Dilemmi sentimentali di un naturalista

L’11 novembre 1838 il ventinovenne Charles Darwin (1809-1882) scrive nel suo diario: «Il giorno dei giorni!». Ha appena chiesto la mano di una sua cugina di primo grado, Emma Wedgwood (1808-1896) e lei ha accettato: una condotta che forse oggi considereremmo quasi incestuosa, sebbene non lo sia dal punto di vista legale, ma che non era affatto infrequente all’epoca. Si sposano il 29 gennaio 1839 nella chiesa di St. Peter a Maer. Avranno dieci figli (tre dei quali moriranno durante l’infanzia) e, da quello che sappiamo, condurranno una vita relativamente felice insieme (se intendiamo “felice” nel senso della felicità concessa a una famiglia inglese del XIX secolo).

I due trascorrono i primi anni di vita matrimoniale in una casa a Londra, al 12 di Gower Street, dove nascono i primi due figli. Nel 1842 si trasferiscono a Down House, nelle campagne del Kent, dove trascorreranno il resto della loro vita e dove avranno altri otto figli.

Contrariamente allo stereotipo vittoriano che vuole i grandi uomini di scienza sposati a donne prive di ogni spessore intellettuale, Emma è una donna di raffinata cultura ed è per Darwin un punto di riferimento continuo e costante. Tra le altre cose, collabora alla revisione dei testi prodotti dal marito con osservazioni e consigli, aiuta Charles nelle relazioni con i colleghi di altre nazionalità grazie alle sue conoscenze linguistiche e ne sopporta con pazienza i frequenti malesseri e difficoltà.

Eppure, nei mesi precedenti il fidanzamento, il futuro autore de L’origine delle specie (1859) è preso da mille dubbi. Sposarsi o non sposarsi? Questo è il dilemma che lo attanaglia in modo lancinante e al quale dedica alcune rapide quanto metodiche annotazioni, qui da me tradotte, i cui originali si trovano presso l’Archivio Darwin della Biblioteca della Cambridge University. Le annotazioni sono basate curiosamente su una tecnica inventata anni prima da Benjamin Franklin (1706-1790) e da questi esposta in una celebre lettera indirizzata al chimico e filosofo Joseph Priestley (1733-1804) nel 1772.

Franklin aveva battezzato questo metodo con il nome di “Algebra prudenziale” (Prudential Algebra). Esso consiste nel dividere un foglio di carta in due colonne tramite una linea, scrivendo “Pro” su una colonna e “Contro” sull’altra per poi: annotare nelle rispettive colonne, nell’arco di tre o quattro giorni, tutti i motivi favorevoli e contrari a una determinata decisione; attribuire un peso a ogni motivo, poiché non tutti i motivi hanno lo stesso valore; eliminare progressivamente i fattori che si bilanciano (ad esempio, se un “pro” ha lo stesso peso di due “contro”, si elidono tutte e tre i motivi); compiere la scelta finale.

Come è evidente, il metodo è lungi dall’essere scientifico, a dispetto del nome “matematico” assegnatogli da Franklin. I motivi “pro” e “contro” sono determinati soggettivamente e soggettiva è anche la scelta di assegnare determinati pesi ad alcuni motivi. La stessa decisione finale non appare esente da considerazioni poco rigorose. Insomma, il metodo di Franklin dà l’illusione di conferire un certo grado di scientificità alle proprie preferenze. In realtà, appare più come una veste razionalizzante utile a “coprire” decisioni già prese nel proprio intimo e per le quali è necessaria una seria giustificazione che come una reale tecnica di ricerca del vero.

E, in effetti, è proprio questo che succede a Darwin. Elenca una serie di motivi a favore e contro il matrimonio. Non assegna pesi. Non elide gli equivalenti. Arruffa tutti gli argomenti, neppure in modo particolarmente ordinato o sistematico. I motivi contrari sembrano essere quantitativamente superiori a quelli a favore del matrimonio, ma sono quest’ultimi a prevalere; come a dire che le ragioni della ragione sono spesso annichilite da quelle del cuore, anche se la ragione ha bisogno di una vernice di razionalità per cedere ai sentimenti senza perdere l’onore e la faccia. Uno psicoanalista parlerebbe di “razionalizzazione”, con riferimento al noto meccanismo di difesa per cui il soggetto fornisce una ragione pretestuosa, ma plausibile, per una data azione anche se un osservatore esterno scorgerebbe facilmente una motivazione più egoistica o difficile da ammettere. Ed è questa, forse, la prova che, nelle faccende sentimentali, metodi e strumenti che si vogliono obiettivi e scientifici non sono poi di grande utilità.

Del resto, critiche simili a quelle evidenziate a proposito del metodo Franklin possono essere indirizzate anche a strumenti contemporanei di pianificazione come la cosiddetta analisi o matrice SWOT, che viene utilizzata con convinzione in contesti organizzativi disparati per valutare i punti di forza (Strengths), le debolezze (Weaknesses), le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats) di un progetto o di una situazione in cui si debba prendere una decisione per il raggiungimento di un determinato obiettivo. Anche in questo caso, l’apparente oggettività dello strumento risente delle scelte compiute a monte e della decisione di attribuire, ad esempio, lo status di “debolezza” o “opportunità” a determinati fattori piuttosto che ad altri. La discrezionalità si insinua in maniera seducente nella costruzione della matrice. L’elenco dei punti di forza e di debolezza si fonda spesso su percezioni soggettive, anziché su dati oggettivi, portando a decisioni alterate da bias di vario genere.

Al di là dei limiti del “metodo Franklin” – non sappiamo, peraltro, se Darwin fosse a conoscenza dell’origine del suo strumento decisionale – un’altra cosa colpisce delle annotazioni di Charles Darwin sul matrimonio. Le sue considerazioni si muovono all’interno di un orizzonte puramente egocentrico e maschilista in cui la donna è considerata alla stregua di un animale da compagnia – per quanto, aggiunge Darwin, migliore del cane – i cui desideri e bisogni sono poco più che noiosi capricci da tollerare, se si vuole godere delle sue grazie. Nessun interrogativo sulle necessità del genere femminile, su ciò che le donne si aspettano dal matrimonio, su quali siano i loro obiettivi nella vita e, soprattutto, sulla ragione per cui una di esse dovrebbe decidere di sposare un noioso studioso giramondo, nemmeno dotato economicamente, più interessato a fossili e reperti che agli esseri umani.

Come tutti gli uomini dell’epoca, Darwin dà per scontato che l’unico desiderio femminile sia quello di “accasarsi”, di occupare il ruolo di moglie di qualcuno: un ruolo che cumula in un’unica persona le mansioni di badante, intrattenitrice domestica, accompagnatrice sociale, musicante e pettegola. Oltre, ovviamente, che di cuoca, sarta, cameriera, madre e, al bisogno, dispensatrice di favori sessuali.

“Che cosa pretendete da un uomo del XIX secolo?”, potrebbe obiettare qualcuno. Ed è vero. La cultura fa tanto. Tantissimo. Ed è forse inutile giudicare comportamenti di uomini e donne del passato in base a valori e criteri contemporanei. Si peccherebbe di anacronismo; peccato che rimproveriamo ai meno saggi tra noi, oltre che agli storici meno avvertiti.

Sembra, tuttavia, che, nonostante i dubbi amletici dei mesi precedenti il fidanzamento, Darwin non si sia mai pentito della sua scelta familiare. In una lettera scritta il 26 gennaio 1863 all’amico H. W. Bates, cui rivolge le sue congratulazioni per il matrimonio, afferma a proposito di quest’ultimo: «A giudicare dalla mia esperienza personale, è la migliore — e quasi l’unica — occasione per assaporare quel poco di felicità che questo mondo può offrire». E, in una lettera precedente indirizzata ad Asa Gray il 23 o 24 luglio 1862, ammette: «I figli sono la più grande felicità di una persona, ma spesso, molto spesso, una sofferenza ancora più grande. Un uomo di scienza non dovrebbe averne. Forse non dovrebbe avere nemmeno una moglie; ma allora non ci sarebbe nulla in questo vasto mondo a cui valga la pena di tenere e un uomo potrebbe (se lo farebbe è un’altra questione) lavorare senza sosta come un troiano».

Lavoro e famiglia. Il troppo lavoro abbrutisce. La famiglia rende felici e stempera la tentazione di lavorare troppo. Lo diceva anche Freud: date lavoro e amore a un uomo e sarà libero da ogni nevrosi. Anche se oggi, qualcuno potrebbe obiettare che nevrosi e squilibri psichici derivano proprio da ambienti di lavoro nocivi e relazioni sentimentali tossiche. Ma questo è un altro discorso.

 

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