Le sconvolgenti rivelazioni della sociologia della preghiera

Secondo il senso comune, la preghiera è un fatto fondamentalmente privato: il credente prega da solo, rivolgendosi al suo dio e comunicando con lui/lei/esso. Esiste, ovviamente, la preghiera collettiva, ma questa si limita a essere la somma di preghiere individuali e non contraddirebbe, dunque, la tesi della singolarità dell’esperienza del pregare.

La sociologia contesta questa prospettiva. Dal punto di vista sociologico, la preghiera privata è un eccellente esempio di come i comportamenti e le credenze, socialmente appresi, si radichino e si sviluppino nelle pratiche individuali fino quasi a nascondere le proprie origini sociali. L’individuo crede di essere autonomo e spontaneo quando prega. In realtà, riproduce forme, stili, modalità relazionali di preghiera che apprende dal suo ambiente sociale e che interiorizza a tal punto da ritenere che siano nati nella sua interiorità in modo spontaneo.

Non solo. L’individuo crede che la sua preghiera sia qualcosa di semplice perché sorge “spontanea” dal proprio cuore. In realtà, la preghiera è qualcosa di estremamente complesso.

È quanto fanno notare Paul Froese e Rory Jones nel loro articolo “The Sociology of Prayer: Dimensions and Mechanisms”. Per i due autori, l’esperienza della preghiera è multidimensionale: è fisica, emotiva, concettuale e sociale. Inoltre, risente di quattro dimensioni, che possono modificarne sensibilmente la manifestazione.

Le quattro dimensioni sono:

  1. la quantità della preghiera, ossia la durata, la frequenza e la costanza della pratica;
  2. lo stile della preghiera, ossia la misura in cui regole specifiche, socialmente apprese, guidano una persona nella preghiera, compreso il modo in cui essa viene incarnata, articolata e formalizzata;
  3. lo scopo della preghiera, ovvero ciò che chi la pratica afferma di voler ottenere con essa;
  4. i destinatari della preghiera, ossia l’identità degli interlocutori soprannaturali.

Le quattro dimensioni dell’esperienza della preghiera privata sono interconnesse e si combinano per produrre esperienze diverse che variano nella loro intensità complessiva. In particolare, l’esperienza emotiva percepita della preghiera è il meccanismo attraverso il quale la preghiera influenza la fede, il comportamento e il senso di appartenenza. Ad esempio, una maggiore frequenza della preghiera può produrre sensazioni di calma grazie alla sua familiarità o, al contrario, creare ansia in quanto obbligo a cui non si può mancare. Allo stesso modo, stili di preghiera più rigidi possono evocare sentimenti di superiorità morale perché si sta «pregando nel modo corretto» oppure, al contrario, le regole della preghiera possono essere percepite come restrittive e fonte di isolamento dagli altri.

Le diverse dimensioni dell’esperienza di preghiera possono essere collegate a diversi esiti della preghiera. Ad esempio, la frequenza della preghiera è indice della presenza di una routine e contribuisce a verificare gli effetti della preghiera sul benessere nel corso della vita; può anche indicare la condizione fisiologica del momento e le conseguenze immediate della preghiera. Gli stili di preghiera possono rivelare quando i confini sociali e di gruppo sono più rigidi e, in relazione al contesto culturale di una pratica, indicare i livelli di tensione religiosa esistenti all’interno di un gruppo. Il motivo per cui si prega è direttamente associato alle credenze dell’individuo e rivela la misura in cui le aspettative soprannaturali guidano il comportamento e definiscono le visioni del mondo. Di particolare interesse è il modo in cui lo scopo della preghiera rafforza o entra in conflitto con specifiche visioni del mondo politiche e scientifiche. Infine, la persona a cui ci si rivolge nella preghiera può rivelare molto sulla disposizione emotiva e sociale di un credente.

Essendo così complessa, l’esperienza del pregare può avere effetti diversi su individui diversi. Secondo un’ampia letteratura, la frequenza della preghiera è associata alla salute e a comportamenti salutari. Ad esempio, la preghiera contemplativa praticata con costanza può avere un effetto benefico sulla memoria e rallentare il danno neurologico causato dall’invecchiamento. Tuttavia, alcune intenzioni di preghiera possono essere dannose per il cervello, se sono incentrate su aspetti che provocano paura o rabbia.

Sebbene le quattro dimensioni dell’esperienza di preghiera siano distinte, esse si combinano per determinare l’intensità complessiva della preghiera. In particolare, gli autori osservano che tali dimensioni interagiscono con le emozioni che suscitano. Il contenuto emotivo dell’esperienza di preghiera è, quindi, correlato a (a) l’aumento o la diminuzione del numero di preghiere recitate, (b) gli stili di preghiera rigidi o tolleranti (ossia al grado di tolleranza espressiva che una religione concede al devoto), (c) al successo o meno degli scopi per cui si prega e (d) alle divinità associate agli oggetti della preghiera.

L’esperienza della preghiera, dunque, è qualcosa di estremamente complesso, in quanto è condizionata da numerose variabili (sociali, cognitive, emotive ecc.) e dimensioni, interagenti in modo unico tra loro con esiti altrettanto unici per l’individuo.

La lezione principale che possiamo tratte dall’articolo di Froese e Jones è che le forme e le finalità della preghiera sono stabilite e legittimate socialmente. Questa è la premessa fondamentale della sociologia della preghiera. Le origini sociali della preghiera sono molteplici, ma, all’interno di culture e comunità religiose distinte, l’atto della preghiera diventa un habitus sociale che, secondo le parole di Bourdieu, «costituisce un vero e proprio linguaggio» che si ripercuote emotivamente e simbolicamente sulla persona senza bisogno di spiegazioni concettuali. In questo modo, l’individuo percepisce la pratica della preghiera come naturale (quasi istintiva) e sacra. Ma, proprio la varietà nella pratica della preghiera è prova delle sue profonde radici sociali e culturali.

Ciò che ci insegna la sociologia della religione è che perfino le esperienze da noi ritenute più intime e singolari, come il pregare, scaturiscono dalla società. Anche se non ne siamo consapevoli e anche se, a volte, non ci fa piacere ammetterlo.

Se volete saperne di più sulla complessità della preghiera, con particolare riferimento a una preghiera complessa come il rosario, vi rimando al mio La sacra corona. Storia, sociologia e psicologia del rosario (Meltemi, 2024).

Riferimento

Froese Paul and Rory Jones, 2021, “The Sociology of Prayer: Dimensions and Mechanisms”, Social Sciences, vol. 10, n. 1, pp. 1-18.

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