Succede quando siamo coinvolti in un incidente che compromette significativamente la nostra autonomia; quando ci viene comunicata una notizia pessima riguardante la nostra salute; quando apprendiamo della scomparsa precoce di una persona importante della nostra vita; quando perdiamo improvvisamente il lavoro e ci ritroviamo in mezzo a una strada senza mezzi di sussistenza.
In questi casi, la domanda “Perché proprio a me?” – esempio peculiare di luogo comune espresso in forma interrogativa – sorge spontanea. L’idea che un destino cinico e baro ci abbia presi di mira e che, dietro le nostre disavventure, si nasconda una volontà ostile mossa da chissà quali ragioni è irresistibile e ci induce a interpretare il ruolo della vittima predestinata alla sofferenza. Ma anche a lambiccarci il cervello nel tentativo di individuare la ragione (o le ragioni) di tanta sfortuna. Forse – azzardiamo – abbiamo commesso in passato (se non addirittura in un’altra vita!) un crimine o un peccato che ora siamo chiamati a scontare. Forse, la crudezza della nostra sorte è direttamente proporzionale alla gravità del crimine o del peccato commessi, in base a una dantesca logica del contrappasso tanto severa quanto misteriosa. Comunque sia, non troviamo pace finché non scorgiamo una causa, per quanto improbabile, che possa spiegare quello che ci è accaduto.
Del resto, a pensarla così erano già gli Antichi. Si pensi a Giovanni 9, 1-3: «Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”». Ai tempi di Gesù, era normale attribuire l’insorgenza di una malattia a un peccato proprio o dei genitori. E lo stesso Gesù vi attribuisce un significato, seppure difforme da quello attribuito dalla maggioranza delle persone del suo tempo. Il dolore e la malattia erano considerati portatori di un senso tutto da scoprire, ma indubitabile. Non a caso, per rimanere alla Bibbia, ma passando all’Antico Testamento, il giusto Giobbe, messo a dura prova da Satana, chiede disperato a Dio: «Se ho peccato, che cosa ti ho fatto? O tu che osservi l’uomo, perché mi hai posto come tuo bersaglio, perché io sono di peso a me stesso?» (Giobbe 7, 20). La sofferenza gratuita necessita di una spiegazione. Un motivo qualsiasi è preferibile a nessun motivo.
Oggi, come ieri, gli esseri umani hanno bisogno di assegnare una causa ai propri mali. Qualsiasi essa sia. E l’interrogativo “Perché proprio a me?” è il primo passo verso il reperimento di un significato senza il quale ci sentiamo nudi.
Questo a causa del fatto che siamo a disagio nell’accettare il ruolo del caso nella nostra vita. L’idea che le cose accadano senza un motivo ci trova riluttanti o increduli. Al contrario, individuare una causa, un motivo, come quando siamo colpiti da una malattia, è rassicurante. Come afferma il divulgatore scientifico Dario Bressanini: «Il cercare una ragione a quello che ci capita è una cosa che ci accompagna da sempre. Se c’è un effetto cerchiamo sempre una causa, un senso a quello che accade. Purtroppo, a volte, come dice una canzone «un senso non ce l’ha» (Bressanini, 2023, pp. 90-91).
Ma come mai siamo sempre alla ricerca disperata di un senso?
Perché, come notò anni fa il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty (1908-1961), gli esseri umani sono condannati al significato: anche non volendo, tendono ad individuare e riconoscere modelli dotati di senso in qualsiasi fenomeno (Merleau-Ponty, 1962, p. XIX, in Guthrie, 1993, p. 198).
Più indietro nel tempo, un altro filosofo, Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), osservò l’innata tendenza delle persone a produrre ordine:
Supponiamo che tu segni una quantità di punti su una carta in un modo qualsiasi: io dico che è possibile trovare una linea la cui nozione segua una certa regola e tale che passi per tutti questi punti. E se tracci una linea continua, ora retta ora curva ora d’altra natura, è possibile trovare una nozione o regola o equazione comune a tutti i punti di questa linea, in virtù della quale i suoi mutamenti risultino spiegati (cit. in Nicola, 2003, p. 89).
E un suo contemporaneo, Baruch Spinoza (1632-1677), nell’appendice alla Parte I della sua Etica, sostenne che gli individui credono in un ordine insito nelle cose anche se non sanno nulla di queste cose:
Quelli che non capiscono la natura delle cose, ma le immaginano soltanto, non sono capaci di dire niente di esse e confondono l’immaginazione con l’intelletto, allora credono fermamente che nelle cose vi sia un ordine, ignari tanto della natura delle cose quanto della propria. Infatti, quando le cose sono disposte in modo che non appena ce le rappresentiamo con i sensi le possiamo facilmente immaginare, e quindi ricordare facilmente, le diciamo bene ordinate, in caso contrario invece le diciamo male ordinate e confuse (Spinoza, 1972, p. 126).
Insomma, ricercare un significato in ciò che ci accade è un processo automatico; anzi, talmente automatico che spesso non ne abbiamo nemmeno consapevolezza. È addirittura inevitabile, così come è inevitabile per noi interpretare il mondo. Una testimonianza del fatto che gli individui sono incessantemente impegnati a ricavare un ordine da ciò che li circonda. Chiedersi “Perché proprio a me?” è il prezzo da pagare per questo impegno, il destino cognitivo che travisiamo per destino tout court: un destino che crediamo imposto da entità denominate “fato”, “dio”, “sfortuna”, “mala sorte”, “sventura”.
Un esempio del fatto che siamo a disagio nell’accettare il ruolo del caso nella nostra vita è evidente dalle reazioni che, qualche anno fa, ebbe un articolo pubblicato dalla rivista Science in cui i due autori, Cristian Tomasetti e Bert Vogelstein, asserirono che «la maggior parte dei casi [di cancro] è dovuta alla “sfortuna”, ovvero a mutazioni casuali che si verificano durante la replicazione del DNA nelle cellule staminali normali, non tumorali» (Tomasetti, Vogelstein, 2015, p. 78). L’articolo suscitò molte polemiche perché sembrava sminuire gli sforzi per identificare le cause delle malattie tumorali e prevenirle efficacemente. Come riassume efficacemente Dario Bressanini,
Il timore di molti scienziati era che […] l’importanza della prevenzione venisse messa in dubbio presso il grande pubblico, con il rischio di sottovalutarla perché in presenza di una forte componente casuale qualcuno avrebbe potuto pensare che «tanto non si può far nulla contro il caso». In altre parole, l’articolo sembrava essere criticato più perché non piacevano le sue implicazioni sulla sanità pubblica che per l’analisi matematica svolta.
A leggere le osservazioni pubblicate sotto lo studio online sotto vari articoli di commento si capisce che quello studio ha generato molte reazioni contrastanti anche nel grande pubblico: tra i malati di cancro ma anche tra le persone sane. Alcuni malati a leggere quella notizia si sono sentiti un po’ sollevati dal senso di colpa di aver causato la propria malattia attraverso qualche comportamento a rischio. Sollevati dall’idea che non siano stati loro stessi a «far entrare» il cancro nel loro corpo. E alla stessa maniera anche alcuni genitori di bambini colpiti da tumori maligni si possono essere sentiti meno colpevoli per non aver saputo proteggere i propri figli: non c’era nulla probabilmente che avrebbero potuto fare. Dall’analisi di Tomasetti e Vogelstein spesso i tumori che colpiscono i più piccoli sono anche quelli con un contributo altissimo di casualità.
Altri malati invece hanno reagito negativamente all’idea che la loro malattia non avesse un colpevole preciso, quasi che fosse alla stessa maniera, in chi non è ammalato, in una società come la nostra che cerca il controllo totale su qualsiasi cosa, l’idea che per molti tumori non si potesse fare quasi nulla per evitarne l’insorgenza era ed è intollerabile, angosciante e ansiogena. Da un agente cancerogeno ci si può, almeno in teoria, proteggere. Dal caso no, non si può fare prevenzione (Bressanini, 2023, pp. 94-95).
La convinzione che ci sia sempre una causa precisa per ciò che ci accade rientra anche in quell’errore cognitivo denominato “illusione di controllo” in virtù del quale crediamo di poter influenzare o determinare eventi che dipendono invece totalmente dal caso. Questo errore nasce dal desiderio psicologico di trovare ordine e prevedibilità in un mondo dominato dall’incertezza e rappresenta, dunque, una modalità per far fronte al “terrore del caso” (Langer, 1975). Un esempio di tale illusione è all’opera nei giocatori d’azzardo, i quali si illudono di potere ottenere un numero alto se tirano i dadi con forza, come se il semplice gesto fisico riuscisse a influire sul risultato. Allo stesso modo, attribuire un perché a ciò che ci accade – sia nel caso di eventi negativi che di eventi positivi – ci fornisce l’illusione di poter controllare la nostra vita e non lasciarla in balia del caso.
Questa ostilità nei confronti delle spiegazioni casuali è evidente anche da un’altra circostanza che a tutti noi capita di sperimentare.
Pensiamo a quello che accade quando muore una persona famosa o un amico che non vedevamo da un po’. La prima cosa che chiediamo o ci chiediamo, una volta superata la fase della costernazione emotiva, è per quale ragione sia morto (o morta). È più forte di noi. Dobbiamo saperlo. È stato un incidente stradale? Una caduta? Una malattia? E, se sì, un infarto, rapido e straziante, o “il male del secolo”, dal decorso lungo e agonizzante? Una malattia del sistema respiratorio? O dell’apparato genito-urinario?
La causa della morte è un’informazione per noi vitale perché serve a mettere ordine nelle nostre credenze e a rassicurarci. Certo, tutti dobbiamo morire, ma individuare una causa, magari riconducibile a una malattia o a un evento prevedibili, e quindi, prevenibili, ci tranquillizza perché ci dice che quella causa era potenzialmente evitabile. Se essa non si fosse verificata, la persona famosa o l’amico sarebbero ancora in vita.
E, allora, un pensiero corre al nostro stile di vita, al nostro stato di salute, alle condizioni del nostro cuore, delle nostre arterie, dei nostri polmoni. “Per fortuna, non fumo, altrimenti…”. “Tutti sanno che eccedeva con l’alcol, io invece…”. “Aveva una vita disordinata ed è per questo che…”. “Sono sempre stato prudente, io!”. E immediatamente eseguiamo, sperando che nessuno se ne accorga, un confronto tra la nostra vita e quella di chi in vita non è più: per ricavarne un motivo di conforto, una differenza essenziale, uno scarto vitale.
Questo ruminare sulle cause conferma e rafforza la credenza principale che sorregge le nostre vite, ossia che, potenzialmente, siamo tutti immortali fino a prova contraria. Anzi, fino a evento o malattia contrari. Si tratta di un’illusione fondamentale che ci dà speranza e forza di vivere e che, se venisse meno, renderebbe le nostre esistenze più miserevoli.
Chiedere la causa serve, allora, a preservare il nostro ottimismo nei confronti della vita, tanto che ci angustiamo se apprendiamo che il personaggio o il conoscente deceduti conducevano una vita moderata, priva di rischi o eccessi. “Qualcosa doveva pur esserci!”, ci raccontiamo e andiamo alla ricerca, nella nostra mente, delle possibili cause di quella morte. E spesso la troviamo. Ne basta una, una qualsiasi, anche un semplice sospetto, e il nostro sistema di credenze è salvo.
“Oh Signore, dacci oggi la nostra illusione quotidiana” invoca il nostro inconscio.
E per nutrire l’illusione di immortalità che conferisce senso alla nostra vita andiamo a caccia di una causa di morte. Così come di una causa per qualsiasi cosa possa accaderci.
Riferimenti
Bressanini, D., 2023, Fa bene o fa male?, Mondadori, Milano.
Guthrie, S. E., 1993. Faces in the Clouds: A New Theory of Religion. Oxford University Press
Langer, E. J., 1975, “The illusion of control”, Journal of Personality and Social Psychology, vol. 32, n. 2, pp. 311–328.
Merleau-Ponty, M., 1962, Phenomenology of Perception, The Humanities Press, New York.
Nicola, U., 2003, Sembra ma non è, Demetra, Firenze.
Spinoza, B., 1972, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino.
Tomasetti, C., Vogelstein, B., 2015, “Variation in cancer risk among tissues can be explained by the number of stem cell divisions”, Science, 347(6217), pp. 78-81.










































