William James e gli effetti psicologici del terremoto

C’è qualcosa di dissonante nelle brevi osservazioni – qui da me tradotte – che William James (1942-1910) compose a ridosso del violento sisma che colpì San Francisco nel 1906 e in cui si soffermò sugli immediati effetti psicologici provocati da quel cataclisma che ancora oggi viene ricordato per le sue conseguenze disastrose.

Tutto ebbe inizio alle 5.12 del 18 aprile 1906, quando una scossa di magnitudo 8,3, il cui epicentro fu successivamente localizzato sulla costa di Daly City a sud-est della città, fece sobbalzare per quasi un minuto tutta la costa del Pacifico dall’Oregon fino a Los Angeles, facendosi sentire anche nell’interno, fino al Nevada.

I morti e i danni furono ingenti, anche se, come accade in occasione di calamità simili, la maggior parte di essi fu causata dall’incendio divampato in seguito al terremoto piuttosto che dal terremoto stesso. Si parlò inizialmente di 478 morti, ma si stima che le vittime siano state almeno tremila. È probabile che alla base del conteggio in difetto ci sia stata la sottovalutazione del disastro verificatosi tra la popolazione cinese residente nell’area: un esempio, forse, di come alcune morti fossero valutate meno di altre, una sorta di razzismo cataclismico.

Oltre San Francisco, furono colpite anche Santa Rosa, San Jose e l’area circostante l’Università di Stanford, dove si trovava James al momento del sisma. Si calcola che fra le 225.000 e le 300.000 persone siano rimaste senza casa su un totale di 400.000 abitanti. La metà si rifugiò sull’altro lato della baia di Oakland (https://it.wikipedia.org/wiki/Terremoto_di_San_Francisco_del_1906).

L’evento fu “immortalato” dal giornalista investigativo Will Irwin (1873-1948), autore di un reportage per corrispondenza per il «New York Sun», The City That Was (1906), destinato a diventare il suo capolavoro letterario.

All’epoca, i terremoti non suscitavano, se non marginalmente, gli interessi delle nascenti scienze della psiche. Le conseguenze psicologiche dei terremoti erano sottovalutate o considerate, al più, una seccatura trascurabile rispetto ai ben più gravi danni fisici e materiali causati dalle scosse telluriche. Di conseguenza, le brevi note di William James, uno dei progenitori della moderna psicologia, sugli effetti mentali del terremoto sono da ritenersi uno dei primi tentativi, per quanto occasionali, di dire qualcosa sull’argomento.

Oggi, è noto che i terremoti provocano tremende conseguenze psicologiche. Queste conseguenze sono state indagate con attenzione, hanno dato vita a studi e ricerche approfondite dalle quali è scaturito un intero capitolo della psicologia dell’emergenza con tanto di specializzazioni disciplinari e competenze settoriali.

Le calamità naturali sono fenomeni che si pongono al di là della normale esperienza quotidiana e provocano turbamenti tali da richiedere capacità straordinarie di fronteggiamento (o coping, come si dice con un termine inglese). Essere investiti da eventi di questo tipo mette a dura prova le capacità di adattamento e la salute mentale degli individui.

Molti degli effetti psicologici dei terremoti dipendono dalla loro imprevedibilità e dalla perdita di controllo che affligge chi ne è colpito. Improvvisamente, il senso delle cose che ci circondano viene sconvolto e ciò che prima era prevedibile e scontato non lo è più. Quando la terra trema, a venir meno non è solo il nostro equilibrio fisico, ma anche quello psichico. Se a ciò associamo la perdita di persone care, del posto in cui si abita e di tutti i propri averi, si può capire come il sisma abbia la capacità di mettere a soqquadro letteralmente ogni aspetto delle nostre esistenze.

Tra le reazioni psicologiche più comuni, la letteratura in argomento registra: paura acuta, angoscia (che può anche divenire cronica), ipervigilanza (continuo stato di allerta), attacchi di panico, insonnia e altri disturbi del sonno (compresi incubi), ansia generalizzata, ansia anticipatoria durante gli sciami sismici, regressioni infantili. Questo genere di reazioni può manifestarsi anche per mesi o anni dopo l’evento catastrofico.

Nei casi più gravi, si rilevano anche disturbo post-traumatico da stress (PTSD), autolesionismo (associato alla visione negativa del futuro) e depressione; condizioni comprensibili se si pensa che il terremoto pone chi lo vive in una condizione di tensione psichica tanto dura quanto costante.

Gli effetti psicologici possono tradursi in somatizzazioni significative: dolori muscolari, tachicardia, problemi gastrici e intestinali, variazioni dei livelli di cortisolo, catecolamine ed estrogeni, ipertensione, tachicardia (con il rischio di infarti del miocardio). I terremoti sono, addirittura, in grado di modificare la fisiologia e la morfologia del cervello.

Gli effetti psicologici del terremoto possono, infine, avere conseguenze diverse su adulti e bambini. Soprattutto su questi ultimi, gli esiti possono essere devastanti e richiedere anni di interventi terapeutici.

Paradossalmente, le calamità naturali possono avere anche effetti socialmente positivi. Esse, infatti, innescano meccanismi di solidarietà umana che inducono le persone a prestare soccorso ai propri simili, a sostenerli emotivamente, a rafforzare i legami sociali con la comunità, a contribuire, sin da subito, a ricostruire le zone distrutte, a dare significato alle cose davvero importanti della vita.

Alla luce di queste considerazioni, che riassumono in modo brutalmente sintetico anni di studi sulla psicologia dei terremoti, appaiono dissonanti, come dicevo, se non addirittura paradossali, le osservazioni compiute da James sugli effetti mentali del terremoto di San Francisco del 1906.

Nelle sue parole, non compaiono termini quali “paura”, “ansia”, “angoscia”, “panico”, “depressione”. Al contrario, per James, chi fa esperienza del terremoto in prima persona non prova paura. In un certo senso, non ne ha il tempo perché troppo impegnato a rendersi conto di essere vivo. L’azione del sisma è così subitanea che è quasi impossibile pensare, riflettere o produrre un qualsiasi atto di volizione. Emozioni e sentimenti sono esperiti ex post tramite inferenze successive. Sono le rievocazioni a farci provare paura, non il terremoto nel momento in cui agisce.

Lo psicologo americano smentisce anche l’opinione secondo cui i “terremotati” tendono a vivere la propria esperienza in modo “patetico”, ossia avvertendo tristezza, malinconia o altre profonde emozioni di questo genere. Questa modalità appartiene più al punto di vista di chi è lontano che a quello delle vittime dirette. Chi riceve notizia della catastrofe senza averla vissuta tende a interpretare la realtà del terremoto e delle sue conseguenze in termini di afflizione e a indulgere in pena e commiserazione per le vittime. Queste ultime, invece, tendono a un atteggiamento profondamente pragmatico che le induce ad agire per porre rimedio alla situazione. Si può dire che il terremoto porti alla luce la forza d’animo e le capacità organizzative degli esseri umani e che le situazioni di emergenza lascino emergere tratti prosociali e “ottimisti” del carattere umano.

Non a caso James afferma di essere rimasto colpito da due aspetti da lui osservati direttamente a San Francisco: la rapidità con cui dal caos scaturì improvvisamente l’ordine e la compostezza generale della popolazione colpita dal sisma. Contrariamente all’idea che le persone si lascino travolgere dalla disperazione e si abbandonino alla disorganizzazione più sconfortata, secondo lo psicologo americano, le calamità naturali esaltano le capacità organizzative degli esseri umani e li spingono a dare il massimo per sé e per gli altri nella speranza di tornare quanto prima alla normalità. Non c’è autocommiserazione nelle vittime del terremoto – almeno non nell’immediato – ma determinazione ad agire. Tutti sembrano risolutamente decisi a portare a termine il compito che si prefiggono: attivismo e desiderio di darsi da fare prevalgono sull’ansia generalizzata e immobilizzante.

Da questo punto di vista, un effetto collaterale del terremoto è quello di spingere le persone a parlare e scambiarsi esperienze: gli esseri umani hanno bisogno di interagire fra loro ed esprimere la propria opinione riguardo a ciò che è accaduto loro. Queste interazioni hanno anche un effetto positivo sulla salute. È stato dimostrato, infatti, che le persone sole sono tra quelle che maggiormente risentono dell’impatto psicologico pernicioso del sisma. La solitudine esige un prezzo psicologico di non poco rilievo, ragion per cui interagire, oltre che una necessità connaturata negli individui, è anche un mezzo per superare il trauma della catastrofe.

Un’altra conseguenza psicologica del terremoto, secondo James, è la tendenza degli individui a raffigurarsi il terremoto come un’entità individuale, un essere dotato di personalità propria, una creatura capace di intenzioni e volontà, che desidera fare del male. Non a caso, i terremoti hanno innescato nella storia interpretazioni religiose e mitologiche di ogni tipo, dalle tinte fortemente apocalittiche. È difficile, in questi casi, non essere tentati dall’idea che una divinità malvagia abbia deliberatamente lanciato i propri strali contro il genere umano. Da qui, l’irresistibile propensione a chiedersi il perché. Il terremoto viene interpretato, allora, come la risposta della divinità ai peccati o ai crimini di uomini e donne o alla loro immoralità, indegnità, lordura etica. Qualsiasi spiegazione è preferibile a nessuna spiegazione perché gli esseri umani hanno bisogno di conferire un senso a ciò che accade loro, soprattutto quando ciò che accade si rivela ciecamente distruttivo e privo di un senso apparente. È probabile, anzi, che religioni e mitologie traggano origine e forza anche da eventi del genere, come è evidente dal dilagare di letture morali, teologiche e soteriologiche susseguenti al verificarsi del cataclisma e dagli inviti a pentirsi e ravvedersi che il clero rivolge instancabilmente ai propri fedeli.

Le righe finali dello scritto sono un inno alla forza d’animo di chi è coinvolto in situazioni drammatiche come quelle che conseguono a catastrofi come i terremoti. William James è tentato di attribuire questa forza al carattere americano – proverbialmente pragmatico e ottimista – ma estende presto le sue osservazioni all’intero genere umano. «Gli uomini comuni», afferma, «semplicemente perché uomini, andranno avanti, singolarmente e collettivamente». E questo è, forse, il riconoscimento più robusto che uno psicologo possa compiere della capacità degli esseri umani di risollevarsi dalle disavventure della vita, per quanto funeste e spaventose possano essere.

Questa voce è stata pubblicata in psicologia e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.