“Desidero ringraziare…”

Questo libro non avrebbe mai potuto essere scritto senza la presenza di mia madre che mi dà un continuo esempio di trasformazione e rinascita; e di mia sorella, con la quale e dalla quale ho appreso e continuo ad apprendere cosa significhi essere sorelle, figlie e madri.

Senza i miei tre figli questo libro forse non sarebbe mai esistito; ma in particolare il loro amore, la loro intelligenza, la loro integrità mi sono stati preziosi sin da quando abbiamo cominciato a comunicare tra noi.

Per la loro fiducia in me, il loro sostegno e le loro preghiere ringrazio: mia madre e mio padre, il cui affetto non ha mai vacillato e a cui devo così tanto; la mia sorellina Lucy; e tutti i miei parenti in Gran Bretagna e in Sudafrica.

Devo ringraziare moltissime persone, cominciando dalla mia meravigliosa agente.

Sono molto grata alla mia fantastica editor.

Ringrazio le case editrici che pubblicano i miei libri. Per il tempo e le energie investite affinché le mie storie arrivino a destinazione.

Grazie alla mia assistente che ha messo ordine nella mia vita e si è assicurata che facessi il mio dovere.

Un fantasma si aggira tra gli scrittori. Anzi, un tic, un vezzo, un vizio, un morbo. Un’ecolalia travolgente. Una coazione a ripetere. Un temibile virus.

Grandi o piccoli, celebri o sconosciuti, uomini o donne che siano, gli scrittori avvertono da tempo una strana compulsione a ringraziare chiunque e qualunque cosa – persona, animale, oggetto, esistente e/o non esistente – al termine delle loro fatiche artistiche, a volte dedicando lunghe pagine a questo straordinario compito, la cui importanza sembra rivaleggiare con quella delle loro stesse creature letterarie.

I ringraziamenti possono essere molto brevi quanto sproloquiali, banali o raffinati, sinceri o palesemente formali, semplici o complessi come un calcolo differenziale, ma tutti si sentono obbligati a ringraziare.

Si può dire che i ringraziamenti siano diventati un vero e proprio genere letterario (Genette, 1989; Notarberardino, 2020), con proprie regole stilistiche, formule fisse e retoriche alle quali tutti si piegano, generando luoghi comuni sulle cui peculiarità tornerò tra poco.

E questo in un’epoca in cui ringraziare sembra un’attività decisamente fuori moda, riservata, per lo più, a occasioni formali. La gente ormai non usa più ringraziare in cambio di un favore o di un beneficio ricevuto. Pensa che tutto le sia più o meno dovuto e, essendo dovuto, non meriti neppure un riconoscimento. È difficile, ad esempio, sentire qualcuno ringraziare l’amico o la moglie per un’azione benefica ricevuta. Tra intimi, i ringraziamenti languono. “Grazie” è riservato alle commesse che “benedicono” il cliente dopo che questi ha fatto un acquisto, al controllore dei treni dopo che il passeggero ha esibito il suo “titolo di viaggio”, al cantante rock che reagisce agli applausi dei suoi fan, al politico che, al termine di un’elezione vittoriosa, utilizzando stilemi ormai triti, si profonde in un “50.054 grazie”, apparentemente per … ringraziare, appunto, i suoi votanti, in realtà, per inviare messaggi, neppure tanto in codice, a colleghi e avversari: “Vedete su quanti voti posso contare?” (Versione elettorale dell’infantile: “Il mio è più grande del tuo”).

Intendiamoci, ringraziare è una bellissima cosa.

Per Cicerone (106 a. C. – 43 a. C.), la gratitudine e “la madre di tutte le virtù” (Regalia, Paleari, 2016, p. 18). Per Seneca (4 a. C.- 65 d. C.), la gratitudine è «il motore che consente non solo il riconoscimento di quanto ricevuto ma anche l’impegno a restituire il dono avuto e a cementare in tal modo i legami tra le persone» (Regalia, Paleari, 2016, p. 18). Per Thomas Hobbes (1588-1679), che adotta una prospettiva utilitaristica, ringraziare serve per assicurarsi di «poter continuare a contare in futuro sugli altri» (Regalia, Paleari, 2016, pp. 19-20).

L’antropologo Marcel Mauss (1872-1950) vede nel dono un principio di scambio volto alla costruzione e al consolidamento dei legami sociali e i ringraziamenti assolvono la medesima funzione (Mauss, 1991).

Per gli psicologi contemporanei, la gratitudine è un’esperienza emotiva che sorge nei rapporti interpersonali, e «ha un ruolo decisivo nel mantenimento e nel rafforzamento dei legami esistenti, così anche nell’attivazione di nuove opportunità relazionali» (Regalia, Paleari, 2016, p. 73). Nella coppia, «ringraziare il proprio compagno o compagna aiuta […] a viversi in un legame di interdipendenza e connessione in cui entrambi sono vincitori» (Regalia, Paleari, 2016, p. 76). Inoltre, «esser grati e manifestare la propria gratitudine non solo fa star bene, ma contribuisce a rafforzare atteggiamenti e condotte che pongono al centro l’attenzione e la cura nei confronti dell’altro» (Regalia, Paleari, 2016, p. 77).

Che non tutto sia rose e fiori, però, lo aveva intuito Friedrich Nietzsche (1844-1900) secondo il quale la gratitudine può essere considerata una forma di vendetta nel senso che il ringraziamento dato per aver ricevuto una buona azione è un modo di neutralizzare o vendicare l’intromissione dell’altro nella propria esistenza e controbilanciare il gesto o il regalo ricevuto (Nietzsche, 1983, p. 50). In alcuni casi, poi, «chi regala qualcosa di grande non trova riconoscenza, perché chi lo riceve ha già troppo peso nell’accettarlo» (Nietzsche, 1983, p. 196). Un regalo importante impone un obbligo eccessivo al beneficato, il quale può trovare difficile ringraziare il beneficante, sentendosi quasi schiacciato dal gesto dell’altro. Infine, «un’anima delicata è angustiata dal sapere qualcuno obbligato a ringraziarla; un’anima gretta dal sapersi obbligata a ringraziare qualcuno» (Nietzsche, 1983, p. 197). I sentimenti che si provano nel ringraziare qualcuno possono distinguere chi ha un animo nobile da chi ha un animo inferiore e i ringraziamenti eccessivamente affettati o cerimoniosi del secondo nascondere odio e invidia.

Insomma, i ringraziamenti hanno in sé qualcosa di ambiguo e possono essere motivati da sentimenti opposti, essere diretti a obiettivi diversi – non sempre positivi – e rivelare atteggiamenti, disposizioni mentali e condizioni sociali disparate.

Ritroviamo la stessa ambiguità nei ringraziamenti letterari.

Da un lato, essi sembrano riflettere la magnanimità e l’umiltà dello scrittore e servire obiettivi lodevoli e condivisibili. Ci fanno, ad esempio, comprendere che la scrittura non è un’attività solitaria e che lo scrittore ha debiti intellettuali (ma anche materiali) con tante persone. I ringraziamenti possono servire, dunque, una funzione di trasparenza, consentendo di ricostruire la mappa delle reti di conoscenza che hanno reso possibile un progetto e degli “affetti” che hanno sostenuto l’attività dello scrittore. Così facendo, l’autore si rende vulnerabile al lettore, rivelando informazioni sulla sua vita, come la situazione familiare, amicale e lavorativa, gli orientamenti sessuali, le preferenze politiche, i gusti alimentari, le mete turistiche predilette, l’amore (o no) per gli animali, ciò che lo diverte o lo annoia, debolezze e fobie, talvolta perfino fonti di reddito e di finanziamento.

I ringraziamenti consentono, inoltre, l’accesso alle quinte della scrittura e agli sfondi di concepimento che preludono al palcoscenico del libro, rivelando motivazioni artistiche, fonti di ispirazione, metodi di lavoro, tic di scrittura, modi di strutturare il tempo, nonché altre preziose informazioni solitamente riservate, che potrebbero incoraggiare processi emulativi nel lettore con aspirazioni letterarie.

Permettono, infine, di accedere al mondo intimo dello scrittore, alla sua sfera sentimentale, ai suoi traumi emotivi, ai tradimenti sentimentali compiuti e sofferti, agli umori di una vita, al who’s who delle persone più importanti della sua esistenza. Da questo punto di vista, i ringraziamenti possono costituire non solo un peculiare momento autobiografico per lo scrittore, ma anche incoraggiare la vena pettegolante del lettore che apprende, senza alcuno sforzo, nomi di mogli, mariti, figli, figlie, amici, amanti. Come riconosce lo scrittore Fabio Deotto (2014), i ringraziamenti sono «una finestra non richiesta sul privato dell’autore». Non richiesta, ma di buon grado offerta.

Se tutto questo è (forse) “cosa buona e giusta”, meno buone e giuste sono altre funzioni dei ringraziamenti. Si tratta di funzioni mai declamate, che nessuno scrittore ammetterebbe mai, nemmeno sotto tortura, che celano fini egocentrici e narcisistici, ammantati di una retorica basata sull’iperbole e sulla untuosità, di cui gli scrittori sono pienamente consapevoli. È su queste funzioni che ora mi soffermerò, perché dietro la magnanimità e nobiltà dell’autore che ringrazia fanno ressa impulsi meno olimpici, anzi più gretti, ma forse, proprio per questo, più umani, che è opportuno finalmente svelare.

Innanzitutto, lungi dall’essere spontanei e sentiti, gli acknowledgements (così si chiamano in inglese) sono divenuti un vero e proprio genere letterario. In quanto tali, obbediscono a delle norme ormai prevedibili. Ad esempio, a essere ringraziati sono nell’ordine (ordine, però, modificabile a volontà): 1) colleghi, professori, intellettuali, agenti letterari, altre persone di pari status ecc.; 2) redattori, direttori editoriali e altro personale delle case editrici; 3) amici, amiche; 4) genitori, parenti, affetti vari; 5) mogli, mariti, fidanzati, fidanzate, amanti. Di tutti vengono celebrate doti sovraumane, celestiali, secondo formule trite e ripetitive che condividono la stessa “aria di famiglia”, anche quando lo scrittore tenta di personalizzarle in maniera originale. Tali celebrazioni sono officiate con una umiltà talmente ostentata da sconfinare spesso nel salamelecco più untuoso. Nessun essere umano ringrazia in questo modo nella vita reale. L’artificialità stucchevole del gesto di ringraziamento dello scrittore è il più evidente segno dell’artificialità del genere degli acknowledgements.

Ma se ciò è vero, quali sono le reali funzioni dei ringraziamenti?

Una prima funzione si potrebbe definire di “diffusione della responsabilità”. Invocando nomi su nomi nei ringraziamenti è un po’ come se l’autore dicesse: “Sì, il libro l’ho scritto io, ma l’ho scritto grazie a X e Y, quindi, non è solo mio”. E anche se, quasi sempre, l’autore aggiunge “Naturalmente la responsabilità di eventuali errori è tutta mia”, l’impressione che voglia rifilare parte di eventuali demeriti ai suoi ringraziati è forte.

Un’altra funzione si può riassumere nell’espressione latina captatio benevolentiae: gli scrittori amano ricordare difficoltà, ostilità, malattie ecc. nei propri ringraziamenti allo scopo di apparire umani e umili ai propri lettori, per catturare la loro comprensione, intercettare il loro favore e la loro indulgenza. La captatio benevolentiae è una strategia ben nota a tutti gli oratori e crea un’atmosfera utile allo scrittore, soprattutto se accompagnata dalla confessione di vizi, debolezze, eccentricità, e serve a ridurre l’aura apparentemente sacrale che avvolge l’autore, conducendolo allo stesso livello del lettore. Ciò naturalmente allo scopo di avvicinare quest’ultimo alla propria opera e alla propria persona.

Una delle principali funzioni dei ringraziamenti, però, è sicuramente quella di legittimare e conferire lustro a ciò che scrive l’autore. Questa funzione è direttamente associata al numero di persone ringraziate. Nel momento in cui lo scrittore afferma: “Ringrazio X, Y, Z, H per aver letto il libro in bozze, dato consigli, suggerito la giusta strada ecc.” dice in realtà: “Vedete quante persone si sono prese la briga di leggere il mio manoscritto? Quante persone lo hanno reputato importante? Quante persone si sono dimostrate disponibili e amichevoli nei miei confronti?”. E più il numero delle persone ringraziate è grande, più aumenta l’impressione di un’opera collettiva alla quale hanno contribuito, in un modo o nell’altro, decine di persone, tutte incredibilmente interessate a quello che fa lo scrittore, tutte coinvolte in una sorta di cospirazione benefica a suo favore. Così come nella parodia della logica medievale finalistica le braccia erano fatte perché potessero infilare le maniche degli indumenti, così nei ringraziamenti le persone nascono per essere ringraziate dagli autori. C’è una comunità al lavoro, anche se a comparire in copertina è solo il nome dell’autore.

Di questa comunità fanno parte non solo persone comuni, ma anche personaggi del mondo della scrittura, dello spettacolo, della scienza, del giornalismo, della politica e di tanti altri ambienti. È inevitabile, a questo punto, menzionare una delle attività preferite degli scrittori che ringraziano: il namedropping. Con questo termine, si indica la pratica di menzionare nomi di persone famose o influenti, allo scopo di sbigottire il lettore e ricavarne un merito per riflesso.

Il namedropping letterario serve ad aumentare il prestigio sociale e la credibilità di chi lo pratica agli occhi dei lettori, sfruttando il fenomeno psicologico del basking in reflected glory (BIRG) per cui si trae gloria vicaria dall’associazione del proprio nome o della propria identità a quella di persone di successo. Ne sanno qualcosa i tifosi di calcio che gioiscono per la vittoria della propria squadra come se fosse una vittoria personale. Il namedropping obbedisce alla logica magica del contagio per cui ringraziare personaggi famosi, invariabilmente giudicati straordinari, fantastici, affascinanti, generosi, premurosi, superlativi porta di riflesso un po’ di quelle qualità positive al ringraziante. I nomi importanti citati svolgono, dunque, una funzione di ulteriore legittimazione dell’operato dell’autore, che acquisisce indirettamente una sorta di ratifica sacrale o imprimatur laico.

In questo senso, i ringraziamenti assolvono una funzione egocentrica: tutti i nomi citati, spesso in maniera logorroica, inducono nel lettore l’idea che uno stuolo di personaggi sia al servizio dell’autore, a fare il tifo per lui (o lei), a pomparne l’ego, a sostenerlo(la) negli immancabili momenti di crisi o depressione. Non esiste indifferenza nel mondo dei ringraziamenti letterari: tutti vogliono il bene dello scrittore e lavorano per il suo successo. È come se appartenesse a una comunità speciale, una élite fantastica in cui tutti si vogliono bene. Un eden al suo completo servizio.

È per questo che le lodi dei ringraziati sono sempre sperticate e iperboliche.

Nei ringraziamenti emergono rapporti di lavoro idilliaci quando la realtà ci dice che il lavoro è spesso causa di frustrazione e alienazione; relazioni parentali perfette in un mondo che ci dice continuamente che la famiglia può essere un luogo violento e temibile. I colleghi sono sempre generosi di consigli e aiuti di ogni genere e non provano mai invidia nei confronti del fortunato scrittore. Gli amici sono sempre esemplari, lodevoli, fantastici e pronti a fornire il loro aiuto in ogni momento. I genitori sono semplicemente meravigliosi: insegnano ad amare il prossimo, ad avere cura del pianeta e, sin dal primo momento, incoraggiano le inclinazioni artistiche dei propri cari. Mogli e mariti sono praticamente perfetti. Non fanno mai mancare il loro amore e conforto. Al pari dei figli, sempre fonti di grande gioia e pronti a sostenere senza esitazione il lavoro dei genitori-autori.

Il mondo dei ringraziamenti è un mondo oblativo, in cui tutti cedono parti di sé per l’altro, senza pretendere nulla in cambio, e tutti sciorinano buoni sentimenti. È tutta una gara di generosità («Non avrei nemmeno potuto cominciare questo libro senza la generosità con cui mi hanno messo a disposizione tempo ed esperienza»), di altruismo, di devozione, di corse in aiuto dell’altro, di privilegi (“Lavorare con loro è stato un privilegio”), di talento, conforto e ispirazione. Un mondo in cui abbondano entusiasmo, buonumore e competenza, collaborazione e pazienza, amore e simpatia.

È anche un mondo di gente fortunata (“Mentre pensavo e scrivevo questo libro, ho avuto la fortuna di ricevere due splendide borse di studio”) nel lavoro, nell’istruzione, nella scelta del partner, degli amici, dell’editor, dei genitori, del luogo di lavoro. Lo testimonia l’immancabile frase: “Se non fosse stato per X, questo libro non sarebbe mai nato”, riferita per sottolineare l’unicità della propria avventura esistenziale. Come nelle favole il protagonista può sempre contare su un aiutante che gli rivela la formula segreta o l’accesso alla porta proibita, così lo scrittore può sempre contare sull’aiuto inestimabile e impareggiabile del suo editor.

I ringraziamenti sono un’epidemia di aureole, di elogi esorbitanti, di patenti di nobiltà d’animo, un’inflazione di lodi. Tutti i ringraziati sono persone eccezionali, straordinarie, acute, sensibili, competenti, preparate, preziosissime, divertenti, fiduciose, incoraggianti. Un effetto che colloca gli acknowledgements in una dimensione evidentemente falsa, puramente retorica, lontana anni luce dalla realtà. Che ne è, infatti, di tutta l’invidia, la gelosia, l’arroganza, la superbia, l’indifferenza, l’odio del mondo? Sembra quasi che tutti i sentimenti negativi della Terra siano banditi dal mondo olimpico dello scrittore, che appare popolato da persone eccezionali, straordinarie, celestiali, immuni a ogni sentimento meschino.

Non solo. Nei ringraziamenti, perfino l’ordinario diventa straordinario. Ogni gesto, per quanto banale o prevedibile, diviene improvvisamente singolare e degno di ricevere un ringraziamento. Viene ringraziato il bibliotecario per aver consegnato il libro all’autore, il tassista per averlo condotto in un determinato luogo, il barista per avergli preparato il caffè, l’agente per aver promosso il libro, il cantante per aver cantato, chi dialoga con l’autore per aver dialogato, chi corre per aver mosso una gamba, i genitori per “per esserci stati sin dal primo giorno”, il partner per avergli sorriso quella volta, l’innaffiatoio per aver erogato l’acqua ai fiori. Ma perché ringraziare il bibliotecario per aver consegnato un libro? Non è forse il suo lavoro? Perché gli aspetti più banali della vita sono circonfusi da un alone di eccezionalità, se non per indurre nel lettore l’idea che la vita dello scrittore sia una vita eccezionale, che si colloca in un orizzonte favolistico che non appartiene al resto dell’umanità?

Chi aspira alla scrittura non può non provare un abbacinante senso di colpa nei confronti di questi grandi ringraziatori. E domandarsi: perché mia moglie non è così gentile con me? Perché mugugna sempre al momento di portare il cane a fare la pipì? Perché mia madre inveisce contro di me e mi esorta ogni giorno a cercare un lavoro “vero”? Perché i miei amici pensano che sia solo uno stronzetto snob destinato a essere un perdente? Perché la mia fidanzata mi ha lasciato per il mio migliore amico, invece di essere qui al mio fianco a portarmi una tazza di tè? Perché faccio fatica a trovare una casa editrice, mentre loro ricevono incoraggiamento, entusiasmo e cospicui anticipi dai loro editori? Perché? Perché? Perché?

I ringraziamenti assolvono, infine, una funzione esibizionistica. Come nei post su Facebook si ringrazia l’amato (l’amata) per l’amore corrisposto, esibendo a tutti un sentimento (che dovrebbe essere) intimo, così nei ringraziamenti si ringrazia il tale o talaltro amico, il tale o talaltro editor, il tale o talaltro personaggio famoso per esibire l’amicizia, il rapporto di lavoro, la vicinanza al VIP di turno. Da questo punto di vista, i ringraziamenti sono l’arena pubblica di personalità fondamentalmente esibizionistiche, il cui protagonismo risalta nel momento stesso in cui ringrazia. Come dire: Ringrazio, dunque, esisto! Anzi: Ringrazio, dunque, risplendo!

In definitiva, i ringraziamenti non sono affatto – o almeno non sono solo – una spontanea manifestazione di riconoscimento dei debiti intellettuali dello scrittore, ma un genere letterario codificato finalizzato a legittimare, esaltare e valorizzare l’opera dello scrittore attraverso il ricorso a figure retoriche quali la captatio benevolentiae, il namedropping, il cleuasmo (il mostrarsi umili per farsi grandi ed esaltare il proprio narcisismo), l’enfasi (“senza di lui non ce l’avrei mai fatta”), la preterizione (per non parlare di…), l’antonomasia (i ringraziati sono tutti dei mentori), l’enumerazione (“Ringrazio A, B, C, D, E. ecc.) e altre ancora, e la costruzione di un mondo favolistico in cui tutti i ringraziati sono perfetti, ogni loro gesto – anche il più banale – è straordinario, e ogni loro azione si risolve in una cospirazione benefica affinché il sogno editoriale dell’autore si realizzi.

Come tale, il mondo dei ringraziamenti è un mondo falso e dominato dalla retorica in cui, per quanto possiate sforzarvi, non troverete mai la verità sul vostro autore preferito. Questo, gli autori, lo sanno benissimo, come sanno benissimo a che cosa servono davvero i ringraziamenti.

Non è un caso che alcuni scrittori ringrazino anche i loro lettori, presenti, passati e futuri. Del resto, è per loro che si scrive. Ed è per loro che, in ultima analisi, si ringrazia.

Che cosa non si fa per la gloria!

Riferimenti

Cialdini, R. B., Borden, R. J., Thorne, A., Walker, M. R., Freeman, S., Sloan, L. R., 1976, “Basking in reflected glory: Three (football) field studies”, Journal of Personality and Social Psychology, vol. 34, n. 3, pp. 366-375.

Deotto, F.,2014, Condominio R39, Einaudi, Torino.

Genette, G., 1989, Soglie. I dintorni del testo, Einaudi, Torino.

Mauss, M., 1991, Teoria generale della magia, Einaudi, Torino.

Nietzsche, F., 1983, Umano, troppo umano, I, Mondadori, Milano.

Notarberardino, V., 2020, Fuori di testo. Titoli, copertine, fascette e altre diavolerie, Ponte alle Grazie, Milano.

Regalia, C., Paleari, G., 2016, Saper dire grazie. Perché conviene, Il Mulino, Bologna.

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