Perché siamo attratti dalle informazioni negative più che da quelle positive

All’inizio del millennio, gli psicologi Roy F. Baumeister, Ellen Bratslavsky, Catrin Finkenauer e Kathleen D. Vohs pubblicarono un articolo dal titolo accattivante Bad is stronger than good (2001). La tesi sostenuta dagli autori, dopo aver passato in rassegna un numero piuttosto eterogeneo di studi condotti in ambiti disparati, era che informazioni, eventi, emozioni, relazioni, circostanze “cattive” hanno un impatto maggiore e più duraturo sulla vita rispetto a eventi, emozioni, relazioni, circostanze positive.

Ad esempio, nell’ambito dei rapporti di coppia, una comunicazione negativa – ad esempio, un’offesa – ha più potere distruttivo di una comunicazione positiva – ad esempio un gesto di affetto – e può avere conseguenze nefaste sulla vita di relazione. Secondo un altro psicologo, John Gottman, ci vogliono almeno cinque azioni positive all’interno di una coppia per compensare l’effetto di una sola azione negativa messa in atto da uno dei partner» (Camillo Regalia, Giorgia Paleari, 2016, Saper dire grazie. Perché conviene, Il Mulino, Bologna, pp. 15).

Lo stesso accade nelle altre interazioni quotidiane. L’ingiuria di uno sconosciuto può “far male” più di quanto possa fare bene un suo complimento.

Di questo aspetto particolare della psicologia della comunicazione era consapevole Giacomo Leopardi, il quale, in una riflessione contenuta nel suo Zibaldone, osserva:

Non solo noi diveniamo insensibili alla lode, e non mai al biasimo, come dico altrove, ma in qualunque tempo, le lodi di mille persone stimabilissime, non ci consolano, non fanno contrappeso al dolore che ci dà il biasimo, un motteggio, un disprezzo di persona disprezzatisima, di un facchino. (29. Lug.) (Leopardi, G., 2022, Zibaldone, Mondadori, Milano, p. 1661).

Perché ci accade questo?

Una delle spiegazioni possibili è che le informazioni negative sono considerate da ognuno di noi più “diagnostiche”, ossia più rivelatrici, rispetto a quelle positive. Per qualche motivo, tendiamo a pensare che in esse si celi un elemento di verità superiore a quello contenuto nelle informazioni positive – lodi, elogi ecc. – e quindi che esse debbano essere tenute in maggior conto se intendiamo sapere quello che le altre persone pensano “realmente” di noi.

Naturalmente, questa convinzione non ha alcun fondamento: uno sconosciuto che ci elogia non è da meno di uno sconosciuto che ci ingiuria. In entrambi i casi, l’altro non ci conosce e non ha motivo di elogiarci o offenderci. Eppure, i suoi scherni pesano più che i suoi complimenti sulla nostra autostima. È come se il nostro io fosse più motivato a evitare le cattive definizioni che lo riguardano che a perseguire quelle buone.

Del resto, il “gioco” funziona anche a parti invertite. Se veniamo a sapere che una persona che giudichiamo onesta e affidabile è stata accusata di un crimine, questa informazione tenderà ad essere preminente rispetto alle altre e ad orientare la valutazione complessiva della persona. Non importa quante azioni buone siano state compiute, basta una sola azione cattiva per etichettare negativamente un individuo.

Insomma, temiamo ciò che è “cattivo”, ma lo riteniamo più affidabile e credibile di ciò che è “buono”. Per questo ne siamo attratti. Per questo, amiamo ascoltare pettegolezzi, commentare le notizie negative del telegiornale, contemplare gli eventi negativi che accadono nel mondo.

Non lo ammetteremo mai, ma è ciò che è “cattivo” a spingerci a essere curiosi e a vivere.

Fonte:

Baumeister, R. F., Bratslavsky, E., Finkenauer, C., & Vohs, K. D. (2001). Bad is stronger than good. Review of General Psychology, 5(4), 323–370

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