In inglese, viene definita curse of knowledge (“maledizione della conoscenza”) la difficoltà di immaginare che gli altri non sappiano ciò che conosciamo bene, ossia la tendenza a dare per scontato che gli altri posseggano le nostre stesse conoscenze e abbiano avuto le nostre stesse esperienze di vita.
Questa “tendenza” affigge tutti noi, perfino chi, per lavoro o istruzione, dovrebbe essere consapevole delle asimmetrie conoscitive esistenti tra gli individui. Mi riferisco a insegnanti, pedagogisti, psicologi, antropologi ecc. Il caso tipico è quello del professore che non riesce a mettersi nei panni dei suoi studenti e trova “incomprensibile” il fatto che questi non riescano a capire ciò che lui/lei ha capito da anni. Oppure, l’avvocato che presume che il suo cliente sappia cosa significano termini come “ammenda”, “patteggiamento”, “chiamata in correità”. Oppure, ancora, il medico che usa disinvoltamente con i suoi pazienti termini come “asepsi”, “alvo regolare” o “ematuria”.
Manifestazioni tipiche della “maledizione della conoscenza” sono informazioni e riferimenti dati per scontati, l’uso di astrazioni familiari e abituali per chi parla ma non per gli interlocutori meno esperti, espressioni gergali, abbreviazioni, acronimi, forestierismi e terminologia da addetti ai lavori, senza definizioni o spiegazioni.
Lo vediamo anche nella vita quotidiana. C’è l’amico esperto di Fantacalcio che si aspetta che conosciamo ogni segreto di questo gioco virtuale; l’amica fashionista che crede che tutto il mondo sia addentro ai misteri della moda; il cugino informatico che sciorina termini del mondo tech come se fossero noti a tutti.
La tendenza a dare per scontato che gli altri posseggano le nostre stesse conoscenze è stata provata anche in un esperimento condotto nel 1990 dalla ricercatrice della Stanford University, Elizabeth Newton. Newton invitò un gruppo di soggetti a tamburellare con le dita canzoni note, mentre un altro gruppo doveva cercare di riconoscerle. Ai soggetti del primo gruppo fu chiesto di prevedere quante delle canzoni da loro tamburellate sarebbero state riconosciute dagli ascoltatori. Newton riscontrò una costante sovrastima, dovuta al fatto che chi batteva con le dita aveva familiarità con ciò che stava tamburellando e presumeva che gli ascoltatori avrebbero riconosciuto facilmente la melodia.
In ultima analisi, la “maledizione della conoscenza” è una forma di egocentrismo che ci fa ritenere che gli altri siano simili a noi quanto a gusti, conoscenze ed esperienze. Ma è una forma di egocentrismo subdola, un bozzolo che ci avvolge e che ci fa vedere il mondo attraverso le sue pieghe e, talvolta, ci fa ritenere impossibile il fatto che gli altri siano avvolti in bozzoli diversi, ma altrettanto egocentrici.
Occorre un enorme sforzo per liberarsi di questa maledizione. È necessario eseguire un esorcismo cognitivo estremamente impegnativo il cui esito è sempre reversibile. Perché la maledizione è sempre dietro l’angolo ed è pronta a colpirci quando meno ce lo aspettiamo.










































