Abbiamo la tendenza a pensare che il coraggio sia privilegio di esseri speciali, dotati di caratteristiche sovraumane e niente affatto ordinarie. All’eroe coraggioso sono attribuiti gesta prodigiose e meriti eccezionali, grande valore e disponibilità a sacrificare sé stessi per proteggere il bene altrui. Secondo questo punto di vista, il coraggioso si differenzia nettamente dalla massa amorfa e vile, che non sarebbe mai in grado di emularne le azioni.
Eppure, accanto a questa lettura “eccezionalista” della figura dell’eroe, ve ne sono altre che scorgono nel coraggio un tratto comportamentale quasi inconsapevole e certamente ordinario; un tratto che tutti noi possiamo adottare prima o poi.
Di questo era convinto, ad esempio, Giacomo Leopardi il quale, nello Zibaldone, così scrive:
Coraggio propriamente detto non si dà in natura, è una qualità immaginaria e di speculazione. Chi nel pericolo non teme, non pensa al pericolo, o abituato a non riflettere, o avvezzo a quei tali casi, o distratto da faccende o da altri pensieri in quel punto. Chi pensa al pericolo, teme; eccetto se la morte, o quel qualunque danno imminente, nell’opinion sua non è male. In tal caso, quel pericolo non è pericolo a’ suoi occhi. Ma creder male una cosa, conoscersi in pericolo d’incorrervi, aver presente al pensiero il pericolo, e non temere; questo è il vero coraggio; e questo è impossibile alla natura. I così detti coraggiosi, rimangono maravigliati quando ne’ pericoli veggono altri che temono; e dimandano perchè. Essi non si erano accorti del rischio, o vi avevano fatto piccolissima attenzione. V. un tratto di Carlo 12 re di Svezia, assediato in Stralsund, ap. Voltaire, liv.8. ed. Londr. 1735. t.2. p.160-1. (26. Aprile. 1829.) (Leopardi, G., 2022, Zibaldone, Mondadori, Milano, p. 1643).
Il coraggioso, l’eroe, è, dunque, semplicemente chi non è consapevole del rischio che affronta, perché non abituato a pensare o semplicemente perché distratto. Si è eroi per una caratteristica psicologica o per una casualità. Ognuno di noi, trovandosi in una situazione simile, potrebbe “mostrare coraggio”.
Le considerazioni di Leopardi non sono molto dissimili dalle osservazioni della psicologia sociale contemporanea. Il celebre psicologo americano Philip Zimbardo, ad esempio, è dell’opinione che l’eroismo non sia appannaggio di uomini e donne speciali. Anzi, l’idea dell’eroe come di una persona superiore alla norma è fondamentalmente errata: l’eroismo è una faccenda banale.
Non esistono speciali attributi interiori né della patologia né della bontà che risiedano nella psiche umana o nel genoma umano. Entrambe le condizioni emergono in particolari situazioni, in particolari circostanze, quando le forze situazionali svolgono un ruolo determinante nell’indurre singoli individui a varcare la frontiera decisionale fra inerzia e azione. C’è un momento decisionale cruciale in cui una persona è catturata in un vettore di forze che emanano da un contesto comportamentale. Quelle forze si combinano per aumentare la probabilità che essa agisca per fare del male ad altri o per aiutare altri. La decisione può o meno essere programmata consapevolmente o presa razionalmente. Piuttosto, nella maggior parte dei casi potenti forze situazionali spingono impulsivamente una persona all’azione. Fra i vettori situazionali annoveriamo: pressioni del gruppo e identità di gruppo, la diffusione della responsabilità dell’azione, una concentrazione temporale sull’immediato, senza preoccupazioni per le conseguenze derivanti dall’atto in futuro, la presenza di modelli sociali e l’adesione a una ideologia (Zimbardo, 2008, pp. 655-656).
In presenza di tali fattori situazionali, ognuno di noi può divenire un eroe e mostrare coraggio. Tale condizione eroica deve essere, però, riconosciuta dalla comunità per essere tale. «L’eroismo e lo status di eroe sono sempre attribuzioni sociali. Qualcuno, che non è l’attore, conferisce quell’onore alla persona e all’atto. Perché un atto sia considerato eroico, e perché chi lo compie sia chiamato eroe, deve esserci un consenso sociale sul significato e sulla conseguenza significativa dell’atto» (Zimbardo, 2008, p. 627). È per questo motivo che un attentatore palestinese può essere considerato un eroe in Palestina e un assassino o un terrorista in Israele. L’eroicità come attribuzione sociale fa sì che lo status di eroe sia una condizione relativa, sempre legata alla cultura e all’epoca. Non esiste un eroe assoluto. L’eroe è tale in quanto parte di una comunità di individui che lo “elegge” tale.
In conclusione, come aveva già intuito il poeta recanatese, la qualità del coraggio eroico non è innata. Non si nasce eroi. Lo si diventa se le “giuste” condizioni psicologiche e situazionali lo consentono. È l’interazione tra persona e situazione a suggerire il compimento di azioni eroiche situate in un particolare tempo e luogo. Gli eroi non sono semidei. Sono persone comuni come tutti noi. Tutti noi possiamo essere eroi.
Riferimento:
Zimbardo, P. (2008). L’effetto Lucifero. Milano: RaffaelloCortina Editore.










































