Quei tipi sinistri dei mancini

Ero nell’anticamera del medico. Aspettavo il mio turno e sfogliavo alcune riviste di medicina. Le riviste erano sparse su un tavolino basso e gli unici che le sfogliavano eravamo io e un ragazzino, che aspettava io le prendessi e le passassi per imitarmi puntualmente.

Così inizia Mancino, racconto di Giuseppe Pontiggia del 1959, tratto da La morte in banca (Mondadori, Milano, 2020, pp. 91-93). Il protagonista – se si esclude l’io narrante – è un ragazzo – il “ragazzino” – che la madre corregge ossessivamente perché mancino, ricorrendo anche a “spillate” pur di riuscire nell’intento.

«Ma perché deve usare la mano destra?» chiede il narratore alla madre. «Ma perché non deve usarla proprio lui?» risponde questa. «Perché deve essere diverso dagli altri? Bisogna vederlo, a tavola. Il cucchiaio con la sinistra, il bicchiere con la sinistra. Fa senso!»

Al termine del racconto, il narratore spera che almeno il medico convinca la madre che non c’è nulla di male nell’essere mancini. Ma anche il medico è convinto che il mancinismo sia un’anomalia: «Non usare la sinistra, hai capito? Devi essere normale. Cerca di usare la destra e andremo d’accordo.»

Negli anni Cinquanta del XX secolo era diffusa l’opinione che il mancinismo fosse un atteggiamento sbagliato e che andasse corretto, anche ricorrendo a metodi traumatici.

Raccontano i testi sulla storia dei mancini che, sin dai tempi di Origene (185-254), “quelli della mano sinistra” sono stati percepiti come esseri “contrari alla natura” per il semplice fatto di non servirsi della mano destra. Il mancinismo è stato universalmente biasimato perché giudicato anomalo rispetto a una normalità fisiologica legittimata dal numero – i destrimani sono in numero superiore ai mancini – e passata a simboleggiare ciò che è corretto, giusto, sano.

La natura anomala del mancinismo è evidente anche dalle parole che lo designano: “mancino” deriva dal latino mancus che significa “debole”, “imperfetto”. “Sinistro” richiama evidenti denotazioni e connotazioni negative: “infelice”, “infausto”, “triste”, “perverso”, “cattivo”. Significati che sono praticamente i soli rimasti in altre lingue. Si pensi all’inglese sinister, che oggi vuol dire solo “infausto”, “di cattivo augurio”, “funesto”. Sempre in inglese, right (“destro”) vuol dire anche “giusto”, “corretto”. In francese, gauche, oltre che “sinistro”, vuol dire anche “goffo”, “sgraziato”, mentre lo spagnolo izquierda deriva dal basco eskuerdi che significa “la metà di una mano”. In portoghese, il termine per mancino, canhoto, vuol dire anche “debole” e “molesto”. Espressioni e modi di dire ribadiscono il concetto: in inglese left-handed friend (“un amico mancino”) è un nemico; una left-handed blessing (“benedizione mancina”) è una maledizione. In italiano, si usa dire “un tiro mancino” o “uno sguardo sinistro”, che non hanno certo una connotazione positiva. E si potrebbe continuare. Una cospirazione nominale che condanna chi usa la mano sinistra a uno stigma tramandato nei secoli dei secoli.

Il mancinismo è stato storicamente associato a patologie come ritardo mentale, alcolismo, asma, rinite allergica, omosessualità, cancro, diabete, insonnia, istinti suicidi. E perfino criminalità.

Cesare Lombroso, ad esempio, era convinto che il mancinismo fosse più diffuso tra i criminali, mentre il “mancinismo sensorio”, ossia la maggiore sensibilità al lato sinistro del corpo, fosse più comune tra i pazzi.

Se oggi si riconosce come tutto ciò sia falso, il sociologo sa che, in determinate condizioni, chi è mancino può realmente mostrarsi più incline alla delinquenza in virtù del livello di stigma associato al mancinismo. Ad esempio, un mancino potrebbe essere delinquente non perché mancino, ma perché lo stigma legato alla sua predilezione per la mano sinistra potrebbe avere delle conseguenze sulle sue scelte di vita.

In alcuni casi, ad esempio, è possibile che il mancinismo sia causa di delinquenza in ragione del noto meccanismo della “profezia che si autoavvera”. Questo accade quando il tentativo di “rettificare” la tendenza ad adoperare la mano sinistra attraverso forme di coercizione brutale, umiliazione e colpevolizzazione (ancora oggi si ricorda che, in talune famiglie, ai figli mancini era legata la mano sinistra dietro la schiena a scopo pedagogico) induce una reazione nel mancino che può esprimersi anche in forme delinquenziali; forme delinquenziali che finiscono con il confermare la “profezia” iniziale secondo la quale i mancini sono criminali.

Le persone possono divenire devianti non perché in esse c’è qualcosa che non va, ma perché ci comportiamo nei loro confronti come se ciò fosse vero, contribuendo a “costruire” una forma di devianza che potrebbe essere evitata.

Pensiamo all’atteggiamento che per tanto tempo ha stigmatizzato chi si tatuava, i maschi che portavano i capelli lunghi o gli orecchini, le donne che indossavano i pantaloni. Gli stessi stigmi che oggi colpiscono gli immigrati, veri e propri capri espiatori di ogni male della nostra società.

Per esplorare meglio il mondo della “mostrizzazione”, ossia della nostra irresistibile propensione a costruire mostri su cui proiettare paure, insicurezze e frustrazioni, consiglio il mio Mancini, mongoloidi e altri mostri. Cinque casi di costruzione sociale della devianza (Edizioni Melagrana, San Felice a Cancello, 2014).

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