“Sia più collaborativo”

In ambito medico, si definisce compliance – termine che, in inglese, vuol dire “conformità”, “adesione”, ma anche “acquiescenza”, “arrendevolezza”, “remissività” – “l’adesione di un paziente alle prescrizioni mediche, farmacologiche o non farmacologiche (dietetiche, di regime di vita, di esami periodici di monitoraggio)”. In altre parole, compliance indica l’obbedienza o il consenso prestato dal paziente alla terapia prescritta dal medico.

Un paziente fumatore compliant è chi smette di fumare dietro consiglio del medico. Un paziente obeso compliant è chi segue attentamente i consigli dietetici del proprio dietologo. Compliance è anche quando si assumono i farmaci nelle dosi prescritte dal medico: un paziente non compliant, ad esempio, non assume, sospende o riduce il dosaggio del farmaco raccomandato, compromettendo gli effetti del trattamento.

Una mancata compliance si ha pure quando i pazienti non rispettano gli appuntamenti di followup, cioè i controlli periodici dopo le cure.

La scarsa compliance è ritenuta un problema in ambito medico perché può avere conseguenze negative per il paziente e, in alcuni casi, addirittura fatali.

Le sue cause possono essere involontarie (dimenticanze, età avanzata, deficit cognitivi) o intenzionali (mancata accettazione della malattia, sfiducia nel medico, paura degli effetti collaterali, complessità della terapia). I rimedi consigliati sono: una migliore comunicazione medico-paziente (il medico dovrebbe spiegare in maniera chiara la diagnosi e l’utilità del trattamento prescritto); un maggiore coinvolgimento del paziente (il medico dovrebbe rendere il paziente partecipe delle decisioni, costruendo un’alleanza terapeutica); la semplificazione delle cure (semplificare il regime terapeutico, ad esempio riducendo il numero di assunzioni giornaliere).

C’è, però, un ulteriore significato del termine compliance su cui spesso non si riflette adeguatamente. Mi riferisco a quelle situazioni in cui il medico, durante una procedura invasiva, fastidiosa o dolorosa, chiede al paziente di “collaborare”, facilitando il suo intervento, sopportando il dolore o il fastidio causati dalla procedura.

Ho l’impressione che, in questo caso, il termine compliance (o collaborazione) assuma un significato eufemistico che serve a “coprire” una situazione di oggettiva sofferenza, non riconoscendola e anzi etichettandola come una semplice interferenza. Così, manovre, gesti, condotte che, in altri ambiti, sarebbero considerati intollerabili, acquistano in contesto medico una valenza totalmente diversa. Si finisce, in questo modo, per giustificare e legittimare pratiche impersonali e disumanizzanti nel nome del superiore interesse medico, non concedendo la condizione di dolore vissuta dal paziente.  

Trovo strano che, in un’epoca in cui si parla di umanizzazione delle cure e di medicina narrativa, non venga riconosciuto il giusto valore a queste situazioni e che i medici continuino imperterriti – e spesso infastiditi – ad accusare i propri pazienti di “non collaborare”, anche se pienamente consapevoli del fatto che le loro procedure causano malessere.

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