Vilfredo Pareto e il disfattismo


Come agisce la propaganda in tempo di guerra? Che cosa è possibile dire o non dire quando un paese è coinvolto in un evento bellico?

Nel suo journal del 1918, recentemente ripubblicato dalle Edizioni Settecolori con il titolo Guerra e propaganda, il sociologo Vilfredo Pareto ha idee chiare sull’argomento: la guerra non comporta esclusivamente combattimenti, strategie, morti e distruzione. La guerra è anche propaganda. Una propaganda che si esercita, per lo più in forma censoria, ma anche attraverso la creazione di nuovi reati, inesistenti in tempo di pace. Uno di questi è il “disfattismo”.

La guerra attuale ha prodotto un neologismo, che suona, in francese, défaitiste e in italiano «disfattista», con le sue derivazioni, défaitisme in francese e «disfattismo» in italiano. Inizialmente, a quanto pare, si designava come «disfattista» un individuo che desiderava la sconfitta del proprio paese per assicurare la vittoria del proprio partito, come nel caso del socialista che avesse desiderato la sconfitta dell’esercito nazionale al fine di distruggere il regime capitalistico borghese. Questo significato era etimologicamente valido, ma presto è andato dimenticato. Attualmente il termine «disfattista» indica qualsiasi individuo i cui discorsi «siano tali da produrre effetti deprimenti sullo spirito pubblico». È un’espressione già di per sé vaga, e la giurisprudenza tende a renderla ogni giorno più vaga: anche il silenzio può essere «disfattista». Pare, insomma, che l’aggettivo «disfattista» finisca per designare qualsiasi individuo che conservi un po’ di calma e sangue freddo e non vibri all’unisono con energumeni che parlano della guerra (Pareto, 2026, p. 61).

Disfattista è, quindi, chiunque produca, con i suoi discorsi, effetti deprimenti sulla popolazione. Anche se i suoi discorsi sono ragionevoli, veritieri, pieni di buon senso. Dire la verità in tempo di guerra è pericolosissimo. In guerra, gli unici discorsi “validi” sono quelli che si conformano alla parola bellica, che sostengono il conflitto, che sorreggono la volontà del governo che ha dichiarato quella guerra. Tutti gli altri sono considerati “ostili”, “nemici”, “disfattisti”, appunto.

Pareto, al riguardo, cita numerosi esempi di individui denunciati e condannati per disfattismo, anche dai loro figli, nel corso della Prima guerra mondiale in Italia. Come un sacerdote condannato a quattro anni di reclusione per aver detto in confessionale che l’Italia non avrebbe vinto la guerra. O un deputato, condannato a tre mesi di reclusione, per aver tenuto discorsi disfattisti in una carrozza ferroviaria. O, ancora, come un professore denunciato dai suoi stessi allievi e successivamente condannato a un mese e 20 giorni di reclusione per non meglio precisate parole disfattiste.

Le accuse di disfattismo – afferma Pareto – sono simili a quelle dell’inquisitore. Durante l’inquisizione, le accuse potevano essere lanciate da conoscenti, vicini di casa, parenti, perfino figli. Allo stesso modo, diversi condannati per disfattismo durante la guerra lo furono a causa delle denunce di parenti, coniugi o figli. La guerra instaura un clima di odio e sospetto reciproco che facilita la caccia alle streghe di chiunque non si allinei su posizioni bellicistiche. Ogni parola dissenziente è giudicata infida. Ogni deviazione dal “comune sentire” un tradimento della patria.

Lo vediamo ancora oggi. Nelle tante nazioni contemporanee coinvolte in conflitti bellici, ogni opinione favorevole alla pace e contraria alla guerra viene immediatamente marchiata come proditoria. Ogni messa in discussione dell’assetto istituzionale è considerata infame. È “normale” solo chi si esprime a favore dello spargimento del sangue nemico.

Immediatamente dopo la fine di un conflitto, però, tutto cambia improvvisamente. E le parole che prima apparivano ordinarie diventano terribili; i favorevoli alla guerra sono giudicati dei pazzi e chi predilige la pace un eroe del buon senso.

Questa è la forza spaventosa della propaganda, capace di rovesciare i comuni punti di riferimento del pensare in modo repentino e di far apparire come mostruoso ciò che, fino al giorno prima, era considerato banale senso comune.

Se vi interessa approfondire il tema delle tecniche adoperate dalla propaganda per uniformare il pensiero comune, consiglio caldamente la lettura di I profeti dell’inganno dei sociologi Leo Löwenthal e Norbert Guterman, un classico della sociologia politica da me tradotto e introdotto, per la prima volta in italiano, per i tipi della PM Edizioni.

Riferimento: Vilfredo Pareto, 2026, Guerra e propaganda, Edizioni Settecolori, Milano.

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