
La tentazione di leggere nel succedersi degli eventi storici un coerente disegno trascendente dotato di una finalità precisa e indubitabile, seppure non sempre comprensibile all’intelletto umano, è sempre stata forte.
Ancora oggi, è difficile per noi accettare l’idea che gli eventi storici siano frutto del caso o dell’incrocio vorticoso di variabili di diversa natura che rendono arduo, se non impossibile, prevederne il corso ultimo. Ogni epoca ha attribuito ai fatti della storia significati profondi e giustificazioni mitologiche, teologiche, pseudologiche o di altro tipo pur di allontanare l’idea insopportabile che le cose semplicemente accadono senza un motivo superiore che le giustifichi.
Una delle interpretazioni più in voga vuole che, nella storia, sia insita una giustizia intrinseca in grado, prima o poi, di raddrizzare i torti e compensare le iniquità. È la tesi della “nemesi storica” di cui il poeta Giosuè Carducci (1835-1907) fu un saldo sostenitore e che illustrò in alcuni suoi componimenti poetici come Per la morte di Napoleone Eugenio e Miramar.
Carducci era convinto che la storia avesse fatto pagare pene atroci a tiranni e usurpatori per le loro malefatte, per lo più rivalendosi sui loro discendenti. Ad esempio, credeva che l’imperatore francese Napoleone III, che aveva tentato di soffocare le aspirazioni di libertà dei popoli, avesse subito un’atroce nemesi quando il suo unico figlio, Napoleone Eugenio, morì tragicamente in Africa combattendo contro gli Zulu.
Allo stesso modo, riteneva che la casata degli Asburgo, imperatori d’Austria, fosse stata punita dalla storia per le numerose uccisioni dei patrioti italiani allorché la famiglia di Francesco Giuseppe I d’Austria fu colpita da numerose sventure: la morte, a soli due anni, della principessa Sofia d’Asburgo, l’omicidio dell’imperatrice Sissi ad opera dell’anarchico Luigi Lucheni, l’assassinio del principe Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e della moglie, ad opera dello studente serbo Gavrilo Princip, la perdita dell’impero e della corona dopo la Prima guerra mondiale (questi due ultimi eventi accaddero dopo la morte di Carducci, ma è probabile che il poeta avrebbe sottoscritto la loro interpretazione fatalistica).
In uno studio unico nel suo genere, intitolato Historians’ Fallacies (“Gli errori degli storici”), dedicato ad esplorare le cantonate degli storici di professione, l’americano David Fischer dedicò un intero capitolo a esaminare una delle più sottili ma pericolose distorsioni della mente umana: quella in virtù della quale gli individui attribuiscono carattere di intenzionalità a eventi puramente fortuiti.
Scorgere un disegno trascendente nelle vicende della storia è, in realtà, frutto di un’operazione dell’osservatore, il quale, credendo ciecamente nell’idea di una giustizia riparatrice, seleziona i fatti che meglio sostengono la propria tesi, dimenticando quelli che la contraddicono. È il vecchio pregiudizio di conferma che ci induce a cercare, interpretare e ricordare le informazioni che confermano le nostre convinzioni, portandoci a ignorare, sminuire o dimenticare le prove contrarie. Così, se credo fermamente che la casata degli Asburgo sia stata oggetto di una qualche rivalsa da parte della storia, tenderò a selezionare accuratamente le circostanze che accreditano la mia interpretazione – le sventure private della casata – a scapito di quelle che potrebbero confutarle.
In tutto questo, un ruolo importante è svolto dal cosiddetto cherry picking, tramite cui, come detto, si selezionano ed espongono in bella mostra solo i fatti più confacenti alla propria tesi – le ciliegie più belle – lasciando sul fondo i frutti acerbi o troppo maturi.
Essenziali sono anche le aspettative, le credenze, gli interessi dell’osservatore. Se questi nutre un interesse particolare per determinati fenomeni, esse si imporranno con forza alla sua attenzione, spesso sotto forma di stupefacenti coincidenze, da cui ricaverà la convinzione della giustezza delle proprie tesi.
Infine, c’è qualcosa di indubbiamente rassicurante nel ritenere che la storia sia il risultato di un disegno trascendente piuttosto che un insieme di fatti casuali. È bello pensare di far parte del “grande schema delle cose” che tutto spiega e tutto giustifica, ma il fatto che sia bello non significa che sia vero. Ciò che ci consola non per questo ci racconta la realtà.
L’animo poetico di Carducci probabilmente contribuì non poco alle sue interpretazioni finalistiche. Del resto, la poesia ha come “compito” quello di vedere nella realtà più di quanto le persone ordinarie siano disposte a vedere. Si tratta di un privilegio di cui non tutti beneficiano. Ma, a volte, questo privilegio introduce nella realtà profonde distorsioni.
Riferimento:
D.H. Fischer, Historians’ fallacies. Toward a logic of Historical Thought, Harper Torchbook, New York 1970.









































