Nel mio La Sacra Corona. Storia, sociologia e psicologia del rosario, affermo che «l’origine del rosario secondo la “pia tradizione” è strettamente collegata a una precisa esigenza disciplinare e pedagogica: fare in modo che masse illetterate ed esposte a messaggi eretici fossero sottratte a tale nefasta influenza, occupando il proprio tempo in un’attività che potesse risultare benefica alla Chiesa cattolica» (pp. 79-80).
Questo significa che possiamo vedere il rosario come un dispositivo disciplinare tramite cui la Chiesa cattolica ha tenuto e tiene buone masse di devoti, sia occupando il loro tempo in un’attività funzionale ai suoi obiettivi, sia “oggettivando” la loro fede in uno strumento che si può toccare e manipolare continuamente a costante memoria dell’impegno fideistico che quell’oggetto pretende.
Ogni epoca dispone di dispositivi disciplinari che servono a tenere in riga, anzi a sottomettere, coloro che ne fanno uso, spesso senza che se ne rendano conto.
È dello stesso avviso anche il filosofo di origine coreana Byung-Chul Han, il quale, in un brano di uno dei suoi scritti più interessanti, Psicopolitica, scrive:
Ogni dispositivo, ogni tecnica di dominio produce oggetti devozionali, che vengono utilizzati per sottomettere: materializzano e stabilizzano il dominio. Devoto significa sottomesso. Lo smartphone è un oggetto devozionale di natura digitale, anzi è per eccellenza l’oggetto devozionale del digitale. Come strumento di soggettivazione funziona come il rosario, che pure rappresenta, per la sua maneggevolezza, una specie di cellulare. Entrambi servono alla sorveglianza e al controllo del singolo su se stesso. Delegando la sorveglianza a ogni individuo, il dominio aumenta la propria efficacia. Il like è l’amen digitale. Mentre clicchiamo like, ci sottomettiamo al rapporto di dominio. Lo smartphone non è solo un effettivo strumento di sorveglianza, ma anche un confessionale mobile. Facebook è la chiesa, la sinagoga – letteralmente, “adunanza” – globale del digitale (Byung-Chul Han, 2016, Psicopolitica, Nottetempo, Milano, p. 22).
Nella storia recente dell’umanità, diversi sono stati i dispositivi di dominio attraverso cui gli individui hanno proceduto a sorvegliare e controllare sé stessi: la radio, la televisione, il cinema, Internet, ma anche la musica, la droga, i consumi e, non da ultimo, il lavoro. Tutti questi “percorsi disciplinari” attraverso cui abbiamo creduto di essere liberi e autonomi hanno, in realtà, facilitato la nostra “soggettivazione”, per usare le parole di Byung-Chul Han, rendendoci perfetti membri delle società in cui viviamo.
Il rosario è stato storicamente solo uno di tali dispositivi. Anzi, in un certo senso, è il padre di tutti i dispositivi di dominio. Sgranarlo, ancora oggi, vuol dire dichiarare di appartenere a un certo modo di pensare, vivere e vedere il mondo. E coloro che ne ridono, ritenendolo un fossile di un’altra epoca, in realtà, dovrebbero sapere che anche essi sono soggetti a un potentissimo dispositivo, lo smartphone, che sgranano, anzi scrollano, in continuazione e che occupa tanto del loro tempo, come e più di quanto il rosario abbia mai fatto nella storia del cristianesimo.
I sudditi di oggi non sanno di esserlo e si rivolgono al loro dio digitale, credendo di farlo in piena libertà. È una costante della storia dell’umanità. Gli umani amano pensare di essere sovrani, proprio mentre fanno di tutto per mostrare la propria soggezione alla divinità di turno.
Per saperne di più sull’argomento rimando, ovviamente, al mio La Sacra Corona. Storia, sociologia e psicologia del rosario, un ottimo, potenziale acquisto per un Natale all’insegna del pensiero critico.









































