Tu donna partorirai con sforzo, non con dolore

Genesi 3 è il capitolo biblico delle maledizioni che ricadono sull’uomo e sulla donna (ma anche sul serpente) dopo che i due hanno mangiato il “frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino”.

La maledizione più perniciosa, quella destinata a essere utilizzata dai misogini di tutto il mondo e di tutti tempi come arma ideologica contro la donna, è quella espressa in Genesi 3,16: «Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”» (Bibbia CEI). Sì, perché da quella maledizione, ancora oggi molti uomini (e donne) traggono ispirazione per confermare il ruolo subalterno della donna rispetto all’uomo e per legittimare il dolore che le donne provano al momento del parto. Con tanto di crociate contro i metodi in uso per attenuare o impedire quel dolore – ad esempio l’analgesia epidurale, o più semplicemente “epidurale” – percepiti da qualcuno “contro natura”, come se fosse nella natura della donna soffrire necessariamente per il parto. La condanna della divinità dei cattolici, dunque, oltre che essere una maledizione religiosa, è un anatema culturale che ancora oggi incide moltissimo su come viene percepito il dolore della partoriente, e il dolore in genere, nella nostra civiltà. Un anatema di cui perfino laici e atei fanno fatica a sbarazzarsi.

Ma si tratta poi di una vera condanna al dolore? In altre parole, davvero Dio, in Genesi, dice alla donna che il dolore del parto è la condanna per la sua disobbedienza? No, dice Erri De Luca, in un prezioso capitolo del suo libro Le sante dello scandalo, intitolato «Tu donna», che vale la pena leggere nella quasi totalità:

Da qualche millennio è risaputo che la divinità condanna la prima donna a partorire con dolore. Da qualche millennio si spaccia questa notizia falsa. Non che manchi dolore nel parto, manca invece la malintenzione punitiva della divinità. In quel punto cruciale della storia sacra, da cui prende spunto la faccenda del peccato originale, la parola pronunciata nel giardino dice un’altra cosa.

Dice alla donna che partorirà con sforzo, o fatica, affanno. Lo dice per constatazione, non per condanna.

[…]

Niente condanna al dolore di parto: la parola ebraica «ètzev», e suoi derivati, vuol dire sforzo, o fatica, o affanno. Non è una mia lettura, una mia interpretazione. La parola «ètzev» ricorre sei volte nella scrittura sacra, quattro volte nel libro Mishlé/Proverbi, (5,10; 10,22; 14,23; 15,1), una volta nei Salmi (127,2) e una volta nel giardino. I riferimenti delle sei volte servono a poter verificare quello che sto per dire: cinque volte i traduttori vari rendono «ètzev» con sforzo, o fatica, o affanno. Con deliberata intenzione le traduzioni maschili qui inventano una volontà divina di punire la donna, di caricarle sopra il senso di colpa di un peccato originale da scontare con i dolori di parto. Sono invece una conseguenza meccanica dell’atto di nascita, non un castigo della divinità.

Il falso è lì da migliaia di anni e non è rimediabile. Né spero che le future traduzioni emendino l’abuso. Mi basta sapere che non c’è volontà divina di punire quella prima donna, vertice di perfezione, con un maligno dolore. Mi basta sapere che il dito/grilletto puntato dai pulpiti, tu donna partorirai con dolore, è scarico, senza mandante.

Io non sono pessimista come Erri De Luca. Penso che se l’errore fosse universalmente corretto in tutte le Bibbie del mondo, la storia della condanna divina al dolore potrebbe divenire, nel giro di qualche generazione, un ricordo culturale o, per dirla, con De Luca, un’arma con le polveri bagnate. Una sopravvivenza culturale di un’epoca in cui il dolore del parto era concepito come un memento mori a glorificazione di una bizzarra divinità. Cancelliamo, dunque, questo errore, perché mai più si giustifichi il dolore di un essere umano nel nome di un dio maligno. Chiunque egli (o ella) sia.

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2 risposte a Tu donna partorirai con sforzo, non con dolore

  1. anna scrive:

    Grazie! Qualche anno fa ho chiesto al rabbino della città in cui vivo e mi confermò quello che mi diceva il mio istinto: la parola originale non è dolore, ma appunto sforzo. E fa una bella differenza…

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