Tra i tanti bias cognitivi che condizionano il comportamento sociale, l’action bias indica la tendenza della mente umana a preferire l’azione all’inerzia senza considerare adeguatamente le conseguenze potenziali di questa scelta. Posti in situazioni di incertezza o di indecisione, gli individui sono spesso inclini a compiere delle scelte attive piuttosto che rimanere passivi, anche se la scelta di agire non è ben ponderata o frutto di un impulso del momento.
Le conseguenze dell’azione possono non corrispondere alle aspettative originarie, ma l’esito negativo sarà, comunque, valutato con maggiore favore di un rimpianto provocato dall’inerzia (“Almeno ci ho provato!”).
Quali sono le cause dell’action bias? Una ragione è che, nel momento in cui agiscono, gli individui credono di avere un controllo maggiore della situazione e, soprattutto, percepiscono concretamente gli effetti della loro azione, il che ispira una sensazione di potere. Inoltre, l’azione è percepita dagli altri come maggiormente dotata di valore rispetto all’inerzia, anche quando i suoi effetti non sono del tutto positivi o, addirittura, negativi (“Solo chi fa sbaglia!”).
Non è un caso che l’action bias sia particolarmente diffuso in politica. Per un politico, o aspirante tale, essere percepito come qualcuno “che fa” è di vitale importanza. Ogni azione, infatti, contribuisce ad arricchire il suo “curriculum” indipendentemente dalle sue conseguenze.
Ciò è talmente vero che il mantra del fare – il mantra dei fatti contrapposti alle parole, di quelli che “fanno” contrapposti a quelli che perdono tempo a parlare, discutere, riflettere – è diventato un’ossessione per la politica contemporanea che guarda con ribrezzo l’inazione, anche quando questa sarebbe la scelta migliore.
Si pensi a quanto è accaduto in epoca pandemica quando governi e amministrazioni pubbliche si sono adoperati perché qualcosa venisse fatto, indipendentemente da ciò che veniva fatto. Si ricordano ancora oggi la frenesia e l’attivismo di governanti e amministratori pubblici comunali e regionali che emanavano ordinanze, delibere e decreti a ritmo quotidiano per “fare qualcosa” o forse per non essere accusati di inerzia.
Oppure, si pensi a quello che accade in occasione di emergenze sicuritarie (o presunte tali) quando amministratori e politici si sentono obbligati ad adottare provvedimenti, spesso drastici, dettati più dall’emotività del momento e dalla volontà di rassicurare che da scelte ponderate. Tutto purché non si dica che sono rimasti inerti.
In questi casi, azioni e promesse di azioni future hanno il loro fondamento non tanto nell’apportare cambiamenti significativi, ma nella volontà di dimostrare che si sta lavorando, che si sta facendo qualcosa. Il potere simbolico e l’immagine dell’azione all’esterno sono molto più potenti del suo reale beneficio in termini di cambiamento. Questo perché fare dà visibilità e la visibilità vuol dire approvazione, consenso, voti.
C’è un modo per aggirare la tentazione dell’action bias?
Sì. Basterebbe valutare in maniera equilibrata i pro e i contro della scelta di agire rispetto a quella di non agire, convincendosi che anche l’inerzia, in determinate situazioni, è un tipo di scelta attiva. Tenere conto di questo bias non significa evitare di agire, ma assicurarsi che agire sia la scelta giusta da compiere.
Si sa, però, che i politici non perdono tempo a riflettere. Riflettere è impopolare e non porta voti. Allora, è meglio fare e sbagliare che pensare e fare. Il pensiero non è visibile. Le azioni, sì.










































