Il placebo che ha origine in un errore di traduzione

Oggi di “placebo” e di “effetto placebo” si parla molto in ambito scientifico e non solo. Dei due termini sono state proposte innumerevoli definizioni, spesso sinonimiche. Una delle più note e citate è quella fornita da Shapiro e Morris, che riproduco qui di seguito:

qualsiasi terapia o componente terapeutica che è deliberatamente adoperata per il suo effetto non specifico, psicologico o psicofisiologico, o che è adoperata per il suo presunto effetto specifico, pur essendo priva di specifiche sostanze attive per la patologia in cura. Quando viene adoperato come mezzo di controllo negli studi sperimentali, il placebo viene definito come sostanza o procedura priva di specifiche sostanze attive per la patologia in valutazione. L’effetto placebo è definito come l’effetto psicologico o psicofisiologico prodotto dai placebo.

Non mi addentrerò in una discussione scientifica sull’argomento. È interessante, però, recuperare la storia del termine “placebo” che offre una inaspettata sorpresa. Il termine “placebo”, come è noto, è l’indicativo futuro del verbo latino “placere” (“io piacerò”). Ciò che è meno noto è che esso ha origine da un passo della Bibbia latina (Salmi 114,9. Nelle versioni moderne Salmi 116,9), grossolanamente tradotto da San Girolamo, autore della cosiddetta Vulgata, la traduzione della antica Bibbia greca ed ebraica in latino. Il versetto ha oggi questa forma: «Io camminerò alla presenza del Signore sulla terra dei viventi» (Bibbia Nuova Riveduta), ma Girolamo tradusse in latino: «Placebo Domino in regione vivorum», ossia «Piacerò a Dio nella regione dei viventi», fraintendendo il termine ebraico ethalekh (“Camminerò davanti a/alla presenza di”). Il termine “placebo”, dunque, è nato da un madornale errore di traduzione.

Nel Medioevo, in Inghilterra, si diffuse l’abitudine di cantare la nona riga del Salmo 116 in occasione di eventi funebri da parte di persone, riunite in coro, che millantavano una parentela o una qualche relazione con il defunto (o defunta), per scroccare un pranzo nel corso della cerimonia. Secondo altre versioni, si trattava di “professionisti” del pianto – una sorta di prefiche – pagati dai parenti del defunto (o defunta) per “cantare placebo”. Questa “professione” fu ritenuta appannaggio di persone ipocrite e adulatrici. Il termine “placebo” venne quindi associato a comportamenti insinceri e interessati. Una testimonianza di tale associazione si riscontra in un racconto dei celeberrimi Canterbury Tales (1386-1400) di Geoffrey Chaucer, “Il racconto del mercante”, in cui lo scrittore inglese dà il nome di Placebo a un personaggio adulatore e ipocrita, fratello del protagonista Gennaro (o Gennaio). La storia ci tramanda, quindi, una indubbia associazione tra il termine “placebo” e condotte ingannevoli e opportunistiche.

Secondo lo psichiatra statunitense Arthur Shapiro, il termine “placebo” appare per la prima volta nella sua accezione contemporanea nella seconda edizione del  New Medical Dictionary di Motherby del 1785 dove viene definito: “a common place method or medicine” (“un metodo o una medicina comune”, ma common va inteso nel senso di “dozzinale, grossolano, banale ecc.”). Verso la fine dell’Ottocento (nel Dictionary di Foster del 1894), il termine “placebo” viene ad acquisire l’ulteriore significato di “sostanza inattiva, inerte”, che oggi appare centrale nella definizione che viene ordinariamente data della parola. In queste prime definizioni, l’etichetta “placebo” viene applicata a metodi, sostanze o procedure ritenute inadeguate, non scientifiche: placebo è quello che fanno i ciarlatani in contrapposizione a ciò che fanno i veri medici. Proseguendo, il primo a definire e discutere di “effetto placebo” sembra essere stato il medico T.C Graves, in un articolo pubblicato sul Lancet nel 1920, dal titolo “Commentary on a case of Hystero-epilepsy with delayed puberty”. Qui Graves parla di “effetto placebo dei farmaci” che si manifesta nei casi in cui «sembra prodursi un vero effetto psicoterapeutico».

Come si vede, la parola “placebo” ha una storia straordinaria alle spalle, una storia che merita di essere conosciuta. Altrettanto straordinario, però, è l’errore di traduzione da cui la storia è cominciata. Perché, forse, se Girolamo non avesse frainteso quel versetto dei Salmi, oggi nessuno parlerebbe di placebo.

Fonti:

Graves, T. C., 1920, “Commentary on a case of Hystero-epilepsy with delayed puberty”, The Lancet, vol. 196, pp. 1134-1135.

Lalli, N., Lalli, C., Padrevecchi, F., 2002, Il placebo come “perturbante”, disponibile presso: http://www.nicolalalli.it/pdf/confronto/placebo.pdf.

“Placebo in history”, Wikipedia, consultabile all’indirizzo: https://en.wikipedia.org/wiki/Placebo_in_history.

Shapiro, K. A., 1968, “Semantics of the placebo”, Psychiatric Quarterly, vol. 42, pp. 653-695.

Shapiro,  A.  K.,  Morris,  L.  A., (1978,  “The  placebo  effect  in  medical  and  psychological  therapies”, in  Garfield, S.  L., Bergin, A.  E.  (a cura di), 1978, Handbook  of  psychotherapy  and  behavior  change: An empirical analysis, Wiley, New York.

Shapiro, K. A., Shapiro, E.. 1997, The Powerful Placebo. From Ancient Priest to Modern Physician, The Johns Hopkins University Press, Baltimore (Maryland).

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