L’invenzione della ninfomania

ninfomania

Prendete un giudizio morale, trasformatelo in una diagnosi medica con tanto di sintomi, formulate una prognosi condita da suggerimenti terapeutici e descrivete uno o più casi a “conferma” della vostra diagnosi. Avrete inventato un nuovo disturbo al quale potrete dare un nome originale (possibilmente di etimologia greca o almeno latina) o eponimo (vale a dire il vostro stesso nome).

È quello che successe nel 1771 quando il medico francese T. de Bienville inventò la ninfomania, disturbo che affligge le donne prive di compagnia maschile o mal maritate. È opportuno leggere almeno una parte del testo con il quale de Bienville “battezzò” il nuovo morbo perché stimola riflessioni ancora oggi di estrema utilità per noi del nuovo millennio.

Per ninfomania si intende un movimento sregolato delle fibre negli organi femminili. Questa malattia si distingue da tutte le altre, in quanto normalmente essa si cela sotto l’ingannevole apparenza di uno stato di quiete, mentre le altre investono l’organismo improvvisamente, estrinsecando quasi dal principio tutta la loro gravita. Accade che essa possieda già un carattere pericoloso allorché non solo non ci si è resi conto del suo progresso, ma neppure del suo inizio. Talvolta la malata che ne è colpita si trova con un piede nella tomba, senza sospettare il pericolo che corre. La ninfomania è come una serpe che inavvertitamente ella si è cresciuta in seno: si consideri fortunata colei che dimostra l’energia necessaria per sfuggire in tempo al crudele nemico che la vuole distruggere, prima che questi l’abbia mortalmente ferita.

Talvolta questa malattia colpisce di sorpresa le fanciulle nubili, il cui cuore immaturo per l’amore ria espresso il suo favore per un giovanotto, di cui esse sì sono perdutamente innamorate e di cui non possono godere a causa di ostacoli insormontabili.

Talaltra si vedono ragazze debosciate, che hanno vissuto nella sregolatezza di una vita voluttuosa, improvvisamente colpite da questo male, allorché un riposo forzato le tiene lontane dalle occasioni favorevoli alla loro fatale inclinazione.

Neppure le donne sposate ne sono esenti, soprattutto quelle che sono unite in matrimonio a uomini dal temperamento debole, bisognosi di sobrietà nei piaceri, oppure a uomini freddi, poco sensibili alle delizie della carne.

In ultimo vi sono esposte le giovani vedove, soprattutto quando la morte le ha private di un uomo forte e gagliardo, che le aveva abituate al piacere intrattenendo con esse frequenti e intensi rapporti sessuali; il ricordo di questi deliziosi momenti è causa di rimpianti amari, che producono insensibile scompiglio, agitazione e movimenti dapprima involontari, il cui protrarsi riduce tuttavia l’animo in uno stato increscioso.

Tutte, non appena sono colpite da questo male, si interessano con grande intensità e ininterrottamente agli oggetti capaci di suscitare nelle loro passioni la fiamma infernale della lubricità, particolarmente quando esse vi sono spinte dalla forza naturale del temperamento.

Esse accrescono la forza della naturale veemenza se si dedicano alla lettura di romanzi licenziosi, i quali inizialmente dispongono l’animo a teneri sentimenti e finiscono con l’ispirare la più volgare lascivia. Esse attizzano il fuoco che le divora con la complicità di raccolte di canzoni, di cui non si stancano di ripetere con voce appassionata le arie e le parole, che istillano nel loro cuore il veleno che le ucciderà.

Durante le intime chiacchiere con le amiche si impegnano affinché la conversazione cada su argomenti lusinghieri, anziché sforzarsi di allontanare questi ultimi dalla propria immaginazione. Qualora, nonostante tutti i loro sforzi, non riescono a impedire che la conversazione tocchi argomenti estranei alle loro passioni, esse cadono in uno stato di languore e di indissimulabile noia mortale.

Quando non hanno ancora apertamente varcato la soglia del pudore, non cessano di disonorarsi di nascosto, procurandosi da quali disgraziate manovali, il piacere; oppure, oramai impudenti, non temono di procurarsi quel laido e detestabile piacere con la complicità’ di una mano altrui.

Sempre pronte a prestare l’orecchio ai complimenti seducenti e lusinghieri degli uomini che le circondano, temono le occupazioni meno impegnative, se queste possono distrarle per un attimo dagli sporchi pensieri che la loro immaginazione accarezza.

Dopo la passeggiata, durante la quale i più innocenti giochi della natura sono stati interpretati dalla loro anima in pena come vivaci adescamenti della voluttà, esse si siedono a tavole sontuosamente apparecchiate per consumare cibi irritanti, piccanti e velenosi, che finiscono per sconvolgere indegnamente il loro sangue.

Le loro passioni sono infuocate dalla più vergognosa e eccessiva cupidigia; tale è l’effetto prodotto dai vini generosi di cui fanno uso incessante, dai liquori che tracannano come acqua, dall’abuso, prodigioso nel loro caso, di caffè e di cioccolato, tutte sostanze delle quali una sola è in grado di corrompere l’armonia animale e che, se riunite, accrescono a dismisura l’incendio che le divora (Bienville de, J-.D.-T., 1986, La ninfomania ovvero il furore uterino, Marsilio, Venezia, pp. 75-77).

Qual è l’operazione compiuta da de Bienville? Il medico francese parte da un giudizio morale: le donne non possono né devono provare impulsi sessuali, soprattutto se intensi. Né devono assumere atteggiamenti e comportamenti seduttivi (oggi parleremmo di “flirt”). Non devono nemmeno abbandonarsi a fantasie erotiche né masturbarsi. Tutto ciò è immorale e innaturale. Ed essendo innaturale – fate attenzione a questo passaggio – è perciò stesso patologico e merita l’attenzione professionale del medico il quale è chiamato a descrivere una diagnosi …

La malattia «ha inizio con un delirio malinconico, la cui causa risiede in un difetto dell’utero e si trasforma in seguito in delirio maniaco, la cui origine consiste in uno scompiglio cerebrale (Bienville de, J-.D.-T., 1986, p. 85).

… e a indicare una terapia:

[…] calmare il sangue e renderlo meno denso; […]  inumidire e distendere tutta la parete interna dell’utero e della vagina […]; distrarre la malata dai pensieri osceni (Bienville de, J-.D.-T., 1986, p. 111).

A sostegno di questa teoria, vengono portati vari esempi di donne afflitte dal morbo. Tra questi il più rilevante è quello di una certa Lucile, i cui “sintomi” sono una forte attrazione fisica verso il domestico Janot e il tentativo – non riuscito – di sedurre il cavaliere di Lys, episodio in seguito al quale la donna si ammala e deperisce. A conclusione del caso de Bienville formula il suggerimento più sicuro che riassume in poche parole il rimedio più efficace:

Solo il matrimonio guarisce dalla ninfomania, soprattutto quando è il risultato di una violenta passione per l’oggetto che è infine permesso possedere (Bienville de, J-.D.-T., 1986, p. 109).

Il suggerimento è curioso perché propone una soluzione sociale, anzi istituzionale, a quello che dovrebbe essere un disturbo fisico. Ma proprio la natura del rimedio lascia intendere la caratteristica “costruita”, “edificata” del morbo: nient’altro che una formula retorica medica per nascondere un giudizio morale.

Oggi, le parole del dr. De Bienville ci fanno sorridere, ma nemmeno troppo. La nostra epoca ha abbandonato la ninfomania per sostituirla con la sex addiction e l’ipersessualità. Sintomi di questa ultima dovrebbero essere: intense e ricorrenti fantasie sessuali, fantasie che interferiscono con altre attività “importanti”, comportamenti sessuali a rischio ecc. (Kafka, M.P., 2010, “Hypersexual disorder: a proposed diagnosis for DSM-V”, Archives of Sexual Behavior, 39(2):377-400). Uno sguardo critico dovrebbe facilmente rilevare il giudizio morale nascosto in queste formule: chi può dire quando una fantasia sessuale è troppo intensa? Secondo quali criteri, la ricerca del sesso può considerarsi eccessiva? Perché dovrebbe essere patologico, ad esempio, sacrificare la propria carriera lavorativa ai propri impulsi sessuali?

Anche la nostra epoca mostra una spiccata propensione a “costruire” disturbi e comportamenti devianti. Spesso non ce ne rendiamo conto perché queste “costruzioni” sono formulate in un linguaggio medico ormai entrato nel senso comune e perché, in fondo, condividiamo i giudizi morali che sottostanno a quel linguaggio. I pedofili non sono forse “malati”? i “drogati” non sono tossico-dipendenti? E che dire della “percezione disturbata del proprio corpo” e del fumatore incallito, una volta simbolo di una virilità assunta a modello da attori e uomini di successo, e oggi patetico individuo incapace di controllare i propri impulsi?

È probabile che nel futuro nuove condizioni patologiche emergeranno in risposta all’individuazione di nuove categorie morali. Pensiamo ai femminicidi, alle maestre che maltrattano i bambini loro affidati, ai lavavetri “aggressivi”, a chi commette reati ecologici. Non mi sorprenderebbe, ad esempio, se coloro che “non conferiscono l’immondizia nei luoghi deputati” ricevessero un giorno una etichetta psichiatrica. È così che la morale trionfa ai nostri giorni. Nascondendosi sotto altre vesti.

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4 risposte a L’invenzione della ninfomania

  1. Robo scrive:

    Dottor Capuano, leggendo questo suo post mi sono sorpreso a pensare dove si trovano i limiti del patologico quando interessano il comportamento. L’esempio riguardo alla “nascita” della ninfomania appare quasi grottesco nella sua evidente confusione (consapevole?) di livelli: la morale e la pratica medica. Ma come da lei fatto notare i confini tra comportamento deviato per patologia o per scelta consapevole sono sfumati nella nostra testa (probabilmente lo sono anche nella testa di chi li adotta, visto che mai come in questo caso le definizioni mi appaiono essere insufficenti a ridurre con efficacia la realtà). Eppure un limite va posto, parlo del livello medico. Che ne pensa del classico “se il comportamento attuato non é più sottoposto ad una modulazione efficace da parte della volontà e diviene totalizzante tale da nuocere agli altri aspetti sociali della vita del soggetto”? Grazie e cortesi saluti.

    • Romolo Capuano scrive:

      Grazie per il commento. Credo che sia difficile davvero tracciare una linea netta di demarcazione tra patologico e non patologico. Lei dice “tale da nuocere agli altri aspetti sociali della vita del soggetto”. Ma se, ad esempio, parlando di sex addiction, altra grande “invenzione” degli ultimi decenni, la mia ricerca di sesso occupa parte o tutto il tempo che dovrebbe essere dedicato al lavoro, perché questo dovrebbe essere patologico se non perché la società in cui viviamo ritiene che il tempo dedicato al lavoro – per quanto alienante e deprimente – sia il tempo più importante della nostra vita? Io penso che la psichiatria abbia sempre fatto propri degli assiomi morali spacciandoli per normalità e creando le proprie categorie a partire dalla distanza esistente tra quella normalità e altri comportamenti. Ciò non è cosa di poco conto perché da questo derivano conseguenze in termini di ricadute economiche, stereotipi, considerazioni sociali ecc.

      • Robo scrive:

        Grazie della risposta dottore, la sua posizione mi é chiara, anche se fatico ad assimilarla fino in fondo. Mi sembra quasi che lei veda tutt’ora la psichiatria come uno strumento consciamente utilizzato per giustificare e rafforzare uno visione socio-economica-culturale dominante. Mi parrebbe (nella mia ignoranza) una visione un po’ radicale, sia perché esistono fenomeni di psicosi chiaramente staccate da ogni riferimento culturale (in atto in quel luogo in quel tempo), sia perché le cose dobbiamo chiamarle in qualche modo, seppur sono conscio del fatto che la scelta del linguaggio qualifica e da significato ad un fenomeno. Infine a cosa dovrebbe confrontarsi la normalita se non con una qualche compatibilità con la società in cui si vive? (senza contare la cosa più importante: il dolore dovuto alla “patologia”). Mi scuso se le mie impressioni possono apparire banali. Cari saluti.

        • Romolo Capuano scrive:

          Sì è vero.forse la mia posizione è radicale. è vero che la psicosi implica un distacco dalla realtà e che questo sarebbe vero in ogni cultura, ma non in ogni cultura la reazione a un episodio psicotico è la stessa. Alcune culture valorizzano questi episodi interpretandoli come esperienze di avvicinamento alla divinità e quindi alla verità. Noi li bolliamo come patologia e reagiamo con gli psicofarmaci. Mi sembra inoltre che la psichiatrizzazione di determinati comportamenti – non necessariamente sessuali – razionalizzi un giudizio morale. Pensiamo alle varie forme di dipendenza (da gioco, da sesso, dall’amore) che acquistano sempre più spazio nei testi di psichiatria e che si reggono, da un punto di vista epistemologico, su una analogia con forme di dipendenza fisiologica da – ad esempio – sostanze psicotrope. Quello che voglio dire è che ancora oggi la psichiatria, che pure dovrebbe essere scienza e quindi moralmente neutra, tende a costruire le sue categorie su giudizi morali spesso non esplicitati, ma evidenti a un’analisi anche superficiale. So che questo punto di vista è radicale – anche se non originale – ma penso che bisogna pungolare le pretese della psichiatria, assumere un vigile atteggiamento critico nei suoi confronti. Ecco tutto.

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