Perché ci lamentiamo di chi ci governa

Già, perché lo facciamo?

La risposta sembra semplice. Ci lamentiamo di loro perché non ci governano bene, perché sono incompetenti, perché non fanno quello che sono chiamati a fare, perché si lasciano corrompere, perché invece di servire gli interessi della collettività, servono i propri interessi. Si potrebbe continuare. Ci sono decine di ragioni legittime per lamentarsi di chi ci governa.

Ma se ci fossero altre ragioni? Ragioni riconducibili a motivazioni più profonde?

È di questo avviso Giacomo Leopardi, il quale, in una sua riflessione presente nello Zibaldone, dice:

Gli uomini governati in pubblico o in privato da altri, e tanto più quanto il governo è più stretto, (i fanciulli, i giovani ec.) accusano sempre, o tendono naturalmente ad accusare de’ loro mali o della mancanza de’ beni, delle noie e scontentezze loro, quelli che li governano, anche in quelle cose nelle quali è evidentissima l’innocenza di questi, e la impossibilità o d’impedire o rimediare a quei mali o di proccurar quei beni, e la totale indipendenza e irrelazione di queste cose con loro. La cagione è che l’uomo essendo sempre infelice, naturalmente tende ad incolparne altresì sempre non la natura delle cose e degli uomini, molto meno ad astenersi dall’incolpare alcuno, ma ad incolpar sempre qualche persona o cosa particolare in cui possa sfogar l’amarezza che gli cagionano i suoi mali, e che egli possa per cagione di questi fare oggetto e di odio e di querele, le quali sarebbero assai men dolci di quello che sono a chi soffre se non cadessero contro alcuno riputato in colpa del suo soffrire. Questa naturale tendenza opera poi che il misero si persuade anche effettivamente di quello che egli immagina, e quasi desidera che sia vero. Da ciò è nato che egli ha immaginato i nomi e le persone di fortuna, di fato, incolpati sì lungamente dei mali umani, e sì sinceramente odiati dagli antichi infelici, e contro i quali anche oggi, in mancanza d’altri oggetti, rivolgiamo seriamente l’odio e le querele delle nostre sventure. Ma molto più dolce fu agli antichi ed è a’ moderni l’incolpare qualche cosa sensibile, e massime qualche altro uomo, non solo per la maggior verisimiglianza, e quindi facilità di persuaderci della sua colpa, che è quello che ci bisogna, ma più ancora perchè l’odio e le querele sono più dolci quando si rivolgono sopra cose presenti che ne possano essere testimoni, e sottoposte alla vendetta che noi con esso odio vano e con esse vane querele intendiamo fare di loro. Massimamente poi è dolce l’odio e il lamento quando è rivolto sui nostri simili, sì per altre cagioni, sì perchè la colpa non può veramente appartenere se non a esseri intelligenti. Quelli che ci governano sono da noi facilmente scelti a far questa persona di rei de’ nostri mali, che non hanno altro reo manifesto o accusabile, e a servir di soggetto e scopo della vana vendetta che ci è dolce fare de’ medesimi mali. Essi sono in fatti in tali casi i più adattati, e quelli di cui ci possiamo dolere esteriormente e interiormente con più di verisimilitudine. Quindi è che chi governa in pubblico o in privato è sempre oggetto d’odio e di querele de’ governati. Gli uomini sono sempre scontenti perchè sono sempre infelici. Perciò sono scontenti del loro stato, perciò medesimo di chi li governa. (Essi sentono e sanno bene di essere infelici, di patire, di non godere, e in ciò non s’ingannano. Essi pensano aver diritto di esser felici, di godere, di non patire, e in ciò ancora non avrebbero il torto, se non fosse che in fatto questo che essi pretendono è, non che altro, impossibile.) E come non si può fare che gli uomini sieno mai felici, e però nè anche che sieno contenti, così niun governante nè pubblico nè privato, qualunque amore abbia a’ soggetti, qualunque cura del loro bene, qualunque sollecitudine di scamparli o sollevarli dai mali, qualunque merito insomma verso di loro, non può mai ragionevolmente sperare che essi non l’odino e non lo querelino, anche i più savi, perchè è natura nell’uomo il lagnarsi di qualcuno, quasi altrettanto che l’essere infelice, e questo qualcuno è per l’ordinario e molto naturalmente quello che li governa. Però circa il governare non v’ha pur troppo che due partiti veramente savi, o astenersi dal governo, sia pubblico sia privato, o amministrarlo totalmente a vantaggio proprio e non de’ governati. (17. Aprile. 1824. Sabato Santo) (Leopardi, G., 2022, Zibaldone, Mondadori, Milano, pp. 1406-1407).

Stando a questa riflessione, dunque, il motivo “profondo” per cui chi governa è esposto alle nostre querimonie è che gli individui sono sempre scontenti e devono pur prendersela con qualcuno: questo qualcuno deve essere un loro simile e i governanti sono il bersaglio più adatto. Non importa quello che fanno o non fanno. Potrebbero essere le persone più oneste e pulite del mondo, ma noi abbiamo bisogno di recriminare con qualcuno, di eleggere un nostro simile a capro espiatorio generico e questa sorte è toccata ai governanti.

Al riguardo, Leopardi avrebbe sottoscritto la celebre frase “Piove. Governo ladro!”, che sottolinea appunto l’abitudine di incolpare le autorità per qualsiasi avversità, inclusi gli eventi atmosferici.

Il poeta recanatese attribuisce questa abitudine a una indistinta infelicità umana. È probabile, però, che ci sia almeno un altro motivo. Ci piace attribuire ai governanti tutte le colpe di questo mondo perché esercitano un potere in grado di modificare le nostre esistenze; un potere che è anche un privilegio e, essendo un privilegio, è riservato a pochi.

Come gli dei del passato potevano decidere delle nostre vite con uno schiocco di dita, così i governanti sono in grado di condizionare le nostre vite con l’adozione di una norma, un provvedimento, un’ordinanza. I governanti “terreni” sono gli dei del passato scesi in terra. E, come gli dei erano oggetto di contumelie di vario tipo (“Per Giove!”), così chi ci governa è oggetto di lagnanze dello stesso tipo. Anche se riguardano cose che con il loro operato non hanno nulla a che fare.

La verità è che odiamo il potere e chi lo rappresenta perché ci fanno sentire inferiori, debitori, impotenti. E le nostre lamentele vogliono semplicemente dire: non sopporto che tu abbia il potere e io no.

Sono, dunque, un modo per avere l’illusione di riequilibrare i rapporti, di rivalersi sui potenti con la parola maldicente, di colmare il gap di ascendenza con il pettegolezzo, la chiacchiera, la cattiva parola, di avvolgere il verbo potente con il verbo denigratore. 

La lamentela è il nostro modo di sentirci degni nei confronti di chi ci vorrebbe solo subalterni

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