Herbert Freudenberger e la nascita del concetto di burnout

Herbert J. Freudenberger (1926 – 1999) è da considerarsi certamente il pioniere della scoperta del burnout. Nato in Germania, si rifugiò negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale dove rimase e lavorò per il resto della sua vita. La “scoperta” del burnout si deve a una serie di vicende personali. Negli anni Settanta del XX secolo, Freundenberger era impegnato attivamente nel free clinic movement, iniziativa nata alla fine degli anni Sessanta per fornire assistenza sanitaria gratuita, accessibile, completa e non discriminante a persone emarginate, prive di assicurazione sanitaria o appartenenti alla controcultura (ad esempio hippy, tossicodipendenti) rifiutate dalla medicina tradizionale. Il movimento era animato dalla convinzione che l’assistenza sanitaria fosse un diritto, non un privilegio, e che dovesse avere una dimensione comunitaria e universale.

Entusiasta del suo lavoro, Freudenberger rimaneva in clinica fino a tarda notte come volontario, dopo aver lavorato l’intera giornata come psicologo, dedicandosi interamente ai bisogni dei pazienti e dell’istituzione. Dopo diversi mesi, si accorse che qualcosa in lui era cambiato: si sentiva stanco e provato, ma anche cinico e tracotante verso gli utenti del servizio. Inoltre, trascurava quasi del tutto la famiglia, circostanza che aveva una ricaduta pesante sulla sua vita privata. Quando, un giorno, non riuscì a svegliarsi in tempo per prendere l’aereo che lo avrebbe portato in vacanza con la famiglia, decise di fare qualcosa.

Colpito da quello che gli era successo, Freudenberger prese in prestito il termine “burnout”, che in inglese veniva adoperato per descrivere lo stato di deterioramento del tossicodipendente dopo l’abuso di sostanze, per descrivere la sua stessa esperienza alla free clinic. Lo stesso Freudenberger, peraltro, osserva come il nome fosse una coniazione collettiva adoperata dal personale della free clinic di New York dove operava.

Nell’articolo seminale “Staff Burn-out” (1974), Freudenberger afferma che si può parlare di burnout quando “un membro del personale di un’istituzione alternativa subisce un esaurimento (burnout) per qualsiasi motivo e non è più in grado di operare a tutti gli effetti”.

Dopo aver definito il burnout e descritto la sintomatologia fisica e comportamentale del fenomeno con parole che ancora oggi sono riprese dalle tante monografie dedicate al tema, Freudenberger passa a indicare quale tipo di lavoratore è più esposto a esso. La sua risposta è netta, quanto, per certi versi, sorprendente. Le persone più esposte al burnout sono “coloro che dedicano più energie e si impegnano di più”. Non i “fannulloni”, dunque, i “buoni a nulla”, ma i più motivati, ossia quelli che profondono il maggior numero di ore e la maggiore quantità di energia nel loro lavoro, a scapito di famiglia e vita privata. In altre parole, quelli che lavorano troppo, troppo a lungo e troppo intensamente. Ma anche quelli che hanno un bisogno eccessivo di dare o si sentono annoiati.

Per tutti questi, è possibile introdurre precise azioni di prevenzione, che non riguardano solo l’individuo (non lavorare troppo; coltivare passatempi ecc.), ma soprattutto l’organizzazione (selezionare il personale in maniera adeguata; non pretendere troppi straordinari; ridurre le ore di lavoro; assumere un maggior numero di lavoratori; assegnare compiti di ragionevole esecutività; far ruotare il personale, impedendo che tutti facciano sempre le stesse cose ecc.).

Chiudono l’articolo alcuni brevi consigli su come aiutare chi è in burnout.

“Staff Burn-out” rappresenta, ancora oggi, un importante punto di riferimento per tutti coloro che si occupano di burnout ed è spesso citato nella letteratura specialistica per il suo grande interesse storico.

Troverete qui la mia traduzione – credo per la prima volta in italiano – dell’articolo di Freudenberger con una mia introduzione sul tema del burnout.

Buona lettura!

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