“Lo sentivo che il treno avrebbe fatto ritardo!”. “Anche questa volta ho indovinato. Solo la lotteria non vinco mai!”. “L’ho sempre saputo che mi avrebbe tradito, quel mascalzone!”. “Ero sicuro che l’Italia non si sarebbe qualificata. Con quell’allenatore che ci ritroviamo!”. “L’avevo detto che sarebbe venuto a piovere! Ma perché non ti sei portato un ombrello?”. “Avrei giurato che non si sarebbe presentato all’appuntamento! È così prevedibile!”. “Tutti sapevano che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina. Perché la comunità internazionale non ha fatto niente per impedirlo?”. “Che Hitler avrebbe tentato di conquistare il mondo è il segreto di Pulcinella!”.
La vita quotidiana è piena di certezze, di eventi già noti prima ancora che si verifichino. Lo testimoniano le tante espressioni, come quelle appena citate, che sentiamo ripetere in continuazione da parenti, amici, conoscenti e sconosciuti. Sembra quasi che le persone siano dotate di innate quanto sottovalutate capacità divinatorie che esercitano costantemente nelle faccende di ogni giorno e che emergono, però, solamente a fatto avvenuto. Ad ascoltare questi luoghi comuni, saremmo tutti perfettamente onniscienti. Peccato che questa onniscienza non ci consenta di prevedere cose che sarebbe davvero utile conoscere in anticipo: la sequenza vincente dei numeri del SuperEnalotto, il futuro di una relazione sentimentale, la traccia del compito dell’esame di maturità.
Siamo tutti convinti di saperla lunga e non abbiamo pudore a confessarlo. “Te l’avevo detto!” è uno dei rimproveri più comuni nelle conversazioni quotidiane. E lo è anche perché da esso traiamo l’intima soddisfazione di aver ragione, di aver fatto centro nelle nostre previsioni. Noi sapevamo, mentre gli altri non hanno voluto ascoltarci. Peggio per loro! Così, ci trasformiamo in tante piccole Cassandre, spacciatrici di profezie destinate a non essere mai credute. Eppure, la realtà ci sconfessa ogni volta e, in fondo, sappiamo di non sapere “che sarebbe andata così!”. E allora perché lo diciamo in continuazione?
La psicologia ci dice che siamo vittime di un errore cognitivo, noto con il nome di “fallacia del senno di poi” (hindsight bias, in inglese).
In virtù di questa fallacia, esageriamo continuamente la portata delle nostre previsioni e tendiamo a interpretare ciò che è accaduto come inevitabile. Non solo. Crediamo che gli altri avrebbero dovuto essere in grado di prevedere gli eventi meglio di quanto non abbiano fatto. Addirittura, ricordiamo male le nostre previsioni, in modo da esagerare in retrospettiva la loro correttezza (Fischhoff e Beyth, 1975). Con il senno di poi, la logica degli eventi appare più regolare e lineare di quanto accada in realtà e sembra seguire uno schema riconoscibile dotato di una necessità inseroabile. In questo modo, abbiamo l’impressione che le cose non sarebbero potute andare diversamente.
Come si spiega questo fenomeno? Secondo Baruch Fischhoff, lo studioso americano che più di tutti ha approfondito le dinamiche dell’hindsight bias, sembra che quando apprendiamo il verificarsi di un dato esito, tendiamo immediatamente a trovarvi una spiegazione integrandola con ciò che già sappiamo. Una volta effettuata questa reinterpretazione, il risultato ci sembra una conseguenza più o meno inevitabile della situazione reinterpretata. Trovare una spiegazione, a sua volta, è così naturale da renderci inconsapevoli del fatto che la conoscenza del risultato abbia avuto un qualche effetto su di noi. Senza saperlo, dunque, costruiamo una narrazione coerente in base alla quale il succedersi degli eventi non appare nemmeno concepibile in modo alternativo (Fischhoff, 1980, p. 462).
Fischhoff battezza con il nome “determinismo insidioso” (creeping determinism) questa tendenza psicologica a interpretare gli esiti di un corso di eventi come inevitabili. Il problema è che se, da un lato, può risultare seducente credere di sapere in anticipo ciò che possiamo sapere soltanto conoscendo il risultato finale, dall’altro, «un determinismo insidioso non rilevato può nuocere gravemente alla nostra capacità di giudicare il passato o di imparare da esso» (Fischhoff, 1980, p. 461).
A livello individuale, ad esempio, se una persona chiamata a prendere una decisione commette un errore e, con il senno di poi, si convince – o le viene fatto credere – che l’esito della sua decisione non avrebbe potuto essere che disastroso, non potrà fare altro che rimproverarsi per la sua scelta, così difforme dalla “facile” previsione, aggiungendo al danno causato dalla decisione errata la beffa del senso di colpa. Agli occhi di un terzo, poi, con il senno di poi, la decisione errata apparirà come un chiaro segno di incompetenza o follia con il rischio di severe conseguenze sanzionatorie per il cattivo decisore.
Due campi in cui la fallacia del senno di poi produce effetti particolarmente robusti sono la politica e lo sport.
È risaputo come, in occasione di contese elettorali, sebbene prima delle votazioni nessuno riesca a indicare con certezza chi vincerà, una volta proclamato il vincitore, la sua elezione sarà percepita da un buon numero di elettori come parecchio più prevedibile di quanto non sia stata in effetti.
In questo senso, in virtù della fallacia del senno di poi, i risultati dell’elezione appariranno largamente scontati, ma solo dopo che saranno resi pubblici. L’incertezza reale vissuta prima dello scrutinio sarà annullata da commenti come “Lo sapevo che avrebbe vinto” o “Era ovvio che avrebbero perso”. Al tempo stesso, gli elettori tenderanno a distorcere i propri ricordi, adattandoli all’esito della contesa, arrivando a dichiarare pubblicamente di avere sempre sostenuto il candidato vincente o di avere, comunque, previsto l’esito delle elezioni. Dal canto loro, politici, analisti ed elettori sovrastimeranno le proprie capacità previsionali, attribuendo le vittorie o le sconfitte a cause “evidenti” che in realtà nessuno aveva previsto con certezza prima del voto.
Peraltro, la fallacia del senno di poi può essere anche sfruttata in chiave promozionale. Durante le campagne elettorali, i leader cercano di trasmettere un’immagine positiva e sicura di sé, come di chi è già a conoscenza del fatto che vincerà, tentando di influenzare il voto dell’elettorato. In questo modo, in caso di vittoria, l’elezione apparirà come la logica conseguenza di una facile previsione.
Anche nello sport, la fallacia del senno di poi genera effetti particolarmente interessanti. Come osserva il sociologo Mauro Ferraresi:
Nell’azione che precede un gol tutto si mostra come assolutamente contingente e discordante se viene osservato nel momento in cui accade e si svolge. Vogliamo dire che tutto appare in qualche modo abbastanza casuale: il passaggio in profondità, il tocco di prima dell’attaccante a smarcare l’ala sinistra, il ritorno morbido del cross sul quale irrompe il trequartista appoggiando in gol di testa. Ma una volta che tali azioni hanno condotto al gol, queste appaiono come imprescindibili, assolutamente concordanti e necessarie. Vedendole in modo retroattivo si è necessariamente condotti a pensare che l’intreccio narrativo di quella fase della partita non poteva che andare in quel modo: il gol poteva scaturire solo da quell’insieme di azioni lì (Ferraresi, 2012, p. 204).
Dello stesso avviso, è lo psicologo Daniel Kahneman, il quale suggerisce: «Immaginiamo di andare a una partita di calcio tra due squadre che hanno alle spalle lo stesso numero di vittorie e sconfitte. La partita è finita e una delle due ha sconfitto pesantemente l’altra. Nel nostro modello riveduto e corretto del mondo, la squadra vincente è molto più forte della perdente, e la nostra visione del passato e del futuro è stata modificata dalla nuova percezione» (Kahneman, 2012, p. 222). Improvvisamente, i dubbi che avevamo sulle due squadre sono spazzati via: il centravanti della squadra vincente ci appare molto più forte e in forma di quello della squadra perdente (anche se all’inizio li stimavamo alla pari) e le idee dell’allenatore della squadra umiliata ci sembrano inevitabilmente fallimentari (anche se sembravano valide inizialmente).
Nel calcio, il senno di poi è accompagnato da tutta una serie di frasi ed espressioni che capita di sentire spesso. “Se l’arbitro avesse ammonito quel giocatore…”; “Se la palla non fosse finita sul palo…”; “Senza l’espulsione avremmo vinto la partita…”; “Senza quel rigore avremmo visto un’altra partita”. Attraverso questa costruzione, i tifosi esprimono rimpianto, rammarico, tristezza, frustrazione, insofferenza, desiderio insoddisfatto. Ma anche convinzioni illegittime che, se solo quel fatidico evento fosse accaduto, la partita sarebbe sicuramente cambiata, nel verso, ovviamente, auspicato dal tifoso. Così, se l’arbitro avesse fischiato il rigore sacrosanto, la squadra si sarebbe sicuramente portata sul 2-0, gli avversari si sarebbero sicuramente demoralizzati e avrebbero sicuramente preso il terzo gol o almeno perso la partita. Il tifoso già sa. Prima che tutto si compia, è già in grado onniscientemente di prevedere il futuro, tanto che ci si meraviglia della sua incapacità di centrare la vincita milionaria alla scommessa di turno sull’esito di questo o quell’incontro.
Ma è soprattutto nell’ambito della conoscenza del passato che dobbiamo stare attenti a non cedere alle lusinghe del senno di poi. Il rischio è quello di interpretare come inevitabili cambiamenti storici che sono l’esito di processi complessi e niente affatto lineari e di esagerare la velocità con cui i cambiamenti giudicati “inevitabili” sono raggiunti (Fischer, 1970).
Per esempio, le persone potrebbero essere in grado di indicarvi l’esatto momento in cui sono stati condannati i latifondisti, senza però realizzare che ci sono voluti due secoli e mezzo affinché essi sparissero. Un’altra tendenza è quella di ricordare le persone come fossero state molto più simili alle loro attuali versioni di sé di quanto non fosse vero […]. Si potrebbe riscontrare una terza tendenza nella critica alla storiografia delle radici ideologiche del nazismo di Barraclough. Ripensando al Terzo Reich, è possibile tracciare le sue radici negli scritti di molti autori dai cui testi nessuno avrebbe potuto prevedere il nazismo. Una quarta tendenza è quella di immaginare che i partecipanti a una situazione storica fossero pienamente consapevoli della sua futura importanza («caro diario, la Guerra dei cent’anni è cominciata oggi», Fischer, 1970) (Fischhoff, 1980, pp. 460-461).
Tale propensione viene incentivata dall’atteggiamento convenzionale a raccontare i fatti della storia secondo schemi narrativi in cui tutto ciò che accade risponde a un ordine “fatale” e ogni incertezza riguardante gli eventi prima del loro accadere viene rimossa a favore di una trama lineare. Come ricorda lo storico Richard Tawney (1880-1962): «Gli storici danno l’apparenza di inevitabilità a un ordine esistente portando alla ribalta le forze che hanno trionfato e mettendo in secondo piano quelle che sono state risucchiate» (Tawney, 1961, p. 177).
Come evitare gli effetti distorcenti del senno di poi? Secondo Fischhoff (1980), limitarsi a mettere in guardia le persone dalla loro esistenza non produce grandi risultati. Una soluzione potrebbe essere imparare a convivere con l’incertezza e avere la consapevolezza che gli eventi, quelli personali come quelli della storia, non sono inevitabili e possono accadere in modo diverso. Nessuno di noi sa in anticipo ciò che ci attende. Rimanere umili e non cullarsi nell’illusione di possedere “doti divinatorie”, di sapere già tutto, potrebbe essere un primo passo. Un altro potrebbe essere quello di andare al di là della nostra angusta prospettiva personale e capire che il passato non è mai sufficientemente inequivocabile da generare narrazioni sempre lineari e coerenti. Purtroppo, però, la tentazione di riprendere i nostri compagni di vita con un compiaciuto “Te lo avevo detto!” è talvolta irresistibile. Come è irresistibile l’illusione di aggiungere “Sapevo che sarebbe andata così”.
Riferimenti
Ferraresi, M., 2012, Pubblicità e comunicazione, Carocci, Roma.
Fischer, D. H., 1970, Historians’ fallacies. Toward a logic of Historical Thought, Harper Torchbook, New York.
Fischhoff, B., Beyth, R., 1975, “I knew it would happen: Remembered probabilities of once—future things”, Organizational Behavior and Human Performance, vol. 13, n. 1, pp. 1-16.
Fischhoff, B., 1980, “Per chi è condannato a studiare il passato: euristiche e i bias del senno di poi” in Kahneman, D., Slovic, P., Tversky, A., 2024, Decidere nell’incertezza, Mondadori, Milano.
Kahneman, D., 2012, Pensieri lenti e veloci, Mondadori, Milano.
Tawney, R. H., 1961, The Agrarian Problem in the Sixteenth Century, Franklin, New York.










































