“Si è sempre fatto così”

È indubbio che tutto ciò che è tradizionale goda oggi di grande rispetto.

Lo si vede dai numerosi tentativi di “salvaguardare” le tradizioni, di dissotterrarle dall’oblio o di permetterne la continuità nella convinzione che esse nutrano le radici culturali di una comunità o di un popolo e che, per questo, sia meritorio “valorizzarle”, se si vuole che il genius loci continui a vivere.

Così, assistiamo a tutto un (ri)fiorire di mestieri tradizionali, rimedi tradizionali per la salute (le “ricette della nonna”), cibi tradizionali, stili di vita tradizionali, pratiche e usanze tradizionali di vario tipo. Tutti accomunati da quell’aggettivo – “tradizionale” – che di per sé è sufficiente a conferire una vernice di nobiltà a tutto ciò a cui è associato. E non importa che determinati mestieri non abbiano più ragione di esistere in virtù dei progressi tecnologici dell’umanità, che i rimedi per la salute del passato siano per lo più inefficaci (anche perché concepiti in epoche prescientifiche), che i cibi di un tempo fossero realizzati in contesti in cui la scelta degli ingredienti era dettata dalla povertà, che pratiche e usanze antiche fossero funzionali a esigenze quotidiane completamente stravolte dalla contemporaneità. Tutto ciò che è tradizione è, per ciò stesso, buono.

Ne è convinta l’UNESCO, la quale, nel 2003, ha adottato la Convenzione per la Salvaguardia del patrimonio culturale, nella quale è prevista “una serie di procedure per l’identificazione, la documentazione, la preservazione, la protezione, la promozione e la valorizzazione dei beni culturali immateriali” (https://www.unesco.it/it/iniziative-dellunesco/patrimonio-culturale-immateriale/), di cui una componente fondamentale è costituita dalle tradizioni.

Il patrimonio culturale, infatti, non è costituito “soltanto da monumenti e collezioni di oggetti, ma anche da tutte le tradizioni vive trasmesse dai nostri antenati: espressioni orali, incluso il linguaggio, arti dello spettacolo, pratiche sociali, riti e feste, conoscenza e pratiche concernenti la natura e l’universo, artigianato tradizionale”.

La salvaguardia delle tradizioni è considerata fondamentale anche per il mantenimento dell’identità comunitaria e la coesione sociale. Lo sanno molti partiti e movimenti politici che, sulla difesa dei “valori tradizionali”, della “famiglia tradizionale”, della “religione degli avi”, fondano la loro visione del mondo e costruiscono piattaforme e retoriche perché ciò che è tradizionale garantisce facili consensi, ma anche legittimazione.

Lo aveva intuito già il sociologo Max Weber (1864-1920), secondo cui la tradizione è uno dei fondamenti di legittimità del potere, insieme al carisma e alla legalità. L’autorità dell’“eterno ieri”, della tradizione consacrata dal fatto che la sua validità risale a tempi immemorabili, ha, infatti, reso docili e ubbidienti gli uomini in tutti i tempi. Certo, oggi è difficile trovare nell’Occidente contemporaneo paesi in cui le propaggini del potere tradizionale si estendano al di là di una dimensione meramente simbolica. Ma, per molto tempo, tale forma di legittimità è stata utilizzata per conferire valore a istituzioni in declino (ad esempio, nell’Ottocento era uno degli argomenti maggiormente adoperati dai difensori della monarchia).

Questo perché, come ricorda la psicologa sociale Chiara Volpato:

La durata è un potente fattore di legittimazione sociale. I processi di legittimazione basati sul trascorrere del tempo sono stati messi in luce più volte e in più campi. […] Pensiamo alla reverenza con cui ci accostiamo a una costituzione secolare, a un’opera d’arte millenaria, a uno scenario naturale intatto dai tempi dei tempi; perfino un dolce pare più gustoso se fatto con una ricetta tradizionale e una cravatta più elegante se firmata da una griffe storica. L’effetto si estende ai fenomeni negativi: anche la tortura diventa più accettabile se la si considera una pratica antica. Gli attori sociali mostrano una tendenza consolidata a pensare che l’esistenza di lunga data costituisca di per sé una garanzia di affidabilità, e questo vale sia per i prodotti commerciali, sia per le credenze e i comportamenti sociali, che dalla persistenza nel tempo ricevono un marchio di legittimità. Il meccanismo funziona anche per l’accettazione della disuguaglianza (Volpato, 2019, pp. 103-104).

L’appello alla tradizione viene chiamato in causa ogni volta che sono messi in discussione privilegi sociali, credenze radicate, gerarchie costituite, modi di pensare fossilizzati, luoghi comuni. La tradizione diventa allora ratifica, se non santificazione, del passato. O anche un “feticcio”, un dogma che blocca il pensiero critico, tanto è vero che la lotta contro la tradizione è stata spesso all’origine del pensiero moderno e scientifico. Lo si vede attualmente nella contestazione a molte posizioni che intendono rendere la lingua più inclusiva, evidenziando il carattere sessista, specista, razzista ecc. insito nel lessico quotidiano, e che si scontrano con l’argomentazione secondo cui non c’è bisogno di cambiare la lingua perché “si è sempre detto così”.

Evocare tradizioni idealizzate e cristallizzate serve anche a un altro scopo: ancorare identità traballanti in tempi di crisi a qualcosa di solido (o percepito tale) come il passato, «quasi che l’identità collettiva – l’identità di un certo gruppo – dovesse essere concepita come qualcosa che deriva direttamente e unicamente dalla tradizione» (Bettini, 2016, p. 13). E giù anatemi, dunque, contro ogni valore, manifestazione, novità (l’immigrazione, ad esempio, ma anche Halloween), mutamento sociale, apparentemente ostili alla tradizione. A fondamento di questo modo di vedere è l’idea che solo le tradizioni offrano solidi ancoraggi morali per cui metterle in discussione equivale a rinnegare le proprie origini e perdere la propria identità.

Tale visione, però, tradisce un malinteso di cui siamo poco consapevoli. Tutte le tradizioni nascono e si sviluppano nel corso della storia. Sono introdotte come novità per poi modificarsi o adattarsi nel tempo fino a cristallizzarsi in una forma che a noi pare eterna. Ma l’eternità è solo apparente e frutto di un processo graduale di assuefazione.

Lo dimostra il caso di Halloween, festa che è puntualmente accusata, ogni 31 ottobre, di “non far parte delle nostre tradizioni”. Ma la differenza tra Halloween e altre feste tradizionali sta nel fatto che le seconde sono divenute tradizione da tempo, mentre la prima è stata introdotta solo in tempi relativamente recenti. È probabile che il tempo guarirà la miopia di tanti detrattori della festa delle zucche e verrà un giorno in cui nessuno metterà in dubbio che Halloween “fa parte delle nostre tradizioni”.

Ma perché l’appello alla tradizione è così efficace? Perché spesso preferiamo una condotta “perché si è sempre fatto così” a una più ragionevole? La traditio alla ratio? A che si deve la forza della diuturnitas consuetudinis, dell’inerzia delle tradizioni, del consueto, degli usi? Perché ci piace votare per un partito che “difende le nostre radici” o comprare in un negozio che esiste “dal 1910”?

Sono possibili varie risposte.

Innanzitutto, come afferma Chiara Volpato, ciò che è antico incute rispetto, riverenza, deferenza di per sé, quasi che nell’antichità sia insito un indiscutibile valore primigenio positivo. Tale rapporto con l’antichità ricorda la riverenza che i figli piccoli hanno per i genitori, percepiti come onniscienti e onnipotenti, sempre pronti ad accudire, provvedere e rassicurare. L’antichità, dunque, come avo tra le cui braccia possiamo sempre trovare consolazione e a cui accreditiamo automaticamente maggiore virtù, conoscenza, moralità.

Un’altra ragione che sostiene il “si è sempre fatto così” è che le tradizioni sono rappresentate spesso in modo idealizzato, crepuscolare, opaco, ma anche stabile e immune al cambiamento per cui, da un lato, se ne colgono solo gli aspetti positivi a scapito di quelli negativi, dall’altro, se ne ricordano solo gli elementi “tipici” a scapito di quelli transitori. La memoria agisce come un filtro tranquillizzante che seleziona meticolosamente gli aspetti che ci fanno più piacere o che ci convengono di più, raggruppandoli intorno a unità tematiche compatte e cristallizzate che crediamo coincidano con la realtà del passato. Così, ci fa piacere ricordare la maggiore stabilità della famiglia tradizionale ottocentesca rispetto a quella contemporanea, ma dimentichiamo volentieri la rigidità dei ruoli che essa prevedeva e la prevalenza di modelli patriarcali in essa presenti. Al tempo stesso, ci piace cullarci nell’illusione che la famiglia tradizionale esista da sempre, quando, invece, come ogni fenomeno sociale, ha subito profondi mutamenti nel corso del tempo.

Una terza ragione è che, quando consideriamo la tradizione, rimaniamo vittime di una vera e propria fallacia del pensiero, che è nota in letteratura con il nome di argumentum ad antiquitatem. Tale fallacia consiste nel ritenere che qualcosa è giusto, buono o vero solo perché antico: “Si è sempre fatto così, quindi è giusto”. È facile osservare, al riguardo, che la longevità di una pratica non ne garantisce la validità attuale. L’argumentum ad antiquitatem si fonda su due presupposti che non sono necessariamente veri:

  • Il primo è che, se una condotta ha funzionato in passato, funzionerà anche nel presente; conclusione scorretta perché non tiene conto dei cambiamenti che rendono invalido il presupposto.
  • Il secondo è che ciò che giustificava in passato la tradizione è ancora valido attualmente; conclusione scorretta perché non tiene conto delle mutate circostanze che potrebbero non giustificare più la condotta.

Due varianti dell’argumentum ad antiquitatem sono:

  1. l’argomento dell’inerzia o appello all’inerzia, secondo cui si sostiene che uno status quo errato, legato alle consuetudini esistenti, debba essere mantenuto perché apportare un cambiamento richiederebbe l’ammissione di colpa per l’errore commesso o perché correggerlo comporterebbe uno sforzo e risorse straordinari (esempio: “Le donne non hanno mai votato in questo paese, quindi non dovrebbero iniziare ora perché le conseguenze sarebbero destabilizzanti per la società”);
  2. la fallacia della non anticipazione, che consiste nel condannare un argomento sulla base del fatto che esso non è già stato condiviso in passato (esempio: “Se il computer è così utile, come mai in passato la gente viveva bene senza?”. Naturalmente, il fatto che uno strumento tecnologico sia considerato indispensabile oggi, non significa che la gente non potesse farne a meno in passato, né che esso sia meno valido).

Il contrario dell’argumentum ad antiquitatem è l’argumentum ad novitatem secondo cui qualcosa è superiore a qualcos’altro solo perché nuovo. Al giorno d’oggi, i due argumenta si contendono la palma dei più impiegati in politica: a chi difende il passato in quanto passato si contrappone chi difende il nuovo in quanto nuovo, come è evidente, ad esempio, dall’uso della retorica della “rottamazione”, basata sulla metafora dello smantellamento della vecchia classe politica, considerata obsoleta e inefficace, per fare spazio alle nuove generazioni.

Un’altra ragione per cui le persone tendono a favorire il luogo comune del “si è sempre fatto così” ha a che vedere con la psicologia delle abitudini. Le tradizioni sono assimilabili ad abitudini socialmente condivise. Gli esseri umani sono “animali abitudinari” o “fasci di abitudini”, come si esprimeva lo psicologo William James (1842-1910) e oltre il quaranta per cento delle nostre azioni è frutto di abitudini. Detto altrimenti, ci comportiamo spesso come automi sociali che conducono la propria esistenza in base a moduli ripetitivi sedimentati nella mente (Duhigg, 2012, p. 13). Questo perché il cervello è sempre alla ricerca di modi per risparmiare energia e «l’abitudine semplifica i movimenti richiesti all’ottenimento di un dato scopo» (James, 2019, p. 34), consentendo appunto di risparmiare energia. Ciò significa che rinunciare a un’abitudine, per quanto nociva, è difficilissimo, come ben sanno fumatori e giocatori d’azzardo. Similmente, fare a meno delle tradizioni, del “si è sempre fatto così”, implica un enorme sforzo cognitivo, che non tutti sono disposti a compiere. Meglio, allora, perseverare nei costumi degli antenati, che ci consentono di rimanere nell’alveo del noto, senza avventurarci in soluzioni sconosciute dall’esito imprevedibile.

Infine, è quasi una legge della vita affermare che, in tarda età, si tende a preferire l’antica strada alla nuova. Come ricordava Norberto Bobbio (1909-2004), il vecchio

tende a restare fedele al sistema di principi o valori appresi e interiorizzati nell’età che sta fra la giovinezza e la maturità, o anche soltanto alle sue abitudini, che, una volta formate, è penoso cambiare. Siccome il mondo attorno a lui cambia, tende a dare un giudizio negativo sul nuovo, unicamente perché non lo capisce più, e non ha più voglia di sforzarsi a comprenderlo. Proverbiale è la figura del vecchio laudator temporis acti: «Fiorenza dentro da la cerchia antica/ond’ella toglie ancora e e terza e nona/si stava in pace, sobria e pudica». Quando parla del passato il vecchio sospira: «Ai miei tempi». Quando giudica il presente, impreca: «Che tempi!» (Bobbio, 1996, p. 21).

In vecchiaia, le tradizioni appaiono quasi come un destino a cui siamo costretti a piegarci. La realtà è che esse possono essere ignorate, modificate o sostituite. Anche se, come insegna la psicologia, per fare ciò occorre un grande sforzo di cui non tutti sono capaci e che non tutti sono disposti a fare.

Riferimenti

Bettini, M., 2016, Radici. Tradizione, identità, memoria, Il Mulino, Bologna.

Bobbio, N., 1996, De senectute, Einaudi, Torino.

Duhigg, C., 2012, Il potere delle abitudini: Come si formano, quanto ci condizionano, come cambiarle, TEA, Milano.

James, W., 2019, Le leggi dell’abitudine, Mimesis Edizioni, Milano.

Volpato, C., 2019, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Laterza, Roma-Bari.

 

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