Viaggiare apre la mente?

È bene sapere qualcosa dei costumi di popoli diversi in modo da giudicare più equamente dei nostri e da non pensare che tutto ciò che è contro i nostri modi di vivere sia ridicolo e irragionevole, come sogliono fare coloro che non hanno visto nulla (Cartesio, 1983, p. 30).

Il viaggio è letale per il pregiudizio, il fanatismo e la ristrettezza mentale, e molti di noi ne hanno estremamente bisogno proprio per queste ragioni. Non è possibile acquisire punti di vista ampi, robusti e tolleranti vegetando tutta la vita in un piccolo angolo della Terra (Twain, 1897, p. 650).

È probabile che se chiedessimo a un gruppo di persone di esprimere un giudizio sulle due affermazioni, sopra citate, di Cartesio (1596-1650) e Mark Twain (1835-1910), questo non potrebbe che essere concorde. Al giorno d’oggi, tutti sono convinti che viaggiare apra la mente. Lo dicono i filosofi. Lo dicono i turisti. Lo dicono le agenzie di viaggio (non proprio in maniera disinteressata). Lo dice il senso comune.

Viaggiare apre la mente perché ci espone a nuove culture, abitudini e punti di vista. Viaggiare infrange pregiudizi, ci consente di vedere il mondo con occhi nuovi, stimola l’immaginazione. Viaggiare favorisce la creatività e la crescita personale, ci permette di familiarizzarci con l’ignoto e di incontrare persone diverse, ampliando comprensione e tolleranza.

Tutto vero, dunque? Per l’opinione comune, forse. Per gli spiriti critici, un po’ meno. Come è il caso dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), il quale, in apertura del suo What I saw in America (1922) offre delle considerazioni che nessuna agenzia di viaggi sottoscriverebbe per promuovere la propria attività:

Non sono mai riuscito a liberarmi della mia vecchia convinzione che viaggiare restringa la mente. Per evitare che ciò accada, è necessario compiere uno sforzo duplice di umiltà morale ed energia immaginativa. In effetti, c’è qualcosa di commovente e persino tragico nell’immagine del turista sconsiderato, che sarebbe potuto rimanere a casa a mostrare il proprio affetto per i lapponi, abbracciare i cinesi e stringere al petto i patagonici a Hampstead o a Surbiton, se non fosse stato per il suo impulso cieco e suicida di andare a vedere che aspetto avessero. Non voglio con ciò esprimere una sciocchezza; tanto meno la più stupida delle sciocchezze, ovvero qualcosa di cinico. Il legame con gli esseri umani che si avverte in patria non è un’illusione. Al contrario, è una realtà interiore. L’uomo è dentro tutti gli uomini. In senso reale, l’uomo può essere dentro qualsiasi uomo. Ma viaggiare significa lasciare l’interno e avvicinarsi pericolosamente all’esterno. Finché si pensa agli uomini in astratto, come figure nude e laboriose in qualche fregio classico, semplicemente come coloro che lavorano, amano i propri figli e muoiono, si pensa a una verità fondamentale su di loro. Andando a osservare i loro modi e costumi sconosciuti, li si invita a travestirsi con maschere e costumi fantastici. Molti internazionalisti moderni parlano come se gli uomini di nazionalità diverse dovessero solo incontrarsi, mescolarsi e capirsi a vicenda. In realtà quello è il momento di massimo pericolo: il momento in cui si incontrano. Potremmo rabbrividire, come di fronte al vecchio eufemismo secondo cui un incontro significava un duello.

Viaggiare dovrebbe unire divertimento e istruzione; ma la maggior parte dei viaggiatori si diverte talmente tanto da rifiutarsi di imparare qualcosa. Non li biasimo per il fatto che si divertano; è perfettamente naturale trovare divertente un olandese perché è olandese o un cinese perché è cinese. Dove sbagliano è nel prendere sul serio il proprio divertimento (Chesterton, 1922, pp. 1-2).

Per lo spiazzante scrittore inglese, dunque, viaggiare non apre, ma chiude la mente. Questo perché, a dispetto del luogo comune secondo cui si viaggia per conoscere nuove culture, chi viaggia non sembra farlo per questo motivo, altrimenti mostrerebbe interesse per i “portatori” di quelle culture che vivono nel proprio paese. Accade spesso, infatti, che chi va in Senegal, ad esempio, per “conoscere gli usi e costumi dei senegalesi” non sia mai entrato in contatto con la comunità senegalese presente nel proprio paese, non abbia mai mostrato interesse per il vicino o il condomino senegalese, non abbia mai ascoltato la musica senegalese, né letto un libro sul Senegal. La cultura dell’altro appare come un pretesto per divertirsi, per evadere dalla soffocante quotidianità, per fare esperienza di qualche momento di esotismo condito da “maschere e costumi fantastici” o, forse, solo per avere l’opportunità di raccontare agli amici, una volta terminato il viaggio, l’avventura vissuta. La quotidianità, poi, riprende il sopravvento e tutti tornano a essere quello che erano prima. Nessun cambiamento. Nessuna scossa mentale. Nessun nuovo valore. Al più, souvenir e foto sui social per dare conferma al mondo delle proprie esperienze.

Ma c’è un altro motivo per cui il viaggio finisce con il restringere la mente del viaggiatore.

L’attrattiva di un qualsiasi luogo turistico è fondata su immagini, ossia sulle rappresentazioni che di quel luogo hanno i turisti. Si va in un certo posto perché fotografie, filmati, depliant, documentari, siti web comunicano una determinata immagine di esso che, riprodotta incessantemente e ossessivamente, diventa l’immagine per antonomasia del posto.

Questa immagine seleziona determinati aspetti del luogo – quelli considerati più “caratteristici” – scartandone altri e appare come un velo che, sovrapponendosi alla realtà, ne consente una visione solo parcellizzata.

In questo processo interattivo tra luoghi, immagini e percezioni dei luoghi, si innesca frequentemente il meccanismo della profezia che si autoavvera. Si dice che un luogo presenta determinate caratteristiche e a esso viene associata una determinata immagine. Tanto più questa immagine si diffonde, più essa viene riconosciuta e diventa riconoscibile, sedimentandosi nell’immaginario turistico collettivo. E più diventa riconoscibile, più conviene utilizzarla con la conseguenza che il luogo si adatterà, per motivi economici, a quell’immagine, facendola propria e venendo incontro ai gusti dei suoi visitatori (Aime, Papotti, 2012, pp. 94-95).

Il turismo è una macchina ineguagliabile di profezie che si autoavverano, anzi si basa sulla capacità di creare realtà selettive sfruttando immaginari esotici e luoghi comuni secolari. Tali luoghi comuni sono perpetuati da guide e altro materiale turistico, in cui il turista trova conferma delle proprie aspettative, verificandole al momento del suo arrivo alla meta di destinazione. Un circolo vizioso che fornisce un esempio del potere dell’immaginazione sulla realtà e dell’immagine sulla percezione.

Così, si viaggia solo per vedere ciò che già si conosce per come lo si conosce. Non è ammessa alcuna conoscenza nuova, dissonante rispetto al repertorio di immagini che già si possiede. Tutto è già dato. E se qualche elemento nuovo si impone, si avverte fastidio. In questo modo, nel corso dei suoi viaggi, il turista ritrova le proprie aspettative, credenze e rappresentazioni della realtà, che confermeranno quello che già sa, senza alcuna sorpresa, senza alcun vero turbamento culturale. L’incontro con l’altro diventa l’incontro con chi già si conosce e il viaggio diventa un processo di assimilazione della realtà ai propri desideri e immagini mentali. Paradossalmente, il turista, una volta giunto alla sua meta, si illuderà di trovarsi di fronte a una percezione autentica, del tutto indipendente dal “gioco” psicosociale della profezia che si autoavvera che, invece, ha costruito quel luogo.

Un esempio icastico di questo meccanismo perverso è fornito dallo scrittore Francesco Durante in Scuorno (2008) a proposito del turista che visita Napoli, il quale vorrebbe

essere caricato su un torpedone e condotto in un auditorium dove autentici aborigeni partenopei si mettessero a ballare la rituale tarantella con l’accompagnamento di mandolino e putipù, magari declamando i richiami delle antiche arti e dei mestieri del buon tempo andato. Né che la prima ballerina a un certo punto facesse la mossa, e che poi il coro intonasse:

Comm’è ddoce, comm’è bella

‘a città ‘e Pullecenella!

tanto per introdurre Lei, la maschera cittadina per eccellenza, l’orrenda proboscide nera, il consunto coppolone bianco, due piroette e via: “Pullecenella sapite chi è? Perepé perepé perepé”. Sfumano le luci e scrosciano gli applausi sulle note di Pino Daniele:

Napul’è ‘na carta sporca

e nisciuno se ne ‘mportaaaaa… (Durante, 2008, pp. 56-57).

Per lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger (1929-2022), è stata la trasformazione del turismo in bene di consumo a far sì che il viaggio sia diventato oggi qualcosa di organizzato in anticipo, con tutti i rischi eliminati, un prodotto uguale per tutti, anche se può diversificarsi per rispondere ai bisogni di ognuno (Enzensberger, 1996).

La conseguenza principale di questa trasformazione è che

Il mondo turistico è un mondo managed, gestito alla stregua di un’impresa ed è quindi in conflitto con il viaggio e con il suo carico di imprevisti e scoperte più o meno piacevoli – avventure e disavventure (Christin, 2022, p. 117).

Il turismo, fissando la propria attenzione su oggetti predeterminati, impedisce l’incontro con l’ignoto ed elude ogni obiettivo di allargare gli orizzonti. In questo senso, perfino la ricerca di “esperienze autentiche” può essere manipolata. Un elemento ricorrente oggigiorno del mondo turistico è il viaggiatore che vuole vedere come vivono i membri delle società dove arriva, far parte della loro vita intima, entrare in contatto con i nativi, essere “uno di loro”, seppure per un tempo limitato. A questo desiderio le agenzie turistiche rispondono, organizzando tour behind the scenes, in cui, cioè, il turista è condotto dove solitamente non si va: luoghi di vita quotidiana, interni domestici, cucine di ristoranti, back offices, orfanotrofi, quartieri degradati o delinquenziali ecc.

Così, è tutto un fiorire di villaggi “autentici”, cibi “autentici”, tessuti “autentici”, prodotti “tipici”, che spesso di autentico e tipico posseggono solo la parola (MacCannell, 1973).

Il turista sperimenta un ossimoro confezionato ad arte per lui. Come in alcuni villaggi turistici, dove prodotti e alimenti preparati dalle popolazioni locali sono spacciati per “caratteristici”, quando invece sono “costruiti” solo per gli ingenui turisti, i quali ritorneranno a casa con l’illusione di aver sperimentato qualcosa di realmente esotico.

Il turista preferisce […] osservare una vita indigena simulata per l’occasione, appositamente preparata per accoglierlo, più che condividere la vera esistenza dei suoi ospiti, che sfugge ai cliché e si rivela scomoda, inaccessibile, sobria e, a lungo andare, monotona (Christin, 2022, p. 121).

Ma, è evidente che questo tipo di turismo, in realtà,

uccide l’esotismo, ciò che sfugge ai nostri usi e costumi, permettendogli di apparire solamente sotto la forma di un folklore convenzionale. […] Sradica l’alterità, ostruisce le vie di fuga, rende impossibile ogni occasione di trovare, immaginare, inventare altri mondi, altri modelli di società, altri stili di vita adattati alla diversità dei territori (Christin, 2022, p. 13).

Date queste condizioni, è davvero difficile sostenere che il viaggio offra diversità, cultura, stimoli ignoti, apertura mentale.

Quali sono, allora, le vere funzioni del viaggiare nella nostra società?

Il turismo serve a dare al lavoratore lo svago necessario per riprendere il suo ruolo nella società, distrarsi dalla monotonia della sua vita di ogni giorno, liberarsi dalla tirannia alienante della normale quotidianità. Dopo aver “staccato la spina” e recuperato le energie, per lo più attraverso atti di “consumo dislocato”, ossia spostato in altri luoghi, il lavoratore è pronto a tornare alla scrivania del suo ufficio o alla catena di montaggio della sua fabbrica per impegnarsi nella stessa attività produttiva che finanzia i suoi svaghi.

Parallelamente, il turismo svolge una funzione di “consumismo compensatorio”, ossia un consumismo che serve a compensare le frustrazioni e le alienazioni della vita contemporanea, in particolare, quelle che maturano in ambiente lavorativo, e che consente all’individuo di avere accesso al miraggio di una vita diversa, sentendosene parte, almeno per qualche giorno.

Il turismo svolge anche una funzione “testimoniale”. Molti viaggiatori di oggi sembrano interessati meno a visitare, fare esperienza, vivere realtà altre che ad attestare, provare, documentare il fatto di aver viaggiato. Non importa entrare nel Moma di New York e ammirarne i capolavori. Conta esservi vicino, girarci intorno, anche solo per pochi minuti, mostrarsi accanto a esso in una foto per dire “Io lì c’ero”. Conta testimoniare la propria presenza.

Uomini e donne del presente sono ossessionati dalla necessità di testimoniare continuamente la propria esistenza. Provano angoscia se non riescono ad attestare le proprie esperienze, si sentono in imbarazzo se non documentano tutto quello che accade loro. Di qui l’importanza vitale di selfies, scatti, storie su Instagram, post su Facebook, reels anche solo di pochi secondi. Tutto serve ad asseverare la propria esistenza turistica, anche se solo in maniera fugace, effimera come la durata di una storia su Instagram.

Una volta ritornati alla normalità, gli individui sono felici di condividere con gli altri le loro attestazioni turistiche, anche per suscitare invidia o interesse nei loro confronti. Ma rimangono gli stessi di prima, perché il turismo testimoniale non fa crescere, non fa conoscere, non fa vivere, non cambia.

Infine, come osserva lo scrittore inglese Aldous Huxley (1894-1963), uno dei motivi per cui le persone vanno in vacanza è semplicemente l’emulazione. In particolare, l’emulazione di quello che fanno le persone ritenute migliori. È questa la molla che spinge milioni di individui nel mondo a sperimentare situazioni che non sperimenterebbero mai in patria, al solo scopo di vedere accresciuto il proprio status sociale e di farlo valere nei confronti di chi non mette mai il becco fuori di casa.

Viaggiare è un booster sociale: chi viaggia con una certa frequenza appare diverso agli occhi di chi non viaggia. Inoltre, ha mille argomenti di cui parlare e con cui intrattenere i suoi amici sedentari. E poco importa se i suoi racconti sono vistosamente ricamati, imbellettati, sofisticati; se i suoi inevitabili intervalli di noia si trasformano in periodi di interesse e divertimento ininterrotti; se, al di là dei confini natii, tutto appare meraviglioso, magico “aureolato”.

Il viaggiatore per emulazione valorizza gli stereotipi correnti sui luoghi che visita, confermandoli e rafforzandoli. Così, se la profezia iniziale vuole che Londra sia fantastica, Londra finirà con l’essere effettivamente tale nei racconti ratificanti spacciati dai veterani del viaggio che, ovviamente, trascureranno gli intermezzi noiosi, le banalità incontrate, le difficoltà vissute, le esperienze ordinarie a favore di una narrazione coerentemente idilliaca, mitologica, straordinaria, degna delle migliori guide patinate sull’argomento. In questo modo, la realtà si trasfonderà in mito e l’altrove sfuggirà per sempre dal timore di essere mediocre, uguale a ogni altro posto sulla faccia della terra. Gli altri saranno sempre migliori; i luoghi del viaggio sempre più significativi dei luoghi domestici; le abitudini altrui sempre più interessanti delle proprie.

Paradossalmente, l’unica esperienza autentica possibile per il viaggiatore sarebbe proprio la delusione: il disappunto della non coincidenza tra quanto promesso dai testi sacri delle guide e quanto sperimentato dall’incontro con l’indigeno di turno. Il disinganno è l’apriti sesamo di una realtà “reale” non riconducibile a pochi stereotipi liofilizzati tra le pagine dell’ennesimo dépliant dell’Ufficio informazioni.

Ma è proprio questo che il turista non vuole. Ciò che importa non è quello che si è vissuto “oltre confine”, ma come lo si riporta ai connazionali, convocati irrimediabilmente in qualità di testimoni per corroborare con il loro stupore (e la loro invidia) la grande impresa compiuta. La verità, come detto, è che viaggiare porta sempre con sé un forte elemento di delusione: la realtà visitata è sempre meno luccicante di quella immaginata. Ma non appena si torna a casa, quella patina sfavillante si ricompone nei commenti dei protagonisti fino a rimpiazzare la realtà “reale” del vissuto turistico. Una finzione, come altre, che contribuisce a fissare e confermare le gerarchie che la società ci impone fin dalla nascita.

Possiamo dirlo con certezza. Viaggiare, oggi, raramente apre la mente. Più spesso, la chiude.

Riferimenti

Aime, M., Papotti, D., 2012, L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo, Einaudi, Torino.

Cartesio, R., 1983, Discorso sul metodo, SEI, Torino.

Chesterton, G. K., 1922, What I saw in America, Dodd, Mead and Company, New York.

Christin, R., 2022, Manuale dell’antiturismo, Bordeaux, Roma.

Durante, F., 2008, Scuorno, Mondadori, Milano

Enzensberger, H. M., 1996, “A Theory of Tourism”, New German Critique, n. 68, Special Issue on Literature, pp. 117-135.

Huxley, A., 1922, “Why non stay at home?”, in Idem, Along the Road. Notes and essays of a Tourist, Chatto & Windus, London, pp. 3-14.

MacCannell, D., 1973, “Staged Authenticity: Arrangements of Social Space in Tourist Settings”, American Journal of Sociology, vol. 79, n. 3, pp. 589-603.

Twain, M., 1897, The Innocents Abroad or The New Pilgrims’ Progress, American Publishing Company, Hartford, Connecticut.

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