In un post precedente, ho fatto notare come la preghiera del rosario esponga il credente a un cortocircuito psicologico che ho denominato il “comma 22 del rosario”. Questo perché, per conseguire i benefici del rosario bisogna recitarlo bene, ma è impossibile recitare bene il rosario per cui è impossibile trarne beneficio.
Perché è impossibile recitare bene il rosario? Perché, per farlo, secondo la tradizione più rigorosa, il fedele deve contemporaneamente svolgere tre compiti diversi, dedicando a ognuno la propria fervida e completa attenzione. Deve recitare una serie di orazioni, meditare su alcuni misteri della vita, morte e resurrezione di Gesù Cristo e formulare un’intenzione (ad esempio, chiedere una grazia, imitare una virtù o distruggere un peccato).
La psicologia ci dice che un compito del genere – detto tecnicamente multitasking – richiede che lo stesso livello di attenzione sia dedicato a ogni attività, cosa impossibile in quanto le risorse attentive sono limitate per cui, a meno che alcune attività non siano completamente automatizzate, non è possibile svolgerle simultaneamente con la stessa intensità.
Applicate alla recita del rosario, queste osservazioni comportano l’impossibilità di svolgere le attività di recitazione, meditazione e formulazione delle intenzioni in maniera simultanea con intensità equivalente. L’alternativa è automatizzare uno o due processi in modo che sul terzo possa convergere quasi tutta l’energia attentiva. Ciò vuol dire, ad esempio, dedicare tutta la propria attenzione alla meditazione dei misteri, recitando in maniera meccanica i Padre nostro e le Ave Maria o formulando in maniera convenzionale le intenzioni. Ma ciò è esattamente quello che un buon cristiano non dovrebbe fare.
Insomma, la religione pretende dagli esseri umani qualcosa che la psicologia considera impossibile. Il multitasking – nella recita del rosario come in qualsiasi altra attività quotidiana – è un’illusione. Come spiega la neuropsicologa Cynthia Kubu, quando pensiamo di svolgere più compiti contemporaneamente il più delle volte compiamo azioni singole in rapida successione, cambiando velocemente attività e quindi saltando ogni volta da una all’altra.
Alcuni esperimenti dimostrano che quando il nostro cervello salta avanti e indietro da un compito complesso all’altro, siamo meno efficienti e più esposti a commettere errori. Altri esperimenti suggeriscono che le persone che fanno spesso multitasking sono più distratte e meno in grado di concentrare la loro attenzione anche quando svolgono un unico compito. Inoltre, il multitasking richiede molta memoria di lavoro: occupare interamente questa memoria annulla la nostra capacità di pensare in modo produttivo.
Multitasking è una parola che sentiamo spesso. Pensiamo tutti di esserne capaci. Alcuni si vantano di possedere abilità speciali al riguardo. Altri sono rimproverati perché incapaci di svolgere più compiti contemporaneamente. Il termine compare anche in battute di dubbio gusto in cui di solito i maschi figurano come particolarmente inadeguati.
La verità, come detto, è che il multitasking è un’illusione. Un’illusione che incanta anche il credente inducendolo a pensare di poter fare cose che la mente umana semplicemente non sa fare.
Fonti
Gancitano, M., Colamedici, A., 2023, Ma chi me lo fa fare? Come il lavoro ci ha illuso: la fine dell’incantesimo, HarperCollins Italia, Milano, pp. 41-42.
Kubu, Cynthia, “Why Multitasking Doesn’t Work”, in Cleveland Clinic, 10 marzo 2021.
Madore, Kevin P. Ph.D. e Wagner, Anthony D. Ph.D., “Multicosts of Multitasking”, in Cerebrum, marzo-aprile 2019.









































