Che cosa fareste se possedeste il dono dell’invisibilità? Utilizzereste questo potere per fare il bene o per trarne il massimo vantaggio per voi stessi? Chi è buono (o considerato tale) agirebbe a beneficio della collettività o diventerebbe cattivo? I superpoteri corrompono gli esseri umani o li rendono migliori?
Secondo Glaucone, uno dei protagonisti della Repubblica di Platone e grande provocatore del saggio Socrate, il massimo desiderio dell’uomo è commettere ingiustizia restando impunito e la paura più grave è subire ingiustizia senza potersi vendicare. Chi non commette ingiustizia lo fa solo per timore delle conseguenze.
Lo dimostra – sostiene lo stesso Glaucone nel Libro II dell’opera di Platone – la storia di Gige.
Secondo la leggenda, Gige era un pastore al quale, dopo un terremoto che provocò una tremenda voragine nella terra, capitò di trovare un anello in grado di rendere invisibile chi lo indossava. Grazie all’anello, Gige uccise il re di Lidia, divenne l’amante della sua sposa e si impadronì del potere.
Qualcuno potrebbe obiettare che Gige era un uomo malvagio e che l’anello non fece altro che portare al massimo compimento la sua malvagità. Glaucone, però, è convinto che nemmeno l’uomo può probo, se in possesso dell’anello magico, sarebbe in grado di resistere alla tentazione di impossessarsi dei beni altrui, entrare nelle case e accoppiarsi con chiunque, uccidere e liberare di prigione chiunque «e fare tutte le altre cose che lo renderebbero tra gli uomini pari agli dèi».
Perché? Perché gli esseri umani sono profondamente inclini all’ingiustizia, ossia a commettere reati di ogni tipo per il proprio tornaconto, e solo il timore della sanzione riesce a tenerli a freno.
Di qui, la necessità delle leggi che, imponendo sanzioni, stabiliscono e fanno rispettare la giustizia.
Il discorso di Glaucone è ovviamente provocatorio, ma è denso di implicazioni morali ed etiche. Quanti di noi sarebbero in grado di resistere alle tentazioni del superpotere concesso dall’invisibilità? Quanti di noi sarebbero in grado di tenere a freno i propri desideri più inconfessabili e agire per il bene della società tutta invece che solamente per il proprio ego? La punizione è l’unica cosa che ci trattiene dal commettere reati?
Si tratta di interrogativi vecchi come il mondo ma sempre attuali. Ancora oggi, infatti, i nostri governanti sembrano condividere le convinzioni di Glaucone: la giustizia scaturisce solo dalla costrizione della legge e nessuno agirebbe in modo onesto se avesse la certezza di farla franca. Una visione pessimistica dell’uomo che si contrappone a quelle più ottimistica di molti esponenti dell’anarchismo secondo cui gli uomini sono perfettamente in grado di autogovernarsi.
Il fatto che viviamo in un mondo governato da norme che disciplinano praticamente ogni aspetto dell’esistenza è sintomatico del fatto che la visione di Glaucone ha avuto ma meglio su quella degli anarchici. E la provocazione di Glaucone rimane: che cosa faremmo se potessimo divenire invisibili? Il bene o il male?
Di seguito il brano della Repubblica di Platone in cui è narrata la storia di Gige:
Si racconta che [Gige] serviva come pastore l’allora sovrano di Lidia. Un giorno, a causa delle forti piogge e di un terremoto, la terra si spaccò e si produsse una fenditura nel luogo in cui teneva il gregge al pascolo. Gige si meravigliò al vederla e vi discese; qui, tra le altre cose mirabili di cui si favoleggia, vide un cavallo di bronzo, cavo, con delle aperture. Egli vi si affacciò e scorse là dentro un cadavere, che appariva più grande delle normali dimensioni di un uomo; e senza avergli tolto nulla tranne un anello d’oro che portava a una mano, uscì fuori. Quando ci fu la consueta riunione dei pastori per dare al re il rendiconto mensile sullo stato delle greggi, si presentò anch’egli, con l’anello al dito; quindi, mentre era seduto in mezzo agli altri, girò per caso il castone dell’anello verso di sé, all’interno della mano, e così divenne invisibile ai compagni che gli sedevano accanto e che si misero a parlare di lui come se fosse andato via. Egli ne rimase stupito e toccando di nuovo l’anello girò il castone verso l’esterno, e appena l’ebbe girato ridiventò visibile. Riflettendo sulla cosa, volle verificare se l’anello aveva questo potere, e in effetti gli accadeva di diventare invisibile quando girava il castone verso l’interno, visibile quando lo girava verso l’esterno. Non appena si accorse di questo fece in modo di essere incluso tra i messi personali del re; una volta raggiunto l’obiettivo divenne l’amante della sua sposa, congiurò assieme a lei contro il re, lo uccise e in questo modo si impadronì del potere. Se dunque esistessero due anelli di tal genere e uno se lo mettesse al dito l’uomo giusto, l’altro l’uomo ingiusto, non ci sarebbe nessuno, a quel che sembra, così adamantino da persistere nella giustizia e avere il coraggio di astenersi dai beni altrui senza neanche toccarli, potendo prendere impunemente dal mercato ciò che vuole, entrare nelle case e congiungersi con chi vuole, uccidere e liberare di prigione chi vuole, e fare tutte le altre cose che lo renderebbero tra gli uomini pari agli dèi. Agendo così non farebbe niente di diverso dall’altro uomo, ma batterebbero entrambi la stessa via. E questa può essere definita una prova decisiva del fatto che nessuno è giusto di sua volontà, ma per costrizione, come se non ritenesse la giustizia un bene di per sé: ciascuno, là dove pensa di poter commettere ingiustizia, la commette. Ogni uomo infatti crede che sul piano personale l’ingiustizia sia molto più vantaggiosa della giustizia, e ha ragione a crederlo, come dirà chiunque voglia difendere questa tesi; poiché se uno, venuto in possesso di un simile potere, non volesse commettere ingiustizia alcuna e non toccasse i beni altrui, agli occhi di quanti lo venissero a sapere parrebbe l’uomo più infelice e più stupido, ma in faccia agli altri lo loderebbero, ingannandosi a vicenda per timore di subire ingiustizia. Così stanno le cose.










































