Non c’è dubbio che una delle categorie professionali che maggiormente attrae giudizi negativi sia quella dei magistrati.
Dei magistrati si sente dire tutto e di peggio, forse anche perché non li si conosce bene.
Si afferma, ad esempio, che essi costituiscano una casta autoreferenziale, i cui membri si tutelano e si promuovono a vicenda in barba ai più elementari criteri di merito e in ossequio a logiche opache tutte interne al gruppo.
Si riferisce che i magistrati siano fortemente politicizzati e che orientino le proprie sentenze sulla base delle proprie convinzioni e appartenenze piuttosto che sulla base di criteri neutri di giudizio. Sarebbero, quindi, le cosiddette “correnti” a dettare l’azione dei magistrati, i quali, secondo questa opinione, non agirebbero mai in nome della “vera” giustizia.
Infine, è diffusa la convinzione secondo cui i magistrati godrebbero di una sostanziale impunità e non pagherebbero mai per gli errori giudiziari commessi, anche se questi, talvolta, “mandano in carcere” persone innocenti.
Indipendentemente dalla corrispondenza ai fatti di questi giudizi, è certo che l’immaginario collettivo e il dibattito pubblico sulla figura del magistrato ne sono fortemente condizionati. E non da adesso, ma da sempre, se si pensa che già Leopardi, nello Zibaldone, osservava quanto fossero volubili le opinioni delle persone sui magistrati.
Magistrato da bene. Magistrato malvagio. Qual è il segno da riconoscerlo? Di tutte le altre cose non ne troverete una, dove stabilito ancora e confessato il fatto, non sieno vari e opposti giudizi, o interpretazioni qual buona qual sinistra. Rigoroso, severo: se tu lo lodi per questo capo, altri per questo medesimo lo chiamerà vendicativo, crudele, ministro della tirannide, esecutore di vendette e risentimenti privati sotto specie di pubblici, nemico dei cittadini, fanatico, persecutore, odiatore dei lumi, della libertà, del progresso della civilizzazione. Clemente: sarà freddo, debole, protettore dei vizi e dei malvagi, complice dei perturbatori della società, fautore delle male opere. Se vi sono partiti, ed egli ne favorisce uno, l’altro o gli altri lo condannano; se nessuno, egli è un insensato, un vile, almeno un furbo. Così dell’ambizione; ec. ec. Ma quanto all’astinenza o all’appetenza dell’altrui o del pubblico, voi non troverete due persone che concordato il fatto, discordino nel lodarlo o nel biasimarlo, o anche nell’interpretarlo. E questo è quasi il solo capo dal quale in verità suol dipendere il nome che uno acquista nei magistrati di uomo da bene, o di tristo. Da bene è sinonimo di disinteressato, malvagio di cupido; integrità di disinteresse ec. Da ciò parrebbe che gli uomini non fossero d’accordo se non nel concetto della roba, e che l’ufficiale pubblico potesse a suo modo dispor della vita, dell’onore, della libertà, di tutti gli altri beni dei cittadini, purchè rispettasse i danari e le possessioni. (4. Feb. Domenica. 1827.) (Leopardi, G., 2022, Zibaldone, Mondadori, Milano, p. 1513).
Come si distingue un bravo magistrato da uno incompetente? Può esistere un magistrato immune da pregiudizi, convinzioni e appartenenze? È possibile giudicare le azioni di un uomo o di una donna a partire da criteri meramente oggettivi e scientifici?
Su questi interrogativi ancora oggi la psicologia delle decisioni continua ad affinare le proprie ricerche con esiti non sempre lusinghieri nei confronti di chi è chiamato a giudicare i suoi simili.
Si pensi alla celebre frase «La giustizia è ciò che il giudice ha mangiato a colazione» (in lingua originale “The decision depends on what the judge ate for breakfast”), tradizionalmente attribuita al famoso giurista e giudice federale statunitense Jerome Frank (1889-1957), con cui lo stesso Frank evidenziava provocatoriamente come le sentenze non derivino sempre dall’applicazione neutra delle norme giuridiche, ma siano influenzate da fattori psicologici, sociali e individuali, anche apparentemente trascurabili.
Insomma, fare il magistrato è difficile. Ancora più difficile, è accettare in maniera equanime le sue sentenze, come già aveva intuito Giacomo Leopardi 200 anni fa.










































