Delinquenti nati fra gli animali

Nel 1890, in un numero della rivista «Fanfulla della domenica», oggi reperibile in versione digitalizzata presso la Digiteca della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, Cesare Lombroso pubblica un curioso scritto intitolato I delinquenti-nati fra gli animali. La tesi sostenuta dal criminologo italiano è sintetizzabile nel seguente modo: così come esistono delinquenti nati fra gli uomini, ne esistono anche fra gli animali. Lo proverebbero le ricerche di zoologi suoi contemporanei che discettano dei comportamenti “contro natura” di alcune specie animali, le cui motivazioni appaiono ai loro occhi inspiegabili. L’articolo propone una breve carrellata di tali comportamenti a partire da quelli esibiti da alcuni parassiti delle api halyctis, chiamati sphœcodes, i quali, attraverso raffinate strategie, derubano e uccidono gli halyctis in maniera decisamente crudele. Il comportamento degli sphœcodes è giudicato da Lombroso come «un atto individuale di brigantaggio, trasmessosi ai discendenti, senza altra causa determinante». Dopo i “parassiti briganti”, Lombroso menziona le “api ladre”, presso le quali «il furto occasionale diventa un’abitudine, e poi si propaga per imitazione» e può essere incrementato dall’ubriacatura; i “cani rissosi” (anche questi a causa dell’alcol); il delitto d’impeto delle formiche amazzoni, le quali, dopo un combattimento, sono «prese da un vero furore che le spinge a mordere ciecamente quanto trovano intorno, le larve, le compagne, fino le loro schiave, che cercano calmarle e tentano afferrarle per le zampe e tenerle immobili finché l’ira sbollisca»; le tendenze tribadiche di alcune anatre femmine.

Ciò che colpisce dell’argomentazione di Lombroso è il costante, ossessivo, ricorso all’analogia che, da un lato dovrebbe rendere consapevoli dell’esistenza di comportamenti devianti nel mondo animale, dall’altro diventa una modalità per legittimare le teorie lombrosiane dell’atavismo e dell’eredità genetica delle condotte criminali. In realtà, il fatto che il comportamento dei parassiti ricordi vagamente un comportamento brigantesco, non autorizza a parlare di briganti fra gli animali.  Né tanto meno di furti tra le api, tribadismo tra le anatre e delitto d’impeto tra le formiche. L’analogia conduce a un antropomorfismo forzato che finisce con il proiettare sugli animali le tesi precostituite del ricercatore che, così, appaiono ancora più bizzarre e surreali di quando sono applicate agli esseri umani. Il ricorso, infine, a pochi casi non autorizza a generalizzare una teoria a tutto il mondo animale. Ma di indebite generalizzazioni e grossolane analogie è piena la criminologia di Lombroso.

Ho trascritto qui il breve testo di Lombroso. Buona lettura (critica).

Per altre considerazioni sulla faciloneria metodologica di Lombroso, rimando al mio Mancini, mongoloidi e altri mostri.

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Le impronte digitali sono sempre affidabili?

Nel mio libro 101 falsi miti sulla criminalità, ho fatto notare che, da anni, gli scienziati avanzano seri dubbi sulla fiducia cieca che viene riposta da alcuni nella affidabilità totale dei metodi di indagine basati sulla rilevazione delle impronte digitali.

Di recente, l’Associazione americana per l’avanzamento delle scienze (Aaas), nel rapporto redatto dai suoi esperti di scienze forensi, ha ribadito il concetto: non esistono metodi efficaci al 100% per confrontare le impronte digitali e per attribuirle a un’unica persona. Più precisamente, come riporta un articolo di «Repubblica», «non esiste un metodo scientifico per stimare il numero di persone che condividono le caratteristiche di una impronta digitale, e inoltre non si può escludere l’errore umano durante il confronto». Di conseguenza, non è possibile affermare che «le impronte digitali latenti «possano essere associate a un unico individuo con una precisione del 100%».

Che le cose stiano così, in realtà, ce ne eravamo resi conto poco dopo l’11 marzo 2004, giorno in cui, a Madrid, una serie di attentati al locale sistema dei treni provocò la morte di 191 persone e il ferimento di 2.057, gettando la Spagna nel panico. Inizialmente attribuiti all’ETA, gli attentati si rivelarono di matrice islamica. Gli investigatori spagnoli, con il supporto di esperti dell’FBI, ritrovarono alcune impronte digitali sulla valigetta contenente il detonatore delle bombe fatte esplodere sui treni. Gli agenti dell’FBI confrontarono le impronte ritrovate con quelle contenute in un apposito programma informatico di archiviazione. Le impronte furono attribuite all’avvocato statunitense Brandon Mayfield, convertito all’Islam, che venne arrestato il 6 maggio. Dopo pochi giorni, il 21 maggio, la sorpresa. Mayfield venne rilasciato, mentre il governo spagnolo annunciò che le impronte appartenevano al cittadino algerino Ouhnane Daoud.

Il processo di rilevazione e confronto delle impronte digitali è, dunque, un processo estremamente complesso e pieno di ostacoli. Ciò non toglie che il metodo in questione sia uno dei più affidabili in circolazione da un punto di vista investigativo e giudiziario. Solo, dobbiamo essere pronti ad accogliere anche eventuali suoi insuccessi. Perché nessun metodo umano è assolutamente infallibile.

Per altri miti sul crimine, rimando, oltre al libro citato, anche a Delitti.

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Il VAR è oggettivo?

Sullo sfondo delle polemiche suscitate dall’introduzione del VAR nel campionato di calcio italiano 2016-2017, campeggia una contrapposizione netta che sta sempre più penetrando nel senso comune, arroccandolo su una posizione parziale, se non falsa. In breve, il calcio prima del VAR sarebbe caratterizzato da una profonda soggettività da parte dell’arbitro, spesso responsabile di decisioni gratuite e al limite della malafede (se non proprio a favore di determinate squadre). Il calcio dopo il VAR sarebbe, al contrario, caratterizzato dal trionfo dell’oggettività in virtù di “macchine” che consentirebbero una interpretazione più reale di quanto accade in campo. La contrapposizione prima-e-dopo-il-VAR o soggettività-oggettività è talmente pervasiva che già qualcuno etichetta come “falsi” i risultati conseguiti nei campionati prima dell’arrivo del Video-Assisted Referee e “veri” quelli che saranno conseguiti da questa stagione calcistica in poi.

La contrapposizione è però inattendibile. Se il calcio prima del VAR era effettivamente vincolato alla soggettività arbitrale, il calcio dopo il VAR appare anch’esso dipendente da valutazioni soggettive. È infatti l’arbitro a decidere se e quando ricorrere al VAR ed è sempre l’arbitro a decidere quale interpretazione dare all’esito della “macchina”: due situazioni evidentemente assai suscettibili di soggettività. Non a caso alcuni commentatori hanno lamentato il mancato ricorso al VAR in alcune partite di questo inizio campionato e interpretazioni discordanti a fronte di episodi simili. Naturalmente, ciò non significa che il VAR sia inutile, né che dovremmo ritornare al calcio di un tempo. Significa solo essere consapevoli dei limiti dello strumento e della presenza (ancora) ineliminabile della decisione soggettiva.

A ciò è da aggiungere che la stessa moviola non restituisce certo una percezione oggettiva di quanto lascia vedere, come è ovvio dalle mille polemiche che hanno sempre accompagnato la consultazione di questo oracolo degli sportivi e anche, recentemente, da alcune indagini sperimentali che hanno messo in luce come la slow motion favorisca determinate forme di percezione a scapito di altre. Un’interessante ricerca di Caruso, Burns e Converse, pubblicata su PNAS nel 2016, e condotta su 1.610 soggetti ha rivelato, infatti, che vedere un’azione al rallentatore fa sì che gli osservatori tendano a percepire l’azione osservata come più intenzionale di quanto non appaia a velocità normale. Questa “propensione” percettiva, riscontrata sia in ambito giudiziario sia in ambito sportivo, si verifica, in parte, perché la ripresa al rallentatore induce negli osservatori la sensazione che gli attori abbiano più tempo per agire, anche se gli osservatori sono perfettamente a conoscenza di quanto tempo sia effettivamente trascorso. Un altro esperimento, condotto su 2.737 soggetti dagli stessi autori, ha rivelato che permettere agli osservatori di vedere un’azione sia a velocità normale sia al rallentatore attenua questa propensione, ma non la elimina. Insomma, c’è qualcosa nella moviola che distorce la nostra percezione, anche se non ce ne rendiamo conto. Le nostre conoscenze in materia si reggono su una serie di assunti taciti su come funziona la percezione umana che possono avere conseguenze letali in ambito giudiziario (ad esempio, dopo aver visto il video di una rapina al rallentatore, possiamo attribuire una maggiore “malevolenza” all’azione del rapinatore) e meno pericolose in ambito sportivo. Di sicuro, questo genere di ricerche ci invita a non avere una fiducia cieca nella oggettività delle macchine perché siamo sempre noi a interpretarne gli esiti sulla base della nostra (poco oggettiva) percezione.

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Il “bestiame stregato”… ieri e oggi

Può capitare, spulciando libri antichi e dimenticati, di leggere di antiche superstizioni o credenze, prese sul serio e una volta diffusissime, che oggi appaiono ridicole o, al più, testimonianze di un’epoca lontanissima dalla nostra. Più raro, trovare, accanto alla narrazione “credula”, un tentativo di spiegazione razionale, capace di ricondurre la vicenda a termini noti. È quanto succede leggendo il libro di Edward Payson Evans (1831-1917), Animali al rogo. Storie di processi e condanne contro gli animali dal Medioevo all’Ottocento (1906), recentemente ripubblicato dalla casa editrice Res Gestae.

Nel Medioevo – ci dice Evans – non era raro attribuire all’influenza del demonio le malattie degli animali, altrimenti inspiegabili agli occhi di chi non aveva alcuna conoscenza, dati i tempi, di malattie, fisiologia e studi di patologia. I contadini dell’epoca ricorrevano, in tali circostanze, a preti ed esorcisti, la cui opera apotropaica funzionava spesso, anche se non per cause misteriose. Ecco la storia, come raccontata da Evans:

In Europa, i contadini rinchiudono spesso il loro bestiame in stalle cosi basse e strette che gli animali non hanno sufficiente aria per respirare. Ne consegue che, una volta chiuse le stalle per la notte, in breve tempo il bestiame si agita e comincia a mordere il freno e a scalpitare, e lo si trova, al mattino, esausto, debole e coperto di sudore. Il contadino attribuisce questi fenomeni al malocchio e chiama l’esorcista, il quale si accinge a scacciare gli spiriti maligni. Prima di iniziare la cerimonia di esorcismo, apre le porte e le finestre e quest’immissione di aria fresca rende la cacciata dei demoni piuttosto semplice. Un veterinario tedesco, che riferisce parecchi episodi di questo tipo, cercò invano di  convincere i contadini che la causa dei loro guai non era la stregoneria, bensì la mancanza di condizioni sanitarie appropriate; infine, visti inutili i suoi sforzi, colto dalla disperazione disse loro che, se avessero lasciate aperte porte e finestre in modo che le streghe potessero entrare ed uscire liberamente, il bestiame non sarebbe più caduto in preda della possessione demoniaca. Questi consigli vennero seguiti e l’influenza demoniaca cessò (pp. 33-34).

Questa storia è particolarmente istruttiva. Non riuscendo a far valere le proprie argomentazioni, il veterinario riesce, comunque, a convincere i contadini della bontà delle stesse, attribuendone, però, l’efficacia non all’azione benefica dell’aria fresca, ma a motivi soprannaturali.

Potremmo ridere di simili storie, ma, a pensarci bene, non ci comportiamo anche noi così quando tentiamo di convincere un bambino a prendere una medicina amara e lo distraiamo richiamando un personaggio delle favole o dei fumetti? O quando la pubblicità ci induce ad acquistare un prodotto, ammantandolo di un’aura magica e soprannaturale che il prodotto, naturalmente, non ha?

Siamo molto più primitivi di quanto pensiamo, come dicono tutti gli antropologi. Solo che non lo sappiamo.

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Criminologia animale

Nel 1314, racconta Sainte-Foix nei suoi Essais Historiques sur Paris (tom. IV delle sue Oeuvres complètes, pag. 423, Parigi 1778), un toro, avendo incontrato un uomo, lo uccise con una cornata. Carlo, conte di Valois, sulle terre del quale l’avvenimento s’era verificato, ordinò che il toro fosse arrestato e messo in prigione. Dopo di che i giudici della Contea si portarono sopra luogo, presero le informazioni necessarie, udirono i testimoni, e, dopo constatata la verità del fatto e la natura del delitto, condannarono il toro ad essere impiccato. Questa sentenza fu confermata da un arresto del Parlamento di Parigi del 7 febbraio stesso anno. L’esecuzione si fece alle forche patibolari di Moisy-le-Temple, luogo del delitto.

Nel 1386, come si legge nella Statistique de Falaise  (1827, tom. I, pag. 83) una sentenza del giudice ordinario di Falaise condannava una troia di tre anni che avea divorato il braccio e il viso del fanciullo Giannetto di Masson, uccidendolo, ad essere mutilata nella zampa anteriore e nella testa, (è la legge del taglione) e poi ad essere impiccata nella gran piazza della città. Charange, nel suo Dictionnaire des Tilres Originaux, riporta la quietanza, con la data del 9 febbraio 1386, rilasciata dal boia di Falaise, nella quale questo dichiara di aver ricevuto dal Visconte di Falaise la somma di 18 soldi e 10 danari tornesi per aver trascinato e impiccato la troia, più 6 soldi tornesi, prezzo di un guanto nuovo, impiegato nella detta esecuzione (Docum. II).

I brani precedenti non sono tratti da un testo di fantascienza che mette in scena mondi impossibili in cui accadono bizzarri avvenimenti senza alcun legame con la realtà, bensì dal volume di Carlo D’Addosio, Bestie delinquenti, pubblicato nel 1892 e interamente dedicato ad alcuni episodi poco noti del Medioevo, ma non per questo meno veri. In sintesi, in quell’epoca, che alcuni ancora considerano oscura come se la nostra fosse perfettamente razionale, i tribunali di Francia, Italia, Svizzera e altre nazioni processarono e condannarono maiali, cani, ratti, cavallette e lumache incriminati per aver commesso reati contro persone, proprietà e divinità. Questi processi erano di due tipi: (1) secolari e riguardanti animali colpevoli di aver mutilato o ucciso esseri umani; e (2) ecclesiastici e riguardanti animali come topi e locuste scomunicati per aver devastato o compromesso raccolti.

Ma, nel Medioevo, gli animali non comparivano solo come “assassini” o devastatori di proprietà e raccolti, ma anche come testimoni. Come fa notare ancora  D’Addosio:

Una disposizione legislativa, emanata da Radamante re dei Cretesi, e riferita da Pastoret, stabilisce che quando gli abitanti avranno da giurare, dovranno ricorrere alla testimonianza di un cane, di un ariete e di un’oca. Qualcosa di simile e di meglio troveremo poi nel medioevo. Né questa disposizione sembra strana, quando si pensa come allora fosse ferma persuasione, che l’animale, essere intelligente e morale, avrebbe certamente saputo in qualche modo ingegnoso smentire colui che, invocando la sua testimonianza, giurasse il falso, contrariamente alla verità e alla giustizia. Questa persuasione dovette, al certo, essere cosi radicata nel popolo, che la sola presenza dell’animale, la cui testimonianza era invocata, bastava per far sì che ognuno giurasse il vero.

Come è spiegabile tutto ciò? Come è possibile che, in una data epoca storica, gli animali siano stati ritenuti colpevoli di reati e condannati per questo come se fossero stati in grado di intendere e di volere? Le testimonianze del tempo ci assicurano che questi accadimenti non erano affatto parodie o scherzi e che coinvolgevano veri giudici e veri boia e avevano conseguenze reali (vere esecuzioni). C’era il mandato di arresto, il carcere preventivo, la traduzione in giudizio, l’escussione delle prove e la requisitoria. Secondo alcuni autori, la punizione degli animali rimandava a una visione del mondo animistica o magica in cui le bestie erano considerate creature dotate di intenzioni e scopi, seppure in maniera poco chiara. Secondo altri, questi animal trials si svolsero solo in periodi di crisi eccezionali, in cui le persone percepivano la propria esistenza come estremamente precaria e avevano bisogno di ripristinare un ordine che avvertivano minacciato. Gli animali, dunque, come le streghe, servivano da capro espiatorio per placare una situazione strutturale di insicurezza. La scomunica degli animali avrebbe avuto invece lo scopo di rafforzare la fede nel potere della Chiesa e stimolare la consegna della decima da parte di strati sociali abbrutiti dalle misere condizioni di vita. Secondo D’Addosio, invece, «nel medioevo si punì l’animale perché lo si ritenne in certo modo conscio delle sue azioni, in certo modo libero, in certo modo responsabile» (p. 146).

Quale che possa essere la spiegazione, la vicenda degli animal trials rende chiaro che anche il rapporto degli uomini con gli animali è soggetto al mutare delle forme storiche e delle concezioni criminologiche degli uomini. Atteggiamenti e comportamenti nei confronti degli animali che oggi riteniamo bizzarri o folli, possono avere avuto un senso per le donne e gli uomini del Medioevo che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare, come è evidente dal proliferare di teorie sulle ragioni sottostanti ai processi medievali degli animali. Un capitolo sicuramente da approfondire perché ci dice molto sulla capacità umana di creare mondi culturali che, a distanza di tempo, appaiono estranei come storie di fantascienza.

Per approfondimenti rimando almeno a:

Carlo D’Addosio, 1892, Bestie delinquenti, Luigi Pierro, Napoli.

Gennaro Francione, 1996, Processo agli animali. Il bestiario del giudice, Gangemi, Roma.

Edward Payson Evans, 2012, Animali al rogo. Storie di processi e condanne contro gli animali nel Medioevo e nell’Ottocento, Res Gestae, Milano.

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Ben Franklin, giornalista true-crime

Le cosiddette true-crime narratives – storie, articoli e testi ispirati a fatti criminosi realmente accaduti – non sono una invenzione recente. In Cold Blood (A sangue freddo) (1966) dello scrittore americano Truman Capote è, per qualcuno, l’antesignano del genere nel XX secolo, ma sono noti già nel XIX secolo reportage giornalistici, romanzi a puntate e racconti brevi che farebbero concorrenza a molte narrazioni seriali televisive di oggi. Possiamo fare i nome di Balzac, Zola, Dickens e altri ancora. Un articolo del «Guardian» del 2016 rintraccia uno dei primi casi di giornalismo true-crime in un articolo di Benjamin Franklin intitolato The Murder of a Daughter (1734). La sua pubblicazione rivela che, già nel XVIII secolo, almeno negli Stati Uniti, il pubblico dei lettori apprezzava queste storie e chiedeva che fossero narrate in tutti i loro macabri dettagli. Per quanto a mia conoscenza, l’articolo di Franklin non è mai stato tradotto in italiano. Di sotto ne riporto la mia traduzione. Da esso traspare che, allora come oggi, ci si interrogava su come fosse possibile che un genitore potesse uccidere i propri figli. Il mistero è ancora insoluto e le storie di questo tipo – ricordiamo il caso di Annamaria Franzoni – continuano a essere seguite con una passione smodata che, a volte, ha qualcosa di morboso.

L’omicidio di una figlia

Sabato scorso, si è tenuta, presso il tribunale penale superiore, il processo di un uomo e sua moglie, accusati di aver ucciso la figlia che l’uomo aveva avuto da un precedente matrimonio (una ragazza di circa 14 anni), cacciandola di casa e esponendola a stenti che le avevano causato, in seguito, una dolorosa affezione e una zoppia. Durante l’infermità, invece di fornirle le dovute cure e attendere a ogni necessità, i due avevano trattato la ragazza con estrema crudeltà e barbarie, lasciandola debilitare nella sua malattia. Quando chiedeva da mangiare, le infilavano a forza in bocca i suoi escrementi con un mestolo di ferro e le praticavano un gran numero di brutalità simili, finché la ragazza deperì e, alla fine, morì. Le testimonianze contro la coppia erano numerose e, in molti casi, provate, ma si ritiene che l’opinione del medico che aveva visitato la ragazza, secondo cui, qualsiasi trattamento avesse ricevuto, la patologia di cui la ragazza soffriva era tale che avrebbe, comunque, con tutta probabilità, posto fine alla sua vita nel periodo in cui morì, ebbe una tale influenza sulla giuria, che questa emise solo un verdetto di omicidio colposo. Un verdetto che il giudice (in un breve, ma patetico discorso agli imputati prima della sentenza) descrisse come estremamente favorevole, aggiungendo che, dal momento che il racconto delle loro inaudite barbarie aveva oltremodo sconcertato tutti i presenti, a meno che i due non fossero totalmente inebetiti, la riflessione interiore sul loro gravissimo crimine avrebbe dovuto risultare più terribile e scioccante per loro della pena che sarebbe stata loro inferta. Infatti, essi non avevano solo trasgredito le leggi di ogni nazione, ma avevano perfino infranto la legge universale della natura poiché non sono note creature che, per quanto selvagge, brutali e feroci, non abbiano radicati in sé l’amore e la cura per la loro tenera progenie, e che non siano disposte a rischiare la vita per proteggerla e difenderla.

Ma questo non è l’unico caso di incomprensibile insensibilità derivante dal consumo di alcol che l’epoca attuale ci offre. I due furono condannati alla pena della mano marchiata; pena eseguita su entrambi presso il tribunale, ma prima sull’uomo, che si offrì di ricevere anche il marchio della moglie se questa fosse stata perdonata. Gli fu però detto che la legge non lo ammetteva.

«The Pennsylvania Gazette», 24 ottobre 1734

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Antonio Gramsci e lo sport

Di Antonio Gramsci (1891–1937) si ricorda soprattutto l’attività politica (nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista), filosofica, linguistica e di critico letterario. Un po’ meno l’attività giornalistica, che ci ha regalato articoli importanti e brillanti, anche di costume. In quello che segue, apparso nel 1918, Gramsci si sofferma sulle differenze sociologiche e psicologiche tra chi si dedica al calcio – o “foot-ball” – e chi si dedica allo scopone. Ne emerge un ritratto acuto dell’italiano dell’epoca che rimanda a tratti caratteriali scolpiti, almeno per Gramsci, nel tempo e profondamente radicati nella società sua contemporanea. Oggi le cose sono molto cambiate: credo che si giochi più a foot-ball – anzi, calcio – e all’aperto che a scopone nelle bettole, anche se gli italiani lo sport preferiscono comunque più guardarlo che praticarlo. Secondo una recente indagine dell’ISTAT, ancora nel 1959, 40 anni circa dopo l’articolo di Gramsci, “lo sport era un’attività per pochi (circa 1 milione 230 mila persone), praticata soprattutto da maschi (il 90,8 % dei praticanti) e da adulti (solo l’1% aveva meno di 14 anni). La caccia era al primo posto (33%) seguita dal calcio (22, 3 %)…”. Nel 2016, “sono 14 milioni e 800 mila le persone  di 3 anni e più che dichiarano di praticare uno o più sport in modo continuativo”. La caccia è una attività decisamente minoritaria, che molti non considererebbero nemmeno uno sport. Sono numeri decisamente diversi, ma che non permettono di dimenticare che, sempre secondo la stessa indagine, ancora il 39,2% degli italiani non pratica alcuno sport o attività fisica. L’Italia insomma è ancora un paese per sedentari.

Le conclusioni caratteriologiche di Gramsci non sono probabilmente più attuali nella nostra Italia, ma sono convinto che il modo di vedere e vivere lo sport possa ancora oggi dirci molto su valori e cultura di un popolo.

IL «FOOT-BALL» E LO SCOPONE

di Antonio Gramsci

Gli italiani amano poco lo sport; gli italiani allo sport preferiscono lo scopone. All’aria aperta preferiscono la clausura in una bettola-caffè, al movimento la quiete intorno al tavolo.

Osservate una partita di foot-ball: essa è un modello della società individualistica: vi si esercita l’iniziativa, ma essa è definita dalla legge; le personalità vi si distinguono gerarchicamente, ma la distinzione avviene non per carriera, ma per capacità specifica; c’è il movimento, la gara, la lotta, ma esse sono regolate da una legge non scritta, che si chiama «lealtà», e viene continuamente ricordata dalla presenza dell’arbitro. Paesaggio aperto, circolazione libera dell’aria, polmoni sani, muscoli forti, sempre tesi all’azione.

Una partita allo scopone. Clausura, fumo, luce artificiale. Urla, pugni sul tavolo e spesso sulla faccia dell’avversario o… del complice. Lavorio perverso del cervello (!). Diffidenza reciproca. Diplomazia segreta. Carte segnate. Strategia delle gambe e della punta dei piedi. Una legge? Dov’è la legge che bisogna rispettare? Essa varia da luogo a luogo, ha diverse tradizioni, è occasione continua di contestazioni e di litigi.

La partita a scopone ha spesso avuto come conclusione un cadavere e qualche cranio ammaccato. Non si è mai letto che in tal modo si sia mai conchiusa una partita di foot-ball.

Anche in queste attività marginali degli uomini si riflette la struttura economico-politica degli Stati. Lo sport è attività diffusa delle società nelle quali l’individualismo economico del regime capitalistico ha trasformato il costume, ha suscitato accanto alla libertà economica e politica anche la libertà spirituale e la tolleranza dell’opposizione.

Lo scopone è la forma di sport delle società arretrate economicamente, politicamente e spiritualmente, dove la forma di convivenza civile è caratterizzata dal confidente di polizia, dal questurino in borghese, dalla lettera anonima, dal culto dell’incompetenza, dal carrierismo (con relativi favori e grazie del deputato).

Lo sport suscita anche in politica il concetto del «gioco leale».

Lo scopone produce i signori che fanno mettere alla porta dal principale l’operaio che nella libera discussione ha osato contraddire il loro pensiero (!?)

(Sotto la mole 1916-1920, 26 agosto 1918).

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Cuius regio eius religio… calcistica

Cuius regio eius religio (“Di chi [è] la regione, di lui [sia] la religione”) è una formula latina con la quale, alla fine del XVI secolo, si indicava l’obbligo dei sudditi di seguire la confessione religiosa del loro principe. Tale obbligo fu imposto come principio dalla pace di Augusta del 25 settembre 1555, che fu sottoscritta tra Ferdinando d’Asburgo, in rappresentanza di suo fratello, l’imperatore Carlo V, e i principi protestanti del Sacro Romano Impero riuniti nella Lega di Smalcalda. La Pace di Augusta pose fine alle guerre di religione in Germania, sancendo un principio estremamente pratico: la fede non è questione di coscienza, ma deve seguire la religione del sovrano. Se cambia il sovrano deve cambiare anche la fede.

Il principio Cuius regio eius religio mi viene in mente ogni volta che sento un tifoso di una squadra di calcio “territoriale” (una squadra, cioè, che si identifica fortemente con un determinato territorio, come il Napoli, la Roma, la Fiorentina ecc.) affermare in maniera apodittica che “bisogna tifare per la squadra del territorio in cui si vive”. Tale affermazione, di solito, sottintende una accusa di tradimento, se non di perversione, a quanti non fanno il tifo per la squadra del proprio paese/città/regione e sostengono squadre di altri territori o, addirittura, di altre nazioni (i più perversi di tutti). Alcune squadre, poi, come, in Italia, la Juventus, sono definite “squadre senza appartenenza” probabilmente perché, pur avendo sede in un luogo ben preciso – ad esempio, la Juventus a Torino – hanno comunità di tifosi sparse in tutto il mondo. I tifosi di queste squadre sono anch’essi definiti “tifosi senza appartenenza”.

Vorrei ora soffermarmi sull’argomento secondo cui “bisogna tifare per la squadra del territorio in cui si vive” e su quello correlato dell’“appartenenza”. Questi argomenti presuppongono, a mio avviso, una visione estremamente essenzialista, deterministica ed etnocentrica di uomini e donne per cui questi, per il semplice fatto di essere nati e vivere in un luogo, hanno l’imperativo etico di identificarsi in toto e passivamente con simboli, significati e cultura – intesa di solito in senso stereotipato – della città/paese/regione in cui è capitato loro di nascere o vivere. In termini sociologici, potremmo dire che, secondo l’argomento dell’“appartenenza”, identità individuale e identità sociale coincidono. Oppure, potremmo parlare con Dennis Wrong, di “concezione ipersocializzata dell’uomo” intendendo, con questo termine, la credenza che gli individui vivano interiorizzando norme sociali e conformandosi supinamente alle aspettative che da queste promanano.

Tale concezione riduce gli individui a marionette sociali, interamente dominate dalla cultura e dalle norme sociali del luogo in cui vivono e non prevede alcuno spazio di costruzione individuale dell’identità. Così, secondo questa concezione, chi vive a Napoli “deve” amare pizza, sfogliatella e mandolino, “deve” commuoversi al suono delle melodie classiche napoletane, “deve” ridere a crepapelle alla centesima visione dello stesso film di Totò,  “deve” credere nella religione cattolica e nel miracolo periodico di San Gennaro, “deve” essere estroverso, simpatico, superficiale e poco incline alla legalità e così via stereotipando. Ma soprattutto,  “deve” tenere ai colori del Napoli. In altre parole, Cuius regio eius religio…calcistica. Questa visione del mondo, oltre a essere asfittica, passivizzante e paralizzante, è decisamente inesatta e anacronistica. Le culture non sono mai state configurazioni statiche insensibili al tempo e allo spazio e non sono assimilabili a gabbie monadiche entro cui rinchiudere le identità sociali. Non lo sono certamente oggi che le società sono sottoposte a dinamiche globali e migratorie come mai prima. E non lo sono anche perché, oggi, le comunità sono spesso deterrorializzate e si costruiscono virtualmente attraversando confini, nazioni e continenti.

Anche le comunità di tifosi. Spesso chi tifa decide di farlo non perché la propria squadra è la squadra della città in cui vive, ma perché veicola simboli, significati, stili, umori, atmosfere, colori, visioni della vita e del mondo in cui si identifica e che non hanno niente a che vedere con appartenenze localistiche o regionali. Così, un napoletano può decidere di “tifare Juve” perché la Juventus è una squadra vincente, perché incarna un certo spirito, per il suo “stile”, per la sua internazionalità, per la sua storia, per la FIAT, per l’avvocato Agnelli, per i tanti campioni e allenatori che vi hanno associato il proprio nome, perché la “Juve è la Juve” e per mille altri motivi. Al limite proprio perché non è legata ad appartenenze, locali o parrocchiali. Perché è al di sopra di campanilismi e bassi etnocentrismi. Per una forma di ribellione agli imperativi localistici del proprio territorio.

Naturalmente, tutti questi motivi potrebbero essere semplici razionalizzazioni perché la fede calcistica è, appunto, fede e come tale ha qualcosa di irrazionale. E forse anche il principio dell’“appartenenza” è solo la razionalizzazione di un moto irrazionale dell’anima. Non è un caso che la passione sportiva venga detta “tifo”, sia cioè assimilata a una grave patologia.

Al giorno d’oggi, le identità appaiono sempre più come costruzioni individuali ispirate alla logica del meticciato e del bricolage. I mattoni e la malta che le compongono sono ibridi dinamici, aperti a soluzioni innovative e sorprendenti. Posso essere napoletano e vivere a Milano, studiare in Spagna, lavorare a Parigi, parlare giapponese, amare una tedesca (o un tedesco) e preferire – horribile dictu – il sushi alla pizza e alla mozzarella di bufala. E naturalmente tifare Juve, Inter o Real Madrid. Senza per questo sentirmi un traditore del mio territorio. Questa tendenza al meticciato è visibile anche nel mondo del calcio e dello sport in generale e neppure i tifosi più “identitari” possono negarla.

Mentre scrivo, i tifosi del Napoli si ritrovano a fare il tifo per una squadra il cui portiere è spagnolo, il cui attaccante più prolifico è belga, il cui capitano è slovacco e il cui allenatore è toscano. Eppure, i tifosi sono orgogliosi della “napoletanità” della propria squadra e da tutti i loro beniamini pretendono una assoluta fedeltà alla maglia. A tutti gli effetti pratici, essi sono “napoletani”. I supporters della Roma incitano una squadra i cui giocatori più rappresentativi sono un belga, un greco e un bosniaco. Senza che ciò sia avvertito come un controsenso. In altri sport, questo paradosso è ancora più evidente. Nella Formula 1, attualmente, i tifosi italiani della Ferrari applaudono un pilota tedesco e uno finlandese, si entusiasmano per una auto costruita con pezzi fabbricati in tutto il mondo e un team cosmopolita. Eppure, quando Vettel o Raikkonen trionfano viene suonato l’inno italiano.

Nella contemporaneità, le identità, individuali e di gruppo, sono assemblate, contaminate, editate in maniera complessa e creativa. Perfino quelle “territoriali”. Non ci sono tradimenti, ma scelte che, a volte, appaiono come resistenze alle forme della tradizione, altre come cedimenti a mode e imperativi effimeri. Eppure, un luogo comune pervasivo continua a reiterare, come un basso continuo, che “bisogna tifare per la squadra del territorio in cui si vive”, che cuius regio eius religio, che il tifo è una sorta di Ius soli a cui tutti devono sottomettersi, pena la perdita della propria identità (qualsiasi cosa ciò voglia dire). Ma così si dimentica che non esistono più i sudditi del XVI secolo, ma cittadini – e tifosi – che scelgono in piena libertà e orgogliosamente il proprio tifo in base a mille motivi diversi. Non esistono entità monolitiche, ma creole e soggette a cambiamenti continui. Esiste il diritto di eresia in assenza di una religione dominante. E non esistono più principi che ci dicono per chi fare il tifo la domenica (o negli altri giorni della settimana).

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Pareidolia nei macachi

La pareidolia non è un fenomeno limitato agli esseri umani. Un recente esperimento condotto da Jessica Taubert, Susan G. Wardle, Molly Flessert, David A. Leopold e Leslie G. Ungerleider, i cui risultati sono stati pubblicati quest’anno su Current Biology con il titolo Face Pareidolia in the Rhesus Monkey ha dimostrato che anche nel macaco reso  (Macaca mulatta) è possibile riscontrare questa particolare illusione percettiva.

I ricercatori hanno sottoposto alcuni resi a un compito di preferenza visiva mostrando loro alcune fotografie ritraenti oggetti comuni che stimolano negli esseri umani l’illusione del volto, osservando che le scimmie guardavano più a lungo tali immagini rispetto ad altre che non stimolano illusioni pareidoliche negli esseri umani. L’esame dei movimenti oculari degli animali ha rivelato che le scimmie fissano i tratti facciali illusori in maniera simile a come osservano normali fotografie di volti. Secondo i ricercatori, questi risultati smentiscono l’ipotesi che la pareidolia sia una illusione esclusivamente umana, frutto della attitudine di uomini e donne al pensiero astratto o della continua esposizione a cartoni animati, fumetti e illustrazioni che antropomorfizzano gli oggetti inanimati. Al contrario, i risultati indicano che la percezione pareidolica facciale scaturisce da un meccanismo di “face-detection” che gli esseri umani condividono con il mondo animale.

Un risultato molto interessante che rivela che anche gli animali – o almeno i macachi resi – sono soggetti a sofisticate illusioni percettive.

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Colpevole di “affluenza”

“Affluenza”. In italiano: “L’affluire di un liquido” oppure “Concorso grande di persone”. Niente a che vedere con l’inglese Affluenza, parola di conio relativamente recente che fonde affluence (“ricchezza”) e influenza (la malattia). Il termine, nato probabilmente nel 1954, ha acquisito fama nel 1997 in seguito a un documentario omonimo e alla pubblicazione (nel 2001) del libro di  John de Graaf, David Wann e Thomas H. Naylor Affluenza: The All-Consuming Epidemic in cui è definito come “una condizione dolorosa, contagiosa e socialmente trasmessa di sovraccarico, perdita, ansia e sensazione di inutilità derivante dal perseguimento ostinato dell’eccesso”. Nel libro l’affluenza è presentata come una malattia della società consumistica in cui le persone vogliono sempre di più e non si sentono mai soddisfatte.

Con il caso Ethan Couch, però, il termine affluenza ha assunto un significato diverso, entrando a piè pari nel mondo della psichiatria e della criminologia. Essa è diventata “l’incapacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni a causa della propria condizione economicamente privilegiata”.

Nel 2013, il sedicenne texano Ethan Couch, che appartiene a una famiglia molto benestante, si trova alla guida di un pick-up sottratto al padre. È in compagnia di sette amici, ha un tasso alcolico tre volte superiore a quanto è consentito nel suo Stato e ha assunto anche del Valium. In queste condizioni, causa un incidente stradale che uccide quattro pedoni e ferisce altre undici persone. Durante il processo lo psicologo della difesa, G. Dick Miller, espone al giudice Jean Boyd la sua teoria: il ragazzo soffre di affluenza. A causa della sua immensa ricchezza, essendo stato abituato dai genitori a risolvere ogni problema con il denaro, non avendo mai imparato a dire “Mi dispiace” per aver offeso o fatto del male a qualcuno, ma solo a dare soldi, il ragazzo non è in grado di distinguere il bene dal male, né di valutare adeguatamente le conseguenze delle proprie azioni. Tutto gli è stato consentito. Ed essendo cresciuto in un ambiente indulgente e ovattato, non ha bisogno di essere condannato al carcere, ma di essere riabilitato. Boyd  si lascia convincere dalla teoria di Miller e condanna Couch, soprannominato in seguito affluenza teen, a 10 anni di libertà vigilata tra il disappunto e le proteste di parenti e amici delle vittime e nonostante la nozione di affluenza non sia mai stata riconosciuta dall’American Psychiatric Association come vera e provata condizione psicologica (Per alcuni interessanti articoli sulla vicenda, si veda qui, qui, qui e qui).

È facile criticare il concetto di affluenza. Se dovessimo applicarlo sistematicamente, i ricchi non potrebbero mai essere condannati per i loro reati e il crimine rimarrebbe una questione per soli poveri dal momento che, nonostante questi vivano in ambienti degradati e disagiati, tali condizioni non sono mai valse come “scuse” per non andare in carcere. L’affluenza, però, non è il primo caso di categoria criminologica e psichiatrica inventata per difendere i ricchi.

In un mio post precedente, ho menzionato l’invenzione, nel 1840, della nozione di cleptomania, intesa come disturbo compulsivo e irresistibile che spinge chi ne è affetto a rubare, pur in assenza di necessità. Questa nozione fu inventata dalla psichiatria ottocentesca per “tutelare” le donne dell’alta borghesia europea e americana che venivano sorprese a rubare negli allora nascenti grandi magazzini. In seguito, la categoria ha avuto alterne fortune, anche se è ancora saldamente presente nel DSM V, il manuale degli psichiatri di tutto il mondo.

Che cosa accadrà al termine affluenza? La storia di Ethan Couch è destinata a essere ricordata come uno dei tanti infortuni della Giustizia e, quindi, a non essere mai più ripetuta o sarà la prima di una lunga serie? Anche affluenza entrerà a far parte del DSM V? In attesa degli eventi, Ethan Couch si è macchiato di altri crimini e ha tuttora problemi con la giustizia. Vedremo se i suoi avvocati avranno ancora il coraggio di invocare l’affluenza.

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