cui è davvero difficile trovare spazio e legittimazione per le “verità vere”, per i “fatti”, o comunque si voglia chiamarli, perché anche il più rigoroso fact-checking sembra scontrarsi con le mille insidie dell’interpretazione che può avvalorare tutto e il suo contrario e con la constatazione che le persone non sembrano poi essere tanto propense a conoscere come stanno davvero le cose.

Del resto, ad ascoltare alcuni teorici contemporanei, la creazione di mondi finzionali e simulativi è il modello fondativo della nostra evoluzione come specie biologica e conoscitiva. La nostra mente, quindi, sarebbe tarata per creare simulazioni finalizzate a rendere possibile la convivenza con la realtà, immaginare scenari, definire punti di vista, motivare condotte e risoluzioni. E tenderebbe naturalmente a forme di blending cognitivo e hot cognitions, vale a dire, a mescolare cognizioni ed emozioni, pensieri ed esperienze, idee e vissuti, immagini e informazioni, ragione e odori, a tal punto che quasi non ce ne accorgiamo più. Le fake news non sarebbero altro, allora, che il prodotto di tali propensioni innate; propensioni che, un tempo, si esprimevano nella creazione di mitologie e religioni e che oggi favoriscono il falso e il finto, ma anche la pubblicità, il cinema, le serie televisive, l’informazione dopata e l’infotainment.

Come osserva il filosofo Maurizio Ferraris, l’umanità non è interessata a sapere il vero, ma ad avere ragione e a trovare conferma delle proprie convinzioni. Se nel 2003, l’allora segretario di Stato americano, Colin Powell, riuscì a vendere la fola del regime di Saddam che disponeva di armi di distruzione di massa, ciò fu possibile anche perché, in seguito agli avvenimenti dell’11 settembre 2001, il popolo americano era alla ricerca disperata di un capro espiatorio sul quale far ricadere le colpe di tutte le circa 3.000 vittime dell’attentato: un esempio di wishful thinking che sovrastò qualsiasi velleità di fare i conti con il reale.

Negli ultimi anni, si è affermata, secondo Ferraris, una nuova ideologia che ha il suo centro nella pretesa di essere nel vero a prescindere, e nel cercare riconoscimento attraverso un apparato tecnico, il web, che permette l’espressione delle idee dei singoli rendendole irrilevanti e canalizzandole in un enorme coacervo di I like che, forte dei suoi numeri, dà l’impressione della vittoria definiva e inarrestabile della democrazia, ridotta, però, per usare una argomentazione tipica dei critici della democrazia, al trionfo delle masse scriteriate e oligofreniche, degli hoi polloi che sono disposti ad accogliere tutto purché veicolato secondo i giusti algoritmi del web. In effetti, non si può sfuggire all’impressione che oggi la verifica dei fatti sia stata sostituita dal numero di Mi piace battuti, magari distrattamente, dagli utenti della Rete. Più click riceve un post più deve essere vero agli occhi di chi clicca. Come farebbero, del resto, tante persone a ingannarsi? Non ci si rende conto, però, che tale argumentum ad populum è vecchio di secoli e che l’Illuminismo ha da tempo sottolineato la fallacia in cui cade chi sostiene che una tesi è corretta solo perché sostenuta da un gran numero di persone. Eppure, l’argumentum tiene e legittima non solo pareri e opinioni, ma sancisce il successo di libri, motivi musicali, rappresentazioni teatrali, film, reputazioni sociali e altri pezzi della nostra vita.

Come è evidente, il dibattito sul destino della comunicazione nella nostra società è accesissimo e si tinge di toni e termini nuovi, giorno dopo giorno. Non dobbiamo, però, commettere l’errore di ritenere che esso abbia messo radici solo nella contemporaneità. La consapevolezza che il processo comunicativo è lungi dall’essere semplice e lineare e che non si svolge secondo modelli elementari del tipo “emittente-contenuto-destinatario” risale indietro nel tempo e investe la storia stessa della sociologia e della psicologia delle comunicazioni. Un esempio chiaro di questa consapevolezza è l’articolo pubblicato, nel 1947, dai sociologi Herbert H. Hyman (1918-1985) e Paul B. Sheatsley (1916-1989), intitolato “Some Reasons Why Information Campaigns Fail”, destinato a passare alla storia come uno dei primi articoli in grado di svelare alcuni meccanismi fondamentali sottostanti la ricezione della comunicazione. Dell’articolo si offre qui la prima traduzione in italiano con una mia introduzione che riprende parti di questo post. “Some Reasons Why Information Campaigns Fail” è un piccolo classico della storia degli studi delle comunicazioni di massa. E come tutti i classici, merita di essere letto e meditato. 

Buona lettura

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Delinquenti nati fra gli animali

Nel 1890, in un numero della rivista «Fanfulla della domenica», oggi reperibile in versione digitalizzata presso la Digiteca della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, Cesare Lombroso pubblica un curioso scritto intitolato I delinquenti-nati fra gli animali. La tesi sostenuta dal criminologo italiano è sintetizzabile nel seguente modo: così come esistono delinquenti nati fra gli uomini, ne esistono anche fra gli animali. Lo proverebbero le ricerche di zoologi suoi contemporanei che discettano dei comportamenti “contro natura” di alcune specie animali, le cui motivazioni appaiono ai loro occhi inspiegabili. L’articolo propone una breve carrellata di tali comportamenti a partire da quelli esibiti da alcuni parassiti delle api halyctis, chiamati sphœcodes, i quali, attraverso raffinate strategie, derubano e uccidono gli halyctis in maniera decisamente crudele. Il comportamento degli sphœcodes è giudicato da Lombroso come «un atto individuale di brigantaggio, trasmessosi ai discendenti, senza altra causa determinante». Dopo i “parassiti briganti”, Lombroso menziona le “api ladre”, presso le quali «il furto occasionale diventa un’abitudine, e poi si propaga per imitazione» e può essere incrementato dall’ubriacatura; i “cani rissosi” (anche questi a causa dell’alcol); il delitto d’impeto delle formiche amazzoni, le quali, dopo un combattimento, sono «prese da un vero furore che le spinge a mordere ciecamente quanto trovano intorno, le larve, le compagne, fino le loro schiave, che cercano calmarle e tentano afferrarle per le zampe e tenerle immobili finché l’ira sbollisca»; le tendenze tribadiche di alcune anatre femmine.

Ciò che colpisce dell’argomentazione di Lombroso è il costante, ossessivo, ricorso all’analogia che, da un lato dovrebbe rendere consapevoli dell’esistenza di comportamenti devianti nel mondo animale, dall’altro diventa una modalità per legittimare le teorie lombrosiane dell’atavismo e dell’eredità genetica delle condotte criminali. In realtà, il fatto che il comportamento dei parassiti ricordi vagamente un comportamento brigantesco, non autorizza a parlare di briganti fra gli animali.  Né tanto meno di furti tra le api, tribadismo tra le anatre e delitto d’impeto tra le formiche. L’analogia conduce a un antropomorfismo forzato che finisce con il proiettare sugli animali le tesi precostituite del ricercatore che, così, appaiono ancora più bizzarre e surreali di quando sono applicate agli esseri umani. Il ricorso, infine, a pochi casi non autorizza a generalizzare una teoria a tutto il mondo animale. Ma di indebite generalizzazioni e grossolane analogie è piena la criminologia di Lombroso.

Ho trascritto qui il breve testo di Lombroso. Buona lettura (critica).

Per altre considerazioni sulla faciloneria metodologica di Lombroso, rimando al mio Mancini, mongoloidi e altri mostri.

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