Antonio Gramsci e lo sport

Di Antonio Gramsci (1891–1937) si ricorda soprattutto l’attività politica (nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista), filosofica, linguistica e di critico letterario. Un po’ meno l’attività giornalistica, che ci ha regalato articoli importanti e brillanti, anche di costume. In quello che segue, apparso nel 1918, Gramsci si sofferma sulle differenze sociologiche e psicologiche tra chi si dedica al calcio – o “foot-ball” – e chi si dedica allo scopone. Ne emerge un ritratto acuto dell’italiano dell’epoca che rimanda a tratti caratteriali scolpiti, almeno per Gramsci, nel tempo e profondamente radicati nella società sua contemporanea. Oggi le cose sono molto cambiate: credo che si giochi più a foot-ball – anzi, calcio – e all’aperto che a scopone nelle bettole, anche se gli italiani lo sport preferiscono comunque più guardarlo che praticarlo. Secondo una recente indagine dell’ISTAT, ancora nel 1959, 40 anni circa dopo l’articolo di Gramsci, “lo sport era un’attività per pochi (circa 1 milione 230 mila persone), praticata soprattutto da maschi (il 90,8 % dei praticanti) e da adulti (solo l’1% aveva meno di 14 anni). La caccia era al primo posto (33%) seguita dal calcio (22, 3 %)…”. Nel 2016, “sono 14 milioni e 800 mila le persone  di 3 anni e più che dichiarano di praticare uno o più sport in modo continuativo”. La caccia è una attività decisamente minoritaria, che molti non considererebbero nemmeno uno sport. Sono numeri decisamente diversi, ma che non permettono di dimenticare che, sempre secondo la stessa indagine, ancora il 39,2% degli italiani non pratica alcuno sport o attività fisica. L’Italia insomma è ancora un paese per sedentari.

Le conclusioni caratteriologiche di Gramsci non sono probabilmente più attuali nella nostra Italia, ma sono convinto che il modo di vedere e vivere lo sport possa ancora oggi dirci molto su valori e cultura di un popolo.

IL «FOOT-BALL» E LO SCOPONE

di Antonio Gramsci

Gli italiani amano poco lo sport; gli italiani allo sport preferiscono lo scopone. All’aria aperta preferiscono la clausura in una bettola-caffè, al movimento la quiete intorno al tavolo.

Osservate una partita di foot-ball: essa è un modello della società individualistica: vi si esercita l’iniziativa, ma essa è definita dalla legge; le personalità vi si distinguono gerarchicamente, ma la distinzione avviene non per carriera, ma per capacità specifica; c’è il movimento, la gara, la lotta, ma esse sono regolate da una legge non scritta, che si chiama «lealtà», e viene continuamente ricordata dalla presenza dell’arbitro. Paesaggio aperto, circolazione libera dell’aria, polmoni sani, muscoli forti, sempre tesi all’azione.

Una partita allo scopone. Clausura, fumo, luce artificiale. Urla, pugni sul tavolo e spesso sulla faccia dell’avversario o… del complice. Lavorio perverso del cervello (!). Diffidenza reciproca. Diplomazia segreta. Carte segnate. Strategia delle gambe e della punta dei piedi. Una legge? Dov’è la legge che bisogna rispettare? Essa varia da luogo a luogo, ha diverse tradizioni, è occasione continua di contestazioni e di litigi.

La partita a scopone ha spesso avuto come conclusione un cadavere e qualche cranio ammaccato. Non si è mai letto che in tal modo si sia mai conchiusa una partita di foot-ball.

Anche in queste attività marginali degli uomini si riflette la struttura economico-politica degli Stati. Lo sport è attività diffusa delle società nelle quali l’individualismo economico del regime capitalistico ha trasformato il costume, ha suscitato accanto alla libertà economica e politica anche la libertà spirituale e la tolleranza dell’opposizione.

Lo scopone è la forma di sport delle società arretrate economicamente, politicamente e spiritualmente, dove la forma di convivenza civile è caratterizzata dal confidente di polizia, dal questurino in borghese, dalla lettera anonima, dal culto dell’incompetenza, dal carrierismo (con relativi favori e grazie del deputato).

Lo sport suscita anche in politica il concetto del «gioco leale».

Lo scopone produce i signori che fanno mettere alla porta dal principale l’operaio che nella libera discussione ha osato contraddire il loro pensiero (!?)

(Sotto la mole 1916-1920, 26 agosto 1918).

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