L’origine del Primo comandamento

Quando si tratta di religione, la credenza che formule, preghiere, liturgie siano così come le conosciamo dall’inizio dei tempi, forse per analogia con la “durata eterna” della divinità, è estremamente radicata. Per il credente è sgradevole, se non intollerabile, pensare che, ad esempio, l’Ave Maria o la Salve Regina abbiano una storia, abbiano conosciuto un’evoluzione e non siano da sempre come le si conosce oggi.

Forse anche più intollerabile è il pensiero che determinate formule “derivino” o, comunque, debbano qualcosa ad altre utilizzate per divinità oggi sconosciute o invise. Eppure, anche formule e preghiere hanno una storia. Perfino, quelle più antiche.

Si pensi ai cosiddetti Dieci comandamenti.

Apparentemente, non ci sono formule più antiche di quelle contenute in Esodo, libro la cui redazione scritta definitiva risale al VI – V secolo a.C., secondo la critica storica, ma che la tradizione religiosa ebraica colloca intorno al 1512 a.C., nel periodo immediatamente successivo all’uscita dall’Egitto.

Il credente tende a ritenere che questi celebri principi etici e morali, ancora oggi insegnati nel catechismo, abbiano la loro origine nella rivelazione fatta da Dio a Mosè sul Monte Sinai.

Eppure, come osserva lo storico Mario Liverani, tutta l’ideologia del patto tra Yahweh e gli ebrei, per cui il primo avrebbe garantito ai secondi la salvezza in cambio di una fedeltà assoluta ed esclusiva, riflette fortemente il periodo della dominazione assira di Israele (ca. 740-640 a. C.). Anzi, le formulazioni bibliche del patto, a cominciare dal primo comandamento (“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me”. Esodo 20, 2-3) riecheggiano chiaramente le formulazioni assire del giuramento di fedeltà:

Noi ameremo Assurbanipal re d’Assiria, e odieremo il suo nemico. A partire da oggi e finché vivremo, Assurbanipal re d’Assiria sarà il nostro re e il nostro signore. Noi non metteremo né cercheremo alcun altro re o alcun altro signore per noi (Liverani, M., 2003, Oltre la Bibbia. Storia antica d’Israele, Laterza, Bari-Roma, p. 182).

È, dunque, all’impatto imperiale assiro che Israele deve alcune sue “conquiste culturali”, come appunto i Dieci comandamenti, i quali non hanno origine da una rivelazione avvenuta in un unico momento, come vuole la tradizione religiosa, ma sono il precipitato di vicende su cui storici e archeologi ci hanno fornito studi illuminanti.

Insomma, come concludevo in un post precedente, niente è davvero eterno. Nemmeno preghiere e comandamenti.

Su questo aspetto evolutivo e storico di formule e preghiere religiose, ho scritto nel primo capitolo del mio libro La sacra corona. Storia, sociologia e psicologia del rosario (Meltemi, 2024), alla cui lettura, ovviamente, rimando.

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