Quando Orwell recensì il “Mein Kampf” di Hitler

Un aspetto colpisce il lettore della recensione del Mein Kampf di Adolph Hitler che George Orwell offrì dalle pagine del «New English Weekly» il 21 marzo 1940: lo scrittore inglese non parla mai del saggio autobiografico scritto in carcere che il dittatore nazista pubblicò nel 1925 e nel quale espose il suo pensiero politico e delineò il programma del Nazionalsocialismo. In altre parole, non si tratta di una vera e propria recensione del libro – non sono mai citate le sue parti; il suo contenuto non è mai preso in considerazione – ma di un’occasione per parlare di altro.

Tutte le osservazioni di Orwell si concentrano sulle reazioni progressivamente mutevoli che la figura di Hitler provocò al di fuori della Germania e nei vari schieramenti politici a mano a mano che i suoi obiettivi divennero sempre più feroci e aggressivi. E sulla personalità del führer, accusato di essere un monomaniaco, mentalmente rigido, semplicemente incapace di cambiare idea o mitigare le sue aspirazioni, ma anche vittima di un perenne risentimento, nato dalle numerose frustrazioni subite in giovinezza. 

Orwell ne ha anche per gli ipocriti industriali che lo sostennero, vedendo in lui un valido baluardo contro l’avanzare delle rivendicazioni operaie, per poi ritirare il loro appoggio quando la sua politica divenne “poco rispettabile”.

All’epoca della recensione, la Germania aveva già invaso la Polonia, non ancora la Danimarca, la Norvegia, la Francia, ma Orwell aveva ben chiara la visione distruttiva di Hitler e il sogno perverso di costruire un immenso stato privo di confini per offrire spazio vitale a 250 milioni di tedeschi, addestrati a essere eterni combattenti privi di cervello: una sorta di prefigurazione dello stato totalitario ritratto in 1984, che doveva essere dato alle stampe otto anni dopo questa recensione.

Orwell è consapevole, però, anche del fatto che Hitler ebbe successo perché seppe fare del Nazismo una merce attraente, che forniva illusioni e riparazioni ai mali della storia, un rimedio unico a un popolo umiliato dal Trattato di Versailles (1919).

Sta qui forse la fortuna di sistemi totalitari quali il Fascismo e il Nazismo. Essi offrono orizzonti di vita, nuova linfa esistenziale, scopi gratificanti e conforto al dolore della vita, anche se tale conforto implica una rinuncia a molte libertà e la soppressione delle vite altrui. La verità è che gli esseri umani hanno bisogno di avere uno scopo forte nella vita e sono disposti quasi a tutto pur di averne uno.

Mussolini e Hitler lo avevano capito. Sembrano averlo capito anche i tanti populisti e demagoghi odierni che tentano di conquistare il consenso popolare con i loro grossolani deliri, infarciti di bugie e mezze verità.

Di seguito il testo della recensione di Orwell nella mia traduzione.

Recensione di Mein Kampf di Adolph Hitler

di
George Orwell

«New English Weekly», 21 marzo 1940

È un segno della rapidità con cui gli eventi si susseguono che l’edizione integrale del Mein Kampf ad opera di Hurst e Blackett, pubblicata appena un anno fa, abbia un taglio favorevole a Hitler. L’intenzione evidente della prefazione e delle note del traduttore è di attenuare la ferocia del libro e di presentare Hitler in una luce per quanto possibile benevola. Allora, infatti, Hitler era considerato ancora rispettabile. Aveva demolito il movimento operaio tedesco e, per questo motivo, le classi possidenti erano disposte a perdonargli quasi tutto. La Destra e la Sinistra condividevano l’idea estremamente superficiale secondo cui il Nazionalsocialismo fosse semplicemente una variante del Conservatorismo.

Poi, improvvisamente, accadde che Hitler non fu più rispettabile. Ne seguì una ristampa dell’edizione di Hurst e Blackett con una nuova copertina che spiegava che tutti i ricavi sarebbero stati devoluti alla Croce Rossa. Tuttavia, considerando semplicemente il contenuto del Mein Kampf, è difficile credere che gli obiettivi e le opinioni di Hitler abbiano subito qualche reale cambiamento. Se si confrontano le sue dichiarazioni di un anno fa o giù di lì con quelle di quindici anni prima, la cosa che colpisce è la sua rigidità mentale, il fatto che la sua visione del mondo non abbia fatto progressi.

È il punto di vista fisso di un monomaniaco che ha scarse probabilità di essere scosso dalle manovre temporanee della politica del potere. È probabile che, per Hitler, il patto russo-tedesco non rappresenti altro che una modifica sul calendario. Il progetto esposto nel Mein Kampf era di schiacciare innanzitutto la Russia, con l’intento tacito di passare poi all’Inghilterra. Ora, viene fuori, però, che bisogna prima fare i conti con l’Inghilterra, perché, delle due, la Russia è stata la più facilmente corruttibile. Ma toccherà alla Russia quando l’Inghilterra sarà fuori dai giochi o, almeno, così la pensa Hitler senza alcun dubbio. Se le cose prenderanno effettivamente questa piega è, comunque, un altro paio di maniche.

Immaginate che si possa realmente dare seguito al programma di Hitler. Egli immagina, da qui a cento anni, uno stato sconfinato di 250 milioni di tedeschi che vivono in abbondante “spazio vitale” (che arriva pressappoco fino all’Afghanistan), uno spaventoso impero privo di cervello in cui, di fatto, non succede nulla se non l’addestramento dei giovani alla guerra e la produzione infinita di carne da cannone. Come è riuscito a far accettare questa mostruosa visione? È facile sostenere che, a un certo punto della sua carriera, sia stato finanziato dall’industria pesante, che ha visto in lui l’uomo che avrebbe schiacciato socialisti e comunisti. Non avrebbe ottenuto il sostegno degli industriali, tuttavia, se dalle sue parole non fosse nato un grande movimento. D’altro canto, la situazione in Germania, dove vivevano sette milioni di disoccupati, era evidentemente favorevole ai demagoghi.

Ma Hitler non sarebbe riuscito a prevalere sui suoi tanti rivali, se non in virtù del fascino della sua personalità, che traspare anche dalle impacciate pagine del Mein Kampf, e che è senz’altro travolgente quando si ascoltano i suoi discorsi. Vorrei mettere agli atti che non sono mai stato capace di tenere Hitler in antipatia. Da quando è salito al potere — fino a quel momento, come quasi tutti, avevo creduto, ingannandomi, che non contasse nulla — ho riflettuto che lo ucciderei certamente se lo avessi a portata di mano, ma non avvertirei alcun rancore personale. Il fatto è che vi è qualcosa di intimamente seducente in lui. Lo si avverte, in particolare, quando si ammirano le sue fotografie (consiglio soprattutto quella all’inizio dell’edizione di Hurst e Blackett, che mostra Hitler ai suoi esordi in camicia bruna).

È un volto patetico, che ricorda un cane; il volto di un uomo che soffre a causa di intollerabili torti. In modo alquanto più virile, riproduce l’espressione di innumerevoli ritratti del Cristo crocefisso, e non dubito del fatto che è così che Hitler si vede. Possiamo solo ipotizzare quale sia la causa iniziale, personale del suo risentimento contro l’universo, ma tale risentimento esiste. Egli è il martire, la vittima, il Prometeo incatenato alla roccia, l’eroe sacrificale che combatte da solo senza avere alcuna probabilità di farcela. Se fosse sul punto di uccidere un topo, saprebbe farlo sembrare un drago. Si ha la sensazione, come con Napoleone, che combatta contro il destino, che non possa vincere, ma che, per qualche ragione, lo meriti. Il fascino di tale posa è, ovviamente, enorme; metà dei film che vediamo è incentrato su questo tema.

Inoltre, ha colto la falsità dell’atteggiamento edonistico nei confronti della vita. Dopo l’ultima guerra, quasi tutto il pensiero occidentale, certamente tutto il pensiero “progressista”, ha presupposto tacitamente che gli esseri umani non desiderino che agio, sicurezza e assenza di dolore. Secondo questa visione della vita, non vi è spazio, ad esempio, per il patriottismo e le virtù militari. Il socialista che sorprende il figlio a giocare con i soldatini ne sarà turbato, ma non riuscirà a trovare un sostituito dei soldatini di piombo; per qualche motivo, non si riterrà soddisfatto da pacifisti di piombo.

Hitler, essendo di animo triste, avverte tutto ciò in maniera straordinariamente intensa; sa che gli esseri umani non desiderano solo comodità, sicurezza, orario di lavoro ridotto, igiene, controllo delle nascite e, in generale, buon senso; essi desiderano anche, almeno in maniera intermittente, lotta e sacrificio, per non parlare di tamburi, bandiere e cortei di persone leali. Quale che sia il nostro giudizio su Fascismo e Nazismo in quanto teorie economiche, essi sono molto più efficaci, da un punto di vista psicologico, di qualsiasi concezione edonistica della vita. Lo stesso si può dire con ogni probabilità della versione militarizzata del socialismo di Stalin. Tutti i tre grandi dittatori hanno accresciuto il proprio potere, imponendo fardelli intollerabili ai loro popoli. Laddove il socialismo, e forse anche il capitalismo, seppure in maniera più riluttante, hanno detto al popolo: «Vi offro una vita gradevole», Hitler ha detto: «Vi offro lotta, pericolo e morte» e il risultato è che un’intera nazione si è gettata ai suoi piedi. Forse, tra un po’, si stuferanno di tutto questo e cambieranno idea, come è accaduto al termine dell’ultima guerra. Dopo qualche anno di fame e massacri, “La massima felicità per il maggior numero di persone” sarà percepito come uno slogan valido, ma al momento risulta più efficace: “Meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine”. Ora che siamo in conflitto con l’uomo che l’ha coniato, non dobbiamo sottovalutarne l’incanto emotivo.

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