Gli immigrati ci portano malattie infettive?

Un tenace luogo comune asserisce che chi emigra contribuisce a diffondere nei paesi di arrivo malattie infettive e tropicali non presenti in Occidente, compromettendo lo stato di salute della popolazione locale. Si tratta di un luogo comune che spesso diventa allarme sociale, se non vero e proprio panico morale, e che alimenta i più biechi pregiudizi nei confronti dei migranti.

Questa rappresentazione del migrante come “agente contaminante”, bomba epidemiologica pronta a esplodere e fare danni incalcolabili, è definita dalla letteratura specializzata “sindrome di Salgari” ed è spesso condivisa non solo dalla popolazione nativa, ma anche dal personale medico, il quale

si aspetta di trovare il paziente affetto da chissà quali strane malattie, lo inquadra come vettore di morbi esotici o malattie inconsuete, ogni sintomo si ammanta di una sua presunta “eccezionalità” rispetto alla patologia “addomesticata” nostrana, si richiedono non solo più analisi, ma anche indagini più sofisticate alla ricerca di una sicura malattia tropicale o comunque infettiva ben occultata. La ricerca di un malato, che sia tale in virtù di un suo contatto con il pericolo esotico, implica anche una maggior protezione dal potenziale contagio: il medico si lava più spesso le mani, adotta maggiori precauzioni – ad es. i guanti – nel contatto con il corpo del paziente (Geraci, 2006).

La rappresentazione del migrante infettivo viene spesso esacerbata e strumentalizzata da partiti e movimenti xenofobi, fino a divenire strumento privilegiato di propaganda. Il migrante viene additato a minaccia per la salute collettiva, se ne chiede l’allontanamento immediato, la sua presenza viene etichettata come rischio enorme per la nazione. La verità, però, è che essa è priva di fondamento.

Le persone che migrano sono, per lo più, giovani, con un’età media spesso intorno ai 23-26 anni, e più sani rispetto a coloro che decidono di rimanere nel paese di origine. Questo fenomeno è noto nella letteratura epidemiologica con il nome di “effetto migrante sano” [Razum, Zeeb e Rohrmann 2000].

Come ricordano gli autori di un importante testo di sociologia della salute e della medicina, «quando la migrazione è volontaria sono le persone che dispongono di un più consistente capitale di salute che decidono di emigrare, convinti di disporre di risorse adeguate per fronteggiare le difficoltà che accompagnano i processi migratori» (Cardano, Giarelli, Vicarelli, 2020, p. 395). E che ciò sia vero lo dimostra anche il fatto che, in tutto il mondo occidentale, l’aumento considerevole del numero di migranti non ha affatto accresciuto in maniera significativa l’incidenza delle patologie infettive.

Ciò non significa che il migrante sia immune da malattie. Ma queste dipendono non tanto dalle condizioni di partenza, ma da quello che accade al migrante durante il tragitto migratorio e una volta giunto al paese d’approdo. Il viaggio, soprattutto se condotto in condizioni al limite della sopravvivenza, può provocare un rapido deterioramento della salute del migrante, a causa della scarsa alimentazione, del sovraffollamento sui mezzi di trasporto, dei maltrattamenti subiti, dei traumi vissuti durante il viaggio che possono provocare disturbi fisici e mentali (ansia, depressione, Disturbo da stress post-traumatico), anche gravi.

Una volta giunto nel paese di destinazione, altri fattori possono contribuire al peggioramento delle condizioni di salute del migrante. Tra i fattori da considerare abbiamo: il cambiamento nello stile di vita dell’immigrato, che è costretto ad adeguarsi a modelli culturali diversi da quelli a cui era abituato (norme di convivenza, alimentazione, rapporti con i locali), le precarie condizioni di vita e di lavoro vissute da chi fa esperienza di migrazione, l’assunzione di comportamenti a rischio o devianti (tabagismo, abuso di alcol e di droghe, accattonaggio), la difficoltà di accesso ai servizi sanitari (per la barriera della lingua, per questioni burocratiche, per la scarsa conoscenza del funzionamento del sistema sanitario del paese di arrivo).

Molto dipende anche dal livello di istruzione dell’immigrato, dalle sue competenze linguistiche, dalla rete di conoscenze in cui è inserito, dal retroterra culturale che porta con sé dal paese d’origine, dall’età, da quanto tempo risiede nel nuovo paese. Si tratta di fattori che possono enormemente ostacolare o facilitare l’accesso a cure, reti di sostegno, servizi e interventi sociosanitari. Spesso, ad esempio, l’accesso alle cure avviene nella fase avanzata della malattia a causa della scarsa informazione sui propri diritti. Molti stranieri irregolari, poi, non sanno di avere diritto alle cure urgenti o essenziali e preferiscono trascurare i propri problemi di salute con il rischio che peggiorino irreversibilmente.

Un altro fattore che compromette la salute dei migranti è «la condizione “strutturale” data dall’accumulo di svantaggi e di disuguaglianze nei contesti di vita e di lavoro (discriminazioni, barriere linguistiche e culturali, vincoli giuridici, ostacoli amministrativi), rispecchiando le caratteristiche delle fasce sociali più deboli della popolazione locale» (Cardano, Giarelli, Vicarelli, 2020, p. 396). Queste condizioni “strutturali” acuiscono le diseguaglianze sociali di salute, che dipendono da numerose variabili, quali stili di vita, stress psicosociali, reddito, istruzione, occupazione, classe sociale, condizioni ambientali e materiali di vita, appartenenze a gruppi sociali. Se pensiamo che i migranti si collocano spesso sul gradiente più basso di queste dimensioni, possiamo facilmente comprendere come tutto ciò abbia un profondo impatto sul loro stato di salute. A lungo andare, si verifica la perdita dell’“effetto migrante sano” e la sua sostituzione con quello che viene definito “effetto migrante esausto” (Libertàcivili, 2017; Razum, Zeeb, Rohrmann, 2000).

Decisive risultano al riguardo le politiche di inclusione del paese di arrivo: secondo che siano più accoglienti o più ostili possono avere un effetto profondo sulle condizioni di salute del migrante.

Un altro fenomeno interessante è stato denominato “effetto salmone” (Diaz, Koning, Martinez-Donate, 2016).

Gli immigrati che vedono compromesso il loro stato di salute spesso decidono di tornare nei paesi d’origine, per trascorrere in un contesto familiare gli ultimi anni della loro vita, non diversamente dai salmoni che migrano verso l’oceano per riprodursi e poi ritornano ai fiumi da cui sono partiti e li raggiungono ormai esausti. Questa forma di migrazione selettiva produce un fenomeno denominato salmon bias («distorsione del salmone»), che dà conto del perché in molti casi la salute dei migranti continua a essere migliore di quella delle popolazioni locali, dato che le persone seriamente malate tendono a tornare nei paesi d’origine (Cardano, Giarelli, Vicarelli, 2020, p. 396).

Questo effetto distorsivo non consente evidentemente di porre a confronto i livelli di morbilità e mortalità della popolazione locale con quelli della popolazione immigrata che è ovviamente, in quota parte, sottratta al raffronto.

In sintesi, lo stato di salute dei migranti in Italia è un fenomeno complesso che evolve dal cosiddetto “effetto migrante sano” al rischio del “migrante esausto”, tenendo conto anche dell’“effetto salmone”, ed evidenzia un progressivo deterioramento dovuto alle condizioni di viaggio e di accoglienza, ai pregiudizi e alle discriminazioni, alle barriere di accesso alle cure.

A grandi linee, si può dire che, a dispetto della “sindrome di Salgari”, i migranti arrivano in Italia in buone condizioni di salute, ma si ammalano o vedono peggiorare il proprio stato a causa di fattori culturali, sociali e ambientali presenti nel contesto di arrivo, piuttosto che per le tanto esecrate e temute patologie infettive esotiche legate al paese di origine. Nessun metaforico assalto dei pirati della Malesia al nostro sistema immunitario, dunque, ma vicissitudini normali di uomini e donne normali, che cercano solo di far fronte, come meglio possono, alle difficoltà della vita e che si trovano spesso in una banale, quanto nociva, condizione di fragilità esistenziale, detta povertà.

E a chi grida all’immigrato portatore di malattie infettive, dovremmo forse ricordare che furono gli europei a “esportare” nelle Americhe e in altre parti del mondo malattie come il vaiolo, il morbillo, la salmonella, la scarlattina, la varicella e l’influenza che ebbero un effetto catastrofico su quelle popolazioni, prive di difese immunitarie specifiche contro tali morbi. Anzi, le malattie “esotiche” portate dai conquistadores furono la vera arma in grado di accelerare il processo di colonizzazione di quelle terre lontane, come e più delle armi da fuoco.

Preferiamo dimenticare quello che accade quando gli “esotici” siamo noi; ricordiamo perfettamente l’“esotismo” degli altri, soprattutto quando presenta caratteristiche che giudichiamo negative o sgradevoli. Anche le malattie degli altri ci appaiono più misteriose, più pericolose, più letali. È perché non ne siamo assuefatti. Così come non siamo assuefatti all’idea che non c’è modo di fermare le migrazioni e che dobbiamo imparare a convivere con questo straordinario fenomeno sociale della contemporaneità.

Riferimenti

Cardano, M., Giarelli, G., Vicarelli, G., 2020, Sociologia della salute e della medicina, Il Mulino, Bologna, pp. 395-396.

Diaz, C. J., Koning, S. M., Martinez-Donate, A. P., 2016, “Moving beyond Salmon Bias: Mexican Return Migration and Health Selection”, Demography, vol. 53, n. 6, pp. 2005-2030.

Geraci, S., 2006, “La sindrome di Salgari 20 anni dopo”, Janus. Medicina: cultura, culture, n. 21, Sanità meticcia, Zadigroma Editore, 21:29.

Libertàcivili, 2017 (a cura di), «Sani» o «esausti»? Lo stato di salute dei migranti in Italia, settembre-ottobre, pp. 125-130.

Razum, O., Zeeb, H., Rohrmann, S., 2000, “The «Healthy Migrant Effect» – Not Merely A Fallacy of Inaccurate Denominator figures”, International Journal of Epidemiology, vol. 29, n. 1, pp. 191-192.

 

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