Possiamo finalmente dirlo: i serial killer non esistono, non sono mai esistititi e forse non esisteranno mai. Al tempo stesso, proliferano, sono ubiquitari e invadono il nostro immaginario criminologico come poche altre categorie criminali. Non sono davvero “reali”, ma sono visibili a tutti. Per le statistiche criminali sono un fenomeno marginale, se non trascurabile. Per la nostra mente, sono figure diffusissime, caratterizzate da un profilo nettamente riconoscibile: personaggi malvagi, oscuri e incomprensibili, ma anche affascinanti ed enigmatici in virtù della loro intelligenza fuori dal normale.
Come è possibile questo paradosso? Come può qualcuno esistere e non esistere, vivere e non vivere, essere numericamente periferico, ed esercitare una influenza spropositata su di noi?
La storia ha conosciuto diversi casi di serial killer. Ted Bundy, Jeffrey Dahmer, John Wayne Gacy e Aileen Wuornos sono assassini reali, mostri della vita quotidiana, responsabili di numerosi – e spesso efferati – omicidi. Ma il loro numero è complessivamente contenuto. Molto più ampio il numero dei serial killer “fantastici” che la fiction ha reso estremamente popolari, forse più dei corrispettivi reali: Hannibal Lecter, Dexter Morgan, Jason Voorhees, Michael Myers, Red John, per citarne solo alcuni.
Secondo uno studio, nei media americani i serial killer sono rappresentati in proporzione più di venti volte rispetto alla loro incidenza statistica, ma probabilmente la sproporzione tra realtà e fantasia è ancora più ampia, se consideriamo che quasi ogni serie poliziesca presenta almeno un serial killer inafferrabile di qualche tipo e se consideriamo comics, canzoni e altre “invenzioni” pop. Ricordiamo, inoltre, che, secondo la definizione ufficiale, il serial killer è chi commette due o più omicidi in località distinte, intervallati da un periodo di tempo, caratterizzato da una fase di “raffreddamento emozionale”. Bastano, dunque, due omicidi per parlare di serial killer nella realtà, mentre nella fiction un serial killer non uccide due persone, ma molte di più.
È così che un’eccezione diventa la regola, una minoranza criminale si trasforma nel modello dominante del male (Tuzza, 2026, p.76).
È in questo modo che la forte visibilità sociale di questa figura criminale distorce in ognuno di noi il modo di concepire la criminalità. Se è vero, infatti, che i serial killer rappresentano (molto) meno dell’1% degli omicidi totali, nella produzione della fiction la percentuale si eleva fino a raggiungere cifre esorbitanti, illudendoci, in virtù del vecchio bias che ci induce a confondere la visibilità con la frequenza, a credere che siano molto più numerosi di quanto siano.
Ed è qui che dovrebbe intervenire la criminologia “seria”. Come osserva Simone Tuzza, la sovra-rappresentazione dei serial killer ha almeno due effetti:
Primo: distorce la percezione sociale del crimine, concentrandola sull’eccezionale e oscurando il quotidiano. Secondo: costruisce un’idea del male come alterità assoluta, come devianza irredimibile. Il crimine sistemico, organizzato, istituzionale scompare, insieme a tutte le forme di violenza più comuni ma meno fotogeniche. È proprio su questo slittamento che la criminologia deve intervenire. Non per negare l’esistenza o l’interesse «teorico» dei serial killer, ma per decostruirne la centralità narrativa. E per rimettere al centro quelle forme di devianza che, pur non facendo audience, costruiscono ogni giorno le strutture reali della sofferenza sociale (Tuzza, 2026, pp. 76-77).
Non è facile. Anche perché niente fa audience come un crudele serial killer (ma lo stesso si può dire di pedofili, terroristi e femminicidi).
La devianza reale è altra cosa rispetto a quella televisiva. È molto più subdola, quotidiana, capillare e noiosa. Ma miete molte più vittime e fa molti più danni. Anche se non ha il glamour di un assassino intelligente, enigmatico e disturbante.
Se volete saperne di più su come distorciamo sistematicamente la realtà della criminalità, rimando al mio Delitti. Raptus, follia e misteri. Dalla cronaca alla realtà (C1V Edizioni, Roma, 2016).
Riferimento: Simone Tuzza, 2026, Criminologia pop. Media, immaginari e narrazioni (true) crime, Mondadori, Milano.










































