Uno dei modi che la propaganda utilizza per promuovere determinati modi di pensare a scapito di altri consiste nel “cancellare” alcune parole dal lessico comune, sostituendole con altre ritenute più adeguate alla visione dominante del momento.
Un esempio significativo di tale opera di erosione lessicale ci viene da Noam Chomsky il quale, nel libro Le dieci leggi del potere. Requiem per il sogno americano propone questa osservazione:
Quando un politico dice “dobbiamo creare nuovi posti di lavoro” fermatevi per un momento a riflettere. Quasi sempre quella frase si può tradurre con: “dobbiamo creare profitto”. A questa gente non interessano i posti di lavoro: le stesse persone che dicono “dobbiamo creare posti di lavoro” sono ben felici di delocalizzare in Messico o in Cina, perché in questo modo incrementano gli utili. È questo che vogliono veramente. L’intero sistema retorico è stato ribaltato in modo da impedire al popolo di vedere quel che accade in realtà. Del resto è comprensibile, ed è esattamente ciò che ci si aspetta da chi detiene il potere. Ma noi abbiamo il dovere di esserne consapevoli (Chomsky, N., 2025, Le dieci leggi del potere. Requiem per il sogno americano, Ponte alle Grazie, Milano, p. 115).
Sostituire “profitto” con “posti di lavoro” serve a dare l’impressione che una determinata azione sia motivata da ragioni solidaristiche, quando serve solo a “nascondere” la reale intenzione di chi parla: il conseguimento di profitti.
Negli ultimi decenni, il trionfo del neoliberismo ha comportato l’adozione di tutto un lessico ingannevole che abbiamo assorbito e che riteniamo naturale. Si pensi a un termine come “flessibilità” che ha sostituito “precarietà”, contribuendo a farci pensare che “flessibile” sia bello.
Oppure, in tempi più recenti, a un termine come “remigrazione” che serve a conferire un’apparenza eufemistica ad azioni odiose riassunte in termini come “espulsione”, “ritorno forzato”, “deportazione” di persone immigrate.
Lo stesso Chomsky osserva come la retorica neoliberista abbia ormai abolito un termine come “classe” – “le classi non esistono!” – considerato troppo minaccioso, soprattutto per la sua capacità di far capire ad alcune persone di appartenere alla “classe oppressa”. Oggi, “classe” è diventata, secondo Chomsky, «una parolaccia, una parola impronunciabile» (Chomsky, 2025, p. 114). Così come, potremmo aggiungere, l’impietoso “padrone”, sostituito oggi da “imprenditore”, termine dotato di una connotazione estremamente positiva.
Il lessico prevalente di ogni società riflette l’ideologia dominante in quella società. Il trucco dell’ideologia che domina, però, è quello di farsi passare per “senso comune”, “modo normale/naturale di pensare”, squalificando come “ideologiche”, “inattuali”, “perniciose” tutte le alternative di pensiero non assorbibili all’interno della modalità prevalente.
Si tratta di un vecchio trucco che funziona sempre e che, per essere smascherato, ha bisogno di una buona dose di pensiero critico.
Se vi interessa approfondire il tema delle tecniche adoperate dalla propaganda per uniformare il pensiero comune, consiglio caldamente la lettura di I profeti dell’inganno dei sociologi Leo Löwenthal e Norbert Guterman, un classico della sociologia politica da me tradotto e introdotto, per la prima volta in italiano, per i tipi della PM Edizioni.
I profeti dell’inganno ci aiuta a comprendere che solo la conoscenza ci permette di difenderci da chi vuole persuaderci a ogni costo e di rimanere indipendenti di fronte al lessico ingannevole propagato dall’ideologia dominante.









































