Vi è almeno un sistema di credenze religiose in cui non riuscire a pregare può significare la morte. Mi riferisco al sistema di credenze dei catari, movimento medievale giudicato eretico e, in quanto tale, perseguitato dalla Chiesa cattolica.
Dei catari si è scritto molto e, nonostante i testi prodotti dai maggiori rappresentanti del movimento, siano relativamente poco numerosi, si sa abbastanza.
Si sa, ad esempio, che essi credevano in un dualismo assoluto che li portava a ritenere che il mondo materiale, compreso il corpo umano, fosse opera del principio del male e che il principio del bene avesse creato solo il regno spirituale.
Si sa che consideravano corrotta la Chiesa di Roma e che la loro comunità era divisa in “perfetti”, coloro che avevano ricevuto il battesimo spirituale (consolamentum) e vivevano in totale povertà e castità, e i “credenti” (la maggioranza dei seguaci) che non seguiva la rigida ascesi dei primi, ma ne sosteneva le credenze, sperando di ricevere il consolamentum in punto di morte per purificare l’anima e ascendere al regno dello spirito.
Si sa che credevano nella metempsicosi e, quindi nella reincarnazione delle anime, e che autorizzavano un’unica preghiera, fra quelle che comparivano in ambito cattolico, ossia il Padre nostro.

A proposito del sacramento del consolamentum in punto di morte, fra gli obblighi imposti a coloro che lo avevano ricevuto, vi era quello di non mangiare né bere nulla se prima non si era pronunciato il Padre nostro. Lo stato di malattia in cui versava il credente, però, impediva talvolta la recitazione della preghiera. Per questo numerosi moribondi “consolati” preferivano non ingerire nulla piuttosto che peccare e rendere nullo il sacramento ricevuto.
Come testimonia il frate domenicano e inquisitore Raniero Sacconi,
Non bisogna scordarsi di parlare della loro preghiera, perché essi ritengono necessario pronunciarla soprattutto quando assumono cibo o bevande. In effetti, molti fra questi eretici, nel corso di una loro malattia, hanno detto a coloro che li curavano di non mettere nessun cibo o nessuna bevanda nella loro bocca, se essi non potevano pronunciare almeno il Padre nostro, da ciò è verosimile che molti di loro si sono uccisi da sé in questa maniera.
Questo “suicidio volontario” per inedia, definito endura (“digiuno” in occitanico), è uno degli aspetti più raccapriccianti del sistema di credenze cataro e fu uno dei bersagli preferiti dai denigratori del catarismo della Chiesa cattolica.
In effetti, sembra che non fu mai né rituale, né imposto dalla dottrina catara, ma ciò che rileva è che l’impossibilità di pregare “condannava a morte” i veri credenti, i quali preferivano spegnersi piuttosto che macchiarsi di peccati che annullavano i benefici del consolamentum.
In altre parole, non riuscire a pregare per infermità induceva uno stato d’animo tale che la morte era preferita alla vita. Per il sistema di credenze cataro, dunque, in determinate condizioni, non pregare voleva dire cessare di vivere.
Potrebbe sembrare un punto di vista estremo, addirittura patologico, ma, indipendentemente dal nostro giudizio di laici secolarizzati del XXI secolo, è l’ennesima testimonianza del fatto che le preghiere non sono mere formule rituali mnemoniche, ma, in taluni casi, costituiscono addirittura una salvaguardia della vita.
Se volete saperne di più su questi aspetti dell’atto del pregare, con particolare riferimento al rosario, vi rimando al mio La sacra corona. Storia, sociologia e psicologia del rosario (Meltemi, 2024).










































