Alcuni luoghi comuni hanno maggiore presa in determinate fasi della vita. Prendiamo l’adolescenza. Perché gli adolescenti desiderano una cosa piuttosto che un’altra? Perché lo fanno tutti quelli che frequentano! Perché indossano una determinata marca piuttosto che un’altra? Perché è così che fanno tutti i loro pari. Perché vogliono assolutamente andare a quella gita? Perché ci saranno tutti i loro amici. La forza trainante degli “altri” è talmente vigorosa che, di fronte al rifiuto dei genitori di soddisfare i loro desideri, replicano: “Ma se lo fanno tutti!” (al che i genitori solitamente ribattono: “E allora se tutti si buttano dal ponte, che cosa fai? Ti butti anche tu?”). Per gli adolescenti, “Lo fanno tutti!” non è un banale luogo comune, è un imperativo categorico a cui conformarsi sempre e la cui trasgressione può avere conseguenze letali per la loro autostima e la loro vita sociale.
Ma, naturalmente, non solo per gli adolescenti. Anche gli adulti di qualunque età e genere sessuale fanno cose perché “così fan tutti” – o almeno tutti quelli che contano per loro – anche se avrebbero enormi difficoltà ad ammetterlo. Nessuno vuole passare per un individuo gregario che segue bovinamente la massa. Tutti sono orgogliosi della propria autonomia. Eppure, succede ripetutamente. I nostri gusti in fatto di moda, arte, cibo, economia, politica, lavoro, vacanze ecc. sono profondamente condizionati dalle scelte altrui. Solo un ipocrita lo negherebbe. La verità, però, è che siamo tutti ipocriti quando è in gioco la nostra identità di persone libere e indipendenti.
Il condizionamento sociale esercitato da “ciò che tutti fanno” è talmente forte che anche pubblicitari, esperti di marketing e propagandisti ricorrono alla sua potenza per persuadere gli individui ad agire secondo i propri desideri. Si spiegano così le risate preregistrate di cui sono infarciti i programmi televisivi e che, stando ad alcuni studi, inducono gli ascoltatori e gli spettatori a ridere più spesso e più a lungo (Cialdini, 1995, p. 97). Il fatto che tutti ridano a una battuta di un programma televisivo è sufficiente a far ridere anche noi, sebbene siamo perfettamente consapevoli che quelle risate sono finte. Oppure, pensiamo alle tante pubblicità che invitano ad acquistare un prodotto perché “tutti lo amano”. I pubblicitari sanno bene che un modo efficace per vendere qualcosa alle persone comuni è dimostrare che altre persone comuni lo apprezzano (Cialdini, 1995, p. 115). O, ancora, si pensi, in politica, al cosiddetto “effetto carrozzone”, che ha luogo in seguito alla diffusione di sondaggi pre-elettorali quando gli elettori tendono a votare per il partito che i sondaggi danno per vincente. In questo caso, il timore di condizionare l’elettorato tramite un effetto del genere ha indotto molti paesi ad emanare leggi che proibiscono la trasmissione di dati riguardanti le scelte politiche degli elettori nei giorni immediatamente precedenti le votazioni. L’esistenza stessa di tali norme ci fa comprendere come, sebbene non ci faccia piacere ammetterlo, siamo tremendamente sensibili alla pressione dei più e spesso facciamo cose che, in quanto individui, non faremmo o di cui non andremmo fieri.
Lo dimostrò agli inizi degli anni Cinquanta del XX secolo, lo psicologo Solomon Asch (1956), conduttore di un esperimento sociale passato alla storia. Un gruppo di otto soggetti venne invitato a valutare quale di tre segmenti di lunghezza diversa fosse della stessa lunghezza di un altro segmento. Degli otto soggetti, ben sette erano complici dello sperimentatore e fornirono sistematicamente la stessa risposta vistosamente sbagliata. Il risultato straordinario fu che l’unico vero soggetto sperimentale del gruppo, nonostante l’evidenza degli errori degli altri, finì con il cedere alla pressione del gruppo, conformandosi alle sue percezioni e dando prova del potere del conformismo e dell’influenza della maggioranza, capace addirittura di alterare la percezione di coloro che la subivano.
Nonostante siano passati tanti anni dall’esperimento di Asch e nonostante i logici ci mettano continuamente in guardia dalla fallacia logica del cosiddetto argumentum ad populum, ossia dalla tentazione di sostenere la verità di un argomento sulla base della sua popolarità, la maggior parte degli individui continua a ritenere la massa un eccellente e affidabile termine di riferimento quando si tratta di decidere che cosa acquistare, dove andare a trascorrere le vacanze, quale ristorante frequentare, quale film vedere e così via. Ad esempio, posti dinanzi a due locali, dei quali uno affollato all’inverosimile e uno semivuoto, qual è la probabilità di giudicare il primo migliore rispetto al secondo? Allo stesso modo, di due personaggi sui social che offrono un prodotto, di cui uno con milioni di like e tante recensioni positive l’altro con pochissimi like e nessuna recensione, quale riterremo più credibile (Tinelli, Russo, 2025, pp. 142-148)? Pare insomma che il vecchio detto latino Vox populi, vox dei sia ancora oggi condiviso da tante persone. L’opinione collettiva possiede un’autorità indiscussa, quasi sacra: se tutti fanno la stessa cosa – sembrano pensare i più – deve esserci un fondo di verità.
Ma perché siamo così propensi a piegarci all’imperativo categorico del “lo fanno tutti”?
In un certo senso, siamo fortunati che ciò avvenga. L’ordine sociale presuppone che gli individui si comportino in maniera più o meno uguale e che siano condivise determinate norme collettive. Una certa misura di conformità è, dunque, cosa buona e giusta. Altra cosa è il conformismo gretto e pecoreccio che conduce ad annullare interamente la propria individualità e a seguire acriticamente i modelli di comportamento suggeriti dalla società. Ma, detto questo, non abbiamo ancora risposto alla domanda di partenza. Perché “così fan tutti” (e “tutte”, per riprendere il titolo della celebre opera di Mozart) diventa una sorta di “obbligo morale” al quale è per noi difficile sottrarci?
Secondo lo psicologo Robert Cialdini, autore di un libro seminale sulla persuasione, «uno dei mezzi che usiamo per decidere che cos’è giusto è cercar di scoprire che cosa gli altri considerano giusto» (Cialdini, 1995, p. 98). Ciò avviene soprattutto quando ci troviamo in situazioni di incertezza, complessità o sovraccarico mentale. In questi casi, preferiamo affidarci all’osservazione del comportamento altrui piuttosto che esaminare razionalmente la situazione.
Come affermano Lorita Tinelli e Giancarlo Russo, «basta osservare gli altri agire in un certo modo per sentirsi spinti a fare lo stesso. Immaginate di trovarvi dinnanzi a due ristoranti uno di fronte all’altro: uno è vuoto, l’altro ha una fila di 20 persone fuori. Nell’incertezza viene più facile pensare che quella coda rappresenti la qualità del ristorante e così ci si mette in fila» (Tinelli, Russo, 2025, p. 143).
In un mondo sempre più complesso come quello in cui viviamo, il cervello umano ragiona spesso adoperando scorciatoie cognitive, che a volte funzionano e a volte no. Una di queste suona così: «Quanto maggiore è il numero di persone che trova giusta una qualunque idea, tanto più giusta è quell’idea» (Cialdini, 1995, p. 107). Ciò è vero particolarmente se a trovare giusta quell’idea sono persone simili a noi. Se tanti individui esprimono un giudizio positivo su un medico al quale si sono rivolti, la probabilità che altri individui nelle stesse condizioni di salute si rivolgeranno allo stesso medico aumenterà notevolmente.
Da questo punto di vista, il principio della “riprova sociale”, come lo definisce Cialdini, è potentissimo e subdolamente seducente. Il paradosso, come detto, è che, nonostante esso agisca continuamente nelle nostre esistenze, tendiamo a negarlo, travisarlo o rimuoverlo perché non ci piace l’idea di essere considerati delle pecore che seguono la massa.
Gli esseri umani sono animali sociali, come già aveva intuito Aristotele (1983). Siamo per natura inclini a entrare in contatto con gli altri. Stare insieme agli altri è un aspetto fondamentale della nostra vita e della nostra identità. Non dovrebbe sorprenderci, dunque, che agiamo come gli altri e li imitiamo. Al tempo stesso, però, odiamo l’idea di essere “troppo” simili agli altri e rivendichiamo con forza la nostra indipendenza di pensiero e comportamento.
Si tratta di una delle più interessanti e misconosciute contraddizioni della condizione umana ed esprime un conflitto sempre presente nell’animo di ognuno di noi: l’opposizione tra libertà e conformismo, ribellione e adattamento, individuo e massa.
Al di là di questo aspetto, però, le scienze sociali hanno rivelato da tempo che quando abbiamo paura, siamo confusi o ci troviamo in una situazione che ci mette a disagio, il principio del “così fan tutti” agisce da retaggio evolutivo. Agli albori della nostra civiltà, seguire il gruppo aumentava la probabilità di sopravvivenza dell’individuo. Nella grande, sconfinata tribù che oggi chiamiamo società, seguire il gruppo continua a garantirci sicurezza, rassicurazione, protezione. È per questo motivo che continueremo a “fare quello che fanno tutti”. Ci farà sentire un po’ meno autonomi, ma ci solleva da scelte angosciose.
Riferimenti
Aristotele, 1983, Opere. Vol. 9. Politica, Trattato sull’economia, Laterza, Roma-Bari.
Asch, S. E., 1956, “Studies of independence and conformity: a minority of one against a unanimous majority”, Psychological monographs: General and Applied, vol. 70, n. 9, pp. 1- 70.
Cialdini, R. B., 1995, Le armi della persuasione, Giunti, Firenze
Tinelli, L., Russo, G., 2025, L’era dei fuffaguru, CSA Editrice, Castellana Grotte (BA).










































