Cuius regio eius religio… calcistica

Cuius regio eius religio (“Di chi [è] la regione, di lui [sia] la religione”) è una formula latina con la quale, alla fine del XVI secolo, si indicava l’obbligo dei sudditi di seguire la confessione religiosa del loro principe. Tale obbligo fu imposto come principio dalla pace di Augusta del 25 settembre 1555, che fu sottoscritta tra Ferdinando d’Asburgo, in rappresentanza di suo fratello, l’imperatore Carlo V, e i principi protestanti del Sacro Romano Impero riuniti nella Lega di Smalcalda. La Pace di Augusta pose fine alle guerre di religione in Germania, sancendo un principio estremamente pratico: la fede non è questione di coscienza, ma deve seguire la religione del sovrano. Se cambia il sovrano deve cambiare anche la fede.

Il principio Cuius regio eius religio mi viene in mente ogni volta che sento un tifoso di una squadra di calcio “territoriale” (una squadra, cioè, che si identifica fortemente con un determinato territorio, come il Napoli, la Roma, la Fiorentina ecc.) affermare in maniera apodittica che “bisogna tifare per la squadra del territorio in cui si vive”. Tale affermazione, di solito, sottintende una accusa di tradimento, se non di perversione, a quanti non fanno il tifo per la squadra del proprio paese/città/regione e sostengono squadre di altri territori o, addirittura, di altre nazioni (i più perversi di tutti). Alcune squadre, poi, come, in Italia, la Juventus, sono definite “squadre senza appartenenza” probabilmente perché, pur avendo sede in un luogo ben preciso – ad esempio, la Juventus a Torino – hanno comunità di tifosi sparse in tutto il mondo. I tifosi di queste squadre sono anch’essi definiti “tifosi senza appartenenza”.

Vorrei ora soffermarmi sull’argomento secondo cui “bisogna tifare per la squadra del territorio in cui si vive” e su quello correlato dell’“appartenenza”. Questi argomenti presuppongono, a mio avviso, una visione estremamente essenzialista, deterministica ed etnocentrica di uomini e donne per cui questi, per il semplice fatto di essere nati e vivere in un luogo, hanno l’imperativo etico di identificarsi in toto e passivamente con simboli, significati e cultura – intesa di solito in senso stereotipato – della città/paese/regione in cui è capitato loro di nascere o vivere. In termini sociologici, potremmo dire che, secondo l’argomento dell’“appartenenza”, identità individuale e identità sociale coincidono. Oppure, potremmo parlare con Dennis Wrong, di “concezione ipersocializzata dell’uomo” intendendo, con questo termine, la credenza che gli individui vivano interiorizzando norme sociali e conformandosi supinamente alle aspettative che da queste promanano.

Tale concezione riduce gli individui a marionette sociali, interamente dominate dalla cultura e dalle norme sociali del luogo in cui vivono e non prevede alcuno spazio di costruzione individuale dell’identità. Così, secondo questa concezione, chi vive a Napoli “deve” amare pizza, sfogliatella e mandolino, “deve” commuoversi al suono delle melodie classiche napoletane, “deve” ridere a crepapelle alla centesima visione dello stesso film di Totò,  “deve” credere nella religione cattolica e nel miracolo periodico di San Gennaro, “deve” essere estroverso, simpatico, superficiale e poco incline alla legalità e così via stereotipando. Ma soprattutto,  “deve” tenere ai colori del Napoli. In altre parole, Cuius regio eius religio…calcistica. Questa visione del mondo, oltre a essere asfittica, passivizzante e paralizzante, è decisamente inesatta e anacronistica. Le culture non sono mai state configurazioni statiche insensibili al tempo e allo spazio e non sono assimilabili a gabbie monadiche entro cui rinchiudere le identità sociali. Non lo sono certamente oggi che le società sono sottoposte a dinamiche globali e migratorie come mai prima. E non lo sono anche perché, oggi, le comunità sono spesso deterrorializzate e si costruiscono virtualmente attraversando confini, nazioni e continenti.

Anche le comunità di tifosi. Spesso chi tifa decide di farlo non perché la propria squadra è la squadra della città in cui vive, ma perché veicola simboli, significati, stili, umori, atmosfere, colori, visioni della vita e del mondo in cui si identifica e che non hanno niente a che vedere con appartenenze localistiche o regionali. Così, un napoletano può decidere di “tifare Juve” perché la Juventus è una squadra vincente, perché incarna un certo spirito, per il suo “stile”, per la sua internazionalità, per la sua storia, per la FIAT, per l’avvocato Agnelli, per i tanti campioni e allenatori che vi hanno associato il proprio nome, perché la “Juve è la Juve” e per mille altri motivi. Al limite proprio perché non è legata ad appartenenze, locali o parrocchiali. Perché è al di sopra di campanilismi e bassi etnocentrismi. Per una forma di ribellione agli imperativi localistici del proprio territorio.

Naturalmente, tutti questi motivi potrebbero essere semplici razionalizzazioni perché la fede calcistica è, appunto, fede e come tale ha qualcosa di irrazionale. E forse anche il principio dell’“appartenenza” è solo la razionalizzazione di un moto irrazionale dell’anima. Non è un caso che la passione sportiva venga detta “tifo”, sia cioè assimilata a una grave patologia.

Al giorno d’oggi, le identità appaiono sempre più come costruzioni individuali ispirate alla logica del meticciato e del bricolage. I mattoni e la malta che le compongono sono ibridi dinamici, aperti a soluzioni innovative e sorprendenti. Posso essere napoletano e vivere a Milano, studiare in Spagna, lavorare a Parigi, parlare giapponese, amare una tedesca (o un tedesco) e preferire – horribile dictu – il sushi alla pizza e alla mozzarella di bufala. E naturalmente tifare Juve, Inter o Real Madrid. Senza per questo sentirmi un traditore del mio territorio. Questa tendenza al meticciato è visibile anche nel mondo del calcio e dello sport in generale e neppure i tifosi più “identitari” possono negarla.

Mentre scrivo, i tifosi del Napoli si ritrovano a fare il tifo per una squadra il cui portiere è spagnolo, il cui attaccante più prolifico è belga, il cui capitano è slovacco e il cui allenatore è toscano. Eppure, i tifosi sono orgogliosi della “napoletanità” della propria squadra e da tutti i loro beniamini pretendono una assoluta fedeltà alla maglia. A tutti gli effetti pratici, essi sono “napoletani”. I supporters della Roma incitano una squadra i cui giocatori più rappresentativi sono un belga, un greco e un bosniaco. Senza che ciò sia avvertito come un controsenso. In altri sport, questo paradosso è ancora più evidente. Nella Formula 1, attualmente, i tifosi italiani della Ferrari applaudono un pilota tedesco e uno finlandese, si entusiasmano per una auto costruita con pezzi fabbricati in tutto il mondo e un team cosmopolita. Eppure, quando Vettel o Raikkonen trionfano viene suonato l’inno italiano.

Nella contemporaneità, le identità, individuali e di gruppo, sono assemblate, contaminate, editate in maniera complessa e creativa. Perfino quelle “territoriali”. Non ci sono tradimenti, ma scelte che, a volte, appaiono come resistenze alle forme della tradizione, altre come cedimenti a mode e imperativi effimeri. Eppure, un luogo comune pervasivo continua a reiterare, come un basso continuo, che “bisogna tifare per la squadra del territorio in cui si vive”, che cuius regio eius religio, che il tifo è una sorta di Ius soli a cui tutti devono sottomettersi, pena la perdita della propria identità (qualsiasi cosa ciò voglia dire). Ma così si dimentica che non esistono più i sudditi del XVI secolo, ma cittadini – e tifosi – che scelgono in piena libertà e orgogliosamente il proprio tifo in base a mille motivi diversi. Non esistono entità monolitiche, ma creole e soggette a cambiamenti continui. Esiste il diritto di eresia in assenza di una religione dominante. E non esistono più principi che ci dicono per chi fare il tifo la domenica (o negli altri giorni della settimana).

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