L’idiota per Dostoevskij e l’idiota per noi

Pubblicato nel 1869, L’idiota è uno dei più famosi romanzi di Fëdor Dostoevskij.

Il protagonista è il principe Lev Nikolàevič Myškin, un uomo rientrato in Russia dopo un lungo periodo di ricovero in Svizzera per curare una grave forma di epilessia e malattia mentale. Myškin è, dunque, un malato, ma è definito “idiota” perché è una persona mite e compassionevole, priva di malizia, un “uomo positivamente buono”, a cui non interessa inseguire il potere o il denaro ed è del tutto estraneo alle convenzioni ciniche della società borghese in cui vive.

La sua figura lo assimila a un Cristo del XIX secolo, immerso nella realtà corrotta dell’Ottocento. Per qualcuno la sua “idiozia” ricorda la tradizione ortodossa e ascetica dei “folli in Cristo”, considerati folli agli occhi del mondo, ma custodi di una profonda, inattingibile verità spirituale.

Al di là di ogni interpretazione possibile del romanzo, L’idiota è per me interessante perché richiama una delle conclusioni cui giungo nel mio libro più recente, Per una sociologia della stupidità e altri esercizi di sociologia eccentrica (PM Edizioni, 2025), ossia che l’idiozia, la stoltezza, la stupidità non sono qualità connaturate agli esseri umani, ma, in ogni data società, “idiota”, “stupido”, “stolto” sono coloro che i suoi membri definiscono tali.

La stupidità è il risultato di un’interazione tra le nostre facoltà e il mondo esterno; non è una caratteristica intrinseca, ma il precipitato del nostro continuo dialogo con la società. Può essere anche un’arma retorica per screditare, denigrare, inferiorizzare, ridicolizzare l’avversario, indipendentemente dal fatto che questi sia poco o molto intelligente. La stupidità, in questo caso, viene identificata con la posizione dell’avversario da combattere nel corso di una diatriba, polemica o semplice confronto dialettico. È il caso del principe Myškin, ridicolizzato e screditato per il semplice fatto di essere diverso dalla normalità della società del suo tempo.

Soprattutto, bisogna confutare l’assioma di senso comune secondo cui la stupidità corrisponde a un’essenza immutabile nel tempo e nello spazio, indipendente da fattori sociologici, storici, psicologici, antropologici ecc. Secondo questo assioma, gli esseri umani sarebbero “stupidi” per natura (o almeno alcuni di essi). Si nasce “stupidi” e tali si rimane fino alla morte. Non esiste pausa o sospensione dalla stupidità. Non esiste soluzione di continuità. La stupidità divora la personalità di un individuo come un tumore inesorabile.

Parafrasando il sociologo Howard Becker, potremmo dire, invece, che le persone e/o i gruppi sociali creano la stupidità istituendo norme la cui infrazione costituisce la stupidità stessa, applicando quelle norme a determinate persone e attribuendo loro l’etichetta di “stupidi”. Da questo punto di vista, la stupidità non è una qualità dell’atto commesso da una persona, ma piuttosto una conseguenza dell’applicazione, da parte di altri, di norme e di sanzioni nei confronti dello “stupido”. Lo “stupido” è una persona alla quale questa etichetta è stata applicata con successo; un comportamento “stupido” è un comportamento che la gente etichetta come tale.

Nel mio libro Per una sociologia della stupidità e altri esercizi di sociologia eccentrica tento di fondare una sociologia della stupidità, mostrando tutta la complessità del processo di attribuzione dell’etichetta di “stupido” e i limiti di altre celebri tesi sulla stupidità come quella dell’economista Carlo Cipolla, ancora oggi citatissimo in materia.

Se desiderate saperne di più sui meccanismi sociologici che presiedono alle attribuzioni di stupidità, rimando ovviamente al mio testo, che contiene altri importanti studi su aspetti trascurati, ma non per questo meno importanti, dell’agire sociale.

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