Coniata dall’economista tedesco Horst Siebert (1938-2009), l’espressione “effetto cobra” ha origine da una storia, molto probabilmente priva di fondamento, ambientata in India all’epoca della dominazione britannica. Essendo preoccupati dal gran numero di cobra presenti nelle strade di Delhi, gli inglesi offrirono ai residenti una ricompensa per ogni serpente ucciso. Inizialmente, le cose andarono come previsto e molti cobra furono eliminati dalle strade. Accadde, però, che diversi indiani, tormentati dalla miseria, cominciarono ad allevare cobra per ottenere compensi in denaro. Gli inglesi vennero a conoscenza della faccenda ed eliminarono la ricompensa. Gli allevatori di cobra si ritrovarono, così, con una quantità di serpenti di cui non sapevano che fare. Pensarono, dunque, di sbarazzarsene, riversandoli nelle strade di Delhi. Si ritornò, allora, al punto di partenza. La misura concepita per risolvere il problema finì per aggravarlo, generando un effetto opposto a quello che si intendeva conseguire.
La vicenda, come detto, è probabilmente priva di fondamento. Tuttavia, una analoga, denominata Il Grande Massacro dei Ratti di Hanoi, si è verificata davvero ed è documentata dallo storico Michael Vann (2003). La storia ebbe luogo nel 1902 ad Hanoi, nell’Indocina francese (nella regione che corrisponde oggi al Vietnam), quando le autorità governative francesi decisero di porre rimedio alla diffusione incontrollata di ratti nella città. Non conseguendo risultati apprezzabili, il governo stabilì una ricompensa di un centesimo per ogni ratto ucciso. Per riscuotere il compenso, era necessario fornire alle autorità la coda mozzata di un ratto. I funzionari coloniali, tuttavia, cominciarono a notare la presenza di numerosi ratti senza coda ad Hanoi. Questo perché i vietnamiti, dopo aver catturato i ratti e tagliato la coda, li liberavano nelle fogne affinché potessero riprodursi.
Che cosa ci insegnano queste storie? Che, talvolta, incentivi che dovrebbero incoraggiare un determinato corso d’azione finiscono con l’avere un esito opposto, paradossale, aggravando il problema, invece di risolverlo. In economia, questo tipo di incentivi sono noti come “incentivi perversi”, incentivi, cioè che, pur creati con intenzioni positive, producono risultati non previsti, né desiderati, spingendo le persone verso condotte disfunzionali o dannose, che deviano dall’obiettivo originale.
In termini sociologici, si potrebbe parlare, con Robert Merton, di “funzioni latenti” dell’azione sociale, ovvero di conseguenze oggettive dell’azione che non sono né volute né ammesse da chi causa l’azione (Merton, 1983). Un concetto simile, forse più pregnante, è quello di effetti “perversi” o “composti”, elaborato dal sociologo francese Raymond Boudon. Il concetto di effetto perverso comprende «sia gli effetti non desiderati, anche se desiderabili, sia gli effetti non desiderati e indesiderabili» (Boudon, 1981, p. 15), anche se si applica, precisa Boudon, soprattutto ai secondi. Più in dettaglio, «si hanno effetti perversi quando due individui (o più), alla ricerca di un dato obiettivo, generano uno stato di cose non voluto, che può essere indesiderabile sia dal punto di vista di ciascuno dei due individui, sia di uno solo dei due» (Boudon, 1981, p. 24).
Boudon studiò il verificarsi di effetti perversi soprattutto in relazione ad alcuni specifici campi di interesse. Come l’economia, ad esempio: «In periodo di inflazione ho interesse ad acquistare oggi un prodotto che potrò usare solo il mese successivo perché sono quasi sicuro che il suo prezzo allora sarà aumentato. Così facendo contribuisco ad aumentare l’inflazione» (Boudon, 1981, p. 11).
Oppure la circolazione stradale: i semafori sono concepiti per favorire il flusso automobilistico, ma spesso finiscono per intasare il traffico. Oppure, ancora, l’istruzione: «La crisi del sistema di istruzione negli anni Sessanta è certamente in gran parte il risultato di effetti di questo tipo: la convinzione per cui l’aumento massiccio di istruzione non poteva portare che benefici è stata smentita dai fatti. In particolare, l’eguaglianza delle possibilità scolastiche non porterà all’eguaglianza delle possibilità sociali» (Boudon, 1981, p. 21). In altre parole, l’aumento del livello di istruzione non genera uguaglianza e mobilità sociale. Se tutti hanno un’istruzione superiore, si crea un’inflazione di titoli che non trova corrispettivo nel numero di occupazioni superiori disponibili nella società. Si creano dunque disoccupati, aspettative frustrate e sottoccupazione.
Contrariamente a quello che ritiene il senso comune, gli effetti delle azioni sociali non sono sempre lineari, ma possono subire “deviazioni” paradossali dalle conseguenze sorprendenti. Ne ho parlato in questo saggio in cui discuto del concetto di “conseguenze non previste dell’azione sociale dotata di scopo” di Robert Merton (con la traduzione di un importante articolo del sociologo americano) e nel mio libro Verso una criminologia enantiodromica. Appunti per un modo diverso di vedere il crimine (Aracne Editrice, 2015) in cui discuto di come la criminalità possa generare addirittura effetti positivi per la società, tanto da poter essere considerata ineliminabile dalle nostre esistenze.
Fonti:
Boudon, R., 1981, Effetti “perversi” dell’azione sociale, Feltrinelli, Milano
Merton, R. K., 1948, Funzioni manifeste e funzioni latenti, in Idem, 1983, Teoria e struttura sociale, vol. I., Il Mulino, Bologna.
Vann, M. G., 2003, “Of Rats, Rice, and Race: The Great Hanoi Rat Massacre, an Episode in French Colonial History”, French Colonial History, vol. 4, pp. 191–203.










































