Effetto alone e criminologia

Tra tutti i meccanismi psicologici studiati dalla psicologia sociale e cognitiva, uno dei più potenti è sicuramente l’effetto alone (halo effect, in inglese). Con questo termine si indica il fenomeno per cui un’impressione generale, sia positiva sia negativa, o una singola caratteristica di un individuo o gruppo sociale orienta la percezione che si ha dell’individuo o gruppo, anche relativamente ad altri tratti della personalità. Ad esempio, si ha effetto alone quando la bellezza fisica condiziona la percezione di altre qualità della persona quali l’intelligenza o la professionalità. Oppure, quando si crede che un esperto in un certo settore debba essere esperto anche in un altro settore. O, ancora, quando l’immagine di un prodotto, di un’impresa, di un paese influenza altri prodotti dello stesso marchio e della stessa provenienza. L’effetto alone è utilizzato nella comunicazione persuasiva quando si adopera, ad esempio, un attore famoso come testimonial di un prodotto nei confronti del quale non ha alcuna competenza particolare, ma la cui associazione con l’attore garantisce un maggiore volume di vendite. L’innamoramento, infine, potrebbe essere interpretato come un gigantesco effetto alone: quando si è innamorati, la persona su cui riversiamo i nostri sentimenti ci appare unica e splendente tanto che questa valutazione contagia anche quelli che agli altri appaiono difetti e che, agli occhi dell’innamorato, appaiono invece come “deliziosi vezzi” (Dobelli 2013, p. 127).
Il termine “effetto alone” fu coniato da Edward Lee Thorndike (1874-1949), allievo di William James a Harvard e uno dei maestri indiscussi della psicologia contemporanea, in un breve articolo del 1920 intitolato “A Constant Error in  Psychological Ratings”. Si tratta di un articolo tanto frequentemente citato quanto poco letto, di cui propongo qui la traduzione in italiano. Dopo la pubblicazione del 1920, il tema fu ripreso da psicologi, sociologi, economisti ecc. tanto che la letteratura sull’argomento è cresciuta in maniera esponenziale. Manca, invece, una riflessione sistematica sulle implicazioni criminologiche del concetto, nonostante alcuni studi abbiano tentato di far luce sui sottili, ma efficaci esiti dell’effetto alone in campo giudiziario e legale. In quanto segue, esporrò i risultati di alcuni di questi studi e proporrò alcune riflessioni sul perché sia utile considerare l’effetto alone in criminologia.   
La maggior parte delle verifiche dell’efficacia dell’effetto alone in campo giudiziario riguarda l’impatto che esso ha sulle deliberazioni di innocenza o di colpevolezza degli imputati da parte dei giurati. In particolare, riguarda la verifica del principio, diffuso a livello popolare sin dai tempi di Platone, secondo cui “ciò che è bello è anche buono” e del suo opposto “ciò che è brutto è anche cattivo”. Nel 1969, Daniel Landy e Elliott Aronson (Landy & Aronson 1969) condussero due esperimenti paralleli. Nel primo a un gruppo di soggetti fu presentata la vittima di un incidente automobilistico. A metà del gruppo, fu presentata una donna attraente, all’altra metà una donna poco attraente. I soggetti dovevano emettere una sentenza di colpevolezza nei confronti del responsabile dell’incidente. Nel secondo esperimento, i soggetti, divisi in tre gruppi, erano chiamati a un compito simile, con la differenza che avevano di fronte non una vittima, ma, rispettivamente, un imputato attraente, un imputato poco attraente e un imputato di aspetto normale, tutti accusati dello stesso reato. In entrambi i casi, i risultati furono concordi. Nel primo esperimento, le sentenze emesse dai soggetti furono più severe quando la vittima era attraente. Nel secondo, quando l’imputato era poco attraente. In sintesi, l’aspetto fisico invitava a pene meno severe quando l’imputato era attraente e a pene più severe quando la vittima era attraente. Conclusione alla quale era pervenuto anche un testo di Florence Monahan (1941) la quale scoprì che la maggior parte delle assistenti sociali da lei intervistate riferivano di trovare difficile da credere che uomini e donne di bell’aspetto potessero essere colpevoli di un reato.
Questi risultati furono confermati, in ambito non giudiziario, da una ricerca, ormai classica, di Dion, Berscheid e Walster (Dion, Berscheid & Walster 1972) che dimostrò che le persone tendono ad attribuire agli individui fisicamente attraenti altri tratti di personalità positivi e a ritenere che conducano vite migliori rispetto agli individui poco attraenti. Nel 1974, Michael Efran (Efran 1974) condusse un sondaggio di opinione su 108 studenti di college dal quale emerse, fra l’altro, la convinzione degli intervistati che l’attrazione fisica non dovesse costituire un elemento di condizionamento delle decisioni dei membri di una giuria. Quando, però, altri 66 studenti furono chiamati a simulare l’operato di una giuria, apparve chiaramente che gli imputati di bell’aspetto furono valutati più positivamente e si videro attribuire sentenze più miti rispetto agli imputati poco attraenti. In un altro esperimento (Ostrove & Sigall 1975), i ricercatori ottennero risultati più o meno simili, ma con un’interessante eccezione. Lo studio simulava due ipotetici crimini eseguiti da donne attraenti, non attraenti o di aspetto comune. I crimini erano: furto con scasso e truffa. Nel furto, le donne riuscivano a procurarsi illegalmente una chiave e a  rubare 2.200 dollari; nella truffa, le donne manipolavano un uomo affinché questi investisse 2.200 dollari in una società inesistente. I risultati mostrarono che, nel primo caso, l’imputata poco attraente veniva condannata a una pena più severa della controparte più attraente o di quella di aspetto comune. Nel secondo, invece, proprio il fatto che il reato fosse stato compiuto sfruttando l’aspetto fisico, indusse i soggetti a emettere una pena più severa per la donna giudicata più attraente rispetto alle altre, come se essa fosse colpevole di avere abusato del suo privilegio. Se la truffa sfavorisce le persone di bell’aspetto, lo stupro, invece, li favorisce. In questo caso, infatti, gli imputati poco avvenenti sono accusati con maggiore facilità di quelli attraenti e sono considerati più pericolosi di questi (Esses & Webster 1988, cit. in Costa & Corazza 2006, p. 153).
L’esperimento di John Stewart (Stewart 1980) dimostrò, utilizzando la tecnica degli osservatori per alcuni soggetti che dovevano prevedere il destino giudiziario di un gruppo di 67 imputati, che l’aspetto fisico consente di predire il numero di anni di carcere inflitto tramite sentenza, nel senso che più l’imputato è attraente, meno severa sarà la sentenza (anche se l’aspetto fisico non è predittivo della condanna o dell’assoluzione). Impiegando il metodo dell’osservazione naturale su 915 imputate e 1320 imputati, invece, Downs e Lyons (Downs & Lyons 1991) notarono che l’aspetto fisico avvenente dell’imputato poteva consentirgli di ottenere più facilmente cauzioni e sanzioni inferiori rispetto agli imputati di minore avvenenza fisica solo in caso di reati di poco conto. L’ “effetto bellezza” svaniva nel caso di reati gravi.
Queste conclusioni non valgono solo per gli adulti, ma anche per i bambini. Come ricorda lo psicologo Robert Cialdini, alcune «ricerche sui bambini della scuola elementare dimostrano che gli adulti danno un giudizio meno negativo degli atti d’aggressione se a compierli è un bel bambino» (Eagly, Ashmore, Makhijani, & Longo, 1991, cit. in Cialdini 1995, p. 136). In una ricerca di Dion (Dion, 1972),
 
si chiedeva ad alcuni adulti di decidere la sanzione per danni commessi da bambini di 7 anni. Per farlo, dovevano basarsi sulle descrizioni delle trasgressioni: «Pietro ha scagliato una palla di neve ghiacciata contro Marco, colpendolo e provocandogli un taglio profondo», «Paolo ha fatto lo sgambetto a Maria, che è caduta e ha battuto la testa», ecc. Tutti i dossier erano accompagnati dalla fotografia del colpevole: foto in bianco e nero che rappresentano soggetti dall’aspetto diverso. Le condizioni erano quattro: bambino attraente che compiva un’azione grave, bambino non attraente che compiva un’azione grave, bambino attraente che compiva un’azione non grave, bambino non attraente che compiva un’azione non grave. In un primo tempo si chiedeva agli adulti di valutare la gravità del fatto. I risultati hanno dimostrato che i “giudici” erano decisamente tolleranti,  a parità di misfatto, nei confronti dei bambini attraenti. Successivamente si chiedeva alle stesse persone di predire quale sarebbe stato il comportamento futuro dei bambini: quelli più attraenti venivano giudicati meno esposti degli altri a recidive (cit. in Costa & Corazza 2006, pp. 151-152).
 
Inoltre, altre ricerche hanno dimostrato che perfino un adulto con la “faccia da bambino” è considerato meno capace di commettere un atto criminale rispetto a un adulto con la faccia da adulto (McArthur & Berry, 1987). Questo ci fa comprendere come l’effetto alone sia efficace in qualsiasi stadio dell’evoluzione umana, indipendentemente dall’età
Più recentemente, Abel e Watters (Abel & Watters 2005) hanno notato un rapporto moderatamente positivo tra bellezza e disponibilità a sorridere dell’imputato e grado di sanzione inflitta, nel senso che più si è belli e sorridenti, meno pesanti sono le sanzioni. Un rapporto che, comunque, i due autori giudicano meno lineare e più complesso di quanto si pensi. Infine, Patry (Patry 2008), in un esperimento condotto su finti giurati, ha dimostrato che, in assenza di deliberazione, i giurati hanno maggiori probabilità di giudicare colpevole gli imputati di aspetto non attraente, mentre, in seguito a deliberazione, l’“effetto bellezza” svanisce al punto che essi hanno maggiore probabilità di giudicare colpevoli gli imputati di bell’aspetto.
L’“effetto bellezza”, poi, si riverbera anche sui testimoni e sugli avvocati. Alcune ricerche dimostrano che i testimoni e gli avvocati giudicati più piacevoli hanno un’influenza notevole sulle decisioni prese da giudici e giurati (Blanck, Rosenthal & Cordell, 1985, cit. in Costa & Corazza 2006, p. 153). Mentre, in un’altra ricerca , è stato dimostrato che «individui fisicamente attraenti hanno migliori probabilità di ricevere aiuto in caso di bisogno e risultano essere più persuasivi nel cambiare le opinioni di un gruppo di ascoltatori. […] Quando si trattava di portare soccorsi a una persona in apparente difficoltà, per esempio, uomini e donne erano più pronti a intervenire se questa era di bell’aspetto, anche se dello stesso sesso»(Benson, Karabenick, & Lerner 1976, cit. in Cialdini 1995, p. 136).
In sintesi, chi è fisicamente attraente è generalmente apprezzato di più e si vede attribuire tratti di personalità ritenuti positivi dalla nostra società. Questo apprezzamento si traduce, in ambito giudiziario, in una maggiore disponibilità delle giurie a infliggere sentenze più miti a persone fisicamente avvenenti o a favorire testimoni e avvocati di bell’aspetto. Sembra, inoltre, che le giurie ritengano che gli imputati meno attraenti abbiano maggiori probabilità di compiere un’altra trasgressione in futuro. Di qui la tendenza a infliggere sanzioni più severe nei loro riguardi. Ma, anche fuori dall’aula, i soggetti di bell’aspetto hanno una probabilità maggiore di essere aiutati in caso di bisogno rispetto a chi è di aspetto medio o brutto.
L’ambito giudiziario non è però l’unico ambito di interesse criminologico dove è possibile riscontrare l’effetto alone in azione. Questo è particolarmente presente nelle interazioni tra persone che posseggono un qualche tratto negativo e il loro ambiente. Si parla, in questo caso, di devil effect (effetto demonizzazione), horns effect (effetto delle corna) o di reverse halo effect (effetto alone al contrario) per indicare il fenomeno per cui un tratto negativo di un individuo o gruppo sociale condiziona in maniera negativa la percezione di altre caratteristiche dello stesso individuo o gruppo. Ad esempio, si ha devil effect quando l’aspetto non piacevole di una persona induce a ritenere la stessa persona non piacevole anche da un punto di vista morale («È brutto, quindi è cattivo»). In un famoso esperimento condotto negli Stati Uniti, alcuni soggetti furono invitati ad assistere alla videoregistrazione di un istruttore che parlava inglese con un accento straniero. Una parte dei soggetti guardò un video in cui l’istruttore appariva cortese e cordiale. L’altra un video che mostrava, al contrario, l’istruttore in atteggiamento freddo e distante. Ebbene, i soggetti che avevano visto l’istruttore cortese e cordiale giudicarono positivamente anche l’aspetto, l’accento e i manierismi; gli altri, invece, espressero un giudizio negativo sugli stessi attributi (Nisbett & DeCamp Wilson, 1977). Un tratto negativo della personalità dell’istruttore aveva così contagiato l’intera persona.
Il devil effect è noto fin dall’antichità. Nel Medioevo, ad esempio, se due persone erano sospettate di avere commesso un crimine, era condannata la più brutta delle due. Questa situazione è riecheggiata nel Giulio Cesare di Shakespeare in cui Cassio (Atto I, Scena II) è giudicato pericoloso in virtù del suo aspetto scarno e affamato. Ancora prima, segni particolari, come nei o deformità, potevano favorire la condanna di un individuo perché associati alla presenza del diavolo (Wright 2002). È possibile che anche l’ossessione di Cesare Lombroso per i segni della delinquenza sia, in parte, attribuibile al contagio della massima, diffusa nel sapere popolare, secondo cui “brutto è cattivo”. Allora, non è esagerato dire che una parte consistente della nostra criminologia derivi da un’ossessione generata dall’effetto alone. Lo dimostra la continua insistenza del criminologo veronese sugli aspetti “atavici” dei delinquenti sorretta dalla convinzione che in essi si celasse il segreto dell’agire criminale senza considerare che quei “segni” potevano essere il prodotto di condizioni di vita miserrime, scarsa igiene e salute, alimentazione carente, esigua o nulla istruzione, lavori traumatizzanti, stili di vita penalizzanti. Ancora oggi, si cita l’importanza del devil effect nella politica internazionale. Come nota un articolo del Guardian del 2011, è probabile che personaggi come l’ex presidente del Venezuela Hugo Chavez siano stati talmente demonizzati agli occhi dell’opinione pubblica da rendere impossibile valutarne serenamente meriti e demeriti (Glennie, 2011).
Al devil effect si accompagna il cosiddetto “bias delle informazioni negative” (Rozin & Royzman, 2001), che esprime la tendenza delle persone ad attribuire alle informazioni negative un peso sproporzionatamente maggiore rispetto alle informazioni positive. Come affermano Baumeister, Bratslavsky, Finkenauer & Vohs, «le emozioni, i genitori e il feedback cattivi hanno più influenza delle emozioni, dei genitori e del feedback buoni, e le informazioni cattive sono elaborate in maniera più completa di quelle buone. Il sé è più motivato a evitare le cattive definizioni che lo riguardano che a perseguire quelle buone. Le impressioni e gli stereotipi cattivi si formano più in fretta e resistono di più alle smentite delle impressioni e degli stereotipi buoni» (Baumeister, Bratslavsky, Finkenauer & Vohs, 2001, cit. in Kahneman, 2013, p. 333). Allo stesso modo, se apprendiamo che una persona, altrimenti stimata come onesta, affidabile, prudente ecc., ha avuto un’esperienza penitenziaria, questa informazione tenderà ad essere preminente rispetto alle altre e ad orientare la valutazione complessiva di quella persona. Non importa quante azioni buone siano state compiute, basta una sola azione cattiva per etichettare negativamente una persona. Come dice lo psicologo Paul Rozin, «basterebbe la presenza di un unico scarafaggio a rovinare del tutto il carattere invitante di una ciotola di ciliegie, mentre una ciliegia non farebbe niente a una ciotola di scarafaggi» (cit. in Kahnemann, 2013, p. 333).
Questo bias è particolarmente efficace nella costruzione di una prima impressione e può essere responsabile di giudizi persistentemente pregiudizievoli (ad esempio, è responsabile delle difficoltà di reinserimento sociale e lavorativo degli ex detenuti). L’assunto di fondo è che le informazioni negative rivelino il “vero” carattere di una persona e siano, quindi, particolarmente affidabili, o “diagnostiche” come si dice in psicologia. Questo bias è particolarmente presente quando abbiamo davanti a noi una persona che, ad esempio, è stata in carcere o ci viene presentata come un tossicodipendente o un pedofilo.
Come conferma lo psicologo Joseph Forgas,
 
le ricerche hanno mostrato che l’informazione negativa tende ad avere un peso sproporzionalmente ampio nel determinare le impressioni, e le prime impressioni negative sono anche molto più resistenti al cambiamento delle prime impressioni positive. Questo pregiudizio può essere spiegato meglio in termini del valore relativamente informativo degli stimoli positivi e negativi su una persona. Le azioni e le caratteristiche positive si accordano generalmente con le aspettative sociali, e così dicono relativamente poco di un individuo: è semplicemente come si suppone che sia. Da tutti noi ci si aspetta generalmente che eseguiamo azioni positive e che diciamo cose positive degli altri. Le azioni negative, tuttavia, vanno abitualmente contro standards socialmente accettati, e così è probabile che rivelino caratteristiche individuali autentiche  e informative. Come tali, le informazioni negative su una persona sono spesso considerate come un valido indicatore particolare del carattere «vero», e hanno un effetto sproporzionato sulle impressioni (Forgas, 2002, p. 83).
 
Avere precedenti penali, dunque, o essere etichettato come pazzo, criminale, drogato, pedofilo ecc., essendo caratteristiche generalmente considerate negative, sono fattori estremamente “diagnostici” ai fini della valutazione individuale e favoriscono il formarsi di effetti alone molto potenti, oltretutto difficili da eliminare. Lo conferma anche Guglielmo Gulotta in alcune osservazioni che meriterebbero di essere approfondite: «Un tipico effetto alone è fornito dai precedenti dell’imputato (la fedina penale «sporca»), che tendono a connotare di colpevolezza anche l’oggetto di giudizio attuale. Al contrario: l’eventuale presenza di qualità meritorie (ad esempio: è un eroe di guerra) tende a ridurre l’impressione di colpevolezza. Il tipo di ambienti frequentati e le amicizie con persone di dubbia fama rappresentano, con il loro deporre negativamente a favore dell’imputato, un altro caso di effetto alone» (Gulotta 1987, p. 1023). Tutto ciò non viene di solito preso in considerazione o, al più, è dato per scontato, come se non fosse importante (Sutherland 2010, p. 44). Ma naturalmente è importante, visto che può essere in gioco la libertà o la condanna al carcere di un individuo (o la sua permanenza).
Lo dimostra una ricerca eccezionale, giudicata “uno dei più interessanti esperimenti di criminologia” dallo psicologo Robert Cialdini:
 
Alcuni detenuti del carcere di New York che avevano il volto sfigurato furono sottoposti a chirurgia plastica durante la detenzione; altri, che presentavano deformità o cicatrici analoghe, non ebbero l’operazione. Inoltre, in entrambi i gruppi alcuni ricevettero trattamenti riabilitativi in vista del reinserimento nella società (addestramento professionale ecc.). Il controllo a un anno di distanza dalla scarcerazione rivelò che (ad eccezione dei tossicodipendenti) fra quelli sottoposti a chirurgia plastica era molto meno frequente una nuova incarcerazione. La cosa più interessante è che questo valeva sia per chi aveva ricevuto i tradizionali interventi di recupero, sia per gli altri. A questo punto alcuni criminologi hanno sostenuto che, nel caso di detenuti con problemi di aspetto fisico, può essere più efficace e meno costoso un intervento di chirurgia plastica anziché i laboriosi trattamenti riabilitativi in uso. [Secondo altri invece] migliorare l’aspetto fisico dei delinquenti può ridurre non tanto la probabilità che commettano altri delitti quanto quella che vengano incarcerati per questo (Kurtzburg, Safar & Cavior 1968, cit. in Cialdini 1995, p. 135, n. 3).
 
In questo esperimento, l’efficacia del devil effect è dimostrata in tutta la sua tragica forza. È molto significativo il fatto che i criminologi coinvolti in esso abbiano dichiarato che il superamento dell’effetto alone provocato dall’aspetto fisico fosse più importante di qualsiasi programma riabilitativo. Un bel colpo per una disciplina che, da anni, riflette sull’importanza della riabilitazione intra- e post-penitenziaria dei detenuti.
In conclusione, l’effetto alone può essere molto importante per la criminologia. Il crimine si fonda su giudizi: giudizi resi dalla legge su alcuni individui in base a un codice, da criminologi su detenuti (come nel caso di Lombroso), da poliziotti su persone sospette, da giurati e giudici su imputati, da imprenditori morali su comportamenti sociali ecc. Nella misura in cui la definizione di una condotta è condizionata o determinata dall’effetto alone, questo assume un’importanza straordinaria e non può essere trascurato dalla criminologia. Ci si potrebbe a ragione domandare: in base a quali criteri un poliziotto definisce “sospetto” un individuo? In base a quali criteri, un giudice condanna un imputato? È probabile che, tra questi criteri, figurino bias cognitivi sinora poco studiati in relazione alla criminologia come l’effetto alone. In ultima analisi, la stessa criminologia, intesa quale disciplina che studia il crimine, il suo autore e la sua vittima, si regge su giudizi, descrizioni, interpretazioni che possono risentire dell’effetto alone. Del resto, molte teorie criminologiche possono essere lette come estensioni di alcuni tratti (biologici, psicologici, sociologici ecc.) della personalità del criminale all’intera personalità. Un meccanismo che rispecchia il funzionamento dell’effetto alone.
Ma lo studio di questo importante meccanismo psicologico è necessario anche per un altro motivo. Dal momento che consente di estendere il giudizio che abbiamo di un determinato tratto di una determinata persona a tutti gli altri tratti di personalità di quella persona, l’effetto alone «contribuisce a mantenere semplici e coerenti le narrazioni esplicative esagerando la coerenza delle valutazioni: i buoni fanno solo cose buone e i cattivi solo cose cattive» (Kahnemann, 2013, pp. 219-220). Inoltre, come suggerisce Rolf Dobelli, «l’effetto alone funziona sempre allo stesso modo: a partire da fattori di facile reperibilità o comunque appariscenti, per esempio la situazione finanziaria di un’azienda, traiamo automaticamente conclusioni su caratteristiche più difficili da accertare, come la bontà della gestione o il successo di una strategia» (Dobelli 2013, pp. 125-126). Trasferendo alla criminologia queste osservazioni, è facile comprendere gli esiti che il ricorso, non problematizzato, all’effetto alone può generare e che possono essere riassunti in tre punti:
1) l’effetto alone semplifica la realtà sulla quale agisce il criminologo, costringendola in un quadro eccessivamente coerente e riducendo la complessità dei devianti a pochi tratti omogenei, con la conseguenza di attribuire caratteristiche costantemente negative a chi già è etichettato come criminale. Ciò vale anche per le situazioni: se ci si lascia guidare dall’effetto alone, è facile etichettare determinati fattori, situazioni, interazioni come esclusivamente criminogeni (“Le cattive compagnie”, “Non andare di notte da sola”, “I romeni sono tutti…”) o preventivi (“Se studi dalle suore, avrai un’ottima educazione”, “Non andare con quei terroni”). In altre parole, l’estrema coerenza e omogeneità mentali indotte dall’effetto alone hanno un profondo impatto sul giudizio criminologico, tanto più rilevante in quanto la criminologia, come disciplina,  tende facilmente a produrre generalizzazioni a partire da comportamenti e “costellazioni psico-sociali”;
2) l’effetto alone rallenta la complessità del pensiero, consentendo di trarre conclusioni su caratteristiche “difficili” della personalità a partire da “fattori di facile reperibilità”. Ne sono un esempio i concetti di “tendenza a delinquere” e “pericolosità sociale” che esprimono una valutazione predittiva del comportamento umano a partire da condotte precedenti e altri fatti biografici, assunti, in maniera arbitraria, a oracoli delinquenziali. Del resto, anche il senso comune tende spontaneamente a trarre complessi profili criminologici da facili segni esteriori (“Ha proprio la faccia da delinquente”, “Ladro come tutti gli zingari”): tentazione dalla quale non sempre è immune la stessa criminologia, come dimostrano la maggior parte delle teorie ancora oggi insegnate a livello universitario, le quali pretendono di poter individuare l’autore di un reato o spiegare la dinamica di un crimine a partire da uno o più fattori causali, agevolmente isolabili;
3) l’effetto alone genera, in conseguenza dei primi due punti, cattive interpretazioni di persone e situazioni. Ciò è tanto più grave se si pensa che tali interpretazioni contribuiscono a definire   biografie e vicende  in termini legali e a decidere del futuro delle persone. Non solo. Esse contribuiscono anche a definire e rafforzare etichette e stigmi sociali che, come detto in precedenza, sono difficilmente rimovibili, essendo legati a caratteristiche particolarmente diagnostiche della personalità in quanto ritenute riflettere la “vera” personalità dell’individuo. Compito allora di una criminologia avveduta è quello di fare i conti con le implicazioni derivanti dal ricorso non problematizzato all’effetto alone, un meccanismo psicologico che agisce spesso all’insaputa delle persone e contro cui l’unica arma possibile è la consapevolezza antecedente il giudizio. In un celebre esperimento sulla formazione delle impressioni, Solomon Asch (Asch 1946) chiese ad alcuni soggetti, divisi in due gruppi, di fornire un giudizio su una persona a partire dalla descrizione del suo carattere fornita da sei aggettivi. Al primo gruppo gli aggettivi furono presentati nel seguente ordine: “Intelligente, laborioso, impulsivo, ipercritico, cocciuto e invidioso”. Al secondo gruppo, gli aggettivi furono presentati in ordine contrario: “Invidioso, cocciuto, ipercritico, impulsivo, laborioso, intelligente”. Ebbene, i soggetti del primo gruppo espressero una valutazione della persona più positiva rispetto a quelli del secondo gruppo, come se fossero stati trainati dal primo aggettivo della lista. Il criminologo corre lo stesso pericolo: di farsi trainare nei suoi giudizi dalle prime impressioni o speculazioni su un argomento di interesse a causa di un non esplorato effetto alone. Se  trascurato e relegato tra le bizzarrie della mente umana, questo può risultare molto pericoloso per il criminologo e minare la sua fiducia nelle capacità scientifiche della propria disciplina. Occorre, dunque, prendere sul serio l’effetto alone. Per evitare di fare della cattiva criminologia.  
 
Bibliografia
 
Abel, M.H. & Watters, H. (2005). “Attributions of guilt and punishment as functions of physical attractiveness and smiling”, The Journal of Social Psychology, 145, pp. 687-702
Asch, S. E. (1946). “Forming impressions of personality”, The Journal of Abnormal and Social Psychology, 41, 3, pp. 258-290.
Baumeister, R. F.; Bratslavsky, E.; Finkenauer, C.& Vohs, K. D. (2001). “Bad is stronger than good”, Review of General Psychology, 5, 4, pp. 323-370.
Benson, P. L.; Karabenick, S. A.; Lerner, R. M. (1976). “Pretty pleases: The effects of physical attractiveness, race, and sex on receiving help”, Journal of Experimental Social Psychology, 12, 5,  pp. 409-415.
Blanck, P.D., Rosenthal, R., Cordell, L.D.H. (1985). “The appearance of justice: judges’ verbal and nonverbal behaviour in criminal jury trials”, Stanford Law Review, 38, 1, pp. 89-164.
Cialdini, R.B. (1995). Le armi della persuasione. Firenze: Giunti.
Costa, M.& Corazza, L. (2006). Psicologia della bellezza. Firenze: Giunti.
Dion, K. K. (1972). “ Physical attractiveness and evaluations of children’s trasngressions”, Journal of personality and social psychology, 46, pp. 285-290.
Dion, K. K.; Berscheid, E; Walster, E (1972). “What is beautiful is good”, Journal of personality and social psychology, 24, 3, pp. 285–90.
Dobelli, R. (2013). L’arte di pensare chiaro (e di lasciare agli altri le idee confuse). Milano: Garzanti.
Downs, A. C. & Lyons, P. M. (1991). “Natural observations of the links between attractiveness and initial legal judgments”, Personality and  Social Psychology Bulletin, 17, pp. 541- 547.
Eagly, A.H., Ashmore, R.D., Makhijani, M.G. & Longo, L.C. (1991). “What is beautiful is good, but …: A meta-analytic review of research on the physical attractiveness stereotype”, Psychological Bulletin, 110, 1, pp. 109-128.
Efran, M. G. (1974). “The Effect of Physical Appearance on the Judgment of Guilt, Interpersonal Attraction, and Severity of Recommended Punishment in Simulated Jury Task”, Journal of Research in Personality, 8, pp. 45–54.
Esses, V.M. & Webster, C.D. (1988). “Physical Attractiveness, Dangerousness, and the Canadian Criminal Code”, Journal of Applied Social Psychology, 18, 12, pp. 1017-1031.
Forgas, J.P. (2002). Comportamento interpersonale. La psicologia dell’interazione sociale, Roma: Armando.
Glennie, J. (2011). “Hugo Chávez’s reverse-halo effect”, The Guardian, 3 maggio
Gulotta, G. (1987). Trattato di psicologia giudiziaria nel sistema penale. Milano: Giuffrè.
Kahnemann, D. (2013). Pensieri lenti e veloci. Milano: Mondadori.
Kurtzburg R. L., Safar H. & Cavior N. (1968). “Surgical and social rehabilitation of adult offenders”, Proceedings of the 76th Annual Convention of the American Psychological Association, 3, pp. 649–650
Landy, D. & Aronson, E. (1969). “The influence of the character of the criminal and his victim on the decisions of a simulated jury”, Journal of Experimental and Social Psychology, 5, 2, pp. 141-152.
McArthur, L.Z. & Berry, D.S. (1987). “Cross-cultural agreement in perceptions of babyfaced adults”, Journal of cross-cultural psychology, 18, pp. 165-92.
Mocan, N., Tekin, E. (2006). Ugly Criminals. Cambridge, MA: NBER Working Paper No. 12019
Monahan, F. (1941). Women in Crime. New York: Washburn.
Nisbett, R.E. & DeCamp Wilson, T. (1977). “The Halo Effect: Evidence for Unconscious Alteration of Judgments”, Journal of Personality and Social Psychology, 35, 4, pp. 250-256.
Ostrove, N. & Sigall, H. (1975). “Beautiful but Dangerous: Effects of Offender Attractiveness and Nature of the Crime on Juridic Judgment”, Journal of Personality and Social Psychology, 31, 3, pp. 410–414.
Patry, M.W. (2008). “Attractive but Guilty: Deliberation and the Physical Attractiveness Bias”, Psychological reports, 102, pp. 727-733.
Rozin, P. & Royzman, E. B. (2001). “Negativity Bias,  Negativity Dominance, and Contagion”, Personality and Social Psychology Review, 5, pp. 296-320.
Stewart, J.E. (1980). “Defendant attractiveness as a factor in the outcome of criminal trials: An observational study”, Journal of Applied Social Psychology, 10, pp. 334-361
Sutherland, S. (2010). Irrazionalità. Torino: Lindau.
Thorndike, E. L. (1920). “A Constant Error in  Psychological Ratings”, Journal of Applied Psychology, 4, 1, pp. 25-29.
Wright, R. A. (2002). “Physical Attractiveness and Criminal Behavior”, Encyclopedia of Criminology, Chicago: Fitzroy Dearborn Publishers.
Print Friendly, PDF & Email
Share this...
Print this pageShare on Facebook0Share on Google+0Tweet about this on TwitterEmail this to someoneShare on LinkedIn0
Questa voce è stata pubblicata in criminologia. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *