Sulle defissioni

Ogni società umana si trova a dover gestire una certa quantità di odio che circola al proprio interno e che minaccia la stabilità dell’ordine sociale e le relazioni tra i propri membri. I modi più semplici sono ovviamente il divieto di manifestazione e la repressione delle sue forme, ma non tutto l’odio può essere gestito in questo modo. È necessario, dunque, individuare delle forme di espressione che consentano all’odio di manifestarsi in maniera relativamente innocua, attenuandone le potenziali conseguenze violente.

Nella Grecia e nella Roma antiche, queste modalità mitigate di espressione dell’odio erano rappresentate dalle “defissioni” (defixiones). Come spiega il grande latinista Ugo Enrico Paoli (1884-1963) nel suo Vita romana, «la defissione è la consacrazione alle divinità infernali di un nemico» (p. 248) e funzionava in questo modo:

in una lamina di piombo si scriveva il nome esecrato, con una formula di maledizione, «dedicando» il defisso alle divinità infernali, e si inseriva la lamina entro un sepolcro, più raramente in un tempio, in un pozzo, entro una sorgente d’acqua calda, di solito fissandovela con un lungo chiodo passato attraverso la lamina. La maggior parte di queste lamine sono infatti bucate, anche in diversi punti. In alcune lamine si legge una lunga lista di defissi, sfilano in processione i nomi dei maledetti elencati con precisione di ragioniere dall’odio del defiggente. Il nome dei defìssi è scritto sempre con cura, per timore che un’indicazione poco esatta renda inefficace la defissione; al nome del defisso segue spesso il nome della madre, raramente il nome del padre (pp. 249-250).

Le ragioni per defiggere erano numerose e le defissioni rivelavano la rabbia impotente di chi, non sapendo come dare sfogo al proprio odio, chiedeva la cooperazione della divinità.

Si defiggeva la moglie traditrice, il rivale in amore, il concorrente in affari, l’avversario in tribunale, l’atleta più abile in una competizione, chi non restituiva il prestito ricevuto, ladri, delinquenti, soldati, cuochi, maestri, accusati di non fare bene il proprio mestiere o di essere troppo duri.

Le formule della maledizione a volte sono semplici: «scrivo», «consacro»; a volte solenni e tremende: «Consacro, seppellisco, elimino dal cospetto degli uomini»; a volte appassionate: «bucagli la lingua…! bucagli l’anima e la lingua!». E vi è in talune la perversa compiacenza dei mali che si imprecano contro il defisso: che gli vengano addosso le più orribili malattie: «Cacciatele fiere febbri in tutte le membra! – è scritto contro una donna – uccidetele, o dèi infernali, l’anima e il cuore…! distruggetele, spezzatele 1e ossa…! strangolatele la gola…! arourarelyoth…; stravolgetele, stritolatele il corpo… phrix, phrox…» e via su questo tono. Per più precisa specificazione si consacrava agl’Inferi anche qualche parte del corpo del defisso: la lingua di solito, o anche le mani, i piedi, o la punta dei piedi; orecchi, narici, cervello, unghie, malleoli, sopraccigli, polmoni; quasi sempre l’intelligenza e l’anima (p. 250).

C’è tutto un regime di odio in queste defissioni, le quali, però, venivano largamente praticate perché considerate una sorta di sfogo del rancore, indipendentemente dalle cause di questo.  

Oggi, le lamine di piombo si sono dematerializzate e sono state sostituite da versioni digitali non meno virulente ed espressive. Il cosiddetto hate speech si diffonde in rete, nei social media, ed è indirizzato tanto contro individui quanto contro intere categorie sociali (stranieri e immigrati, donne, omosessuali, religiosi, persone con disabilità ecc.).

In alcuni ordinamenti giuridici del mondo occidentale, lo hate speech è considerato reato e sanzionato come tale. Psicologi e sociologi lo interpretano come una modalità di azione piuttosto pericolosa che può avere conseguenze letali, soprattutto quando a essere colpite sono precise categorie di individui. In questo caso, i “discorsi di odio” si intrecciano con pregiudizi e stereotipi con il rischio di alimentarli.

È anche vero che lo hate speech è talvolta tollerato nel nome della libertà di espressione. In questi casi, il confine tra ciò che si può e non può dire può essere molto labile.

La storia delle defissioni e dello hate speech ci insegna, comunque, che ogni società ha bisogno di poter esprimere il proprio odio se vuole sopravvivere. È impossibile vietarne totalmente le manifestazioni. È possibile, invece, comprimerne gli esiti infausti in modalità controllate. Meglio maledire che uccidere, sembra essere la “lezione” che si può trarre da quanto appena detto.

Gli antichi greci e romani ne erano convinti. E forse lo siamo anche noi.

Fonte: Paoli, U. E., 1976, Vita romana, Mondadori, Milano, pp. 248-250.

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