Su coloro che citano massime e aforismi

In un post di qualche anno fa, osservavo come il fascino di massime e aforismi risiedesse nel fatto che essi sanno essere ingannevolmente persuasivi in ragione di alcune loro caratteristiche. Massime e aforismi sono succinti, perentori, compendiosi, si ricordano facilmente, sono pieni di ovvietà e luoghi comuni, ma al tempo stesso sembrano offrire indimenticabili pillole di saggezza. Inoltre, a causa della loro concisione, non richiedono tante spiegazioni. Sono veri perché è così e basta; perché lo dicono loro. Ma agisce anche l’effetto familiarità: più li ascoltiamo o leggiamo e più ci sembrano veri.

Un elemento che non citavo in quel post è che parte del loro successo si deve al fatto che incarnano una qualche autorità. Massime e aforismi sono, di solito, attribuiti a persone autorevoli – scrittori, poeti, scienziati, politici – e ciò li rende particolarmente suadenti e immuni alla critica (“Se l’ha detto X, deve essere vero”). Il problema è che aderire a massime di vita solo perché “l’ha detto” una persona importante o di successo finisce con il disattivare le nostre capacità critiche, che sono ridotte a mera capacità di ripetere in maniera psitaccistica (ovvero “a pappagallo”) parole altrui.

Ne era già consapevole qualche secolo fa Seneca, il quale, in una delle sue lettere morali a Lucilio, afferma:

Ma per un uomo che ha già compiuto sicuri progressi sarebbe vergognoso raccattare fiorellini e cercare appoggio su massime arcinote e di numero limitatissimo, e affidarsi alla memoria: ormai è tempo che egli cerchi in se stesso un sostegno. Esprima questi concetti con le sue parole, non citando a memoria; difatti non è bello che un vecchio o chi vede già davanti a sé la vecchiezza dimostri di essere saggio basandosi su un libriccino di appunti. «Questo l’ha detto Zenone»: sì, ma tu cosa dici? «Questo l’ha detto Cleante»: e tu? Fino a quando marcerai sotto gli ordini altrui? Assumi il comando e di’ qualcosa che sia degna di essere ricordata e porta avanti farina del tuo sacco (Seneca, L. A., 2017, Lettere morali a Lucilio, Mondadori, Milano, p. 175).

Ancora oggi, molte persone appoggiano i loro argomenti su un indiscusso principio di autorità che li induce a ripetere, anche con convinzione, qualcosa solo perché l’ha detto… Trump, Musk, il Presidente (chiunque egli sia) ecc. Troppi individui, anche nella nostra epoca, abdicano alla propria ragione per omaggiare le parole di altri, i cui meriti sono spesso effimeri e discutibili.

Dovremmo abbandonare questa strada psitaccistica e riconquistare l’abilità di esprimere opinioni con le nostre parole, “portare avanti farina del nostro sacco” per dirla con Seneca.

Il citazionismo spinto è solo uno degli indicatori di quello che il sociologo David Riesman, nel famoso saggio del 1950 La folla solitaria, definiva carattere eterodiretto, ossia caratterizzato da una forte dipendenza dall’approvazione altrui e da una spiccata tendenza al conformismo sociale.

Quando citiamo questo o quell’autore crediamo di essere intelligenti. In realtà, non facciamo altro che rivelare a chi ci ascolta che non sappiamo pensare con la nostra testa.

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