Lo ha già fatto notare in un suo reel Stefano Fava, autore di La soffitta delle parole. Riscoprire i tesori nascosti (o dimenticati) della nostra lingua, ma mi piace tornare sull’argomento. Il 25 agosto, il vicedirettore del Corriere della Sera Antonio Polito pubblica sul suo giornale un editoriale, dal titolo “Longevità record, in politica non basta” in cui esamina i risultati conseguiti dal longevo governo Meloni, che ha ormai raggiunto i 1412 giorni a Palazzo Chigi.
Dopo i primi capoversi, nel corpo del testo, è possibile leggere la seguente frase: “E sa anche [Giorgia Meloni] che sul piano della sicurezza e dell’immigrazione (o meglio, della presenza nella società italiana dei migranti già arrivati clandestinamente) il suo governo non ha consegnato ciò che aveva promesso, e ciò che ci si poteva attendere da un governo della destra”.
Ciò che ha colpito Stefano Fava, come spero chiunque abbia letto attentamente l’editoriale, è l’espressione sottolineata, che non corrisponde a una costruzione italiana, ma a un grossolano calco dall’inglese.
In inglese, “mantenere una promessa” si dice, fra l’altro, “to deliver on a promise”. Viene, cioè, impiegato il verbo to deliver, che, di per sé, ha numerosi traducenti in italiano, fra cui: “consegnare”, “cedere”, “pronunciare”, “partorire”, “liberare”, “assestare” e altri ancora, secondo il contesto. Il più noto agli italiani è probabilmente “consegnare”, se non altro perché il “delivery” – la consegna a domicilio di un pasto – è una delle richieste più popolari fra i nostri connazionali in fatto di cibo. Ma, come sottolineato, to deliver ha tanti altri significati, fra cui quello di “mantenere” (una promessa). Il giornalista italiano ha, dunque, confuso due accezioni del verbo inglese to deliver. Ma perché? Qual è la genesi di questo misfatto linguistico?
Stava pensando in inglese quando ha scritto il suo editoriale per il Corriere della Sera? Aveva appena letto un testo inglese nel quale compariva la frase “to deliver on a promise”? Distrazione? Superficialità? Esibizionismo? Non riesco davvero a spiegarmi questo errore, anche perché, a mia conoscenza, non ha alcuna diffusione nella nostra lingua e l’espressione italiana “mantenere una promessa” è viva e vegeta e non ha bisogno di essere resa con un calco.
Forse Polito ci spiegherà un giorno le ragioni della sua scelta lessicale, ulteriore dimostrazione, secondo Fava, del degrado che subisce la nostra lingua.
Ora, non so se ciò sia vero. Non so se la nostra lingua sia in una fase di incuria, deterioramento, tramonto. Non so se a questo episodio, per quanto censurabile, dovremmo attribuire un significato apocalittico (forse no). So solo che, se ci sforziamo (ma neppure troppo), possiamo ancora ricordare che, nella nostra lingua, le promesse si mantengono, non consegnano!










































