“Lo schifoso è relativo”, disse Giacomo Leopardi

È solo a partire dagli anni Ottanta del XX secolo che il disgusto è stato fatto oggetto di attenzione costante da parte delle scienze umane, in particolare ad opera dello psicologo Paul Rozin. Secondo Rozin, il disgusto è un’emozione cognitivamente sofisticata, che dipende da idee di contaminazione, contagio e somiglianza. Lo dimostra il fatto che siamo piuttosto riluttanti, ad esempio, a mangiare perfette imitazioni di feci di cane confezionate in cioccolata (somiglianza) o a bere la nostra bevanda preferita nella quale troviamo immersi peli o insetti morti (contaminazione).

Le idee di contaminazione, contagio e somiglianza sono socialmente e culturalmente costruite, così che ciò che risulta disgustoso per noi, può non esserlo per altri. Inoltre, l’emozione del disgusto può contribuire a suddividere il mondo sociale in amici e nemici, gruppi di cui ci si può fidare e gruppi da cui stare alla larga. Non a caso uno dei trucchi più frequenti della propaganda di guerra consiste nel raffigurare il nemico come un essere “schifoso” e “ripugnante”. E non a caso, Rousseau diceva che ai re e ai nobili di Francia mancava la compassione per le classi sociali inferiori accusate di “puzzare” (Nussbaum, M.C., 2005, Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, Carocci, Roma, p. 72).

Possiamo dire che in tutte le culture diverse dalla nostra troviamo esempi di normalizzazione di pratiche che ci disgustano e che crediamo dovrebbero essere disgustose – anzi, è spesso questo il modo in cui riconosciamo la loro diversità – ma è molto più difficile per noi immaginare una cultura in cui il disgusto non sia in qualche modo presente. Se il disgusto è qualcosa che qualunque essere umano prova, è probabile che il contenuto di ciò che è disgustoso sia soggetto a significative variazioni da cultura a cultura e, all’interno delle singole culture, da individuo a individuo.

Provare disgusto è umano e rende umani. Al punto che, consideriamo coloro che manifestano una soglia di disgusto molto alta, e sono pertanto piuttosto insensibili al disgustoso, come appartenenti a categorie diverse: protoumani come i bambini, subumani come i pazzi, o sovrumani come i santi. Se le persone hanno idee diverse di ciò che è disgustoso noi li consideriamo, a seconda della misura in cui deviano dalle nostre norme, forestieri o primitivi, e quindi esotici, barbari e ributtanti.

Insomma, non c’è niente di assoluto quando si parla di disgusto.

Ne era consapevole anche Giacomo Leopardi, il quale, in una sua riflessione sullo “schifoso”, così scriveva nello Zibaldone:

Niente d’assoluto. Qual cosa par più assoluta e generale, almen fra gli uomini, di quello che la corruzione sia nauseosa? Or le sorbe e le nespole, perocchè nello stato che per loro è vera maturità e perfezione, per noi non son buone a mangiare; bensì nello stato che per loro è vera, non pur vecchiezza, ma morte e corruzione; perciò mezze e corrotte si mangiano. Lo schifoso è interamente relativo. La lumaca non fa schifo a se stessa. Non è schifoso a noi quello che in noi, o da noi uscito o prodotto ec. è schifoso agli altri. Il porco si diletta di ravvolgersi nel fango e lordure ec. E quanti uomini trattano e amano, e mangiano e gustano ec. cose che agli altri (a tutti o a più o ad alcuni, nella stessa nazione o in diverse) riescono schifosissime. La sorba, la nespola, secondo noi, è perfetta quando è corrotta, misurando noi la perfezione di queste, come d’infinite altre cose, dall’uso nostro ec. Ma chi non vede che questa perfezione è al tutto relativa? e relativa a noi soli, anzi al solo uso del nostro palato e stomaco, ed in quanto la sorba è atta a divenirci una volta cibo, cosa a lei affatto accidentale ed estrinseca? E che la sorba non ne è perciò meno corrotta e degenerata? nè, per se stessa e per sua natura, meno perfetta allor quando ec. e non in altro tempo ec. (23. Ott. 1823.) (Leopardi, G., 2022, Zibaldone, Mondadori, Milano, pp. 1251-1252).

In questo, come in altri pensieri espressi nello Zibaldone, Leopardi manifesta una sensibilità antropologica e sociologica estremamente moderna, per certi versi sorprendente se consideriamo che non ebbe la possibilità di viaggiare e confrontarsi con culture “altre”, come fanno gli antropologi e i sociologi. Oggi, in un’epoca globalizzata quale quella in cui viviamo, non è affatto straordinario osservare i condizionamenti culturali e sociali del disgustoso. All’epoca di Leopardi, lo era. E questa è una ulteriore dimostrazione della raffinata grandezza di un poeta che, troppo sbrigativamente, siamo tentati di definire “provinciale”.

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