Turpiloquio politico ieri e oggi

Tendiamo a pensare che il turpiloquio come invettiva e arma politica per offendere l’avversario sia appannaggio della contemporaneità. Crediamo che la Lega nord, il berlusconismo e il grillismo dei nostri giorni abbiano utilizzato la contumelia in maniera innovativa rispetto al passato, quando invece la competizione politica si sarebbe mantenuta lungo binari civili e rispettosi dell’avversario. Non è così. Antesignano delle attuali retoriche politiche fu il movimento dell’Uomo qualunque fondato dal giornalista e commediografo Guglielmo Giannini che, per qualche anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ottenne un certo numero di consensi, contribuendo a far entrare un vocabolo – qualunquista, qualunquismo – nei nostri dizionari politici, per lo più con una forte connotazione negativa.

Guglielmo Giannini

Guglielmo Giannini

Gugliemo Giannini lanciò il suo movimento dalle pagine del giornale «L’Uomo qualunque» che aveva una rubrica, Le Vespe, nella quale il giornalista amava punzecchiare i suoi rivali, ricorrendo spesso a parolacce e offese. Alcune pagine famose sono citate nel volume di Sandro Setta, L’uomo qualunque 1944-1948, che ci consente di capire come il turpiloquio fosse stato già all’epoca sdoganato come strumento di aggressione politica. Nel 1945, ad esempio, Giannini declamava di «altri ideali, altre fanfaluche, di cui altissimamente ci strafottiamo» (p. 110). Nel 1947, Pietro Nenni veniva definito «il foruncolo al culo della politica italiana» (p. 79). In un altro articolo dello stesso anno, Giannini si chiedeva se l’Italia avrebbe mai partecipato alla Seconda guerra mondiale qualora il litigio personale tra Nenni e Mussolini «non si fosse gonfiato al punto di rompere i coglioni a tutti i buoni italiani?» (p. 80). I politici dell’epoca erano definiti “merdaioli” (p. 77) e “fetentoni” (p. 78). A chi accusava Giannini di essere fascista, il giornalista gridava che bisognava «rompergli la faccia di ebete e di figlio di puttana» (p. 89), mentre «in Italia c’è gente che ne ha i coglioni abbottati del 1914» (p. 78). Giannini inventò anche neologismi come “panscremenzio” e “demofradici cristiani” e parodie come “Fessuccio Parri” invece di “Ferruccio Parri” (pp. 74-75).

Lo slogan più ricordato del movimento fu “Vogliamo che nessuno ci rompa più i coglioni” di cui Giannini, nelle Vespe del 15 gennaio 1947 descrive addirittura l’origine. È opportuno qui proporre l’intera citazione perché è un esempio quasi unico – da laboratorio della politica – di come sia nato uno slogan efficace e volgare, anzi, efficace perché volgare, sicuramente il progenitore di tutti gli slogan turpiloquiali della retorica populista contemporanea:

State attenti: dopo la parola QUALUNQUE noi abbiamo reso celebre una frase, ossia ciò che americanamente si dice slogan. Questa frase è stata e rimane: VOGLIAMO CHE NESSUNO CI ROMPA PIÙ I COGLIONI.  Gravi dispute, e accanitissime, precedettero il varo di questa frase. Nessuno, o quasi nessuno, la voleva; e nel respingerla adduceva le ragioni più serie e solide, incominciando da quelle di decenza e di morale, non escludendo preoccupazioni di carattere più elevato, quali sono, senz’alcun dubbio, quelle religiose. «Si può dire: vogliamo che nessuno ci rompa più le scatole» suggeriva una parte di noi. Un’altra voleva sostituire «scatole» con «stivali» o con «tasche». Un’altra ancora proponeva «vogliamo che nessuno ci secchi più l’anima». La discussione si svolgeva però solo sulla forma da dare al «pensiero scritto». Nel «pensiero parlato» erano tutti d’accordo. Tutti «dicevano» di non voler subire più «rotture di coglioni». A voce i coglioni potevano andare e nessuno se ne faceva scrupolo: per iscritto non erano tollerabili. Noi riassumemmo la discussione all’incirca così: «Amici, si tratta di diffondere l’idea, di imporre  nei cervelli la persuasione che noi non vogliamo più rotture di coglioni da nessuno. Sfrondate da tutte le brillanti sovrastrutture storiche, politiche, sociali eccetera, è certo che Stalin, Hitler, Mussolini, Churchill, Ciang-Kai-Sceck, Tojo, Roosevelt, sono dei gran rompicoglioni. Da una lunga serie di anni i giornali son pieni di loro, non si leggono altri nomi, non vi si descrivono gesta di altri. Dal loro disaccordo nasce il fatto che noi siamo stati travolti in una guerra di cui non ci fregava assolutamente nulla. Con questa guerra – continuammo – ci fu promesso un mucchio di cose belle: le 4 libertà e tutto il resto. Praticamente abbiamo avuto Nenni, Cianca, Pacciardi, Schiavetti, Togliatti e altri al posto degli uomini politici che li hanno preceduti al Governo, e il modo di governare è rimasto uguale. Abbiamo avuto morti, catastrofi, miserie, fame: e tutto ciò non accenna a cessare. È o non è, questa, una rottura di coglioni?». Tutti convennero che lo era: e allora noi lanciammo la frase con le parole giuste, le quali colpirono la fantasia dei qualunqui come non l’avrebbe colpita una frase composta da parole non perfettamente aderenti alla realtà.

Si tratta di una strategia cui siamo abituati e che si può riassumere in questi termini: bisogna dire pane al pane e vino al vino, senza “sovrastrutture”, cioè senza sofismi e intellettualismi. Quindi “coglioni” è preferibile a ogni altra parola. Perché il popolo parla così. Ma è proprio questo il pericolo più grande di ogni populismo: quello di presupporre un popolo volgare e terra terra cui fare appello tramite retoriche altrettanto volgari e terra terra per promuovere una politica volgare e terra terra. La parolaccia non significa parlare “chiaro”, ma interpretare la realtà in un certo modo. Il peggiore possibile.

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Strani videogames

street_fighterStreet Fighter è uno dei videogiochi giapponesi più noti e frequentati dagli appassionati (e dalle appassionate) del settore. Creato nel 1987, ha conosciuto ben quattro serie oltre a un gran numero di versioni che ne hanno decretato il successo planetario fino a oggi, anche grazie agli adattamenti cinematografici e fumettistici. Street Fighter propone personaggi che combattono in continuazione, ognuno caratterizzato da mosse che lo differenziano dagli altri e che lo rendono immediatamente riconoscibile.

Una delle sfide che i suoi fans devono affrontare è quella di riuscire a scoprire i trucchi più adatti per sconfiggere l’avversario di turno e passare al livello successivo. Il personaggio principale del gioco è Ryu, esperto in una forma particolarmente violenta di arti marziali. È lui la sfida principale per chi si dedica a Street Fighter. Il fatto curioso è che, in Street Fighter II, Ryu non si limita solo a combattere, ma, spinto da un afflato di generosità, arriva a suggerire agli avversari sconfitti una strategia per avere la meglio su di sé. Questa strategia è sintetizzata nella formula giapponese: “Se non riesci a sconfiggere il pugno del drago nascente, non riuscirai a vincere!” (in inglese “If you cannot overcome the Rising Dragon Punch, you cannot win!”). A causa di un errore di traduzione, provocato dalla pronuncia cinese di parte della frase, Rising Dragon Punch è diventato Sheng Long trasformando così il suggerimento di Ryu in “Devi sconfiggere Sheng Long se vuoi avere la possibilità (di vincere)” (in inglese “You must defeat Sheng Long to stand a chance”). L’errore di traduzione ha indotto nei fans la convinzione che bisognasse sconfiggere un nuovo personaggio, chiamato appunto Sheng Long, per andare avanti nei livelli del videogioco. Molti si sono così dedicati, anima e corpo, a scovare un nuovo protagonista che, in realtà, non esisteva, ma che, grazie anche al passaparola degli appassionati, sembrava poter uscire fuori da un momento all’altro.

A rendere le cose ancora più interessanti, nell’aprile del 1992, la rivista EGM (Electronic Gaming Monthly) ha fornito una descrizione dettagliata di come trovare e sconfiggere Sheng Long. I fans di Street Fighter hanno trascorso, dunque, i mesi successivi a seguire le indicazioni della rivista (tra cui figurano, ad esempio, i consigli di finire il gioco senza mai farsi colpire o di finirlo utilizzando sempre la stessa mossa per tutta la partita) per scoprire, nel dicembre dello stesso anno, sempre dalle pagine della rivista, che il tutto era stato un pesce d’aprile architettato per farsi beffa delle convinzioni degli appassionati, alimentate dall’errore di traduzione.  Convinzioni che, però, nel tempo, non sono cambiate se è vero che sia nel 1997, da parte della stessa EGM, sia successivamente nel 2008, lo stesso scherzo è stato riproposto senza che i fans se ne rendessero conto, rendendo ogni volta necessario l’intervento chiarificatore del burlone di turno.

Dopo tanti anni, si può ben dire che Sheng Long rappresenti un personaggio reale per i fedeli di Street Fighter. Almeno nel senso che la sua leggenda è ormai radicata nel loro immaginario collettivo. Tanto che più volte si è discusso delle sue fattezze e delle sue abilità.  Riviste specializzate come GameDaily e GameSpot ne hanno più volte riconosciuto la fama e lo stato leggendario. I fan più accaniti hanno chiesto che sia finalmente progettato e inserito nelle prossime versioni del gioco in pianta stabile.

Forse non diventerà mai reale come può diventare reale il personaggio di un videogiochi. Forse sì. Fatto sta che raramente un personaggio inesistente ha acquistato tanta credibilità e “realtà” in seguito alle chiacchiere della gente. E naturalmente in seguito a un errore di traduzione.

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Miti della criminalità

“La criminalità dilaga”; “Allarme delinquenza”; “Emergenza omicidi” strillano Crimeperiodicamente i giornali. Ai quali si aggiungono le raccomandazioni di genitori e amici: “Non uscire da sola la notte!”; “Diffida degli sconosciuti”. E poi ancora: “Gli zingari rubano i bambini”; “Il carcere è un albergo. I detenuti se la spassano, hanno televisione e pasti caldi gratis”. E così via. Idee, opinioni, giudizi che tutti noi sentiamo quotidianamente e con i quali spesso concordiamo. Fino a darli per scontati e crederli veri per il solo fatto che sono tanti diffusi. Ma come stanno davvero le cose? Ad esempio, è vero che oggi la criminalità dilaga in maniera inusitata e che viviamo nell’epoca più violenta finora esistita? Scrive il sociologo Pino Arlacchi, uno degli esperti riconosciuti in materia

I tassi di criminalità, e in particolar modo gli indici della criminalità violenta, sono declinati, nella sorpresa generale, lungo tutti gli anni Novanta. La discesa è stata costante fino all’anno 2000 ed è continuata nel nuovo secolo […] Negli USA il tasso degli omicidi è sceso del 43% dal picco del 1991 al 2001, raggiungendo il livello più basso in 35 anni.

Nel nostro paese, il trend è stato simile, come ricorda il criminologo Stefano Caneppele dell’Università Cattolica di Milano:

Gli omicidi in Italia oggi sono al minimo storico degli ultimi 40 anni. Le rapine sono tornate ai livelli di venti anni fa e i sequestri di persona ad opera della criminalità organizzata, che hanno caratterizzato drammaticamente gli anni ’80 del secolo scorso, sono praticamente scomparsi.

E allora come spiegare il fatto che tanta gente continua a sentirsi minacciata dalla violenza e dalla criminalità? «Possiamo dire che oggi viviamo in una società che si sente più insicura ma non certo perché viviamo nell’epoca più violenta della storia dell’uomo» dice Caneppele. È insomma una questione di percezione. Scrive ancora Arlacchi: «Dieci omicidi oggi possono essere ritenuti meno tollerabili di cento omicidi ieri, e viceversa. La percezione della sicurezza è un’emozione individuale, ma è soggetta a molte influenze dall’esterno». Come quelle che provengono dai mass media che, occupandosi spesso di criminalità, danno l’impressione che questa sia molto più diffusa di quanto non sia.

Il caso della città di Roma è emblematico. Tra gli abitanti delle metropoli mondiali, i romani si collocano ai primissimi posti nelle classifiche della percezione individuale di insicurezza, e si trovano contemporaneamente nelle ultime posizioni della graduatoria della criminalità reale, quella degli omicidi, delle rapine, dei furti, degli stupri che avvengono effettivamente

commenta ancora il sociologo.

Un’altra distorsione percettiva riguarda chi ha maggiori probabilità di rimanere vittima di un reato. In molti sondaggi di opinione emerge che gli intervistati indicano in vecchi e donne le categorie maggiormente a rischio di subire un reato. Invece non è così. Lo dimostrano i dati. Commenta Caneppele

Il rischio di subire un reato varia a seconda del genere, dell’età e dello stile di vita. In generale i soggetti più a rischio sono maschi, di età compresa tra i 14 e i 35 anni, che tendono a passare più tempo fuori casa, soprattutto nelle ore serali e nei fine settimana. Le persone anziane sono solitamente meno a rischio di reati violenti e reati predatori, così come le donne che hanno però i tassi di rischio più alti per le molestie e le violenze sessuali. Queste ultime due categorie sono però quelle che si sentono più insicure perché, per le persone anziane, temono maggiormente le conseguenze fisiche del reato subito oppure perché, per le donne, sono più esposte al rischio di violenza sessuale.

Insomma, anche in questo caso è questione di percezione. Altro luogo comune molto diffuso è quello secondo cui la maggior parte degli stupri e delle aggressioni sessuali subiti dalle donne avviene per opera di sconosciuti, magari stranieri. Di qui il monito, altrettanto diffuso, che viene impartito alle donne sin dalla prima gioventù di non andare in giro da sole di notte o non accettare passaggi da sconosciuti. Ancora una volta i dati smentiscono questa convinzione. Ancora Caneppele:

Le indagini condotte in Italia e all’estero confermano che gli autori di stupri sono soprattutto amici, conoscenti o mariti/fidanzati. In particolare dall’ultima indagine Istat condotta in Italia (2007), Il 69,7% degli stupri è opera di partner, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è stato opera di estranei. Gli sconosciuti commettono invece soprattutto molestie fisiche sessuali, seguiti da conoscenti, colleghi ed amici.

Insomma, la verità è che, nella maggioranza dei casi, i responsabili di tutte le forme di violenza fisica e sessuale ai danni delle donne sono mariti, fidanzati, conviventi, amici e conoscenti. Il nemico più temibile si trova, dunque, in casa.

Anche sul carcere sono diffusi miti e idee errate che non reggono al confronto con i dati disponibili.  Il primo di questi vuole che le galere siano luoghi di villeggiatura con tutte le comodità. Perfino la televisione.

«Non è proprio così» afferma Dario Stefano Dell’Aquila, componente dell’Osservatorio nazionale sulla detenzione dell’associazione Antigone. «Basti pensare che su una capienza complessiva di quarantottomila mila posti, sono presenti nelle prigioni italiane circa settantamila detenuti. Il sovraffollamento determina casi, come nel carcere di Poggioreale a Napoli, nei quali si arriva sino a 16 persone per cella, con un solo bagno. Le gravi condizioni sono state denunciate anche da organismi istituzionali europei, come il Comitato per la prevenzione della tortura, organo del Consiglio di Europa.  Negli ultimi dieci anni, poi, sono morte nelle carceri  italiane quasi 1.900 persone, 674 delle quali si sono suicidate. E all’estero la situazione non è migliore».

Condizioni che non autorizzano certo a vedere il carcere come un albergo dorato. Un’altra credenza molto diffusa vuole che  i delinquenti escano subito dal carcere  e non scontino mai tutta la pena. Ancora Dell’Aquila:

Contrariamente a ciò che si pensa, l’esecuzione della pena è certa e si basa sempre sugli anni comminati in sentenza. Ciò che varia, dopo aver scontato una parte della pena (i due terzi), sono le  modalità con cui questa pena viene scontata. Quindi ad una persona detenuta può essere concesso, ad esempio, di recarsi a lavorare all’esterno e far rientro nel carcere la sera. Ma si tratta sempre di provvedimenti disposti da un giudice, quindi non automatici, e che non significano “essere liberi”. In più si è sempre sottoposti a controlli di polizia che verificano gli spostamenti effettuati.

Ma a cosa si deve l’alto numero di detenuti nelle prigioni? In molti pensano che, in Italia almeno, dipenda dalla presenza della criminalità organizzata. Ma questa è solo una piccola parte della popolazione carceraria complessiva.

«Il tasso di detenzione in Italia è analogo a quelli degli altri paesi europei», spiega Dell’Aquila. «E solo una percentuale molto piccola, circa il 10% dei detenuti, è in carcere per reati legati alla criminalità organizzata.  La parte più consistente della popolazione detenuta è in carcere per reati contro il patrimonio o per violazione del testo unico sulle sostanze stupefacenti».

Credenze, opinioni, miti sulla criminalità tanto pervasivi quanto falsi. Anche perché inducono a sottovalutare reati che sono preoccupantemente in ascesa.

«Ci sono fenomeni da tenere sotto osservazione come lo stalking», conclude Stefano Caneppele. «La nuova legge del 2009 che ha criminalizzato gli atti persecutori ha fatto emergere un fenomeno sommerso, che negli ultimi vent’anni sembra essere cresciuto con la maggiore precarietà delle relazioni sentimentali».

Fenomeno che, insieme a quello dei reati informatici e ad altri, costituirà probabilmente la criminalità del futuro.

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Pareidolia in provincia di Avellino

730_AvellinoDalla cronaca locale apprendo di un ulteriore caso di pareidolia, verificatosi a Castel del Lago, in provincia di Avellino: il proprietario di una cappellina privata ha visto nel particolare di una croce un’immagine che giura essere quella di Gesù. «Non me lo so spiegare neppure io. Stiamo facendo dei lavori attorno alla cappellina, sono entrato insieme ad alcuni amici che volevano vederla e i nostri sguardi sono stati subito calamitati da questi occhi profondi» ha commentato Sateriale, il proprietario.

Solito corredo: curiosi che si affollano presso l’immagine per fotografarla e parroci che invitano alla prudenza.

Da quando ho scritto il mio Bizzarre illusioni di simili fenomeni ne ho già segnalati diversi. Penso che bisognerebbe cominciare a tracciare una geografia di queste apparizioni pareidoliche: una geografia che, ne sono sicuro, diventerà sempre più densa con il passare del tempo.

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La mafia nigeriana: intervista con Sergio Nazzaro

Sergio Nazzaro ha scritto due libri dedicati alle mafie africane in Italia e, in particolare, nella  zona di Castel Volturno, in provincia di Caserta, MafiAfrica (2010), pubblicato con gli Editori Riuniti, e Castel Volturno (2013), per i tipi dell’Einaudi. L’ho intervistato per saperne di più sulla mafia nigeriana, tema del quale mi occupo in questo momento. Ecco la trascrizione delle parti più salienti dell’intervista, realizzata a Caserta il 13 aprile 2013.

Romolo Capuano e Sergio Nazzaro prima dell'intervista

Romolo Capuano e Sergio Nazzaro prima dell’intervista

Quali sono le caratteristiche principali della criminalità organizzata nigeriana?

Le caratteristiche principali sono, innanzitutto, che è una mafia che si è costituita in Italia a partire dalle proprie organizzazioni di clan in Nigeria, che qui hanno assunto i caratteri tipici della mafiosità, quindi: omertà, mutuo soccorso, violenza e coercizione dei possibili testimoni. Questo è quello che ci rivelano gli atti giudiziari. Mentre le altre mafie straniere sono già tali in patria e trasmettono le loro attività in Italia, quella Nigeriana, pur derivando da associazioni come i Black Axe, nate come gruppi universitari e poi evolutesi come braccio armato della politica, è solo in Italia che acquisisce le tipiche fattezze mafiose. Un’altra caratteristica è che la mafia nigeriana assomiglia, in un certo senso, alla camorra perché è composta da cellule spesso indipendenti l’una dall’altra e senza riferimento a un vertice sovrastante.

Questi gruppi, quindi, sono più orizzontali che verticistici?

Sì, sono molto più orizzontali, ma anche “disordinati”, anche se è un disordine funzionale. Un po’ come la camorra. A volte sembra siano confusi. Un’altra caratteristica è la grande forza di penetrazione. Loro sono immigrati, come noi, e sono dunque, presenti in ogni angolo del mondo. Ciò consente loro di costruire reti efficaci e funzionali. Poi, in loro è presente un alto grado di violenza, che nasce anche da questa loro cultura animista e di riti voodoo. La violenza è un elemento predominante del loro agire.

Ogni volta che si parla di criminalità nigeriana, si parla di riti voodoo. In base al tuo lavoro sul campo, che rilevanza hanno nella realtà questi riti?

I riti voodoo sono presenti, continui, attuali, veri. Il rito voodoo è un lasciapassare per il business. Viene eseguito per minacciare un concorrente, per eliminare o intimorire un clan avversario, per soggiogare le donne in strada. Il rito  voodoo talvolta è banale e prevede l’uccisione di galline. Altre volte no. Noi crediamo a Vanna Marchi, ripeto spesso, loro credono in una cultura millenaria, radicata nel DNA, che può sembrare ridicola, ma che non lo è. I nigeriani non scherzano sul  voodoo. E si rivolgono a questi riti nei momenti più impensati. Ma c’è un altro aspetto ancora più inquietante che io documento con i fatti nel mio libro: quello dei sacrifici umani. Di recente, in Italia, c’è stato anche il primo processo per sacrifici umani, del quale io sono stato l’unico a scrivere. Parlo di un barcone alla deriva nel Mediterraneo nel quale sono stati sacrificati, gettandoli vivi in mare, uomini, donne e bambini, per un rituale di protezione. Per i nigeriani è sempre presente uno stregone. Noi pensiamo che abbia senso rivolgersi a un mago che appare in televisione. Per i nigeriani esistono gli stregoni, che sono la loro colonna portante, il riferimento per qualsiasi cosa.

Una differenza tra la mafia italiana e quella nigeriana mi sembra essere quella per cui la prima è alla ricerca del potere oltre che del profitto, la seconda solo del profitto.

Sì, questa è una differenza importante. Loro sanno di essere ospiti, stranieri da noi, quindi non puntano a un appalto pubblico, ma al profitto puro che per loro deriva dal traffico di droga, dallo sfruttamento della prostituzione come dal traffico di organi. E se questo sembra esagerato, basta pensare che per chi compie sacrifici umani, sottrarre un cervello o un altro organo è faccenda da poco. Poi c’è da dire che la camorra utilizza la criminalità nigeriana per distrarre la polizia, per lo spaccio, la prostituzione, in modo da creare un diversivo sociale, così che è il nero che crea problemi, non il bianco.

L’Intelligence italiana, in un suo dossier, riferisce di come i criminali nigeriani siano sì immersi in pratiche voodoo, ma che abbiano spiccate competenze telematiche e informatiche che utilizzano per eseguire truffe di alto livello. Le due cose non sono in contraddizione?

No, le due cose possono convivere benissimo. Tieni presente che i clan nigeriani agiscono per il profitto, dovunque esso sia. In questo senso, sia il rito voodoo sia l’abilità informatica, lo scamming, sono funzionali al profitto. L’africano non è un uomo delle caverne. Anzi, sa essere molto competente e duttile. E adopera ciò che sa per i suoi obiettivi. Tutto qui. Non dobbiamo lasciarci ingannare dai nostri preconcetti. Tutto ciò che è utile può servire.

Parliamo della rappresentazione mediatica della criminalità nigeriana. Un articolo dell’Espresso di qualche hanno fa descrisse una festa nigeriana facendola passare per una festa dei boss. Mi sembra che tu non sia d’accordo. Come pensi che i mass media rappresentino la criminalità nigeriana?

Lì ci fu un grosso misunderstanding. Gli africani hanno le loro feste, si radunano, lanciano denaro. Succede anche in India. Quindi, non si trattava della festa della mafia nigeriana. È possibile che vi fosse qualche “boss”. Ma questo può accadere anche in una festa italiana. Del resto, i mass media tendono a scrivere poco di criminalità nigeriana. La rappresentazione del fenomeno mafioso nigeriano in Italia è la notizia di giornale in cui si dice che è stato arrestato un nigeriano o condotta un’operazione di polizia. C’è il trafiletto di giornale, nulla più. Lo abbiamo visto anche con l’operazione Viola, una operazione imponente che ha condotto all’arresto di 150 persone. Mezza pagina sul giornale e il giorno dopo non se ne è parlato più. Tendiamo a vedere il nigeriano come semplice spacciatore. Non riusciamo a cogliere la dimensione della criminalità organizzata. L’informazione oggi in Italia non mira a capire, ad approfondire. Comincio a pensare che ci sia malafede. Poi, se ne parli, rischi che l’africano si offende. O che la Sinistra si offenda. O la Destra. Più l’argomento è delicato e complesso, più non se ne parla. Del resto, non abbiamo nemmeno una sezione del ROS dedicata alla criminalità africana. Le operazioni delle squadre investigative sono rese difficili anche perché non abbiamo poliziotti di colore che possano infiltrarsi come in America. C’è bisogno di interrazzialità nelle forze dell’ordine. Le forze dell’ordine, però, sono perfettamente consapevoli del pericolo costituito dalla criminalità nigeriana. Solo che le istituzioni preferiscono che non se ne parli per non suscitare allarmismo sociale. Nemmeno gli amministratori pubblici hanno interesse per la questione. E io temo che presto da noi [in Campania] accadrà qualcosa di grave, una rivolta dei neri. Come a Rosarno.

Secondo te, quale sarà l’evoluzione della criminalità nigeriana?

In Nigeria hanno ucciso tre nostri ingegneri in Nigeria. Lì è attivo il gruppo terroristico Boko Haram. Che non ha bisogno di soldi. È finanziato dai petrodollari degli sceicchi estremisti. Terrorismo puro. In Italia, temo che i ragazzi nigeriani possano essere reclutati dall’islamismo radicale. Questi sono gruppi nigeriani e molto potenti. E questa potrebbe essere l’evoluzione delle cose per i nigeriani. Ho già avvertito qualcuno, ma si tende a sottovalutare il problema.

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Non puoi giocare. Per un errore di traduzione

world-baseball-classic-logoIl World Baseball Classic è un torneo a inviti per squadre nazionali di baseball di cui nel 2013 si è svolta la terza edizione dopo quelle del  2006 e del 2009. Il baseball, si sa, non è esattamente  lo sport prediletto in Italia. È noto che la maggior parte degli italiani avrebbe difficoltà perfino a descriverne le regole. Fatto sta che ha un suo piccolo seguito, tanto che la squadra nazionale è stata chiamata a partecipare a tutte le tre edizioni del World Baseball Classic.

Nel 2009, un curioso episodio di traduzione errata ha avuto conseguenze sull’andamento del torneo. Vittima di questo errore è stata la squadra cubana. Gli organizzatori avevano diramato un elenco di regole da rispettare che prevedevano, fra l’altro, che nessun lanciatore di riserva (o reliever, come si dice in inglese) che avesse eseguito trenta o più lanci in una partita potesse lanciare di nuovo nella partita del giorno dopo. Ciò allo scopo di preservare dall’usura le braccia dei giocatori più importanti in vista dei campionati nazionali (un po’ come se nella nazionale di calcio, un giocatore non potesse calciare più di un numero determinato di calci di punizione per risparmiarsi per il campionato).

Il problema è che quando le regole, scritte in inglese, sono state tradotte in spagnolo l’espressione “30 or more pitches” (“30 o più lanci”) che avrebbe dovuto essere “treinta o mas” in spagnolo è diventata “mas que trienta” (“più di trenta”). Una differenza sottile, ma decisiva. Infatti, nel corso dell’incontro, poi perso per 6 a 0, con il Giappone, l’allenatore cubano Higinio Velez ha sostituito due relievers – Yulieski Gonzalez e Yunieski Maya – esattamente dopo il trentesimo lancio.

Il giorno dopo, lo stesso Higinio Velez ha appreso con sua somma sorpresa di non poter schierare i due giocatori nell’incontro con il Messico, peraltro vinto per 7 a 4. Le cronache non hanno registrato particolari proteste. L’allenatore cubano ha accettato con filosofia la situazione (forse anche in seguito alla vittoria riportata dal suo team). Peraltro, la squadra messicana, pure di lingua spagnola, non era incappata nell’errore. A giudicare dai risultati, sembra comunque che la disavventura linguistica  abbia portato fortuna a Cuba se si considera che, come detto, l’assenza dei due relievers contro i rivali messicani non ha compromesso la vittoria. Forse, il problema di Cuba non era disporre di una migliore traduzione, ma di migliori giocatori. Ma questa è un’altra storia.

L’importante è giocare sempre secondo le regole. Sperando che siano uguali per tutti, indipendentemente dalla lingua che si parla.

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La maledizione di Osama

Aprile 2013 ha esordito con una notizia che ci ricorda l’irresistibile tendenza apofenica della nostra mente: la tendenza, cioè, di noi umani a rinvenire connessioni significative – in questo caso all’insegna del mistero – tra eventi tra loro indipendenti.

La notizia è relativa a quella che i giornali italiani hanno già battezzato “la maledizione di Osama”: il (presunto) tragico destino che si abbatterebbe sui componenti del Team 6, corpo speciale della squadra dei Navy Seals americani che, il 2 maggio 2011, in un blitz passato alla storia, ha ucciso il leader di Al Qaeda Osama Bin Laden e che sarebbe dovuto, appunto, alla colpa di aver ucciso il più ricercato terrorista degli ultimi tempi, evidentemente capace di terrorizzare ben oltre la morte.

Il 6 agosto 2011, pochi giorni dopo il blitz, 22 membri del Team 6 muoiono in Afghanistan a seguito della caduta dell’elicottero sul quale viaggiano. Il 30 marzo 2013 Bratt Shadle, altro membro del Team 6 (che, incidentalmente, non è composto da 6 individui), muore mentre si addestra in un lancio con il paracadute proprio mentre un suo compagno, anch’egli del Team 6, rimane gravemente ferito nel corso delle stesse esercitazioni. Come se non bastasse, Matt Bissonette, altro soldato del corpo speciale, prima di pubblicare No easy day, libro nel quale ricostruisce le ultime ore di Osama Bin Laden, si dimette dai Navy Seals e  potrebbe andare in carcere per il suo libro, mentre un suo compagno, noto con il soprannome di The Shooter (“Il cecchino”), è ora senza lavoro e con una famiglia da mantenere. Altri infine vedono la propria carriera minacciata per aver contribuito a fornire informazioni per il libro di Bissonette. Certo, la tentazione di etichettare il tutto come frutto di una maledizione è irresistibile. Ma consideriamo i fatti.

I membri dei Navy Seals sono addestrati per partecipare a missioni altamente rischiose e già altri sono morti nel corso delle numerose operazioni cui hanno partecipato negli ultimi anni. Basta fare un giro in internet (ad esempio qui) per rendersi conto che sono tra i soldati più esposti al fuoco nemico sul campo di battaglia. Nell’incidente del 6 agosto 2011, inoltre, non sono morti solo membri dei Navy Seals, ma anche altri americani. La stessa morte di Bratt Shadle e il ferimento del suo compagno sono imputabili alla pericolosità delle operazioni compiute da questi soldati, che certamente non conducono una vita da impiegati ministeriali. Le vicende di Bissonette e degli altri militari caduti in disgrazia non hanno nulla a che fare con le vicende dei commilitoni uccisi in Afghanistan e sono dovute alla violazione del vincolo del segreto cui sono legati gli appartenenti a questi corpi speciali. che non dovrebbero rivelare informazioni riservate acquisite nel corso delle loro missioni. Si deve poi aggiungere che la suggestione della “maledizione” deriva probabilmente dall’associazione tra la vita di questi soldati e Osama Bin Laden, il “demone” più temuto dagli americani negli ultimi 12 anni. È noto che intorno alla sua figura sono sorte molte leggende che ne sottolineano il carattere diabolico e poco umano: carattere, in realtà, creato ad arte per esigenze di propaganda bellica – succede in tutte le guerre – e che, in questo caso, si è ritorto contro gli stessi americani. Infine, è da notare che gli eventi “maledetti” coprono un periodo di quasi due anni, un periodo sufficientemente ampio perché possano accadere fatti nefasti a chi abitualmente svolge un mestiere pericoloso.

Insomma, per quanto sia davvero difficile resistere alla tentazione di invocare il sovrannaturale, gli eventi che compongono la cosiddetta “maledizione di Osama” sono spiegabili razionalmente.  Basta un po’ di buon senso.

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Pareidolia palermitana

Un’interessante caso di pareidolia si è verificato nei giorni scorsi a Palermo, per la precisione  nella Chiesa della Madonna della Mercede del quartiere Del Capo. Qui molte persone hanno giurato di vedere una figura, simile a una suora, che si affaccia dal campanile quando inizia il tramonto.

Un bel video di Roberto Villino, postato su Youtube, permette di dissipare qualsiasi dubbio.

Della vicenda si è occupato anche Paolo Attivissimo sul suo blog.

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Sondaggi ingannevoli: il potere della preghiera che non c’è

prayerSi discute molto ultimamente dell’efficacia o no dei sondaggi. Sono uno strumento di conoscenza o di manipolazione? Riflettono la realtà o la creano? Non voglio impegnarmi in una discussione metodologica riguardante vizi e virtù dei sondaggi in generale, ma riflettere sulle conseguenze di un sondaggio online commissionato dalla Chiesa Anglicana alla ICM Research, somministrato a 2.015 adulti residenti in Inghilterra, Scozia e Galles e condotto tra il 13 e il 14 marzo 2013. Leggi altro

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20 milioni di morti per una parola

Hong Xiuquan

Hong Xiuquan

Tradurre una parola in un modo piuttosto che in un altro ha le sue conseguenze, come dovrebbero sapere – ma non lo sanno – tutti i lettori ingenui della Bibbia. Un gustoso – si fa per dire – episodio in tal senso si trova descritto nel libro di Jost O. Zetsche, The Bible in China, che affronta l’interessante tematica di come la Bibbia fu tradotta in cinese. Addirittura, si racconta nel testo, la traduzione della parola Dio fu responsabile, seppure indirettamente, della morte di circa 20 milioni di persone.

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