
Quello del lutto è un periodo di sconvolgimento cognitivo ed emotivo. Sofferenza, senso di stordimento, distrazione, scarsa concentrazione, errori di memoria, associazioni penose tra il ricordo della persona defunta e gli oggetti che condivideva con noi nella vita quotidiana sono alcuni dei sintomi che lo caratterizzano.
La memoria, in particolare, ci gioca brutti scherzi. Essa genera improvvisamente sconcertanti vuoti che ci fanno dubitare della nostra salute mentale. O produce inquietanti allucinazioni uditive o visive che ci fanno vedere nostra moglie seduta sulla sua solita sedia o nostro padre intento a un’occupazione abituale. Ciò che colpisce, è il fatto che queste allucinazioni appaiono straordinariamente vivide e intense, al punto da sembrare più che reali. Diventa difficile credere che siano “solo” allucinazioni.
Nella letteratura medica, queste esperienze furono chiamate originariamente “allucinazioni della vedovanza”, come se a soffrirne fossero solo vedovi e vedove. È noto, tuttavia, che il fenomeno, spesso taciuto per vergogna o per il timore di essere considerati ridicoli, è comune tanto a vedovi e vedove quanto a chi perde un genitore, un figlio, un fratello o altri importanti membri della famiglia o del gruppo di amici.
A inventare il termine fu il medico inglese William Dewi Rees nel 1971, dopo aver intervistato 293 persone che avevano perso il marito o la moglie. Rees notò che circa la metà dei suoi intervistati avevano avuto questo tipo di allucinazioni con più o meno la stessa frequenza fra uomini e donne. L’esperienza più comune era la sensazione che il defunto o la defunta fosse ancora presente, seguita dal vedere o udire la persona deceduta.
Rees pubblicò i risultati del suo studio in un articolo di poche pagine intitolato “The hallucinations of widowhood”, più volte replicato con risultati affini.
Al giorno d’oggi, il termine “allucinazioni della vedovanza” è stato sostituito da altri più neutri, come post-bereavement experiences (PBE, esperienze post-lutto). Il fenomeno è ricompreso fra i “disturbi da lutto persistente e complicato” e colpisce chi non ha concluso il processo di elaborazione del lutto entro un periodo considerato appropriato.
Non si sa ancora perché compaiano simili allucinazioni. Una spiegazione ipotizza che possa essere una reazione neurologica per mitigare il dolore di una grave perdita affettiva, un intervento del cervello per compensare il trauma della scomparsa della persona amata, un trucco della mente per liberarci, seppure momentaneamente, dalla disperazione.
Qualsiasi sia la spiegazione, una cosa è chiara. Le allucinazioni non sono necessariamente sintomo di follia. Possono essere qualcosa che accade alle persone sane in momenti particolari della loro vita e che serve a fronteggiare esperienze tanto dolorose da poter essere sconvolgenti; una forma di benevola consolazione che rende più facile la transizione verso una vita contrassegnata dalla mancanza di una persona cara.
Riferimenti
Draaisma, D., 2026, I tre Gesù del Michigan e altri curiosi casi di illusioni e inganni della mente, Codice Edizioni, Torino, cap. 6.
Rees, W. D., 1971, “The Hallucinations of Widowhood”, British Medical Journal, 4, 5778, pp. 37-41.









































