
Qual è la differenza tra il sociologo e lo scienziato? Lo scienziato per studiare la pioggia esce con l’ombrello. Chi vuole studiare la società deve bagnarsi, inzupparsi, infradiciarsi dalla testa ai piedi.
Il metodo attraverso cui ci si infradicia si chiama “osservazione partecipante” e consiste nel fatto che il ricercatore si introduce in un gruppo sociale per un periodo prolungato, condividendone la quotidianità per comprenderne i comportamenti dall’interno. Il ricercatore “vive con” e “vive come” i soggetti studiati per coglierne i valori, i significati e le motivazioni profonde.
In alcuni casi, l’osservazione partecipante è condotta a un livello talmente profondo da portare a esiti che uomini e donne comuni considererebbero sospetti, forse anormali. È in questi esiti, tuttavia, che si può saggiare la cifra distintiva della sociologia: la differenza tra questa e le altre discipline umane. Tali risultati consentono di conseguire livelli di conoscenza che nessun altro metodo consente di ottenere; livelli di conoscenza sensibilmente distanti dal sapere distaccato, asettico, “ammoniacale” del laboratorio di chimica e che rimandano a un tipo di sapere non riducibile a grafici e numeri – come vorrebbe l’orientamento algoritmico della nostra società – ma più vicino, forse, alle intuizioni anticipatrici della grande letteratura.
Propongo, di seguito, tre esempi di osservazione partecipante “estrema”, che rappresentano fecondissimi spunti di riflessione per chiunque intenda fare sociologia.
Il primo è contenuto in un libro pubblicato negli Stati Uniti nel 1978 con il titolo Satan’s Power: A Deviant Psychotherapy Cult (in italiano Setta satanica, SugarCo, Milano, 1992). L’autore del libro, che è già un classico della sociologia della religione, è William Sims Bainbridge.
Bainbridge studiò un gruppo occultista con interessi per la psicoterapia e una forte affinità alla scientologia, denominato The Process, con a capo un certo Robert De Grimston Moore. Nel libro, il gruppo è indicato con uno pseudonimo: The Power.
Dopo aver avuto contatti discontinui con il gruppo sin dal 1970, nel 1975 Bainbridge, che da buon sociologo, aveva immediatamente rivelato ai membri di The Process le finalità della sua ricerca, decise di partecipare di più alla vita del gruppo.
Ho aiutato il gruppo a trovare sostentamento, ho fatto molte commissioni con la mia macchina e ho vissuto parte del mio tempo alla Casa capitolare, dormendo per terra o su una branda. Pur consapevole della necessità di salvaguardare la mia indipendenza intellettuale, ritenni giustificato eseguire qualsiasi compito mi venisse dato. Quindi partecipai ai rituali in qualità di sacerdote dei Sabba, dei Cerchi per Sviluppare la Telepatia, delle Meditazioni e persino di tre Battesimi. Dopo che mi venne chiesto, tenni anche dei seminari dottrinali per il culto; non era necessario che credessi alla dottrina, ma piuttosto che la comprendessi e fossi in grado di comunicarla. Edward de Forest mi incluse in un comitato di lavoro per elaborare un formale corso per corrispondenza basato sui suoi Insegnamenti. Questi compiti mi diedero l’opportunità di mettere alla prova la mia comprensione della cultura del Potere nel modo più diretto, dimostrando la mia competenza cultuale (Bainbridge, 1992, p. 25).
Con il tempo, Bainbridge passò da osservatore a protagonista e poi da protagonista a leader prestigioso del gruppo che studiava. La domanda è: quanti sociologi sarebbero disposti a divenire leader di un gruppo satanico per comprenderne il funzionamento?
Il secondo esempio è tratto dal libro di Sarah Thornton Club Cultures, pubblicato nel 1995 (in italiano, Dai club ai rave, Feltrinelli, Milano, 1998).
In questo libro, la sociologa britannica, studiosa delle culture giovanili e, in particolare, dei dance club e delle discoteche, afferma di aver assunto ecstasy per condurre la sua ricerca in un club britannico. Ecco le sue parole:
Kate mi versa dello champagne e mi prende da parte. Un amico le ha dato dell’Mdma (il nome farmaceutico dell’ecstasy), conservato dai giorni dello Shoom (il mitico club “dove tutto è cominciato” all’inizio del 1988). Andiamo nella toilette e ci stipiamo in un gabinetto dove Kate apre la capsula e ne divide il contenuto in parti uguali. Metto la mia metà nel bicchiere e bevo. Personalmente, non mi interessano le droghe: sono preoccupata per le cellule del mio cervello. Ma esse sono una realtà di questa cultura giovanile, perciò mi sottometto all’esperimento in nome della serietà della ricerca (confermando così tutti gli stereotipi del sociologo delle sottoculture) (Thornton, 1998, p. 121).
Quanti sociologi, in erba o affermati, sarebbero disposti ad assumere ecstasy per condurre la loro ricerca?
Il terzo esempio giunge dal libro di Elizabeth Bernstein, Temporarily Yours (2007), tradotto in italiano con il titolo Temporaneamente tua (Odoya, Bologna, 2009).
Elizabeth Bernstein esplora il mondo della prostituzione di strada nella Bay Area di San Francisco, accompagnandosi al suo oggetto di studio sui marciapiedi, me anche negli strip club e nei bordelli. «Ho trascorso gran parte del mio tempo come esca sul marciapiede fra la Geary e Mason Street nel quartiere dei teatri, ma ho anche passato diverse notti sul marciapiede all’angolo fra la Geary e Leavenworth Street nel Tenderloin», afferma Bernstein (Bernstein, 2009, p. 216).
La studiosa aggiunge di essere stata spinta a studiare empiricamente la prostituzione dopo aver letto un saggio del 1993 di Lynn Chancer, intitolato “Prostitution, Feminist Theory and Ambivalence. Notes from the Sociological Underground” nel quale Chancer invitava le ricercatrici a condurre studi etnografici dettagliati, auspicando una partecipazione osservante alla prostituzione in tutte le sue forme (Idem, p. 221).
Bernstein non ha mai seguito “fino in fondo” l’invito della collega: prostituirsi per meglio comprendere la prostituzione non è esente da rischi e può compromettere l’ambizione di perseguire una carriera accademica. Inoltre, «non credo che fare sesso per denaro mi avrebbe dato molti più elementi sull’insieme di rapporti sociali che stavo cercando di comprendere» (Idem, p. 226).
Precisa, tuttavia:
In alcune occasioni, però, ho accompagnato delle sex workers in incontri con clienti e una volta sono stata perfino presentata a uno di loro come potenziale “doppia” per una sessione, il che ha effettivamente permesso una maggiore familiarità etnografica con le pratiche e le abitudini che stavo studiando. Indubbiamente, se avessi deciso di praticare io stessa lavoro sessuale, avrei avuto molte più occasioni di vicinanza intima con i clienti nel loro contesto “naturale” e avrei potuto apprendere cose che non ero in grado di percepire attraverso le interviste o l’osservazione in luoghi pubblici, come bordelli, sale da massaggio e strip club (Ibidem).
Segnala, comunque, che un’altra sociologa, Wendy Chapkis, si è prostituita per un giorno a una clientela femminile in un bordello di Amsterdam (Ibidem).
Ancora una volta, quanti sociologi sarebbero disposti a prostituirsi per soddisfare gli scopi del proprio studio? Non sto dicendo che sia giusto o sbagliato. Sto dicendo: quanti sarebbero disposti a farlo?
William Sims Bainbridge, Elizabeth Bernstein, Sarah Thornton. Tre esempi di ricerca sociologica condotta con il metodo dell’osservazione partecipante. Tre studi di sociologia “estrema”. Tre esempi di “quello che fanno i sociologi” quando fanno i sociologi.
Certo, quando il sociologo non si limita più a osservare, ma accetta dì partecipare all’elaborazione dei rituali e all’insegnamento di una dottrina che non condivide, di assumere droghe, di prostituirsi, è inevitabile chiedersi se non ci si trovi di fronte al rischio di una deformazione dell’oggetto di indagine da parte di indagatori troppo coinvolti.
È, però, anche vero che, in questo modo, è possibile generare un sapere coinvolgente, vissuto, autentico, reale; un sapere che, a mio avviso, dovrebbe essere il core business della sociologia.
Un sapere appassionato in un mondo dominato dagli algoritmi. L’ultima Thule, forse, per chi vuole conoscere con ardore.
Riferimenti:
William Sims Bainbridge, 1992, Setta satanica, SugarCo, Milano.
Elizabeth Bernstein, 2009, Temporaneamente tua. Intimità, autenticità e commercio del sesso, Odoya, Bologna
Sarah Thornton, 1998, Dai club ai rave. Musica, media e capitale sottoculturale, Feltrinelli, Milano









































