Fattoidi

Nel romanzo Marylin del 1973, Norman Mailer inventò il termine fattoide per descrivere «fatti che non avevano esistenza prima di comparire in una rivista o in un giornale; creazioni che non sono tanto bugie quanto un prodotto per manipolare le emozioni della Maggioranza silenziosa». Il suffisso “-oide” fu aggiunto a “fatto” dallo scrittore in analogia con altri termini in uso. Come un “umanoide” somiglia a un umano, ma non lo è, così un fattoide assomiglia a un fatto, ma non lo è. O, per dirla con il «Washington Times», un fattoide è “qualcosa che somiglia a un fatto, potrebbe essere un fatto, ma, di fatto, non è un fatto”.

Non che i fattoidi siano stati inventati dai mass media. Nei posti di lavoro, ad esempio, i fattoidi possono essere i pettegolezzi: fatti falsi o indimostrabili. Nelle aule giudiziarie, si tratta dei “sentito dire”. Tuttavia, è con i mass media che i fattoidi si affermano in modo diffuso accanto alle leggende metropolitane, quelle notizie non dimostrate, ma che appartengono ormai al pensiero e all’immaginario collettivo. La psicologia dei fattoidi si fonda proprio su questo assunto comunicativo: lo strumento, non il contenuto del fatto narrato, ha valore di verità (per cui: “Lo ha detto la televisione, quindi è vero!”).

In teoria, è facile smontare un fattoide. Basterebbe provare a verificarlo e controllarne la veridicità per poterlo confutare, ma spesso non lo facciamo perché esso risponde a nostri precisi bisogni sociali, come denigrare un gruppo o supportare le presunte qualità di un altro, rinforzare l’immagine che noi abbiamo di noi stessi o del gruppo di appartenenza, costruire precisi pregiudizi su altri o su noi. I fattoidi, in altre parole, si nutrono delle nostre collusioni.

Il fattoide può essere divertente e piacevole da credere, ma può anche legittimare la nostra percezione delle persone con le quali siamo in relazione o alle quali ci opponiamo. Ma, soprattutto, i fattoidi hanno la capacità di costruire la realtà sociale. Sono, cioè, elementi psicologici di persuasione. In ultima analisi, essi hanno lo scopo preciso di costruire modi di significazione della realtà e rappresentano la forma più diffusa di applicazione della persuasione nella nostra società.

Basta dire in televisione che un Paese avversario possiede armi di distruzione di massa, per mobilitare l’opinione pubblica a favore di una guerra “difensiva”, al di là del fatto che quelle armi esistano davvero oppure no. Fatti “che non avevano esistenza prima di comparire” in televisione possono riguardare attori, cantanti, politici, gente comune. Il sistema attuale dei media è piuttosto “generoso” di fattoidi: a tutti piacciono i fattoidi. A tutti piace credere nella loro esistenza, anche se a essi non corrisponde la realtà.

Del resto, nell’epoca della virtualità spinta e della realtà aumentata a chi piace la realtà “semplice” delle pietre dure e degli spigoli degli arredi che fanno male?

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