Gli equivoci del bullismo

Il 22 maggio 2017, il Presidente della Giunta Regionale della Campania, Vincenzo De Luca, promulga la Legge 11 denominata “Disposizioni per la prevenzione ed il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo nella Regione Campania”. A dare una spinta decisiva a un provvedimento salutato con favore da molti, un episodio accaduto pochi mesi prima, quando un ragazzo di 13 anni di Mugnano, in provincia di Napoli, viene malmenato brutalmente da un gruppo di coetanei. L’episodio, definito prontamente di bullismo da parte di media e opinionisti, riceve particolare attenzione in quanto il padre del ragazzo posta la foto del viso tumefatto del figlio sui social, invitando pareri e commenti. Tale gesto gli vale la convocazione di De Luca all’evento della Regione Campania intitolato “Primavera del Welfare” (marzo 2017), dove il Presidente della Regione Campania, dopo aver ascoltato l’uomo, preannuncia un importante provvedimento: «Bullismo e cyberbullismo sono un grande problema e noi stiamo approvando una legge per offrire uno strumento di resistenza e di lotta ai cittadini che subiscono questi problemi».

Quasi nessuno osserva che l’episodio che, sulla scia dell’onda emotiva che lo segue, stimola l’adozione di un importante atto legislativo, in realtà, non ha niente a che fare con il bullismo. La legge  22 maggio 2017, n. 11 nasce, in effetti, da un equivoco. Per rendercene conto basta riflettere sulla definizione di bullismo fornita dallo psicologo Dan Olweus, uno dei primi a iniziare una riflessione sistematica sul concetto. Secondo Olweus, «uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni» (Olweus, D., 2007, Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti Editore, Milano, p. 12). In seguito, Smith e Sharp approfondiscono il concetto, definendolo «un tipo di azione che mira deliberatamente a fare del male o a danneggiare; spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi e perfino anni, ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime. Alla base della maggior parte dei comportamenti sopraffattori c’è un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare » (Sharp, S., Smith, P. K, 1995, Bulli e prepotenti nella scuola. Prevenzione e Tecniche educative, Erickson, Trento). Da queste definizioni, appare che il bullismo è un fenomeno caratterizzato da: 1) asimmetria di potere tra la vittima e il persecutore, con il secondo che appare in posizione di superiorità fisica e/o psicologica rispetto alla prima; 2) intenzione di far del male alla vittima; 3) persistenza nel tempo dell’azione violenta nei confronti dello stesso bersaglio. Il terzo elemento, la persistenza nel tempo, appare particolarmente importante in quanto consente di distinguere il bullismo da altre forme di aggressione e violenza. Purtroppo, come nel caso del ragazzo di Mugnano, media, commentatori, “esperti” e presidenti regionali commettono spesso l’errore di definire “bullismo” qualsiasi episodio di violenza o aggressione compiuto da un gruppo di ragazzi ai danni di altri ragazzi con la conseguenza che i confini del concetto si slabbrano, si dilatano e finiscono con il non significare più niente di preciso. Si può dire, infatti, che oggi il termine “bullismo”, come è comunemente adoperato, significhi tutto e niente, considerato l’abuso che del termine si fa a livello sociale, giornalistico e mediatico, in generale.

Del resto, questo non è l’unico equivoco che mina la comprensione del fenomeno del bullismo. È possibile, a tal proposito, elencare una serie di “tecniche di neutralizzazione” che le persone abitualmente adoperano per screditarne la portata e il significato.

La prima è una frase ripetuta spesso – troppo spesso – e che viene raramente contraddetta: “Sono ragazzi/Sono ragazzate”. La fallacia di questa espressione sta nel fatto che essa rimanda a una concezione “naturale”, “biologica” della violenza adolescenziale per la quale i ragazzi sono aggressivi in quanto tali e la violenza appare una sorte di destino ineluttabile, come se gli esseri umani dovessero necessariamente attraversare una fase violenta prima di divenire uomini maturi. La stessa convinzione sembra frustrare qualsiasi tentativo di responsabilizzare il minore, finendo con l’essere una forma di abdicazione a una educazione consapevole, perché “se i ragazzi sono ragazzi”  non c’è molto da fare. Non è un caso che molti commentatori contemporanei esigano a gran voce un abbassamento dell’età dell’imputabilità, dimenticando che, in Italia, si è imputabili, e quindi ritenuti capaci di intendere e di volere, se si è maggiorenni e non imputabili se si ha un’età inferiore ai 14 anni, mentre dai 14 ai 18 anni l’imputabilità è decisa di caso in caso. Non è vero, dunque, che i minori sono sempre ritenuti incapaci di intendere e di volere dalla legge. In determinati contesti, perfino un quattordicenne può essere perfettamente imputabile. Ma chi vorrebbe un abbassamento dell’età dell’imputabilità sta, in realtà, dichiarando la propria incompetenza e incomprensione nei confronti del fenomeno della violenza minorile, per il quale l’unico rimedio possibile appare la somministrazione di pene più severe. Al contrario, presupporre sempre la responsabilità significa favorirla sul piano sociale e stimolarla sul piano individuale, come ricorda lo scomparso Gaetano De Leo (De Leo, G. e collaboratori, 1981, L’interazione deviante, Giuffrè Editore, Milano, p. 18). Ciò significa che, presupponendo che ragazzi e ragazze sono capaci di responsabilità, si “profetizza” il loro essere responsabili con inevitabili conseguenze positive sia per i minori sia per gli adulti. Purtroppo, facili atteggiamenti indulgenti e assolutori nei confronti dei minori sono ampiamente diffusi e non è difficile sentire genitori che chiamano “creature” i loro figli tredicenni, condannandoli, quasi, a una perenne “immaturità”.  

Un altra fallacia è quella riassumibile nella frase: “Sono cose da ragazzi. Se la devono vedere tra loro”. Anche in questo caso, appare chiara l’abdicazione genitoriale nei confronti delle vicende che coinvolgono i figli e l’impotenza degli adulti a capire, o tentare di capire, un mondo che appare sfuggente, distante, inattingibile. Nello stesso momento in cui dice “Se la devono vedere tra loro”, l’adulto cede il proprio ruolo educativo, addossando al minore la responsabilità del proprio fallimento pedagogico. È incomprensibile come dei minori “se la possano vedere tra loro” in assenza di abilità dialogiche e di coping che, certo, un genitore convinto che il proprio figlio debba cavarsela da solo non può avergli fornito.  

La terza fallacia è quella sintetizzabile nell’espressione “Queste cose rafforzano il carattere”, espressione che restituisce una visione del mondo in base alla quale è la violenza subita che rende forti. Stranamente, questa prospettiva sembra non tener conto del fatto che la violenza arreca soprattutto traumi fisici e psicologici che spesso hanno conseguenze deleterie sull’evoluzione della personalità; conseguenze che possono spingersi fino all’età adulta per poi tradursi, a loro volta, anche se non automaticamente, nella perpetrazione di atti di violenza da parte della vittima diventata “grande”. Una spirale viziosa che si fonda su un malinteso mortale, ancora condiviso, però, da molti genitori. La violenza non rafforza il carattere, lo mortifica, lo deprime, e quella che sembra forza è, il più delle volte, un meccanismo di difesa, un carapace traballante per fronteggiare (male) le asperità del mondo.

Infine, attenzione a non reificare il bullo o tradurre il bullismo in una nuova patologia biologica, psicologica o psichiatrica come sta accadendo con il gioco d’azzardo. Il bullo è tale in quanto inserito all’interno di precise dinamiche psicologiche, sociali e culturali che devono, di volta in volta, essere indagate e comprese. “Bullo” può divenire una etichetta vischiosa e irremovibile che innesca una deleteria profezia che si autoadempie, come tante volte avviene quando si applicano etichette ai comportamenti sociali. Farne una “cosa” inespugnabile significa, poi, ancora una volta, rinunciare a capire e consegnarsi a facili ricette mediche che finiscono con l’avere come risultato la deresponsabilizzazione ulteriore del bullo (“tanto sono malato!”) a tutto scapito della società. Il marchio di “bullo” non è un destino sociale. Non è nemmeno una formula magica. Ma può diventare un modo per rinunciare a capire, per stigmatizzare e costruire barriere insormontabili sulla via della comprensione.

Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on Facebook5Share on Google+0Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn0
Questa voce è stata pubblicata in criminologia e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *