“Sono venuto/a male nella foto”*

È da piccoli fatti apparentemente insignificanti che traspare la prevedibilità del comportamento umano. Un esempio ci è fornito dalle foto di gruppo. Fateci caso. Una volta scattata una foto, tutti quelli che vi compaiono si precipitano a scrutarla con attenzione per verificare la propria fotogenicità. E inesorabilmente il pensiero più frequente è: “Come al solito. Sono venuto/a male”. Una percezione angosciosa che provoca in alcuni un serio disagio e mina in maniera deprimente l’autostima. Se le cose stanno così, potremmo chiederci perché sentiamo il bisogno impellente di esaminare la nostra immagine fotografica. Se l’esperienza suscita ansia, perché siamo portati a ripeterla ogni volta?

La psicologia offre più risposte a questa domanda. In parte, è una questione di autoconsapevolezza sociale. Siamo costantemente in allarme quando si tratta di apparire agli occhi degli altri. “Ispezionare” la foto è un modo per valutare e proteggere la nostra immagine sociale, magari cercando conforto nelle parole altrui o criticando l’abilità di chi ha scattato la foto.

Analizzare lo scatto, inoltre, ci dà l’illusione di poter modificare con uno sguardo l’espressione che abbiamo in foto e rimediare così al nostro disagio percettivo, placando l’ansia di non avere il controllo sul nostro aspetto. È un atto di magia – ossia un autoinganno – con cui crediamo di cambiare ciò che vediamo con un semplice ritocco del pensiero. In psicologia, si parla al riguardo di “illusione di controllo” per indicare la tendenza cognitiva a sovrastimare la nostra capacità di influenzare gli eventi sia casuali sia determinati da fattori esterni (Langer, 1975).

Questo comportamento rivela il nostro fondamentale egocentrismo. A noi non interessa “come sono venuti” gli altri, che espressione hanno, se sono o no soddisfatti di quello che vedono. A noi interessa “come siamo venuti noi”. Perché la nostra immagine pubblica non è affare da poco. Essa ci rappresenta agli occhi del mondo, rivela agli altri quello che siamo, racconta se siamo persone felici o tristi, ottimiste o pessimiste, affabili o introverse. È il nostro cuore messo a nudo. Svolge, dunque, una funzione sociale importante. E noi lo sappiamo.

Ciò è tanto più vero nella nostra epoca digitale in cui la facilità di accesso ai tanti mezzi di riproduzione visiva ha reso sempre più agevole generare la propria immagine e associare a essa valenze emotive sempre più forti. Oggi, sono le foto e i video, più di altri supporti, a costituire l’elemento che fissa la memoria comune di un dato evento. E se ci sentiamo traditi da questi supporti, ne risentiamo più di quanto saremmo disposti ad ammettere.

Per questo siamo preoccupati quando ci scattano una foto. È in gioco più che un semplice scatto. È in gioco il modo in cui il mondo ci vede e ci vedrà. In un certo senso, è vero che, come raccontano le storie di visitatori e antropologi a proposito dei popoli cosiddetti “primitivi”, le fotografie rubino l’anima. Almeno, è così che sembriamo comportarci quando “vivisezioniamo” le foto che ci ritraggono: come se celassero il segreto del nostro io più profondo.

Detto questo, il vero interrogativo è: perché la maggior parte di noi è convinta di non venire bene in fotografia? Perché tante persone commentano la propria assenza di fotogenicità come se fosse uno scontato luogo comune? A che cosa è dovuta questa frequente percezione negativa di sé stessi?

Anche in questo caso, sono possibili più spiegazioni.

Se escludiamo errori tecnici (immagini mosse, foto sottoesposte o sovraesposte, cattiva messa a fuoco, tempo di scatto errato, valori di diaframma sbagliati ecc.) e fattori individuali (incapacità di sentirsi a proprio agio di fronte alla macchina fotografica, scarsa reattività, tendenza a rimanere pietrificati non appena si scorge qualcuno che vuole scattare una foto), è probabile che la comune diagnosi di scarsa fotogenicità sia causata da alcuni fattori psicologici.

Il primo di questi è il cosiddetto effetto della “semplice esposizione” (mere exposure), individuato dallo psicologo Robert Zajonc (1923-2008). Siamo abituati a vedere il nostro volto in primo piano riflesso negli specchi, ma l’immagine che vediamo negli specchi è “invertita” rispetto a quella reale (ad esempio, nello specchio vediamo a destra ciò che è a sinistra e viceversa). Nelle foto, invece, ci vediamo in contesti diversi e in pose diverse e questo spesso ci disorienta e ci fa sembrare “strani”. Secondo Zajonc, tendiamo a ritenere più gradevoli le immagini a cui siamo esposti con maggiore frequenza. La frequenza di esposizione rende più familiari le immagini e la familiarità accresce la gradevolezza. Dal momento che ci vediamo spesso allo specchio in più momenti della giornata, ogni giorno della nostra vita, l’immagine di noi che esso ci restituisce diventa per noi sia familiare sia piacevole e troviamo straniante ogni deviazione da quella.

Inoltre, lo specchio altera la visione limitando il punto di vista a quello frontale, non consentendoci di vederci da tutte le angolazioni e restituendoci le asimmetrie del nostro viso (la maggioranza delle persone non ha un viso perfettamente simmetrico) in maniera ribaltata. Tutto ciò fa sì che abbiamo la sensazione inquietante di non riconoscerci in fotografia.

Un altro fattore da considerare è la tendenza degli individui a vedersi migliori di quanto siano in realtà. Un esperimento condotto dagli psicologi statunitensi Nicholas Epley ed Erin Whitchurch, di cui hanno dato notizia sul Personality and Social Psychology Bulletin nel 2008, ha dimostrato che, posti di fronte a una serie di undici fotografie di sé stessi, metà delle quali digitalmente ritoccate in modo da apparire più attraenti e l’altra metà alterata in modo da restituire immagini più sgradevoli, i soggetti degli esperimenti – 27, di cui 18 di sesso femminile – tendevano a riconoscersi nelle immagini esteticamente migliorate anziché nella fotografia originale o negli scatti peggiorati. Questa tendenza è correlata a una generale autovalutazione positiva di sé di cui non sempre le persone sono consapevoli, ma che sembra orientare il giudizio implicito che esse danno di sé stesse (Epley, Whitchurch, 2008). Se le cose stanno così, se ci percepiamo come più attraenti di quanto non siamo in realtà, lo scontro con la realtà deludente di una foto può deprimerci al punto da compromettere o ridurre le attese che coltiviamo sul nostro aspetto.

Un altro elemento ci viene dalla psicologia della memoria e riguarda il fatto che la percezione che abbiamo del nostro aspetto è un tipo di ricordo.

È il ricordo non solo di quando vi siete visti allo specchio l’ultima volta, ma anche di tutte le altre volte in cui lo avete fatto o avete guardato una vostra foto. In altre parole, quando pensate a voi stessi quasi certamente avete in mente un’immagine composita, per esempio, del vostro viso. Il problema è che questo ricordo patchwork delle vostre sembianze non sarà mai veritiero, perché non potrà mai esistere nella realtà. In questo preciso momento non potete avere lo stesso aspetto che avete avuto finora. Il fatto stesso di invecchiare lo rende impossibile, per non parlare delle imperfezioni quotidiane o dei cambiamenti di stile. Questo ci aiuta a capire il motivo per cui, davanti ad alcune foto, reagiamo esclamando: “Qui sono venuto/a male!”. Spesso giudichiamo brutta una foto solo perché contrasta con l’idea che abbiamo del nostro aspetto, ossia contrasta con il ricordo che abbiamo di noi stessi (Shaw, 2017, pp. 218-219).

È come se, nel tempo, distorcessimo la percezione di noi stessi; percezione che viene costruita assemblando, forse per vanità, il “materiale” che ci fa apparire migliori. Questa costruzione confluisce in un ricordo positivo delle nostre fattezze, il cui scarto dalla realtà avvertiamo con stupore quando ci osserviamo nelle foto che sono scattate di noi.

Nel corso della nostra esistenza, ci piace edificare un’immagine sostanzialmente positiva di noi stessi: ricordiamo quella volta che ci siamo guardati allo specchio e siamo rimasti soddisfatti di quello che abbiamo visto; quella volta che l’ombra sul viso ci ha resi così misteriosi e intriganti; quella volta che, da giovani, abbiamo ostentato la frangetta di capelli che ci faceva sembrare così attraenti. Tutti questi ricordi compongono l’immagine positiva di noi con la quale, inevitabilmente, confrontiamo la resa che emerge dalle foto che gli altri ci scattano. Il confronto ci restituisce scarti spesso impietosi che, però, possiamo colmare semplicemente osservando che “siamo venuti male”. Forse non è vero, però, in questo modo, la nostra autostima ne esce intatta e possiamo sempre biasimare il cattivo fotografo. A tutto vantaggio della nostra vanità.

Come rimediare a tutto questo? Semplicemente acquisendo consapevolezza del fatto che noi siamo gli unici a vederci come ci vediamo, con tutte le nostre aspettative, tutti i nostri pregiudizi e le particolari distorsioni percettive che condizionano la nostra mente. Nessun altro ci vede come ci vediamo noi. Così come nessun altro sente la nostra voce come la sentiamo noi.

In un certo senso, dobbiamo imparare a essere estranei a noi stessi, a vederci con occhi diversi. Non è facile. Ma ci consentirebbe almeno di non cascare nel solito luogo comune del “non vengo bene in foto”.

Riferimenti

Epley, N., Whitchurch, E., 2008, “Mirror, Mirror on the Wall: Enhancement in Self-Recognition”, Personality and Social Psychology Bulletin, vol. 34, n. 9, pp. 1159-1170

Langer, E. J., 1975, “The illusion of control”, Journal of Personality and Social Psychology, vol. 32, n. 2, pp. 311–328.

Shaw, J., 2017, L’illusione della memoria, Ponte alle Grazie, Milano.

Zajonc, R. B., 1968, “Attitudinal Effects of Mere Exposure”, Journal of Personality and Social Psychology Monograph Supplement, vol. 9, n. 2, pt. 2, pp. 1-27.

*Questo articolo amplia un mio precedente post dedicato allo stesso tema

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