Pseudoanglicismi del virus 1

In un chiarimento all’ordinanza n. 39 del 25 aprile 2020 del Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, relativa alle attività motorie consentite in regime di lockdown da Covid-19, si legge:

Non è permesso svolgere attività di corsa, footing o jogging, in quanto le dette attività sono incompatibili con l’uso della mascherina perché pericolose ove svolte con copertura di naso e bocca e tenuto conto che chi esercita tali attività emette microgoccioline di saliva (droplet) potenziali fonti di contagio. L’attività motoria permessa (sostanzialmente passeggiate) deve essere svolta in prossimità della propria abitazione, con divieto assoluto di assembramenti e con obbligo di utilizzo delle mascherine e di rispetto della distanza minima di due metri.

Il periodo è interessante perché, come molti documenti burocratici contemporanei, contiene degli anglicismi: un anglicismo di vecchia data (jogging), un anglicismo entrato in italiano in occasione della recente pandemia di coronavirus (droplet) e uno pseudoanglicismo, ossia una parole che sembra inglese, ma che non è adoperata né in Inghilterra né negli Stati Uniti (footing).

In italiano, footing è sostanzialmente sinonimo di jogging o running (anche tra queste due c’è differenza: il runner è più veloce del jogger), ma non molti sanno che la parola, almeno con questo significato, non esiste nel mondo anglosassone, a differenza delle altre due.

La sua origine proviene dalla Francia dove, già negli anni Venti e Trenta del XX secolo, unendo la radice foot (piede) a –ing, fu coniato un termine dal suono decisamente inglese, ma per nulla tale. Il suo corrispondente italiano sarebbe “podismo”, ma questo vocabolo ha ormai un sapore decisamente vetusto per cui è usato sempre meno da chi parla la nostra lingua.

Footing non è l’unico pseudoanglicismo. Autogrill, autostop, beauty case, golf (nel senso di maglia), pile, slip o smoking, come ricorda Antonio Zoppetti, sono alcuni esempi ulteriori di parole (se ne contano centinaia) che pronunciamo quotidianamente credendo di usare parole inglesi, che gli inglesi però avrebbero qualche difficoltà a comprendere (almeno nel senso che conferiamo loro).

Documenti come l’ordinanza di De Luca citata in precedenza ci ricordano che la burocrazia è molto efficace nel legittimare i vocaboli che incorpora nel proprio lessico, conferendo loro una sorta di prestigio che ne autorizza la diffusione in ambito quotidiano. In questo senso, concorre con altre fonti, quali i media e la letteratura scientifica ad ampliare il nostro vocabolario, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Come è avvenuto nel caso di droplet, la cui permanenza sarà tuttavia probabilmente vincolata alla durata della pandemia.

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5 risposte a Pseudoanglicismi del virus 1

  1. Pingback: Pseudoanglicismi del virus 2 | romolo capuano

  2. Grazie a lei per i suoi articoli che contribuscono a fare riflettere tutti sulla questione.
    Non volevo fare lo “spammone”, il collegamento è questo: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/virus_anglicus.html

  3. Sono tra coloro che ritengono inaccettabile l’uso di anglicismi nel linguaggio istituzionale o della politica, per trasparenza e anche rispetto verso i cittadini. Anche perché con questo tipo di linguaggio, molto ricorrente anche nel Miur purtroppo, questi vocaboli si diffondono e si radicano, come giustamente rilevato nell’articolo. In Francia non sarebbe possibile, come non lo è nei contratti di lavoro, mentre da noi un’azienda come Italo ha introdotto “train manager” al posto di “capotreno” nei contratti, oltre che nella comunicazione ai passeggeri. Quando poi si introduce lo pseudoinglese tutto è ancora più assurdo e nel lievitare dell’inglese durante la pandemia ci sono vari esempi (non li cito per non rovinare la prossime puntate, visto che questo articolo sembra il numero 1). Sul lessico anglicizzato del coronavirus ho però dedicato un articoletto sul portale Treccani, se interessa. Un saluto. antonio zoppetti

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