In psicologia si parla di meccanismi di difesa per indicare quei «sentimenti, pensieri o comportamenti tendenzialmente involontari, che sorgono in risposta a percezioni di pericolo per il soggetto e sono finalizzati, in modo più o meno adattivo, a nascondere o alleviare i conflitti o gli agenti stressanti che danno origine ad ansietà o angoscia» (Lingiardi, V., Madeddu, F., 2023, I meccanismi di difesa. Teoria, valutazione, clinica, RaffaelloCortina Editore, Milano, p. 116).
Alcuni di essi sono entrati nell’immaginario collettivo. Ci capita, infatti, di dire cose come “Ha rimosso tutto quello che è successo due anni fa” (la “rimozione” è il meccanismo inconscio attraverso cui le persone allontanano dalla propria consapevolezza pensieri, desideri, ricordi o impulsi inaccettabili, dolorosi o traumatici), oppure “Stai proiettando su di me!” (la “proiezione” è il meccanismo attraverso cui si attribuiscono erroneamente ad altri i propri sentimenti, impulsi o pensieri non riconosciuti) oppure ancora “Si trova in fase di negazione!” (la “negazione” è il meccanismo attraverso cui il soggetto si difende da pensieri, sentimenti, desideri, negando che gli appartengano).
Non tutti sanno, però, che, tra i meccanismi di difesa, figura anche un insospettabile.
Siamo abituati a pensare all’altruismo come a un atteggiamento nobile e morale, oltre che disinteressato, che ci porta ad amare il prossimo e a operare affinché questo raggiunga il suo bene. In questo senso, l’altruismo è celebrato tanto dai filosofi – per il suo alto valore etico – quanto dagli psicologi – a causa della sua forte valenza prosociale.
In diversi casi, però, esso diventa un vero e proprio meccanismo di difesa che, in un libro dedicato all’argomento, gli psicoanalisti Vittorio Lingiardi e Fabio Madeddu così definiscono:
L’individuo affronta conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne occupandosi dei bisogni degli altri al fine in parte di soddisfare i propri. Attraverso l’altruismo l’individuo riceve una parziale gratificazione o in modo sostitutivo o come risposta da parte degli altri. Il soggetto è di solito consapevole che le proprie azioni altruistiche sono sostenute da propri bisogni e sentimenti. Inoltre tali atti altruistici possono essere motivati direttamente da una ricompensa o da un evidente interesse personale.
L’altruismo affronta un conflitto emotivo con l’aiutare gli altri e nel contempo soddisfa bisogni sociali e di attaccamento. In molti casi il conflitto ruota attorno all’angoscia relativa a situazioni passate stressanti per le quali era necessario un aiuto che in qualche modo non era disponibile o era insufficiente. L’altruismo incanala gli affetti quali la rabbia e le esperienze quali l’impotenza in risposte socialmente molto utili, che accrescono anche il sentimento soggettivo di padronanza del passato (Lingiardi, V., Madeddu, F., 2023, p. 480).
L’altruismo può, dunque, essere un modo attraverso cui individui sofferenti tentano di affrontare il proprio dolore, aiutando gli altri.
Due esempi molto noti vengono in mente.
Il primo è quello di Ilaria Cucchi, la quale, dopo l’omicidio del fratello Stefano, avvenuto nel 2009, ha intrapreso una campagna per riabilitarne il nome, è diventata attivista per i diritti umani e civili, ha fondato l’Associazione Stefano Cucchi, ha promosso l’inserimento del reato di tortura nel codice penale italiano e ha conquistato un seggio al Senato per il Centro-sinistra nel 2022. È probabile che, senza la tragica morte del fratello, Ilaria Cucchi non avrebbe fatto quello che fatto. La reazione altruistica alla tragedia personale da lei sofferta ha innescato il suo attivismo che le permette di affrontare “conflitti emotivi e fonti di stress interne o esterne occupandosi dei bisogni degli altri”.
Il secondo esempio, anch’esso molto noto, è quello di Gino Cecchettin, padre di Giulia Cecchettin, ragazza di 22 anni assassinata dall’ex fidanzato Filippo Turetta nel 2023. Dopo la morte della figlia, Gino Cecchettin, insieme ai figli Elena e Davide, ha intrapreso una forte attività sociale che lo ha portato a costituire la Fondazione Giulia Cecchettin allo scopo, si legge sul sito della fondazione, di “onorare la memoria di Giulia, figlia e sorella, e trasformare il dolore in un’opportunità per la società”, contrastando la violenza di genere in tutte le sue forme. Il rapporto diretto tra tragedia personale e attivismo sociale è chiaramente espresso dall’epigrafe posta sulla homepage del sito della fondazione: “La perdita di Giulia ha scosso le fondamenta della mia esistenza e mi ha spinto a un impegno incrollabile contro la violenza di genere”.
Ilaria Cucchi e Gino Cecchettin, due casi in cui il dolore per la perdita della persona amata ha avuto come conseguenza una forte reazione prosociale che, psicoanaliticamente, si configura come un meccanismo di difesa. Altri avrebbero potuto ritirarsi nel loro intimo, rimuovere la sofferenza o negarla, prendersela con la società, reagire in maniera violenta contro le istituzioni. Ilaria Cucchi e Gino Cecchettin hanno scelto strade diverse
A volte, difendersi dal male può portare a fare del bene; il tentativo di attenuare il dolore subito può tradursi nello sforzo di rimediare ai problemi della società; adottare un atteggiamento altruistico può consentire di incanalare i sentimenti negativi e l’impotenza in risposte socialmente utili.
Le vie della mente umana sono infinite. E talvolta tendono verso il bene.
Al male che si trasforma paradossalmente in bene, ho dedicato un libro che si intitola Verso una criminologia enantiodromica. Appunti per un modo diverso di vedere il crimine (Aracne Editrice, 2015).
Leggetelo. Vi imbatterete in tanti altri modi in cui il negativo finisce con l’avere effetti positivi sulla società.









































